BALVANO
di Andrea Di Consoli
Tra i comuni più colpiti dal terremoto irpino-lucano del 1980 c’è sicuramente Balvano, piccolo paese a circa trenta chilometri di distanza da Potenza. Anzi, la notizia del terremoto fu lanciata proprio da questo paese, tanto che per almeno due giorni – nel mondo intero – si parlava di Balvano come dell’epicentro del terremoto. Nel 1980 gli abitanti di questo paese erano circa 2.300, attualmente, invece, sono meno di 2.000. Alle ore 19.34 del 23 novembre del 1980 la terrà tremò a Balvano per un minuto e venti secondi, con un’intensità di 11,3° della scala Mercalli. I morti furono 77, mentre nella sola chiesa di S. Maria Assunta, che crollò interamente, morirono 65 persone, soprattutto ragazzi di giovanissima età, che a quell’ora – per via della presenza in paese dei Padri predicatori – affollavano la chiesa (dove c’erano quasi 400 persone, e quindi molte si salvarono). Il sindaco di allora (democristiano, di quelli che avevano portato la DC al 78% alle elezioni comunali e regionali del 1980, per la gioia di Emilio Colombo) si chiamava Ezio Di Carlo. Di lui scrissero anche Giovanni Russo e Corrado Stajano nel libro Terremoto, che uscì nel 1981 per Garzanti. Scrisse Russo: “A Balvano, nella solita roulotte, c’è il sindaco, Ezio Di carlo, trentasette anni, medico insieme al veterinario, un commerciante, la guardia comunale e dei giovani. Il sindaco di Muro Lucano è comunista, questi è democristiano, ma si comportano allo stesso modo con la stessa efficienza brusca, senza retorica”. Oggi, a ventinove anni distanza, l’ex sindaco Di Carlo è capogruppo di minoranza nel comune di Balvano, ed è il medico più importante del paese. Dopo i primi massacranti impegni sul fronte dei soccorsi e della ricostruzione (tanto che per sei mesi, nonostante quattro figli, usciva alle 6 del mattino e vi rientrava soltanto a mezzanotte, magari mangiando scatolette di fagioli con il segretario comunale), Di Carlo ha subito alcuni processi (ben 13 capi d’imputazione), 200 firme di cittadini balvanesi contro di lui, mille accuse di appropriazione indebita di fondi destinati alla ricostruzione, alcune assoluzioni, una condanna di 8 mesi (per un recinto non autorizzato che fece intorno a casa sua, a sue spese) e ben due trionfali rielezioni. Insomma, un tipico “gliommere” di sentimenti grumosi e contrastanti del nostro litigioso e velenoso Sud paesano. Due cose sono certe, comunque: l’allora Commissario Giuseppe Zamberletti, il Guido Bertolaso di allora, prese la ricostruzione di Balvano a modello da imitare; mentre il collaboratore del Prefetto – che in quel frangente ogni sindaco aveva al proprio fianco – fu l’unico ad andarsene dopo dieci giorni, perché Di Carlo era bravo e autonomo di suo, e quindi non abbisognava di “tutor” statali. Dal terremoto, comunque, tutti ne sono usciti cambiati – in peggio, sembrerebbe – e questa è la principale lezione che Di Carlo, sulla sua pelle, ha imparato. Certo, sarà la storia a giudicare l’operato di Ezio Di Carlo, ma una cosa è certa: lui è la principale memoria storica del terremoto a Balvano: “Il terremoto lo stiamo pagando ancora oggi. 10 persone su 100 hanno disturbi ansiosi e depressivi molto gravi, e ci sono anche casi di psicosi depressive e schizofreniche. L’uso di psicofarmaci è aumentato molto, dopo il terremoto. Un ragazzo, che all’epoca sembrava sereno, e che giocava con i pompieri e con i soldati, è entrato in una depressione grave solo molti anni dopo. I danni di un terremoto si vedono soprattutto nel tempo”. Chiedo al medico Di Carlo se corrisponde al vero il fatto che i soccorsi giunsero, soprattutto nei paesi più sperduti, con colpevole ritardo – tra l’altro, l’allora Presidente della Repubblica, il socialista Sandro Pertini, lanciò la sua accusa (unico caso nella storia repubblicana fino ad allora) contro i colpevoli ritardi dei soccorsi del Governo nazionale (si era da poco insediato a Palazzo Chigi un precario Governo presieduto da Arnaldo