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comunità paesologica per una regione del sud interno, dal Pollino alla Maiella

L’abito che indosso

con 7 commenti

Lunedì dell’antropologia narrativa - di alfonso nannariello

dedicato a Rocco Quagliariello

 

 

 

Anche da zie’ Lina i disegni diventavano cose vere. Ogni anno teneva un corso di taglio e cucito.

Appena entravo nel suo salone sentivo l’odore di fodere e di stoffe. Sul tavolo e dentro c’era una specie di fermento: centimetro, aghi, forbici, gesso, squadre, registri di misure con approssimativi schizzi, carte di modelli, fili di imbastiture che rendevano già chiara la parte del vestito da realizzare. Le ragazze imparavano a prendere le distanze, a distinguere sporgenze ed imperfezioni, a saper fare una ripresa, a mettere a punto un abito con l’aiuto di diverse prove e diversi spillamenti, a correggere con lavorazioni di ferro ed altri mezzi qualche piccola cosa venuta male.

Della fine di ogni corso, quando si faceva festa, ricordo il solito profumo già sentito, che passavo tra le gambe della gente che ballava, ma non se mi fossi divertito.

 

Anche se comprò una piànta per costruirne un’altra, quella dove eravamo nati era la nostra vera casa, il mio vestito e quello di papà.

Separato da una tendina, avevo il letto nella camera di mamma e di papà. Di fronte allo specchio del comò mia madre insisteva con mio padre decisamente contrariato che sarebbe stato buono andarcene e insisteva prendendolo da più di un verso per sentirsi dire quel suo «sì». Forse di fronte a quel raddoppiamento della misura mamma sentiva aperte altre possibilità, sentiva di rendere più piena quella vita né acerba né matura. Mio padre, invece, che occorresse recarla a compimento qui.

 

Written by abbranca

21 Aprile 2009 a 8:30 am

Pubblicato in Alfonso Nannariello

7 Risposte

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  1. Sono stato molto combattuto prima di ringraziare sul blog la tenerezza e la spontaneità con cui Alfonso ha voluto dedicare il suo post del lunedi’ proprio a me.
    Dentro avverto la presenza di mio padre che Alfonso ha descritto in una maniera straordinariamente efficace e rievocativa” spendersi tutto in questa vita, non lasciare nulla di non compiuto”, come pure mia madre oggi ottantette, da venti anni vedova, che si sforzava di mantenere aperte altre possibilità per rendere più piena quella vita non più acerba ma non ancora matura. Il raddoppiamento del peso corporeo descrive l’aspetto di mezza età, della fotografia per le elezioni del Senato del 1968 quando Ciccio Quagliariello aveva raggiunto i 120 chilogrammi.
    Io somiglio tremendamente a mio padre ma chi osserva i gesti ed i dettagli mi dice che somiglio anche al nonno di mia madre,Rocco Caprio, e quindi un poco a lei.
    Mia figlia Chiara si avvia ad abitare il mondo con lo sguardo osservazionale di un’antropologa culturale due lauree(3+2) un erasmus a Parigi e tanta grinta voglia di raggiungere obiettivi alla portata. La “sepponda” Francesco, porta il nome ed il cognome del nonno, di mio padre, gli somiglia assai ma somiglia pure a mia moglie ed a me.
    Questi siamo. Questi siamo stati. Una pagina di storia dell’Irpinia, dell’Alta Irpinia, Ciccio l’ha scritta in tutti i paesi dell’alta irpinia, nessuno escluso, ed anche e soprattutto a Calitri, a Bisaccia, a Lacedonia, oltre che a Caposele Calabritto Lioni S.Angelo dei Lombardi. E’ stato uno degli amici più cari di Padre Lucio quando eremita viveva a San Guglielmo, si incontravano tra i ruderi e il tempo non passava mai. Padre Lucio ricambiava la visita con la sua vecchia seicento con altoparlante “incorporato” nella piazza , “miezzalifuossi” santangiolesi. Altri tempi, io osservavo, cercavo di capire, ma non tutto riuscivo a comprendere. GRAZIE Alfonso dal profondo del mio cuore. La mia gratitudine è imperitura Rocco

    rocco quagliariello

    21 Aprile 2009 alle 5:20 pm

  2. si è parlato di te con alfonso a calitri sabato sera, rocco, ha avuto per te parole dolcissime

    sergiogioia

    21 Aprile 2009 alle 8:27 pm

  3. Ringrazio la “redazione” del blog comunitario.
    A Sergio lo stesso abbraccio di sabato mattina a Cairano,forte e condiviso.

