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comunità paesologica per una regione del sud interno, dal Pollino alla Maiella

Da una parte all’altra

con 2 commenti

i lunedì dell’antropologia narrativa – di alfonso nannariello   

Senza quel senso della nostalgia che mi prendeva in colonia, lontano da Calitri ero già stato e le stazioni già le conoscevo.

Il più delle volte ero stato portato a Nocera Inferiore, da zi’ Annina. Con suo marito, zi’ Munn, che era ferroviere, abitava in una palazzina in via Nuova Olivella, a pochissimi metri dai binari. Zi’ Annina, per me, è stata un legame con le stazioni, anche quando veniva a Calitri. Ogni tanto mi portava con il pullman di Di Maio allo scalo, per un doux après-midi dalle sue amiche, le signorine Salvante, che ci offrivano il tè e ci servivano i biscotti su un vassoio.

A volte, insieme ai miei compari di battesimo: Raffaele, suo figlio, e Concetta, una mia cugina, figlia di una sua sorella deceduta molto tempo prima, andavamo a Caserta, da zi’ ‘Ndina, che abitava alle case I.N.C.I.S., quelle vicino alla stazione.

A Nocera, dal suo balcone, vedevo spostare vagoni da un binario all’altro, passare i merci e le altre manovre fatte. Una volta mi venne di diventare anch’io ferroviere. In particolare mi piacevano quelli che vedevo ai passaggi a livelli che abbassavano le barriere ed esponevano o facevano segnali con piccole bandiere. A casa, quando ritornai, per imitarli, me ne feci anch’io una con una stoffa rossa ed il palo di una scopa che non serviva più. Papà non voleva che giocassi così nella lòggia o sulle scalinate, ma che lo facessi in casa, perché, mi diceva

 

snò n pìglian p comunist.

 

Senza quell’entusiasmo, il ferroviere l’avevo già fatto. Proprio quell’anno, ritornata dalle vacanze di Natale, la comare di cresima di Rosellina, mi aveva regalato un trenino elettrico con la motrice nera e due vagoni grigi. Non è che a guardarlo girare mi fossi divertito tanto, mi era piaciuto come sorpresa. Non me lo aspettavo. Fu la prima volta che ricevetti un dono nel giorno in cui arrivavano i tre re magi. Prima, nella calza, avevo sempre trovato caramelle e cioccolatini, insieme a un pugno di arachidi e due mandarini.

 

A Riccione, per realizzare a scuola un piccolo Museo Naturale, eravamo stati abituati a fermare l’attenzione sulla forma delle cose per vedere se si fossero potute adattare a rappresentare un animale. Gli occhi iniziarono a guardare piccole cose e lo spirito si preparava a restare senza parole. Tra le ciglia si fermava solo ciò che aveva i segni grafici della meraviglia.

Una mattina di quell’estate, non so dove mia madre fosse andata, scesi con mio padre al cantiere di ronn Attilih Piumelli, allo scalo, dove doveva lavorare.

Scendemmo dal poggio dell’Immacolata a u Chiàn r la f’ndàna. Poi tirammo giù per la scorciatoia d’argilla con l’erba calpestata. Ai lati, una vegetazione disordinata e, di tanto in tanto, una conduttura della fogna, con lo scolo.

Sul ponte dell’Ofanto l’attimo della visione. Forse fu dovuto alla consapevolezza d’aver attraversato tutta quella distanza senza nessun mezzo, col mio corpo solo; forse fu dovuto alla luminosità del sole, ampia e leggera come un’annunciazione. So che fu un risorgere sognante. Avvertii l’appetibilità del mondo e sentii che, anche quello lontano, era a portata della mia mano. Dal regno dell’ignoto una spinta venne a farsi familiare: poter forare anch’io la membrana dei diversi spazi. E quando l’avvertivo, mi usciva dal corpo l’anima, come capita, in estasi, ai mistici veri, a volte anche ai novizi.

Written by alfonson

16 Marzo 2009 a 9:00 am

Pubblicato in Alfonso Nannariello

2 Risposte

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  1. alfonso grazie per le gocce narrative con le quali mantieni viva la nostra pianticella

    ti vorremmo tutti però più comunitario, non solo il lunedì
    un abbraccio ofantino
    angelo

    verderosa

    16 Marzo 2009 alle 10:08 am

  2. Le gocce di “antropologia narrativa” di Alfonso sono un appuntamento ormai irrinunciabile. Lasciano quel gusto di delizia …inappagata, come quando da bambini, d’estate, alle visite degli zii nei tardi pomeriggi della domenica, si offriva, anche a noi bambini, scatenati nei cortili, il bicchiere di “acqua e anice con scorza di limone” ristoratrice.

    saldan

    16 Marzo 2009 alle 2:49 pm


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