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Decoratore d’interni

con 3 commenti

i lunedì dell’antropologia narrativa – di alfonso nannariello

 

 

 

 

 

 

 

 

Io pure avevo un istinto d’arte. Non è facile capire da dove provenisse.

A volte mamma mi portava a fare i compiti a casa di suo padre affinché mi aiutasse nel disegno, visto che io non sapevo disegnare. Quando ricordo quelle volte alla mente torna una immagine soltanto: mio nonno con un pennino di inchiostro blu che, su un quaderno di una delle mie prime classi elementari, tracciava la forma di un uccello. Mio nonno pareva Dio e quello che faceva una cosa viva. Forse per la facilità di quei piccoli tratti o per la naturalezza con cui muoveva la mano, sentii che avrei potuto disegnare anch’io. In quinta elementare, mentre dal libro sussidiario copiavo per un concorso nazionale i costumi delle regioni italiane, il maestro si complimentò per il mio lavoro. Osservai quello che avevo fatto e vidi che stava venendo bene. E non avevo posto nessuna particolare volontà per riuscire. Molto tempo dopo, con un mio amico, sotto la sorveglianza r Caitàn r K’còzza, che aveva realizzato opere per diverse chiese di New York, decorai l’abside della cappella del cimitero.

A casa, prima che io nascessi, mio padre, aveva dipinto una Fuga in Egitto sul fronte dell’arco dove ero nato e una testa di lupo in un angolo della parete della sua camera da letto. Allora il muratore era, ancora in qualche caso, anche pavimentista e decoratore. Per antico uso di famiglia, dal padre aveva imparato a fare maschere di gesso ed anche in cartapesta. Insegnò poi a farle pure a me. Quello che di certo meglio mi ha lasciato è l’immagine di sé impressami strato a strato.

Dove aveva i ferri una volta trovai una lastra di vetro con sopra un piccolo ritratto ovale, ad olio, con il nome Vincenzo Nannariello scritto col nero e filettato d’oro. Mio padre non sapeva quale fosse il loro grado di parentela, sapeva solo quello che aveva sentito dire: che era un pittore. Mentre l’immagine dalla lastra si scrostava, questo era tutto quello che di lui restava. Molto di recente, da un libro su L’Arciconfraternita dell’Immacolata Concezione di Calitri, ho avuto una conferma di questa informazione ed ho saputo che, tra il 1910 ed il 1914, risiedeva a New Rochelle, ed era amico di pittori.

Written by alfonson

23 Marzo 2009 a 9:58 am

Pubblicato in Alfonso Nannariello

3 Risposte

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  1. OMAGGIO ALL’ANTROPOLOGIA NARRATIVA DI A. N.

    Strato a strato
    la maschera di gesso si compone
    si i modella e m’impone la sua forma,
    a me, dio che guarda dall’abside nascosto,
    sotto la volta d’un cielo che è stato e che non fu, io
    puro istinto d’arte nutrita di non luoghi, io
    pennino d’inchiostro blu del nonno-dio
    il cui soffio è cosa viva agli occhi ingenui
    del bimbo che non conosce morte, io
    la cui sorte fu legata – per antico uso di famiglia –
    allo spazio bianco, al nero d’un tempo e d’uno spazio
    che è – e che non fu…

    Dal quaderno a coste rosse e nere
    si leva – ultima fenice- l’erpice piumato
    si leva e prende il volo per la fuga ennesima
    in Egitto, sul fronte di quell’arco dove nacqui
    in un tempo che è stato e che non fu, io
    innanzi alla testa di lupo nascosta nell’angolo,
    sulla parete della camera da letto del nonno-re,
    padre e figlio di suo figlio, io
    giglio dell’infanzia d’una maschera da re senza corona, io
    al tempo del dio felice che t’ama e ti perdona…

    Vola e va
    quell’erpice piumato,
    per mari e cimiteri,
    guardato a vista da Caitàn r K’cózza,
    vola e stende le sue ali sulla Nuova York
    d’una Irpinia che è stata e che non fu…

    Vola e poi s’ingemma
    nella lastra di vetro d’un ritratto ovale
    murale filettato d’oro con sopra inciso
    grado e parentela, sequèla di pittori
    della Nuova York d’una Irpinia che è stata e che non fu…

    Fu allora
    che conobbi e “fui” la sorte
    del nonno-re, del bimbo
    che non conobbe morte
    “conobbi e seppi”
    che l’ arciconfraternita dell’immacolata
    più non fu per concezione r Caitàn r K’cózza
    da Calitri, ma la “fuga in egitto” d’un tempo
    lento dolce lieve, che non è stato – e sempre fu
    cui non fu facile capire da dove provenisse
    ( e se morisse) : da New Rochelle o da quelle belle
    linee e notti disegnate dalla mano ferma del nonno-re,
    figlio d’un dio che è dio – in un tempo che è stato e sempre fu
    e che non avrei potuto disegnare anch’io – io
    riflesso d’un istinto d’arte che non ha parte – io
    decoratore d’interni/esterni
    evanescenti, ne convengo…
    ma io…a quale realtà appartengo ?

    S. D. A. 24 . 3. 2009

    saldan

    24 Marzo 2009 alle 2:20 pm

  2. Alfonso: una promessa a te che sei uno straordinario interprete dell’antropologia narrativa.
    Appena mia figlia Chiara, attualmente a parigi all’ècole superieure des ètudes d’antropologie, tornerà a casa, sia pure per un periodo breve, cercherò di mettere in contatto lei con te, mio caro amico.
    Dal dialogo tra l’antropologia narrativa e l’antropologia culturale ed etnologica scaturirebbero frutti straordinariamente interessanti che potrebbero arricchire le giornate cairanesi.
    Spero di persuadere Chiara con la dolcezza che solo un padre puo’ avere verso una figlia e ti ringrazio dei lunedi’ che ci regali. Rocco

    rocco quagliariello

    24 Marzo 2009 alle 3:49 pm

  3. carissimi, dolci e commoventi
    siete voi. così profondi da mettermi a disagio.
    come siete cantori delle cose.
    carissimi, il mondo è vostro. ricostruito già
    dalla bellezza che vi portate dentro e con cui lo guardate
    alfonso

    alfonso

    25 Marzo 2009 alle 8:31 am


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