Forlani) proprio da Balvano. Di Carlo è in controtendenza: “Assolutamente no, e le spiego perché. Quando si diffuse la notizia di Balvano epicentro del terremoto, il mio paese divenne sede di una straordinaria solidarietà internazionale. Non posso dire niente, da questo punto di vista. Le cose funzionarono bene”. Provo a punzecchiarlo su Emilio Colombo (che la sera del disastro partecipò a un cerimoniale ufficiale a Roma), ma la risposta è altrettanto precisa: “Vuol sapere una cosa? Emilio Colombo venne qui a Balvano, da solo, con la sua macchina, senza codazzo, addirittura la notte di Natale”. Ma Di Carlo ammette che un terremoto porta solo guai (“certo, circolano molti soldi, l’edilizia si sviluppa e, con l’edilizia, i commerci, ma ci si incarognisce, si dicono tante falsità. Si figuri che una volta in paese circolò la voce che io distribuivo a mano i soldi del terremoto. Ma è acqua passata, lasciamo perdere”). Molti in paese fanno notare che la ricostruzione di Balvano ha determinato un vulnus edilizio, e che le nuove costruzioni sono state fatte senza criterio, e con enormi speculazioni. L’ex sindaco Di Carlo è irremovibile: “A Balvano ci sono ancora 100 appartamenti in cemento armato che facemmo in quei mesi. Furono costruite come case di emergenza, e invece sono rimaste come case popolari. Cos’altro dovevamo fare?” Poi, prima di congedarci, mi mette a parte di uno studio che ha fatto in quanto medico: “La vuole sapere una cosa? Dopo il terremoto, nei nostri paesi, sono aumentati i casi di tumore al cervello, al polmone e all’intestino. E sa perché? Per colpa delle vernici dei prefabbricati, e dell’eternit, di cui non sapevamo ancora niente. E, ovviamente, anche per lo stress post-traumatico, e per le nostre scellerate abitudini alimentari. Il terremoto viene sempre accompagnato con altri mali, non viene mai da solo”. Infine mi detta la poesia che scrisse durante i giorni del terremoto, e che – m’informa – fu pubblicata sul “Corriere della sera” e sul “New York Times”. La ricopio integralmente: “Nell’aria immobile del primo inverno / freddo livore di luce / ombre lunghe di luna piena / sussulti improvvisi di terra impazzita / pietre di morte sulla mia gente”. Anche Pasquale Iacullo ha scritto alcune poesie sul terremoto – il suo libro più recente è Erano quasi le otto di sera, pubblicato dall’editore Arduino Sacco – e il suo punto di vista è molto più drammatico: “Dal terremoto in poi le cose sono cambiate per sempre. Non solo per i morti, 77, che per una piccola comunità come la nostra ha significato tanto. Ma per come è cambiata la comunità dopo il disastro. La gente non è più stata la stessa. Da allora la terra è stata abbandonata, e i giovani hanno preferito andare a lavorare nello stabilimento della “Ferrero” qui a Balvano, in cui lavorano circa 150 miei concittadini. Tenga poi conto che a causa dei 65 ragazzi morti, a Balvano manca all’appello un’intera generazione. Ma le voglio dire che la cosa più vergognosa è che il paese intero andò alla ricerca di un capro espiatorio, e purtroppo lo trovò. Tutti qui a Balvano diedero colpa del disastro a don Salvatore Pagliuca, che non aveva nessuna colpa. Dissero che la chiesa crollò per la sua incuria, per la sua disattenzione. Il povero don Salvatore è morto in solitudine nel 2006, a Muro Lucano, in una sorta di esilio. Una brutta storia. Subì anche dei processi, ma ne uscì sempre assolto”. Alle ore 19.34 di quella domenica sera, Pasquale Iacullo – attualmente impiegato comunale – che all’epoca aveva 22 anni, ed era disoccupato, si trovava in piazza, a pochi metri dalla chiesa S. Maria Assunta. Chissà se ha visto quello che in molti mi hanno raccontato, ovvero che per tentare di salvare qualcuno sotto le macerie della chiesa, molti, salendo sulle pietre crollate, schiacciarono ulteriormente i corpi seppelliti, magari ancora vivi. Ma Iacullo ha una sola ossessione: “Da allora il paese è cambiato. Anche la piazza, dopo quella sera, non è stata più la stessa”.










