Con gli occhi appesantiti
i lunedì dell’antropologia narrativa – Alfonso Nannariello
Allora forse non c’erano o, forse, non li vidi. Sull’altare maggiore, della chiesa Madre scoprii più tardi due angeli imprigionati nei marmi bianchi e levigati. Stavano così senza far niente, molli nello spirito come chi ha perso le forze o per sempre qualcosa. Sembravano, così senza colore e senza venature, ancora più morti di quelli carezzevoli, scolpiti nella pietra, che ha quella pelle porosa di licheni, messi sotto i cipressi sulle tombe dei bambini.
L’angelo passa quando meno te lo aspetti. Diventano come lui i bambini che raccoglie dalla terra, senza difetti. Noi lo sentivamo sempre giusto. Di certo era educativo, anche quando ci dicevano
passa l’ang’l e ric: Ammènn!
per ricordarci che saremmo stati cacciati dalla grazia ed incantati, per punizione, nello stesso difetto di chi, per un suo difetto, da noi era deriso.
A scuola, per sapere della nostra sorte alla fine della vita, giocavamo a «inferno e paradiso» con un foglio di quaderno, colorato con la matita rossa e blu, piegato in un certo modo per poterlo aprire infilato tra le dita.