La vita è sogno per l’architetto. E incubo per gli abitanti
Cari amici dell’Irpinia dell’architettura terremontata, Vi ringrazio per l’accoglienza sempre generosa che avete voluto dato al mio povero scritto su Lorissopolis. Incoraggiato Vi allego, sulla stessa tematica di Bisaccia/bis, un mio pezzo uscito caldo caldo dalla PresS/Tletter di Luigi Prestinenza Puglisi del 16 aprile. Forse utile anche ai vostri e-lettori web. In data odierna, senza nulla a pretendere Vi saluto architettonicamente, Eduardo Alamaro
La vita è sogno per l’architetto. E incubo per gli abitanti
“Il sogno di Agostino Renna” a Monterusciello (Pozzuoli/2) è un utile documentario d’architettura a cura di Ludovico Maria Fusco, Sergio Stenti, Ivana Greco dell’Universi-stà di Napoli Federico II. E’ stato proiettato nei giorni scorsi, quelli della settimana santa, al Palazzo reale di Napoli. In vista del Calvario architettonico nostro quotidiano. Del terremoto sociale e della consegna necessaria dei Giuda di turno. E di torno. Per il gratta e vinci del progetto. Con relativa puntuale crocifissione edilizia e successiva (sperabile) Resurrezione collettiva delle periferie dei pru (piani recupero urbano). E del centro storico napoletano del dos (documento orientamento strategico). Per il Grande Evento Napoli/2013. Alla proiezione è seguito un ricchissimo dibattito pre-pasquale. Senza sorprese e rotture d’uovo e di teste. Ma con qualche pesante casatiello e qualche pastiera fin troppo dolce da mangiare a forza. Alla fine caffè e cordialità offerti ai meritevoli e resistenti (alle relazioni) nel dirimpettaio storico “Caffè Ingambrinus”.
Hanno testimoniato del Sogno (e del segno) di Agostino, nel ventennale della prematura sua morte, oltre ai curatori, i professori: Pasquale Belfiore, Salvatore Bisogni, Ugo Carughi, Claudio Claudi, Benedetto Gravagnuolo, Carlo Manzo, Franco Purini, Fabrizio Spirito. Impossibile sintetizzare qui il Monterusciello d’autore tradito e negato. Città di fondazione dovuta interamente alla mano pubblica a seguito del provvidenziale bradisismo degli anni settanta. Città chiavi in mano rifiutata dalla gente di Pozzuoli, uno degli anelli assoluti della condizione tragica dell’architettura italiana sociale più sperimentale, insieme al Corviale, Zen, etc… Un sogno ardito nostrano che il più Bel fiore degli assessori dell’Italia architettonica d’oggi ha definito con un ossimoro icasticamente realistico: “un progetto splendidamente sbagliato”. La presunzione cioè di fondare una civitas e una città al tempo stesso. Con la benedizione politica D.C. – P.C.I. (alias Scotti – Chiaromonte) e l’Italsider, proprietaria dei suoli, a far da collante. Fondazione d’anime & corpi. Cosa non facile, com’è noto. Cosa che fu tentata dal Padreterno onnipotente quando s’incarnò in Gesù Cristo suo figlio. Il quale disse (so)spirando sulla croce: “Padre mio dell’Architettura perché mi hai abbandonato a Monterusciello?” E la Maddalena edilizia confortandolo soggiunse: “Va’ a ffa’ bene (l’edilizia sociale), muor’ucciso!” E infatti Agostino fu la prima vittima, prematura e eroica, del suo sogno. Del suo incubo fondativo. Ma non fecondativo di città nuova. Il sole è tramontato, mio vecchio Donnarumma all’assalto dell’Olivetti-Pozzuoli che fu!
Al mio ricordo Agostino Renna era un architetto e professore esemplarmente antipatico. Nel senso di antipatizzante alto doc, tipico della sinistra impegnata e impegnativa del suo tempo. Superiore e dirigistica per missione e cooptazione. Quasi sempre per nascita. “Non sono comunista, non posso permettermelo”, disse ironicamente Longanesi, in quel tempo antico frontale. Agostino mi appariva sempre serioso, distinto, volutamente anonimo e impiegatizio. Con gli occhiali discreti, ben disegnati in una sottile montatura dorata. Con indosso un impermeabile statale e statalista uniformato per tutte le stagioni. Punitivo come un silicio. Da commissario politico inviato dal Partito durante la resistenza (architettonica) al Gravina. Scarpe rosse eppur bisogna andar. Non ricordo mai di averlo visto sor-ridere. Parlava poco e con voce bassa, mai un tono sopra le rughe, mai una piega in più ai fatti nudi e crudi. Tutto come le sue architetture. Mai un inciucio e/o una debolezza colloquiale, relazionale. Certamente un tipo umano appenninico, della Campania interna solitaria, distante dalla ondivaga costa. Non avrebbe certamente amato questi miei coloriti Intermezzi per Lpp. Cosette da cabaret dell’architettura (che poi sarebbe un bel de-genere nostro, un bel s-vedere, a pensarci bene, nda).