E’ vero che Balvano fu forse l’unico caso di soccorsi arrivati tempestivamente, proprio grazie al servizio del giornalista Rai di Pz, ma altri paesi (Conza, Laviano,Santomenna) videro arrivare i primi soccorsi organizzati solo dopo 12, 15 ore.
Questo articolo è molto interessante; bisognerebbe indagare nel profondo cosa è stato il terremoto e cosa è stata la ricostruzione, mentre di recente si buttano cifre alla rinfusa e passa senza contradditorio lo stereotipo Irpinia = spreco e ruberie.
teoraventura
29 aprile 2009 alle 10:31 am
Bravo Andrea. Ottimo pezzo.
Salvatore D'Angelo
29 aprile 2009 alle 12:37 pm
Il 23 novembre 1980 fino alle 19.37 mi sentivo un gigante: avevo da pochi mesi compiuto gli anni,, mi accingevo ad intraprendere la delicata professione di medico chirurgo, fresco di laurea e di abilitazione…
All’improvviso’ la terra tremo’ , faceva un gran caldo e la lune nel cielo era splendente, piena come non mai.
Furono momenti terribili, devastanti, mai dimenticati che hanno segnato la mia esistenza.
Immediatamente, nella stessa notte, raggiunsi a fatica il mio paese santangelo dei lombardi: in piedi era rimasto solo il vecchio edificio scolastico di fronte al monumento dei caduti. Un paesaggio apocalittico, tanta polvere e tanto spettrale silenzio
Mi recai all’Ospedale in via Petrile e mi accorsi che era crollato nella parte alta, come crollate erano tutte le case di nostra proprietà compresa quella che regolarmente abitavamo in via quattro novembre ve in piazza de sanctis.
Tornai in compagnia di mio padre ad Avellino e mi recai in Ospedale dove conobbi l’Onorevole De Mita che dalla Direzione Sanitaria faceva telefonate in tutta l’Italia.
La Prefettura era stata seriamente danneggiata ed il Prefetto(succssivamente rimosso dal Presidente Pertini) leggermente ferito in preda al panico ed alla devastazione mentale.
Mi accorsi che la tragedia era molto più grande di quel che si potesse immaginare.
Giungevano notizie che l’epicentro del cratere era stato localizzato tra Balvano e Laviano oltre che in Irpinia, nel cratere appunto.
Solo il mio paese santangelodeilombardi conto’ oltre cinquecento morti , compreso il sindaco ed il parroco.
Una devastazione totale. L’indomani sotto una tenda, presente Zamberletti fu nominato un comitato di salute pubblica e fu indcata Rosanna Repole come sindaco protenpore per l’emergenza sismica. Il sindaco mio amico carissimo Guglielmo Castellano era deceduto proprio nel giorno del suo 32° compleanno insieme agli amici del club del ’60…
Cosa dire: vogliamo ricordare Balvano, non possiamo non ricordare la Capitale del tettemoto del 1980 concordemente individuata nel somune di santangelodeilombardi.
Vogliamo sottrarre alla storia recente contemporanea delle conseguenze dei terremoti anche i penosi epiteti di capitale del cratere.
Questo non è possibile, non solo mper rispetto di quei cinquecento e passa morti santangiolesi ma anche per gli oltre tremila morti dei quel sisma tremendo.