    rocco quagliariello

    21 Aprile 2009 alle 11:08 pm

  4. mi piace molto leggere “rocco” in questo spirito profondamente ‘irpini’,intimo,familiare e …comunitario.Questa è l’Irpinia che io conservo gelosamente nella mia memoria di ‘emigrante privilegiato’ nella opulenta e ,a volte superficiale , padania.Quella che avevo sentito e letto nel nostro Blog così puntigliosamente ispido ma profondamente autentico.Grazie!
    mauro orlando

    mercuzio

    22 Aprile 2009 alle 12:24 pm

  5. Non ho capito molto di questa storia.
    Ma sento la necessità di esprimere l’emozione che mi ha riportato indietro, ad un tempo lontano, quando il peggio doveva ancora venire.
    Quei profumi di stoffa e fodera, quel disordine ordinato tipico degli artigiani di un tempo, di uomini e donne che lavoravano alacremente e non perdevano mai di vista la sempilce bellezza della vita,i suoi sapori emotivi. Che si sacrificavano ma non si lasciava sfuggire la gioia delle piccole cose, che quelle emozioni le centellinava, le assaporava, ne faceva la sostanza, il carburante per tirare avanti.
    Erano tempi difficili.
    Ma pieni zeppi di sentimenti, di azioni che si compivano con la speranza che tutto, forse o sicuramente sarebbe andato meglio, che i sacrifici avrebbero pagato,sarebbero serviti a migliorarsi e per l’agognata speranza di un mondo migliore.
    Ecco adesso, e credevamo di avere tutto, non abbiamo neanche la dolcezza di quei momenti,chi è fortunato ne conserva il ricordo.

    Franco

    22 Aprile 2009 alle 12:32 pm

  6. Oggi si celebra nel mondo la giornata della Terra.
    Il bambino a spasso nella natura si lascia catturare dagli odori dai sapori e dai suoni lontani…
    Si appassiona ad un tipo di albero, ad una foglia, ad un insetto che si muove nel terriccio accanto ad un ruscello accanto al masso che devia il torrentello.
    Poi impara a leggere con attenzione le pagine del grande libro della natura ,aperte davanti a lui.
    Tutti noi siamo stati bimbetti selvatici, “nature boys” ed abbiamo percepito che in mezzo alla natura le organizzazioni dei neuroni funzionano meglio, in maniera più fresca, più plastica, più elastica.

    Tutti i bambini ed anche gli adulti, financo gli anziani stanno meglio là dove la natura li circonda con la sua presenza con i suoi colori, con i suoi rumori, con il suo odore.

    Addirittura gli scienziati si sono spinti ad affermare che esisterebbe una sindrome da mancanza di contatto con la natura( Nature Deficit Desorder N D D)

    Noi sappiamo che i disturbi della mente, del comportamento, le dipendenze patologiche si curano meglio dove è più forte il contatto con la natura.

    Sono nati cosi’ gruppi di studiosi che oggi potremmo definite “ambientalisti radicali” appassionati alla natura incontaminata i quali sostengono da sempre che l’umano in quanto essere vivente ha un bisogno vitale di contatto diretto con le forme della natura: boschi, prati, corsi d’acqua, animali, uccelli,piante, fiori alberi.

    I disagi psichici si formano in situazioni dove manca un contatto diretto col mondo vivente, costantemente sostituito da prodotti culturali o tecnologici.
    I disturbi dell’umore e della personalità più frequenti, quelli alimentari. tutte le forme di dipendenze, nicotina compresa, si aggravano in ambienti artificiali mentre traggono vantaggi dal contatto diretto con la natura.
    La natura vivente li cura, come pure chi sa perdersi nella natura prima o poi troverà se stesso, come un bambino, come nel ricordo di chi siamo già stati

    rocco quagliariello

    22 Aprile 2009 alle 2:36 pm

  7. Danzando nello spazio infinito della mente, liberandosi dalla paura della paura, senza pregiudizi e falsi moralismi, si può immaginare di cominciare a vivere.
    Semplicemente , con leggerezza: staccare l’ombra da terra ,guardare oltre l’orizzonte da una diversa prospettiva.

    ps un commento al giorno, come la mela naturale e genuina, toglie il medico di torno…

    rocco quagliariello

    23 Aprile 2009 alle 4:02 pm


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