La prima volta che mi apparve, alamacord, fu alla fine del 1967, inizio ’68. La Gravina architettonica di Napoli era pregna e occupata. Ribollente di giovani curiosi. In una storica assemblea (quanto siamo stati fortunati!!) sfilarono davanti a noi -giovanissimi e imberbi studentelli di primo pelo- quella generazione d’assistenti ordinari in carriera nata negli anni trenta. E poi ben formata in facoltà negli anni cinquanta. Una tragica generazione che cercava spazio (e lo trovarono grazie ai provvedimenti urgenti e allo sdoppiamento delle cattedre dei baroni loro). Questi giovani (più o meno) sinistrosi professorini, si proponevano a noi con le loro ricette. Messe a punto in lunghi anni di laboratorio per curare i mali della facoltà. Passarono uno dopo l’altro, di seguito, una sfilata d’autore indimenticabile. Quasi pre-televisiva commerciale. Ognuno col suo bello (e buono) spot ben studiato a tavolino. Anzi a tecnigrafo. Tanti (più o meno) simpatici dottor Dulca(la)mara reclamizzanti fenomenali medicine (di propria produzione esclusiva architettonica, s’intende).
Li rivedo davanti agli occhi ancor oggi, mentre scrivo e mi godo questo distensivo “Intermezzo” per Lpp. Iniziò Pagliara, sin da allora spumeggiante e felliniano inventore d’arte e architetture paràviennesi a Napoli; seguì poi Uberto Siola, affascinante e convincente scugnizzo sabaudeggiante: lo potevi sbobinare e stampare tale e quale, mai una parola fuori posto nella frase (della sua commedia razionale); Aldo Loris Rossi, focoso rottamatore impenitente del mondo, che sin da allora dava numeri & architetture insieme, tutte cose poste generosamente a disposizione degli studenti in lotta; poi sfilò Dalisi, dalla voce sottile e penetrante, interrogativo e enigmatico Totocchio in prova, col suo punto, due punti, (intervallo) e spazio sociale; quindi Agostino Renna, che non era certo tipo da teatro, da pubblico ampio. Ma proprio per questo mi incuriosì, quel religioso. Agostino era un compagno schieratissimo, marxista-leninista e maoista dichiarato, intransigente e aldorossiano doc. Tendenzioso assoluto con molto Grassi che colava da tutte le parti. Durante l’occupazione ci impartiva, tra l’altro, delle esemplari letture della facoltà. Con i suoi poteri interni, coi suoi pesi e contrappesi. Per noi studentelli era un corso accelerato versus la Gravina nostra futura. Un’iniziazione, quasi un’istigazione al delitto architettonico. Ne aveva Facoltà.
Agostino aveva anche una bella mano e una bella testa disegnativa. Su verginali fogli extra-strong tracciava delle mappe tipo “L’Espresso” lenzuolo dell’epoca. Lo spazio del Palazzo era analizzato come un campo di battaglia, con i vari schieramenti in lota (per l’incarico professionale). Al primo piano era posizionata la cavalleria dell’Istituto di “Composizione” col generale Carlo Cocchia sostenuto dai Poteri Forti della Banca d’Italia; al piano terra, la marina militare delle Scienze delle Costruzioni coll’ammiraglio Jossa & famiglia accademica (con addentellati giuridici-avvocatizi annessi); al secondo piano l’aviazione del taciturno Giulio Von De Luca e la varia sua figliolanza più o meno sociologica e d’atelier modernista e brutalista, brutalizzante all’istante …; poi al primo piano la potente contraerea degli studi storici del sommo Capo di Stato maggiore Roberto Pane (col De fusco in nuce al seguito), .. poi il tenente di cpl. Michele Capobianco nell’angolo, terzo anno a sinistra…; Agostino Renna era infinitamente più tenero con “Distributivi” e la piccola Filo Spaziale, autrice dell’altissimo e scandaloso grattacielo della “Cattolica assicurazioni” a via Medina.
Poi lo persi di vista. Io svoltai (ahimè!) per la partecipazione sociale urbana e Dalisi, le periferie, il lavoro di quartiere, l’animazione sociale, l’arte, le scuole-laboratorio, l’artigianato, la marginalità, i poveri e i miseri, l’architettura di relazione, …. insomma, a ognuno il suo Sogno. E io fui poi fortunato a intercettare, a un certo punto della mia vita, quello del Principe Gaetano Filangieri e la sua arte-industriale sepolta colla sua morte a Napoli, nel 1892. Oggi molto utile, a saperla ri-leggere e metterla in pratica. Lo persi di vista, Agostino Renna, dicevo. Qualche volta lo incontravo nell’Istituto di Distributivi quando ero “addetto”, fino al 1978. Lui sempre con loden verde d’epoca, su quel soppalco in legno campato in aria delle riunioni ufficiali d’Istituto. E nella testa e nel (suo) cuore sempre e comunque l’analisi dei sistemi urbani e interurbani d’Italia. Chiamate Napoli 081. Agostino morì prematuramente nel 1988 portandosi dentro la tomba il suo Sogno incompiuto di Monterusciello, fallito, tradito.
