COMUNITA’ PROVVISORIA . paesi .. paesaggi … paesologia

comunità paesologica per una regione del sud interno, dal Pollino alla Maiella

lost in caserta

con 9 commenti

ho ripreso la mia rubrica del corriere del mezzogiorno sui paesi giganti.

questo è il pezzo uscito oggi.

per l’incontro a cairano la data è da definire.

armin  

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Oggi vado verso ovest. Esco dall’autostrada a Caserta nord e prendo l’Appia in direzione Santa Maria Capua Vetere. La strada è trafficata al punto giusto per poter dare uno sguardo alle merci, alle insegne che qui sembrano vivere in uno stato di anarchica ebbrezza. All’improvviso spunta un segno di edilizia nobile: si tratta di un monumento funerario di età romana adiacente a un’autorimessa. Più avanti ancora un altro monumento funerario, ma in questo caso è in compagnia di un Mc Donald’s. Ovviamente il monumento è chiuso, mentre la casa del cibo planetario è aperta.

A Santa Maria ci sono già stato, già fatto il giro per i resti della città romana. Ho poca curiosità nella mente e mi limito a guardare un piccione bianco, due cani che dormono, una pietra a forma di fallo, un ragazzo obeso su una piccola motocicletta, il manifesto funebre di Sorbo Antonio detto “maciste”, una strana scrittura su un muro: comunisti=camorra.

Per Santa Maria oggi può bastare. Cerco un posto appena più tranquillo, un paese meno noto. Arrivo a San Prisco e osservo la sua montagna rovinosamente cavata per fare strade e case. Qui c’è una piazza con un bel campanile e un po’ di spazio vuoto per mangiare il mio panino. L’ho preso in una salumeria dove il pane era finito, ma la signora mi ha ceduto un pezzo della pagnotta che stava per portarsi a casa.

La piazza è insolitamente silenziosa per la zona, a parte un po’ di rumore che viene dalla chiesa. Vado a vedere che succede. Ci sono dei ragazzi che stanno provando una commedia teatrale in romanesco, il Rugantino. Provo un po’ di pena a pensare che forse questi ragazzi non hanno mai sentito parlare dei grandi scrittori di queste terre come Basile e Imbriani.

Vado in un bar a prendere un poco d’acqua e mi accorgo di non avere il portafogli. Forse mi è caduto mentre stavo sulla panchina e infatti lo ritrovo lì in bella vista. Nel bar è accesa una tv da 40 pollici. La signora guarda un programma che si chiama Centovetrine. Sul tavolo ci sono il Corriere dello Sport e il Corriere di Caserta. Sulla prima pagina di quest’ultimo le notizie tragiche non mancano mai. Oggi l’apertura è dedicata a un giovane di ventisei anni che si è impiccato. Cerco la pagina della cultura ma non la trovo.

A San Prisco nel primo pomeriggio non è che ci sia molto da fare e non c’è nessuno a cui fare domande. Guardo il manifesto “estate insieme” a cura dell’assessorato alla cultura e allo spettacolo e noto che è composto in gran parte di avvenimenti sportivi: torneo di calciotto, beach volley, calcetto sulla sabbia.

È ora di cercare un altro paese, ma qui i paesi non hai il tempo di cercarli, ci arrivi e basta. Ecco un’insegna che mi dice di essere nel luogo dove vive la famiglia di Saviano e Roberto mi aveva dato l’indirizzo per spedirgli un mio libretto di versi appena uscito. Chiedo a una signora dove sia la casa dello scrittore e lei mi dice che è proprio quella davanti a me. Citofono e mi risponde una signora che immagino sia la madre. Molto gentilmente mi apre il cancello e dice di venirmi incontro: la casa è in un grande parco alberato, un tentativo di creare ordine e bellezza in un luogo dove lo spazio esterno è sotto la sapiente regia dell’incuria. Consegno il libretto e saluto con affetto la signora. Mi sembra di aver fatto la prima cosa utile della giornata. Quello di Roberto è una frazione, devo cercare un altro paese gigante. E basta cambiare strada per trovarmi a Casagiove. Qui mi viene l’idea di vedere il cimitero. Prima avevo fatto una sosta in un altro cimitero che pensavo fosse quello di San Prisco e invece mi sono accorto dal bidone dell’immondizia che si trattava del cimitero di Casapulla. Faccio molti giri per trovare il cimitero di Casagiove e girando mi accorgo che il paese somiglia a tutti quelli della zona, un labirinto di palazzi e palazzine in cui ogni tanto si scorge una casa antica, un pezzo di campagna.