Per maggiori ragguagli http://www.sisma80.it. Grazie.
rocco quagliariello
29 aprile 2009 alle 1:46 pm
grazie, caro salvatore, e grazie a rocco quagliariello per la sua precisa e documentata testimonianza (magari da sviluppare, perché no?). Andrea Di C.
andrea
29 aprile 2009 alle 4:52 pm
Io dico a Rocco Quagliariello che sono contento di aver vissuto il terremoto del 1980 a Castelluccio Inferiore (a ridosso del confine calabrese!) dove, a parte qualche lesione, pure importante (il che dice quanta violenza fu liberata da quel sisma), nulla accadde, nessun morto fu pianto. Si badi bene: dico terremoto del 1980 e non dell’Irpinia o della Basilicata, perché per me, convinto comunitarista, quel tragico evento accomunò (appunto) nella distruzione e nella disperazione gruppi geograficamente e antropologicamente strettissimi.
Lo dico con nessuna polemica, anzi. Il discorso di Rocco è una testimonianza ancora commuovente. Rispetto a quella di Andrea è diretta e, nonostante gli anni, sempre coinvolta, coinvolgente e cruda. Però c’è qualcosa che verso la fine scarroccia un po’ fuori dai binari e che francamente mi lascia un po’ perplesso. A me pare che il discorso di Andrea volesse vertere su questioni più complessive e che su questo occorra restare concentrati.
Con la rievocazione dei fatti che intercorsero a Balvano, Di Consoli ha solo ricordato su che vantaggio potettero contare quegli abitanti ricevendo fortunosamente per primi degli aiuti (e ricordo bene le polemiche che ci furono sui comuni soccorsi addirittura a ore e ore di distanza dal sisma). Però poi il pezzo a me ha aiutato a capire che con il terremoto si disassano non solo le case, ma le parole e ciò che indicano. “Opportunità” e “ruberia”, “interesse” e “approfitto” (per dirla con un termine più meridiano), “risorse” e ”spreco”, “tempestività” e “ritardo”, prima cementate con un qualche ordine, una qualche sia pur insoddisfacente stratificazione, si accasciano poi e collassano come le altre macerie, non mostrando più confini certi, plausibili intercapedini. Se ne stanno le une contorte nelle altre. Ma ciò che fa più paura oltre alla scossa è il boato sordo che esce da dentro un popolo che è il nostro, la pece nera e il liquame denso di cui è fatto appena sotto la sottile crosta solida apparente. Dunque non ci fu solo lo “gliommero” legato a problemi emergenziali di natura tecnica, amministrativa e politica anche stringenti. Ci fu uno gliommero viscerale, come dire meglio?, di natura antropologica, capace di coinvolgere le strutture più profonde di tutta una comunità che visse i giorni dopo. Che fanno tanto assomigliare, in bene o in male, gli eletti agli elettori.
Insomma, a farla breve, Andrea (evitando l’approccio più facile, quello scandalistico, tra l’altro anche fuori tempo massimo) ci ha esposto un caso, un esempio per tutti, invitandoci a astrarre e a confrontare somiglianze e differenze per capire cosa accadde. Teoraventura, pur rimanendo su posizioni critiche, nel suo post ha molto ben colto il tema e il problema concettuale sotteso.
Non capisco invece Quagliariello in che senso rivendichi. Si badi bene anche qui: abito in Toscana ormai da un bel pezzo e figurarsi se non sono abituato ai campanilismi di comuni che sarebbero felici in ogni momento di fare stato a sé. Ma un campanilismo di tal fattura poche volte m’è capitato. Certo a Sud una cultura più “imperiale” (esprimo ahimè troppo rozzamente e sinteticamente un concetto) ha tendenzialmente ridotto il campanilismo comunale del Centro-Nord Italia (basato su appetiti e volontà di potenza e dunque su una seria, a volte pericolosa, strutturazione di interessi sia pure a scapito di terzi) a mero campo di scontro tra intellettuali di paese (mi ricordo su un giornaletto calabrese fornitomi da un mio caro amico di Luzzi un’infinita polemica su quale paese di non ricordo quale zona avesse primeggiato sull’arrivo della corrente elettrica. Il che ci fece sorridere, perché per stabilire una questione legata a un lasso di meno di un anno si dimenticava che il resto della Calabria rimase tragicamente al buio per decenni).
