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Alfonso Attilio Faia. Il poeta della poesia come vita

NELLA TERRA DI MEZZO - di Paolo Saggese

 

La poesia è vita, altrimenti è gioco, divertissement, “lusus”, esercizio retorico. Per Alfonso Attilio Faia, medico di Nusco, originario di Montemarano, la poesia è appunto vita.

Scrittore impegnato, autore di saggi dedicati all’educazione e alla famiglia (“Il senso del sogno”, 2000; “Cari genitori”, 2005), egli è anche poeta – ha all’attivo la pubblicazione di cinque raccolte -, che ha coltivato quest’arte ormai da una vita, sin dal lontano 1964, giovanissimo adolescente. Poeta ricco di corde, egli è innanzitutto poeta dell’anima, e dunque poeta dell’impegno sociale.

Già in altri suoi scritti, ad esempio nel saggio “Il senso del sogno”, e nelle prime raccolte di versi, il poeta ha affrontato, con chiarezza, il difficile quesito dell’esistenza, si può dire sin dalle prime esperienze letterarie. Ad esempio, il tema della finitudine della vita umana, il rapporto con l’Eterno, la solitudine dell’uomo, le illusioni, le angosce e le sconfitte dell’esistenza, ritornano già nelle poesie giovanili di “Meridiani” (edite nel 2002, ma scritte tra il 1964 e il 1974), e dunque in quelle composte sul finire degli anni ’70 (si veda la sezione “La parola disperata” edita in “Sere [e altri versi]”, 1989).

Già con queste poesie ci troviamo in una dimensione esistenziale, quella dell’esistenzialismo della prima metà del Novecento, che affronta problematiche affini. Il giovane poeta si confronta con i suoi modelli letterari, che hanno accompagnato gli anni della formazione. E tra queste poesie giovanili emerge questo componimento, dal titolo “Solo”: “Sta ognuno / sulla fredda terra / solo / con la propria ombra / che è il suo destino / di polvere / perduto / nel buio dell’indifferenza” (S. Angelo dei Lombardi, 1966.   Questa poesia ha un inconfondibile sapore quasimodiano, e rimanda alla memoria più di un’allusione a “Ed è subito sera”.

Questo poeta, seppure giovanissimo, mostra anche una certa dimestichezza con i classici greci. Vorrei sottolineare un esempio interessante, che mi ha colpito: “Aneliti notturni”, poesia appartenente alla raccolta “Sere (e altri versi)”, presenta questo incipit: “Dormono le cime dei monti, / nelle valli solo i latrati dei cani / penetrano la notte / rincorrendosi nel silenzio del sonno; / dormono le case, / dorme il paese tutto / e dietro le palpebre chiuse / qualcuno ancora sogna”, che deve essere confrontato con il frammento 159 C. di Alcmane: “Dormono le cime dei monti e le gole, / le balze e i dirupi, / le selve e gli animali quanti nutre la nera terra, / le bestie dei monti e la stirpe delle api / e i pesci nelle profondità del mare rosso; / dormono le stirpi degli uccelli dalle larghe ali”.

Ma ciò che più preme chiarire è che l’adesione alla poetica dell’esistenzialismo non è assolutamente una scelta letteraria, ma è scelta di vita. In nuce, infatti, si riconoscono le stesse tematiche di quarant’anni fa presenti poi in “Se vuoi essere re”, raccolta edita nel 2004, che tuttavia rappresenta un superamento in chiave cristiana della crisi dell’uomo moderno.

Infatti, adesso Faia risponde a quelle ansie di allora attraverso un’adesione profonda al Cristianesimo, adesione che implica una scelta di vita, un modus vivendi ancor prima che un modus scribendi. Ed ecco la poesia che dà il titolo alla raccolta: “Se vuoi essere re / orna la fronte / con corone di luce. // Se vuoi essere soldato / lascia combattere i sogni / con pensieri di pace. // Se vuoi essere uomo / non fare niente di più: / sii solo te stesso. // Sarai re / e sarai soldato, / uomo senza paura”. In questi versi, come in quasi tutti quelli della silloge, vi è una forte tensione nella ricerca dell’uomo e nella sua realizzazione: e che cos’è l’uomo, se non immagine di Dio? Sembra dire il poeta. E cos’è l’uomo, se non aspirazione alla “carità”, ossia all’amore?