In questi posti appena rallenti per guardare le cose intorno subito senti che c’è una macchina alle spalle. Qui la giornata te la devi giocare nel folto di un’umanità spaesata. Non c’è modo, a parte i cimiteri, di trovare angoli vuoti, silenzi durevoli. Mi viene in mente che dalle parti di Santa Maria avevo letto la pubblicità di un centro commerciale che prometteva “il risveglio dei sensi”. E sempre per segnalare un uso enfatico delle parole mi sono appuntato uno spazio di scivoli e altalene presentato come “parco per i diritti dei bambini”.

Ormai è ora di puntare su Caserta, ci giro intorno dalla mattina. È la prima volta che approdo al centro della città e ho la sensazione di una città senza radici, un allegato alla reggia, invaso da negozi e macchinoni. La presentazione alla libreria mi pare soddisfi i presenti. Mi colpisce l’intervento di una persona che glorifica la paesologia con un’energia inusuale. Nella libreria non si era in molti. Per ritrovare la folla basta andare in una pizzeria. Gli amici casertani dicono di andare “alla loggetta”, ma il nome inganna. Non è una pizzeria è un garage a più piani dove ogni sera si sfamano migliaia di mangiatori di pizza. In questo momento siete quattrocento mi dice una cameriera e io mi sento in una voliera, la voliera dell’autismo corale. Il nostro tavolo è fatto di belle persone, ma le nostre parole un po’ si perdono nel brusio della gigantesca mangiatoia.

Questo per me è il tempo dell’ansia, il tempo in cui il mio corpo torna a ricordarmi che potrei svanire da un momento all’altro. La sensazione si ripete mentre accompagno in macchina un amico  che abita a San Lorenzello, nel beneventano. Il viaggio nel buio è illuminato dalla visione degli archi immensi dell’acquedotto vanvitelliano nei pressi di Maddaloni. Lascio il mio amico a casa ed è il tempo di fare il bilancio della giornata. Il bilancio comincia subito da una perdita. Mi accorgo di non avere più il portafogli. Non me l’hanno rubato, mi è caduto da qualche parte. La perdita è irrisoria, per premunirmi dalla mia distrazione avevo alloggiato nel cruscotto altri soldi. Viaggio verso casa pensando alle cose belle che mi stanno accadendo in questi mesi, ma dentro di me forse non ho un cruscotto dove alloggiarle e mi sembra di essere destinato a perderle. Di Caserta e dei paesi che ho visto posso dire, in un bagliore di pessimismo nel cuore della notte, che forse sono luoghi già persi per chi li abita e per chi li attraversa. È come se la vita si svolgesse al di fuori del paesaggio e della memoria. Una ragnatela di gesti intrecciati in una ragnatela di strade e palazzi, dove il volume delle anime pare inversamente proporzionale a quello delle macchine. Gli amici nella libreria mi sono parsi assai motivati a ricreare luoghi e forme per una convivenza più civile, ma per ora la maggioranza è ancora in pizzeria.

Written by Arminio

4 Luglio 2009 a 8:52 pm

Pubblicato in a Autori Comunitari

9 Risposte

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  1. Caro Franco
    la tua descrizione è come sempre straordinariamente fedele ai contesti. Da casertano non posso fare altro che condividere il tuo “occhio” e comprendere il sale della tua penna.
    Tuttavia trovo che Caserta capoluogo conservi ancora dei luoghi, degli angoli e dei fermenti che preservano ancora oggi dei significati molto interessanti, forse molto di più degli altri capoluoghi campani, fatta eccezione per benevento. Inoltre io che ho girato in sella alla mia moto l’Irpinia in lungo ed in largo ho capito quanto la vostra terra straordinaria abbia poco o nulla a che vedere con il capoluogo. Per questo ti invito a venire da noi, nei luoghi “cairanesi” dell’alto casertano, visto che ce ne sono tanti, per riscoprire la bellezza ed il fascino di una terra sublime, lontana dai bagliori e dalle luci, gravida di silenzio e di luce…magari in moto.

