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Nelle pause del suo tumulto

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i lunedì dell’antropologia narrativa _ di alfonso nannariello

La morte non è l’ultima parola, la notte ha già toccato la sua meta.

Lo so per certo ora.

I morti sepolti nell’antica chiesa Madre devono essere già risorti se le loro ossa non si sono più trovate. Non ce n’è traccia in nessun verbale di nessun consiglio comunale dell’epoca in cui questa chiesa, irreparabile per i danni della frana e di diversi terremoti, fu demolita. Deve essere proprio così, a conferma della certezza di Giobbe nel cui Testamento ritiene inutile cercare le ossa, i resti dei figli, tra le rovine della casa che su di loro è crollata, perché tanto non saranno trovati avendoli il creatore elevati a sé. Non si trova nessun riferimento alle ossa di questi nostri morti nemmeno nei verbali dei consigli successivi al 1910, anno in cui Calitri fu scelto come epicentro da quel dio iroso che disastra tutto ogni volta che si ritiene offeso. Nelle pause del suo tumulto fu realizzata una piazza sterrando gran parte del terrapieno sul quale la chiesa sorgeva. Dopo l’altro conato del suo sfogo, quello del ’30, la piazza fu completamente ridisegnata: fu ampliata e armonizzata col nuovo prospetto della CASA DEL COMUNE. Al suo centro fu alzato un marciapiede coronato da platani e sistemata una fontana. In un suo angolo, quello della mano del muraglione che reggeva la collina tagliata, fu costruito un orinatoio. Si fece un tunnel sotto il Municipio per portale gente anche da un’altra parte. Fecero capolinea lì i pullman di Di Maio. In tutto quello spazio e in tutta quella luce i pensieri si facevano ariosi e calmi i passi. Quando salivo io sul marciapiede sotto il contrafforte c’erano due chioschi di legno splendenti di verde vittoria con le piante, mi pare, ottagonali. Uno era l’edicola r R’nat Senza vràzz che qualche tempo prima era servito per vendere FRUTTA E GIORNALI, l’altro era ru Zùopp, che in vari modi si industriava per tirare avanti. Da u Zùopp la gente arrivava attirata dalla musica diffusa da un paio di altoparlanti. Da lui si acquistavano caramelle al sapore di liquirizia e menta, dei portafortuna e qualche petardo. La domenica si sorteggiavano premi appariscenti e palloncini. Si giocava anche d’azzardo ad una roulette che lui stesso aveva costruito facendo su un quadrato di legno quattro diversi settori con quattro diversi colori. Al centro della base aveva fissato un perno su cui ruotava una barra di ferro che, nella scanalatura verticale di un’estremità, aveva uno spezzone di film per linguetta. Girando intorno ad una corona di chiodi, la pellicola si fermava nello spazio vuoto ad indicare una delle minuscole carte napoletane incollate sul piano e uno dei quadranti. Ogni tanto, quando diventava vincita quella che fino ad allora era stata solo una speranza, qualcuno, secondo quanto aveva puntato, esumava da dentro l’esultanza.

Written by alfonson

23 Febbraio 2009 a 9:33 am

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