E’ qui il punto caldo del Convegno di Stenti & Fusco, certamente utile e interessante, ma forse non aderente del tutto alla titolazione che gli era stato opportunamente data. I Sogni, si sa, sono strutture complesse e interrogative, specie se d’architettura costruita. Bisogna stenderli sul divano analitico (architettonico-urbanistico-letterario) e fare libere relazioni scientifiche. I sogni vivono quando si staccano i fili che ci collegano ai freni inibitori sociali e progettuali. Razionali e politici. Quando viene fuori la nostra vita altra, fantastica, profonda, spaventevole. Talvolta mostruosa, quella che ricacciamo indietro. Che rimuoviamo. Ma quel rimosso e rimesso d’architettura, toc, toc, bussa alle sempre porte, si sa. E se non apri è la nevrosi, è l’ansia da prestazione e talvolta prostituzione d’architettura. Le relazioni udite, come dire?, sono state spesso prevedibili. Troppo interessate e dimostrative com’erano. Troppo schierate, troppo a tesi precostituite e talvolta ovvie. Sempre comunque utili testimonianze. Forse ci vorrà ancora un’altra generazione per leggere, per dire e narrare, meglio e più liberamente, l’incubo di Agostino Renna. Significativa arte e p/arte sociale impegnata di tutti noi del Gravina dell’epoca. Perché le cose d’architettura senza narrazione e senza intermezzi popolari non esistono. Non si fanno corpo sociale duraturo, Non si fanno ricordo fruttuoso, sogno concreto. Amen
Per chi come me ha vissuto al Gravina Palace il post-terremoto degli anni80 e calamità bradisismiche varie, trova in quest’articolo alcune inquietanti storie partenopee, mi sembra di precipitare di nuovo in una nomenklatura naftalinica dalla quale faticosamente mi sono allontanata.
Alamaro delinea una evocativa geografia di docenti che a lungo hanno fatto il bello e cattivo tempo.
La mia vecchia facoltà oggi è su internet, solo stasera ne prendo atto, se cerco notizie semplici come per esempio il n. degli iscritti, il Gravina Palace dei miei ricordi amplifica la percezione di nebulosa che ne ho, percepisco bizantinismi vari, caterve di docenti, molti a me noti, che cacchi cacchi continuano ad esercitare didattiche assai farraginose da capire. Vado allora sul sito della facoltà di Ferrara e il livello comunicativo diventa, chissà perchè, più comprensibile.
Che meraviglia! ….altre dinastie nel regno di Napoli si sono poi borbonicamente succedute, si sono accoppiati, duplicati, decentrati, dipartimentizzati, una stirpe prolifera dalle parti di Caserta …. ma non si è spostata una virgola, la palude è rimasta la stessa.
Mi strizzo il cervello, cerco di visualizzare cotanta scienza edificatoria di questi luminari dove si è estrinsecata… non mi viene in mente nulla… affiorano invece immagini dalla ricostruzione post-sismica, gran parte di questi Lanzichenecchi erano infatti all’opera.
Nell’Irpinia post-terremotata per diversi anni è stato sguinzangliato un piccolo(?)esercito fatto da manovalanza studentesca, c’ero anch’io arruolata senza saperlo nella missione di ingrossare il portafoglio di questi spocchiosi cattedratici.
E’ facile dedurre che il Gravina Palace non mi ha lasciato edificanti ricordi, è vero solo in parte, tutto quello che ruotava attorno alla facoltà mi piaceva… mi istruiva il palazzo delle poste di fronte (del bolognese Vaccaro) mi istruiva il brodo creativo dei miei amici napoletani e poi…. c’era tutta la città come un libro aperto.
Lucrezia Ricciardi
lucrezia ricciardi
18 Aprile 2009 alle 10:06 pm
alamaro grazie per avermi riportato a palazzo gravina e per avermi fatto partecipa del clima pre-80.
Renna, come hai scritto in passato su questo blog e su LPP, era di Teora e ha lavorato alla ricostruzione di Teora con Giorgio Grassi.
A giugno, durante Cairano 7x, a cui ti invito a partecipare, ci saranno due giorni dedicati alla lettura della mancata architettura post sisma. Con sopralluoghi a Teora, Conza e Bisaccia.
E con studenti milanesi, palermitani e aquilani. E irpini. Non mancare.
verderosa
20 Aprile 2009 alle 8:50 pm