COMUNITA’ PROVVISORIA . paesi .. paesaggi … paesologia

comunità paesologica per una regione del sud interno, dal Pollino alla Maiella

SUL PETTO E ALL’OCCHIELLO

lascia un commento »

lunedì (diventato un giorno qualsiasi)
dell’antropologia narrativa -  di alfonso nannariello
dedicato ad ENZO LUONGO


Inclusa da tempo nell’itinerario delle processioni, di qua dalle vetrine, da maggio a settembre, stormivano le feste. Dov’era l’immagine dell’Assunta era il nostro nastrino all’occhiello. Le donne del vicinato allestivano un altarino con i copriletti. L’inginocchiatoio era na fazzatòra capovolta e coperta con un          tappeto. Sopra avevano un proprio posto i vasi con le foglie e quelli con i fiori, il braciere con l’incenso e i candelieri. In mezzo alla strada si lasciava un tavolo con ricami di tovaglie per una sosta della statua o del Corpus Domini il tempo dell’oremus e della benedizione. La gente dalle finestre spargeva petali di fiori. Preceduta da un colpo di grancassa, la banda attaccava un intenso gonfio brano musicale e la processione, con i palii, i campanelli, le ragazze con i segni di un voto portato in testa e i canti delle Figlie di Maria, ripartiva. Chi s’era solo affacciato ritornava dentro per il pranzo che s’era soliti finire con le noccioline, i taralli con il naspro e i biscotti di Montella, farciti al cioccolato.

Solo la statua di san Canio termina ai fianchi. Quando passava sentivo sempre qualcuno, come mio padre aveva fatto con me, spiegare a un bambino che, santo, le gambe  erano state tagliate.

Mi piace credere che san Canio sia stato rappresentato così perché era arrivato dall’Africa a noi per via di miracolo: un angelo, tra grandine e pioggia, lo afferrò mentre stava per essere decapitato, e lo trasportò alla periferia di Atella; secondo un’altra passio, invece, la nave che da anni marciva, sulla quale fu fatto salire per essere annegato con altri compagni, fu spinta da un vento improvviso alle coste della Campania.

Mi piace anche ritenere vero che queste legende siano la fonte di chi ha riprodotto quel corpo pur essendo informato che il santo cadde morto, stremato dalla fatica e dalle sofferenze. Mi piace crederlo come una delicatezza di quegli intagliatori di legno, maestri della misura, che lo hanno fatto così, pur sapendo che a Juliana o Tusciana che sia, il santo aveva testimoniato la fede nonostante atroci torture e che in Campania, invece, sradicato dal suo luogo natale, registrò un abbassamento del tono vitale e andò nascondendosi tra ruderi e rovi. Mi piace pensare che in quel busto ci sia un modo discreto, la maniera più umana, di racchiudere le forme della debolezza: il limo del fondale, che intorbidisce il bicchiere di ogni vita quando si ha paura, smosso dal palpito più forte della vena.

Dentro un reliquiario d’argento, incassato nel petto, è saldata con lo stagno, per sempre, la sua pena.

Written by fornaitec

7 Maggio 2009 a 12:17 am

Pubblicato in Alfonso Nannariello

Lascia un commento