Ma che senso ha un campanilismo delle vittime (e per uno che viveva a Milano o a Firenze che differenza poteva fare Balvano o Sant’Angelo)? Che significa rivendicare una “Capitale del terremoto”? Ci resta di che gareggiare su quale paese si sia distrutto meglio e con più efficienza di vittime? Nessuno vuol strappare all’Irpinia un dato di epicentricità peraltro scientificamente assodata. Non potremmo di fronte alle vittime, al terrore, al dolore. Ma Quagliariello, mi si passi per una volta la rude franchezza, sembra quasi rivendicare paradossalmente una patente Doc di sismicità rispetto a altre comunità che pure furono ugualmente colpite, sia pur certo a digradare.
Le “paure” di Rocco però sono infondate. E pericolose, perché seguono gli stessi meccanismi che hanno innescato, proprio su alcuni scandalosi episodi di gestione e distribuzione degli aiuti economici per la ricostruzione, ulteriori confusioni e rancori tra le popolazioni locali nella più classica guerra tra poveri. Dunque non mi pare Di Consoli volesse “rubare” i morti e il dolore a chi ne ha di più per portarli a chi ne ha subiti di meno, ma sollevare ben altri problemi.
Antonio Celano
30 aprile 2009 alle 9:47 am
Volevo fare alcune precisazione, a completamento e non in polemica con Quagliariello; Sant’Angelo dei Lombardi ebbe 482 morti, mentre in totale le vittime del terremoto furono 2914 (dati commissariato straordinario all’emergenza e INGV).
Sant’Angelo ha assunto il ruolo di capitale del terremoto per svariati motivi (crollo dell’ospedale, morte del sindaco); a tal proposito si può vedere la puntata di “La storia siamo noi” (I sepolti e i salvati, andata in onda il 17 dicembre 2008 e l’8 aprile 2009).
Anche in quell’occasione, un santangiolese, Toni Lucido, rivendica e ribasisce il valore simbolico di Sant’Angelo come capitale del terremoto, come si potrebbe ipotizzare per Gemona in Friuli (1976) e Gibellina nel Belice (1968).
Se a Sant’Angelo si registrò il più alto numero di morti, l’indice di danno maggiore, in rapporto alla popolazione, fu a Laviano, dove morirono 270 persone su circa 2000 abitanti.
Comunque, quel che serve oggi non è individuare capitali, peraltro sono le crude cifre a parlare, purtroppo, ma elaborare un progetto delle comunità terremotate per il recupero della memoria del terremoto.
teoraventura
30 aprile 2009 alle 10:52 am
commento di antonio celano
Io dico a Rocco Quagliariello che sono contento di aver vissuto il terremoto del 1980 a Castelluccio Inferiore (a ridosso del confine calabrese!) dove, a parte qualche lesione, pure importante (il che dice quanta violenza fu liberata da quel sisma), nulla accadde, nessun morto fu pianto. Si badi bene: dico terremoto del 1980 e non dell’Irpinia o della Basilicata, perché per me, convinto comunitarista, quel tragico evento accomunò (appunto) nella distruzione e nella disperazione gruppi geograficamente e antropologicamente strettissimi.
Lo dico con nessuna polemica, anzi. Il discorso di Rocco è una testimonianza ancora commuovente. Rispetto a quella di Andrea è diretta e, nonostante gli anni, sempre coinvolta, coinvolgente e cruda. Però c’è qualcosa che verso la fine scarroccia un po’ fuori dai binari e che francamente mi lascia un po’ perplesso. A me pare che il discorso di Andrea volesse vertere su questioni più complessive e che su questo occorra restare concentrati.
Con la rievocazione dei fatti che intercorsero a Balvano, Di Consoli ha solo ricordato su che vantaggio potettero contare quegli abitanti ricevendo fortunosamente per primi degli aiuti (e ricordo bene le polemiche che ci furono sui comuni soccorsi addirittura a ore e ore di distanza dal sisma). Però poi il pezzo a me ha aiutato a capire che con il terremoto si disassano non solo le case, ma le parole e ciò che indicano. “Opportunità” e “ruberia”, “interesse” e “approfitto” (per dirla con un termine più meridiano), “risorse” e ”spreco”, “tempestività” e “ritardo”, prima cementate con un qualche ordine, una qualche sia pur insoddisfacente stratificazione, si accasciano poi e collassano come le altre macerie, non mostrando più confini certi, plausibili intercapedini. Se ne stanno le une contorte nelle altre. Ma ciò che fa più paura oltre alla scossa è il boato sordo che esce da dentro un popolo che è il nostro, la pece nera e il liquame denso di cui è fatto appena sotto la sottile crosta solida apparente. Dunque non ci fu solo lo “gliommero” legato a problemi emergenziali di natura tecnica, amministrativa e politica anche stringenti. Ci fu uno gliommero viscerale, come dire meglio?, di natura antropologica, capace di coinvolgere le strutture più profonde di tutta una comunità che visse i giorni dopo. Che fanno tanto assomigliare, in bene o in male, gli eletti agli elettori.
