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Giuseppe Pisano cantore malinconico e affascinante

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NELLA TERRA DI MEZZO – di Paolo Saggese

 

Ho scoperto la poesia di Giuseppe Pisano (Montefredane, 1938-1998), più noto come acuto e brillante giornalista, grazie ad una preziosissima segnalazione fattami alcuni anni fa dall’amico poeta e saggista Alessandro Di Napoli, che mi ha anche consegnato in lettura una copia, preziosa nella sua rarità, della prima edizione della plaquette “Nel foro della chitarra” (Isola d’oro, Pompei, 1973), – poi riedita con una importante prefazione di Generoso Picone -  che mi ha permesso una lettura sistematica di un poeta le cui qualità mi erano chiare, ma che non conoscevo nella sua interezza.

Una plaquette straordinaria, quella di Pisano, un libro, che riconcilia con la poesia.

Giuseppe Pisano è poeta della “linea meridionalista”, che racconta l’odissea dell’emigrazione rappresentata come “fuga”, della donna del Sud oppressa dalla fatica e dagli stenti, dell’ingiustizia sociale di cui sono vittima i contadini. In queste pagine l’emigrazione è vista non come riscatto ma come sconfitta, come scoperta di nuove ingiustizie, segnata com’è dallo sfruttamento e dalla morte. Altri motivi sono la frustrazione della sconfitta, il fatalismo per un cambiamento ritenuto impossibile, l’identificazione con il mondo contadino ma anche la distanza da questo mondo dell’intellettuale, che sembra talvolta presentarsi come un traditore, uno che ha scelto, sbagliando, un’altra strada. 

Questi versi, tra l’altro, mostrano una notevole coincidenza nei temi con Giuseppe Iuliano, Giuseppe Saggese e ancor di più con Nicola Arminio e Pasquale Stiso. Una poesia, non a caso, Pisano dedica alla sciagura di Mattmark: “A Mattmark discese ghiaccio / come terra sulle bare d’abete / nel cimitero del paese / spinta dal buon sacrestano / dagli occhi d’agnello. // Quattro della nostra terra / con lunghe basette ardite / capelli cisposi / le donne nei letti / a disfare le nere margherite” (“Mattmark”). E negli stessi anni Arminio scriveva “Epigrafe per i caduti sul lavoro”: “A Mattmark / sotto il ghiacciaio / hanno posto una croce per cinquanta / e più uomini che lavoravano. // Nelle case aperte a vana attesa / piangono i figli / le madri / i padri / le spose / per quella croce”.

Questa stessa sciagura aveva scosso Pasquale Stiso, che dedicò al “cantiere maledetto” di Mattmark un articolo su “Il Progresso Irpino” del 15 settembre 1965. A sua volta, Giuseppe Iuliano ha scritto, in una delle sue prime raccolte, una bellissima poesia dal titolo “Rimpatrio”, che racconta del ritorno in una bara di un giovane emigrante. E si potrebbero citare analoghi componimenti di altri meridionalisti d’Irpinia.

Vi è anche l’omaggio – non poteva mancare – alla donna contadina, presente in tutti i poeti della “Linea meridionalista”.

Ecco, ad esempio, ad una donna contadina Pisano scrive, nella prima strofe de “La donna morta”: “Duri parti scavarono il tuo cuore / seppellendo sorrisi / i figli morti come muschio / sui muri assetati dell’orto / in una guerra oltre le montagne / nelle malattie serpeggianti bisce. / Un’isola bianca / sul nero dei lutti / la tua canizie / conquistata con occhi di fuoco”.

Oppure, il tema del ritorno e la sua impossibilità – perché il tempo si è portato via gli uomini ed ha cambiato quel mondo – è presente venato da una profonda malinconia che del resto è una delle cifre affascinanti e ricorrenti nella raccolta: “Non potevo più / indovinare le tue stagioni / paese un giorno lasciato / senza drammi, per tornare / presto. / Avevi perso gli uomini di ferro / sonori come campani di vacca / sotto le luminarie dei vigneti / ai piedi delle colonne / muschiose dei castagni …” (“Reditus”). Oppure, si veda l’incipit di “Ballata dell’emigrato che non è più tornato”: “Le dolci matasse / dei vicoli chiomati / nei pensili paesi / che innamorarono di mestizia / gli occhi rapidi e colmi …”.

Un aspetto invece proprio di Pisano è il mito dei Sanniti, solo in parte presente in Saggese (“Ora l’Irpinia è morta”), presente in particolare in “Primavere sacre” e “Ballata dell’emigrato che non è più tornato” (si veda anche per motivi analoghi “Pedigree” e “Reditus”) e che rimonta ad una tradizione soprattutto ottocentesca e risorgimentale – su tutti si può citare il caso di Pietro Paolo Parzanese. Il motivo fa da pendant alla mitizzazione del brigantaggio. Il passato mitizzato serve ad opporsi al misero presente, alle migrazioni odierne, che sono un esodo biblico segnato appunto dalla sconfitta e dall’amarezza: “Le nostre primavere sacre / di sanniti nasuti / hanno rotto antiche radici. / Ora i nostri passi robusti / nelle strade sterili fredde / respirano bocche di lupo. / Nostro nonno brigante / sconfitto nel suo regno contadino / respira nelle vene azzurrine / che gonfiano colli di tori. / Sceglieremo lontano i nostri occhi / per fuggire e cadere / in pozzi freschi lontani. / Le nostre primavere sacre / di sanniti nasuti / ci portano alle valli / dove scende / la pace dei grandissimi fiumi” (“Primavere sacre”).

Venendo ad alcune notazioni stilistiche, possiamo rilevare, in particolare, come l’arte fine di Pisano si basi su una “callida iunctura” che dà a questa poesia un aspetto inconfondibile rispetto agli altri poeti della “linea irpina” (del resto, ognuno di loro ha tratti distintivi molto marcati). E così “… nelle strade sterili fredde / respirano bocche di lupo”, le “nebbie” sono “unte dei paesi / del latte caldo / delle case alte”, le rughe si contano sulla “ragnatela del volto”, i cortili del mattino sono “azzurri”, le rovine sono “calde”, i passi “sapienti”, le margherite sono “nere”, le colazioni sono “sconce”, il timore è “dolcissimo”, sono “dolci” le “matasse” “dei vicoli chiomati” dei paesi “pensili”, le “risa” sono “curve”, le “carte” sono “morte”, gli “occhi” sono “lenti”, “scure” sono le “virgole” dei pipistrelli, “le nuvole disegnano cavalli / di luce sulle reti / le mille lingue delle canne …” (è questo l’incipit di “Fluviale”). È uno stile immaginifico, magico e irreale, che caratterizza il “realismo magico” di Giuseppe Pisano.

Ma le sorprese non finiscono: il libro si chiude in modo inatteso con alcune parafrasi poetiche dal “Vangelo secondo Giovanni”, che testimoniano, anche se non ve n’è assolutamente bisogno, la profondità di pensiero e di tensioni di un poeta che aspetta ancora, tuttavia, di essere finalmente recuperato alla nostra memoria.

Servono studi approfonditi, servono studiosi di valore e, serve maggiore attenzione del pubblico, per recuperare queste voci, che rappresentano un coro straordinario, che sono la nostra inconfondibile vita, e dunque poesia.

 

[pubblicato su OTTOPAGINE il 24 luglio 2008]

 

 

 

Written by alfonson

17 Marzo 2009 a 9:26 am

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