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comunità paesologica per una regione del sud interno, dal Pollino alla Maiella

COLORI ARTIFICIALI

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di Alfonso Nannariello

Qualche anno più tardi iniziai ad andare anch’io alla processione con addosso il manto di raso azzur-ro bordato d’oro. Quando mi stancavo, lo lasciavo a qualcuno e me ne andavo.

La mattina della festa mi svegliava il primo sparo. Quando sentivo la banda mi alzavo.Per raccogliere le offerte, alcuni del comitato passa-vano con le guantiere di casa in casa. Tutti mette-vano qualcosa per lo scialo. Le strade principali del paese avevano mutato aspet-to. Per la serie degli archi trionfali, c’erano i pali con sotto un pannello dipinto e sopra i puntali di latta. Le bancarelle avevano messo in mostra carru-be, biscotti, noccioline, taralli, stecche di torrone. Appese avevano collane di ciambelle e di castagne secche, delle spade di plastica e qualche trombetta. Veniva anche una piccola giostra col tirassegno ad un colùss, ad una bambola, ad un ciondolo, ad un cane o a qualche altro piccolo oggetto.

La gente sembrava indaffarata. Su cose da nulla portava quell’attenzione che avrebbe dovuto riserva-re all’Onnipotente.Il panegirico non aveva effetto. Non si notava nes-suna disposizione all’unione con Dio, ad imitazione del santo. Alla beatitudine bastava sapersi costan-temente tra le sue braccia, sotto il suo manto, den-tro il suo sguardo amante. Credo che le parole a tinte troppo delicate di quell’oratoria fabbricassero solo immaginette, rendessero sedimento inerte l’al di là, facessero sentire non interessati a quel tipo di gloria. Quella luce biancosole stava bene ai santi, non era di certo adatta a quanti avevano bisogno di cose più aspre e più pesanti.

Corso Matteotti e parte di corso Garibaldi erano i luoghi obbligati per lo struscio. Lì, al tramonto, lo sguardo s’apriva sul visionario. La sera era illumina-ta dagli accordi stridenti di tutte quelle lampadine avvitate sul buio. Sotto quei colori accesi, intensi e forti, un fiume di persone in rimescolio.Anche la piazza ‘ngìmma Cort era trasfigurata. U ‘ndav’làt aveva quasi lo stesso colore dell’altare maggiore della Madonna. Illuminato, dalla lanterna alla cupola della cassa armonica, da lampadine bianche accese su ogni lato, somigliava a un dolce avvolto da zucchero fuso e poi ghiacciato.Per prenotarsi il posto, gli abitanti della zona inizia-vano a portare le sedie sulle scalinate e sul pianerot-tolo del Municipio, dal pomeriggio. Quelle delle prime file venivano legate alle ringhiere. Verso l’ora dello spettacolo la piazza s’affollava. Tut-ti gli spazi piano piano venivano gremiti, fin sopra il muraglione. Alcuni salivano sugli alberi e sulla tet-toia dell’orinatoio. Altri stavano affacciati ai balco-ni.

U Zùopp, nel suo angolo, gonfiava con la bocca i palloncini. Vicino, seduta sul marciapiede, accanto alla sua bacinella, come tutte le domeniche ed i giorni di festa, una signora vendeva i lupini.Il tavolato era l’abboccatoio. Intorno, la corte dei miracoli, la calca dei ragazzi e di alcuni grandi. So-prattutto nei pressi dei gradini. Molti, al passaggio delle cantanti, si spingevano per allungare la mano, come fanno gli storpi, e ricevere, come grazia, l’impressione di una parte polposa dei loro corpi. Altri, invece, si infilavano sotto l’impalcatura per spiare, tra lo spazio delle assi mai perfettamente po-ste, le loro parti più nascoste.

Dopo lo spettacolo, a mezzanotte, tornavamo a casa. Dalla lòggia vedevamo i fuochi sparati a Santa Lu-cia. Quei giorni di settembre finivano così, con le ulti-me tre botte della bottarìa.

Written by fornaitec

11 Maggio 2009 a 2:28 am

Pubblicato in Alfonso Nannariello

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