    Nicola

    5 Luglio 2009 alle 11:26 pm

  2. sono stato un pò nel matese, ma tornerò a vedere altri luoghi.
    la visita a caserta è stata molto frettolosa,ma sulle città mi dichiaro incompetente
    a presto

    Arminio

    6 Luglio 2009 alle 11:39 am

  3. sono nata e cresciuta a caserta. ho vissuto un po’ altrove e poi sono, come molto spesso succede, tornata all’ovile.
    non ho niente da ridire, sulla tua descrizione della città. l’inconsistenza di caserta non è discutibile!
    la sensazione che sia una “città supermercato” nata spontaneamente come un fungo, con i suoi immensi sobborghi di paesini che non si sa bene dove comincino e dove finiscano… mangiata ai bordi dalle cave dei cementifici e innervata dai muri scrostati che delimitano le zone militari… una città che è come un guscio vuoto e spigoloso percorso da un’umanità formicolante sempre di fretta che sembra consumare-vendere-comprare-consumare e non produrre mai nulla…
    su tutto ciò, veramente, non c’è proprio nulla da ridire!
    ma a guardare un po’ meglio, a soffermarsi un attimo in più, ci si rende conto che tutti questi grandi, immensi difetti fanno parte intengrante della faccia buona di questa città.
    caserta ha un suo genius loci ben definito e con un grande carattere che nasce dal suo essere stesa mollemente acciambellata attorno alla reggia. la mancanza di confini, le ombre delle cave, gli stradoni infiniti (come l’Appia, o viale CarloIII) che nascono come vie di collegamente ma in reltà sono luoghi in cui la gente nasce e cresce e parla di “casa mia”…
    mi spiace, ma vorrei poter avere le parole per spiegare la bellezza del genius loci di caserta.
    credo che il tuo passaggio per caserta sia stato rapido e il tuo giudizio affretatto e grossolano.
    credo che sia terribilmente facile criticare un posto come caserta, se si ha come criterio assoluto di bellezza urbana l’immagine di un certo tipo di paesini dell’irpinia.
    c’è molta bellezza nell’architettura industriale.
    c’è molta bellezza nelle cave e nella patina che l’appia lascia sulle cose e sulle persone.
    c’è molta bellezza nel megapaese, per il semplice fatto di essere un megapaese.

    La Cugina

    6 Luglio 2009 alle 10:03 pm

  4. non avevo certo la pretesa di stilare un referto esaustivo su caserta.
    ogni luogo merita tanta attenzione, ma io non pretendo di fissare verità oggettive, descrivo quello che mi passa sotto gli occhi. caserta è insieme molto meglio e molto peggio di come l’ho descritta.

    Arminio

    6 Luglio 2009 alle 10:41 pm

  5. Caro Franco
    La descizione di Casagiove nei luoghi dove sei stato è esatta.Ma cosa vuoi aspettarti da un Paese cresciuto nell’ombra della Reggia, era un dormitorio e tale è rimasto, anzi è peggiorato,il bello è che i suoi cittadini l’amano così com’è.

    Stefano

    7 Luglio 2009 alle 9:19 am

  6. Caserta è quella che è…ombrosa…scura…un pò “sgarrupata”…forse in una sola parola, Caserta è comatosa…
    Ma chi di fronte alla propria madre morente si lascia la speranza alle spalle? chi rinuncia così velocemente e facilmente alla possibilità che un giorno quella meravigliosa madre riprenderà a respirare da sola e a sorridere e a parlarci, dinenderci, proteggerci, accudirci…?
    Io non rinuncio a Caserta, io non rinuncio alla mia terra, io non rinuncio…
    Io non rinuncio a guardarla spostando il mio punto di vista fino a trovare meraviglioso ciò che apparentemente è orribile…
    Non mi sento un illuso, sono semplicemente innamorato.
    Come un mio grande amico sta facendo ormai da un pò di tempo, dovremmo girare intorno a questa nostra mal(E)detta Caserta…e raccoglierne tutti i frammenti..perchè Caserta, come una supernova, è una stella morta, un cadavere cosmico..ma i resti?? i resti ci sono…
    Come il mio amico, dovremmo andare molto tempo in giro a “raccogliere” Caserta, per le strade dei suoi paesi, del suo territorio…a ricostruirla…e chissà che un giorno invece che il traffico automobilistico e le cave, la nostra posizione, il nostro punto di vista partorisca parole più belle.