La solitudine dei vent’anni è adesso superata dall’adesione alla fede; abbracciando una fede vera, il poeta, infatti, supera la sua solitudine: “Quando la mia solitudine / accentuava le mie paure / disperatamente lo invocavo: Dio! / Ma ero cieco. // […] // Ora vago tra il cielo e la notte: / scopro il dolore attraverso il mio pianto. / Allora torno tra la folla dispersa / e non mi sento più solo” (“La mia solitudine”). Questi versi vanno letti in opposizione a tanti scritti durante la trepidazione dei vent’anni, e testimoniano un nuovo approdo, quello della ricerca di un “Amore universale”.

“Se vuoi essere re”, tuttavia, è ispirato anche a tematiche sociali. Ad esempio, anche quando il poeta affronta il tema dell’infanzia, questo è analizzato nell’ottica dell’impegno e della solidarietà. La riflessione, d’altra parte, si volge anche altrove, alla guerra, che distrugge il mondo, alla salvaguardia dell’ambiente, al Sud e agli immigrati e dunque ai diseredati di sempre. Sulla stessa linea si colloca, d’altra parte, la penultima raccolta, dal titolo ungarettiano, “La terra promessa” (2006).

Poeta ricco di spunti, ha avuto anche una stagione meridionalista, segnata fortemente dalla raccolta “La terra di pane”, (1993).

Ed oggi, Alfonso ci regala un’ultima raccolta, “L’anno nuovo”, Nicola Calabria editore, maggio 2008, prefata da Armando Saveriano.

Con essa, siamo ancora alla poesia impegnata che ha caratterizzato le fatiche precedenti. Il poeta è in attesa di un “anno nuovo”, che è quella terra promessa auspicata nella penultima silloge, e nasce dalla constatazione pessimistica delle colpe dell’uomo, che predica il bene e pensa a praticare sempre il male. La poesia incipitaria – “Cosa faremo?” – è un chiaro manifesto ideale, come risulta sin dai primi versi: “Cosa faremo quando avremo esaurito / ormai ogni debito / col mondo e con Dio, / con la nostra presunzione / o con la nostra ignoranza / e c’incammineremo a capo chino / nell’anno nuovo / senza dover più inventare / i soliti pretesti e le bugie / che ci hanno sempre sostenuto?” La terra promessa è ancora “terra rossa / vecchia di sangue / e di atroci destini, / di silenzi mai insorti / e di fatiche / mai ribelli al sudore; / terra promessa, / ancora promessa di sangue / sotto cieli di sogni bruciati, / ancora attendi / che passino mani / felici di semina”.

Al centro vi è anche il nostro Sud, “terra bruciata di vipere sotto il sole, / canzone di grilli e di cicale / che non danno mai niente per niente”, “mare assassino, / battelli alla deriva / e ricordi di contrabbando”. Certo, non è questo il Sud, che vorremmo, e Alfonso Attilio Faia, con il suo esempio, con la sua Vita e la sua Poesia, ci invita e ci aiuta a ricostruirlo o almeno a pensarlo diverso. Perché nel pensarlo diverso da quello di “Gomorra”, possiamo forse incamminarci su strade nuove, ma solo se siamo in grado tutti di coltivare piccole utopie.

 

 

[pubblicato su OTTOPAGINE il 10 luglio 2008]

Scritto da alfonson

3 marzo 2009 a 10:09 am

Pubblicato in Paolo Saggese

2 Risposte

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  1. ciao sfigati che bello propio il discorsetto ma ti annoi da morire ciao

    Luisfk

    12 marzo 2010 alle 3:48 pm

  2. gli sfigati nel discorsetto si annoiano e poi…
    CIAO

    Luistz

    15 marzo 2010 alle 7:15 am


I commenti sono chiusi.

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