Insomma, a farla breve, Andrea (evitando l’approccio più facile, quello scandalistico, tra l’altro anche fuori tempo massimo) ci ha esposto un caso, un esempio per tutti, invitandoci a astrarre e a confrontare somiglianze e differenze per capire cosa accadde. Teoraventura, pur rimanendo su posizioni critiche, nel suo post ha molto ben colto il tema e il problema concettuale sotteso.
Non capisco invece Quagliariello in che senso rivendichi. Si badi bene anche qui: abito in Toscana ormai da un bel pezzo e figurarsi se non sono abituato ai campanilismi di comuni che sarebbero felici in ogni momento di fare stato a sé. Ma un campanilismo di tal fattura poche volte m’è capitato. Certo a Sud una cultura più “imperiale” (esprimo ahimè troppo rozzamente e sinteticamente un concetto) ha tendenzialmente ridotto il campanilismo comunale del Centro-Nord Italia (basato su appetiti e volontà di potenza e dunque su una seria, a volte pericolosa, strutturazione di interessi sia pure a scapito di terzi) a mero campo di scontro tra intellettuali di paese (mi ricordo su un giornaletto calabrese fornitomi da un mio caro amico di Luzzi un’infinita polemica su quale paese di non ricordo quale zona avesse primeggiato sull’arrivo della corrente elettrica. Il che ci fece sorridere, perché per stabilire una questione legata a un lasso di meno di un anno si dimenticava che il resto della Calabria rimase tragicamente al buio per decenni).
Ma che senso ha un campanilismo delle vittime (e per uno che viveva a Milano o a Firenze che differenza poteva fare Balvano o Sant’Angelo)? Che significa rivendicare una “Capitale del terremoto”? Ci resta di che gareggiare su quale paese si sia distrutto meglio e con più efficienza di vittime? Nessuno vuol strappare all’Irpinia un dato di epicentricità peraltro scientificamente assodata. Non potremmo di fronte alle vittime, al terrore, al dolore. Ma Quagliariello, mi si passi per una volta la rude franchezza, sembra quasi rivendicare paradossalmente una patente Doc di sismicità rispetto a altre comunità che pure furono ugualmente colpite, sia pur certo a digradare.
Le “paure” di Rocco però sono infondate. E pericolose, perché seguono gli stessi meccanismi che hanno innescato, proprio su alcuni scandalosi episodi di gestione e distribuzione degli aiuti economici per la ricostruzione, ulteriori confusioni e rancori tra le popolazioni locali nella più classica guerra tra poveri. Dunque non mi pare Di Consoli volesse “rubare” i morti e il dolore a chi ne ha di più per portarli a chi ne ha subiti di meno, ma sollevare ben altri problemi.