    Gianluca

    7 Luglio 2009 alle 12:01 pm

  7. Però mica male questo confronto su Caserta…
    Cara La Cugina, trovo che la tua lettura sia un grande esempio di amore verso Caserta, un sentimento che nasce indubbiamente da una profonda esperienza di conoscenza e di relazione con la propria città. Solo su alcune cose non mi trovi d’accordo. Anche a me l’articolo di Franco ha smosso dentro, per questo l’ho letto riletto e l’ho anche girato agli oltre 150 iscritti del mio blog.
    Per cercare di capire insieme.
    Chi conosce Franco attraverso i suoi scritti sa che lui non dà un giudizio assoluto e di valore. La sua penna in movimento è come una telecamera che filtra i luoghi e i volti, i posti e le architetture, che raccoglie gli spunti di quel momento e basta. Lui è in quel posto in quell’istante e non ha alcuna pretesa oggettiva, se non quella di raccontare la sensazione relativa di quell’attimo, frutto di milioni di sensazioni intersecanti, comprese quelle delle sue viscere, che restano parte attiva del suo scrivere (vedi il passaggio sull’ansia in pizzeria). Per questo per me Franco Arminio è un grande poeta dei nostri tempi, forse l’ultimo di una generazione orami in estinzione.
    Per cui non concordo affatto su quanto detto da te in merito alla sua descrizione affrettata e frettolosa. Neanche credo neanche che il suo giudizio sia frutto di un paragone tra i paesi irpini ed un capoluogo di provincia. Sarebbe sciocco come paragonare i cannelloni al caviale. Detto questo è vero che comunque è e resta un quadro parziale del mondo Caserta, ma di questa parzialità l’autore, sono convintissimo, ne è assolutamente consapevole.
    Proprio per questo ho invitato Franco a viaggiare di più nei nostri luoghi, per rendere più completa la sua visione, qualora lui ne abbia voglia, ovviamente. Anche perché diciamoci la verità, e lo dico simpaticamente, gli irpini sono un popolo stupendo, io adoro ad esempio il loro senso di appartenenza storica e il loro legame al territorio, ma sono anche un pò chiusi e diffidenti, talvolta autoreferenziali. E’ un aspetto del loro carattere.
    Per questo gli ho detto che anche io viaggiando attraverso l’Irpinia ho scoperto lo splendore di quei luoghi che troppo superficialmente accostavo alla vacua inconsistenza del capoluogo.
    (Tutti i capoluoghi sono inconsistenti).
    Per questo gli ho detto l’ho invitato a frequentare le nostre bellissime regioni dell’Alto Casertano, incontaminate verdi e sublimi almeno quanto quelle dell’Irpinia, quelle del magnifico Cilento e quelle del Sannio. Per questo credo che si debba smettere di scappare e soffermarsi di più dalle parti nostre e scoprire i nostri luoghi, la tenerezza della loro solitudine timida e affascinante. Io ho cominciato a farlo e più proseguo più scopro e più mi accorgo che sono ignorante e che ci sono cose da scoprire e da conoscere. Credo si debba andare a Gesualdo Frigento a Cairano a Roccabascerana e Summonte a Nusco a Pontelandolfo a Torrecuso credo che si debba viaggiare attraverso il nostro parco regionale di Roccamonfina, tra Galluccio Sepicciano, Rocca d’evandro, Ailano, Alife, Letino nell’area del Monte Maggiore e della valle Caiatina per conoscere innanzitutto, per conoscere la bellezza dei nostri luoghi, per guardali in faccia, per respirare la loro luce, per piangere insieme a loro. Non è uno spot turistico, è un inno all’appartenenza, alla conoscenza. Bisogna conoscere la nostra terra, perché non possiamo pretendere di curare nulla se prima non ci siamo sforzati di conoscere. Se non conosciamo e scopriamo i nostri luoghi saremo sempre orfani di loro e poveri e avremo sempre una percezione miope e limitata come chi definisce Caserta città dormitorio cresciuta all’ombra della Reggia, senza sforzarsi neanche di andare oltre una definizione di consumo giornalistico, probabilmente senza neanche averla mai guardata bene, senza mai aver alzato gli occhi e visto i palazzi del centro storico, senza aver mai sbirciato tra i cortili e senza mai averne scoperto le bellezze natuali e paesaggistiche di cui è gravido tutto il nostro territorio circostante. Così facendo resteremo i primi veri nemici della nostra terra. Saremo sempre in fuga. Scapperemo verso weekend mordi e fuggi e verso le “capitali tutte uguali” convinti di conoscere il mondo. Ma come si fa a conoscere il mondo senza sapere anzitutto da dove veniamo.

    nicola

    7 Luglio 2009 alle 12:12 pm

  8. Nico approvo tutto tutto tutto ciò che hai scritto…

    Gianluca

    7 Luglio 2009 alle 3:40 pm

  9. Concordo con Nicola e Gianluca. Va aperta una discussione su Caserta, sui “luoghi ” della nostra (in)appartenenza, a 360 gradi, sapendo che – giustamente- la paesologia non è né paesanologia né una nuova guida turistica, ma è l’arte dell’auscultare i luoghi, i margini di un mondo sempre più pazzo rapido distruttivo, prossimo – se non già in pieno “fall out”.

    Salvatore D'Angelo

    8 Luglio 2009 alle 12:38 pm


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