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Sui limiti del profondo

con 4 commenti

 

i lunedì dell’antropologia narrativa - di alfonso nannariello

 

Da casa alla stazione sarà stato 1 km in linea d’aria. D’estate, con tutte le porte aperte, sentivo passare la littorina. Qualcosa, col suo carattere di meraviglia ed incongruenza, mi sbalzava ad un altrove, mi faceva sentire diverso, mi differiva. Quel rumore metallico sul ponte dell’Ofanto era un trasalimento delle mie facoltà emotive, una rottura dei meccanismi del quotidiano, uno scrostare dal fondo le immagini interiori. Era la percezione di un senso oltre le cose, un senso che, mentre rendeva più solido il paesaggio esteriore, dentro lievitava nostalgie. Simultaneamente avvertivo il mio essere esteso mentre il mio corpo era fissato in un qui e in un ora.

La scoperta della scritta Calitri-Pescopagano sul muro della stazione era un’ulteriore ed inequivocabile indicazione della simultaneità del qui e dell’altrove. Erano presenti in un medesimo punto il limite e le possibilità. Quel rumore di ferro che tornava improvviso, pungeva. Non differiva il ricordo di colonie e collegi, unici posti dove fino ad allora ero stato, ma, più profondamente, «la nostalgie de l’infini».

 

La stazione ed il treno acquistavano un valore simbolico profondo. Erano oggetti contraddittori, incroci di sentimenti contrastanti. Rispetto al decennio precedente, tra il 1896 ed il 1905, aumentò di molto il numero di quelli che lasciarono Calitri. È naturale che da allora la stazione ed il treno, per tanti, siano state spine nella gola, terre di umori autunnali nelle quali fruttificava «la mélancolie du départ».

La ferrovia rappresentava in ogni caso una soglia tra l’al di qua e l’al di là, tra un’esistenza certamente rappresa e una che sarebbe potuta essere compiuta.

Con l’elettrificazione della rete ferroviaria, il treno accentuò anche il senso tragico della fuga del tempo. Più velocemente spaesava. Più bruscamente faceva scandire sul metronomo delle industrie i ritmi vitali di chi se ne andava. Ricordo il volto degli emigrati che una sola volta all’anno tornavano: dopo la curva, vicino al bar r C’nzin r Pr’ttòsa, dov’era la fermata, quando scendevano dal postale con la valigia di stecche di cioccolata e sigarette e una città sott’acqua, in un’ampolla, con la neve che cadeva, sorridevano come Ulissi affaticati, diversamente dalla loro fotografia lasciata, in qualche posto in vista nella casa, per fare compagnia.

 

Più tardi ho capito perché dentro avvertivo quel trapasso improvviso. Di fronte ai dipinti di De Chirico ho conosciuto come nell’inconscio siano impresse le forme dei nostri simboli profondi e come basti, dall’impasto di cose intorno rapprese, l’istante di uno schianto a farli uscire.

 

 

Written by alfonson

2 Marzo 2009 a 9:38 am

4 Risposte

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  1. Lo spostamento, il disorientamento, nel racconto la memoria dell’anima che oltrepassa i confini e vuole decodificare la complessità del genere umano.
    Un qui e ora – oltre la dimensione del corpo. Il senso della vertigine nel significato dell’essere e dell’esserci.

    m.teresa iarrobino

    2 Marzo 2009 alle 9:26 pm

  2. maria teresa,quando ti vedo, ti sono accanto, allora si’ che avverto vertigini soggettive ed oggettive e non c’è spazio né per senso né per significato, perchè l’amicizia esiste come pure l’amore.

    rocco quagliariello

    2 Marzo 2009 alle 9:32 pm

  3. maria teresa come segno della terra che seduce e porta oltre i propri confini. la sensualità della vita con i suoi tanti oggetti. la provocazione a viverla. a toccarla a possederla a sentirla carne della propria carne. fino a farsi male, come è successo a me, come non possono più raccontare alcuni miei amici
    un abbraccio
    alfonso

    alfonso

    3 Marzo 2009 alle 10:03 am

  4. La lunga infermità
    della mia salute e della mia vita sta per guarire,
    e il nulla sta per offrirmi tutto.
    (W.Shakespeare, Timone d’Atene Atto V scena I, cit. da Iona Heath, cap. VI pag. 58 Modi di morire, Bollati Boringhieri)

    Salvatore D'Angelo

    3 Marzo 2009 alle 1:45 pm


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