Arminio
30 aprile 2009 alle 12:35 pm
Il bel racconto di Andrea si presterebbe ,a mio modesto parere, ad alcune considerazioni sul presente e sul futuro di paesi come Balvano,S.Angelo, Conza, Rocca S.felice fino a Grottaminarda o Ariano irpino.La ‘paesologia’ di Franco è una delle tante e possibili risposte a questa esigenza che è prima di tutto culturale oltre che politica.Gli aspetti dolorosi e le conseguenze ‘patologiche’ e mediche sono nella loro drammaticità personale e sociale importanti ma non le più devastanti o preoccupanti a tale riguardo.Ognuno di noi che ha vissuto nella carne o nello spirito questa esperienza antropocentrica ,unica e traumatica di rapporto con la natura nella espressione della sua massima e devastante forza, ha fatto un suo percorso di consapevolezza,di rimozione o di ricerca di senso in una sorta di “elaborazione di un lutto” in un processo diversificato e che comunque si è vissuto principalmente a livello individuale.Il racconto di cronaca,storia,politico,sociale si lega alla metetodologia critica o di maniera che si impiega e da questo acquista valore e meriti scentifici ma non rende giustizia o valore alle esperienze doloranti dei singoli e dei più deboli in particolare.A me piacerbbe a riguardo recuperare una ‘letteratura o anche aneddotica’ al riguardo.Leggo che ci sono molte pubblicazioni poetiche al riguardo e ne rendo merito al di la dei loro valori estetici e letterari.Mi piacerebbe ,tuttavia, conoscere prioritariamnete la storia interiore e personale del medico Di Carlo,di Don Salvatore e dei tanti dimenticatie emerginati costretti non per scelta consapevole a consumare nella solitudine dolorante o nella depressione farmacologica una esperienza che nella sua tragicità poteva portare ad una consapevolezza maggiore del senso della vita ,degli uomini e dei comportamenti morali e politici delle classi dirigenti dell’epoca.
Ioho la mia storia della mia esperienza del terremoto a grottaminarda ma sento che mi serve a poco una correttezza di analisi a posteriori per capire i postumi ben più gravi che hanno inciso le coscienze attuali dei miei compaesani soggiogati da una mitologia dello sviluppo senza progresso che gli ha ottenebbratolamente ma sopratutto il cuore.
mauro orlando
mercuzio
30 aprile 2009 alle 1:09 pm
Non conosco il sig Antonio Celano, mentre ho conosciuto Andrea Di Consoli
Ringrazio Andrea per le belle parole a commento della mia testimonianza. Ringrazio “teoraventura” per la precisione del dato statistico ufficiale desunto dal Commissariato “Zamberletti”, uomo inviato dalla politica con la p minuscola a distribuire metà del finanziamento complessivo per la ricostruzione post sismica all’area metropolitana di Napoli ed alla città di Napoli per utilizzare il danaro sottratto ai paesi distrutti per “risolvere” problemi secolari partenopei(“furto di Stato” ebbe a polemizzare Ciriaco da Nusco -qualche anno dopo eletto segretario nazionale della DC del 34 per cento settennato 1982 /1989-)
Non ho compreso il commento del geometra Celano e non mi pare il caso di addurre ulteriori chiarimenti in merito.
Ognuno ha vissuto la circostanza del sisma 1980 nel luogo che il destino e le occasioni della vita gli hanno assegnato. Grazie, Punto.
rocco quagliariello
30 aprile 2009 alle 8:42 pm
Come è strana la vita. Il giorno dopo il terremoto mi accolse a casa di un’amica a Cava dei Tirreni. Eravamo appena usciti da una stanza dove crollò il solaio. Stetti fermo sull’uscio della porta di casa che dava in un cortile, a guardare quella luna come se fosse per l’ultima volta, e mi abbracci in segno di affetto la porta di legno che mi cullo per un tempo infinito da una parte all’altra del muro doppio che con la sua durezza mi salvò, ci salvò.
Corremmo poi nella piazza di san francesco tra calcinacci che ancora cadevono ed una nuvola di polvere che sembrava essere sotto i portici di bologna per la nebbia più che a cava.
Era crollato la facciata della chiesa e impolveriti raggiunsi la macchina parcheggiata e salva dove ci rifuggiammo per la notte. La mia mitica A112.
Il giorno dopo salimmo con Gilda a Lioni perchè nessuno dei parenti ed amici lo sapevo se non noi, che li c’era andata il giorno prima una sua cugina Maria ed ormai dalle notizie ricevute per radio durante la notte in macchina, la davamo per spacciata.
Partimmo la mattina sucecssiva alla prima scossa. Il viaggio fu difficoltoso e lunghissimo. Durante il percorso dovetti superare parecchi scalini, fessure altissime nel terreno e nella strada. Vedevo i tetti delle case intatti salvo avvinarmi e scoprire che era una casa accortacciata su stessa di due o tre piani dove l’unica cosa che era rimasta intatta era il tetto.
Arrivammo finalmente a Lioni. Camminavamo al centro di quello ch eera rimasto del paese. Passammo dinanzia ad una casa per chiedere informazioni ad un signore che stava scavando con le mani sua moglie dalle macerie. Dovevamo trovare Maria, la cugina di mia moglie, prima che si consumassero le sue lacrime.
Non potetti dareuna mano a quel signore gli dissi solo che sua moglie era già morta, e che dovevo cercare assolutamente la cugina della mia compagna.
Lui capi ed alla fine mi indico quello che ra rimasta di una strada e dove c’era la casa degli amici di Maria.
Ci arrivammo finalmente la trovammo. Era salva ed anche i suoi amici. La casa dei suoi amici, che non ricordo come si chiamavano, era crollata. Loro si erano salvati perchè erano usciti alcune ore prima a fare una passeggiata. Erano rimasti all’aperto a vedere la luna che li aveva stregati.
Dovetti tornare subito a casa. Gia lavoravo in ospedale ed il prefetto di salerno aveva precettato tutto il personale disponibile ed abile per garantire l’accoglienza di feriti che arrivarono a Salerno dalle province più colpite.
Mi è rimasto impresso nella mente ancora oggi quel signore che scavava con le mani il corpo di sua moglie, il suo sguardo, non mi chiese di dargli una mano, ma solo di abbracciarlo forte. Quel ricordo non lo più cancellato. Forse per questo alcni giorni fà siamo andati in abruzzo ad abbracciarci e riempire di collole le persone sfollate.
In quel momento mi resi conto che oltre ad un’aiuto materiale conta anche un abbraccio per non sentirsi soli.
Alcuni giorni fà ho chiesto ai quattordici clown che sono venuti in missione in abbruzzo per allestire un ambulatorio di coccole di scrivcermi i loro vissuti. Mi hanno risposto tutti che ci stanno porvando ma non ci riescono ancora. Chi sà queste cose si possono raccontare solo dopo un pò di tempo, come sto facendo adesso anch’io qua per la prima volta.
Nanos
Forse anche per questo
Nanosecondo
2 maggio 2009 alle 10:41 am
Caro Enzo, questo commento è un tuffo al cuore.. Grazie.
teoraventura
3 maggio 2009 alle 7:38 pm
Nemmeno io conosco Quagliariello. Come però faccia ad azzardare che io sono geometra (da dove lo ha desunto? io lavoro in una casa editrice fiorentina) forse dice qualcosa anche sulla sua incomprensione delle mie parole… comunque mi va bene così. Un saluto.
Antonio Celano
4 maggio 2009 alle 8:42 am
Salve a tutti… Non so se questo messaggio è al “posto” giusto, ma per me rappresenta una possibilità a recuperare delle informazioni di una persona sopravvissuta al terremoto. Mio nonno ha svolto servizio di soccorso tra i vigili del fuoco, al termine del terremoto. Da allora, ha sempre desiderato di avere notizie di un ragazzo, allora bambino di età compresa tra 5 e 10 anni, che riuscirono a salvare dalle macerie. Purtroppo non ricorda il nome, ha solo un particolare nella mente: lo portarono con la squadra di soccorso, con addosso un giaccone da vigile del fuoco.
Ho provato a ricercare in internet delle foto del terremoto e di quanto accaduto, con la speranza di trovare una foto del bambino. Di certo sappiamo che dopo il terremoto il bambino è rimasto orfano. Non sappiamo con certezza se entrambi sono morti nel terremoto o uno dei due lo era già prima.
Forse nessuno risponderà, ma io ci provo lo stesso….
Grazie a tutti per l’aiuto! BUON NATALE!!!
Nico
21 dicembre 2009 alle 11:23 am
WWWW balvano!!!!! ha resistito ha tutto:terremoto,incidente del terno….
io sn una che abita a balvano in campagna….
ciaooooo!!!!! viva BaLvAnOoOoOoOoOoOoOoOoOo!!!!!!!!
vero?????
Valeria
18 aprile 2010 alle 3:01 pm
A distanza di un anno leggo questo post, complimenti ottimo articolo.
melandroweb
7 giugno 2010 alle 8:05 am