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comunità paesologica per una regione del sud interno, dal Pollino alla Maiella

Caserta

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CASERTA
A coloro che hanno combattuto per tornare
A quelli che non ci hanno creduto e hanno trovato la forza di rimanere
A tutti i cervelli che invece di fuggire ci hanno pensato…

Quando vado a riprendere la moto e taglio a piedi la città mi accorgo che si sono fatte quasi le nove di sera. Lo capisco perché in giro c’è poca gente. La calura sembra non voltarsi al richiamo insistito del notturno e pare volersi trattenere più del solito stasera. Non ha voglia di dare il cambio al refrigerio estivo che di solito si affaccia, almeno a quest’ora. I lavori al pavimento di porfido e pietra impediscono alle auto di circolare e la cappa di afa è un tetto troppo vicino alla mia testa, un peso tremendo che grava sul mio corpo, sulle mura spoglie intorno e sui palazzi inermi. La città è incubata nel silenzio preserale, accantonata in una dimensione ferma e ovattata, come un ascensore che non sale, rimasta bloccata sul pianerottolo del tempo. Intorno è come se tutto ciò non fosse, pur essendolo. Tutto è immobile e pesante, e sembra irreale, sudato e sospeso. Eppure qualcosa si muove, anche se a rilento.
E’ quasi notte ma potrebbe essere anche appena spuntato il giorno. Non siamo a Rotterdam. Caserta resta Caserta. Fuori al Bar un gruppo di persone sorseggia qualche birra attorno ad un tavolino mentre qualcuno ha preso una pizza da asporto e affretta il passo per guadagnare la frescura dell’androne e l’agio degli infradito e della poltrona in pelle. La libreria è ancora aperta, ma è vuota. Alzo gli occhi e mi accorgo per la prima volta che questa città è una sconosciuta incantevole e che la noto soltanto oggi, dopo aver attraversato i suoi profili per oltre trent’anni. Forse è la prima volta che non abbasso gli occhi, o probabilmente è la prima volta che i miei occhi vedono, non so dirlo. I palazzi del Corso richiamano le tinte di un tempo, degli ambienti di corte, ai tempi delle dame e di ricami. Le cornici delle finestre sono intarsiate di rivoli e merletti risvoltati in stile neoclassico. La cura dei particolari e l’attenzione per i colori non è roba da poco. Altro che città distratta, queste strade hanno annotato tutto, compreso il tempo che non si vede. Non torno a casa, mi addentro nella parte vecchia, nei vicoli con le mura sporche e desunte, dove qualche palazzo conserva gelosamente ancora qualche crepa, dove l’umidità si fa ostica e si respira sudore a stento. E’ il centro storico ed è come se all’improvviso, senza volerlo, si fosse riavvolta la macchina del tempo. Andare per i vicoli mi riporta alla memoria di questa città, alla sua storia mai urlata, ai bisbigli e alle sue paure nascoste nei volti di coloro non hanno mai amato questi posti perché non li hanno mai conosciuti e sono scappati troppo in fretta. Via San Carlo è rimasta intatta e si intravedono i cortili con le fontane di pietra ed il pavimento in ghiaia. I balconi sono orfani dei gerani, ma in compenso mantengono la struttura in ferro, quella di una volta. Nella piazza dove un tempo era il mercato dei bastioni oggi c’è la piazza del Mercato come a voler continuare la vocazione di quel luogo. Se da un lato la nuova costruzione riporta ad una moderna architettura berlinese dall’altro invece prorompe la casa del Fascio, un edificio di epoca mussoliniana che si erge maestoso nell’angolo a sinistra. Un’accozzaglia, un azzardo che altrove sarebbe arte mentre dalle parti nostre è solo indifferenza, sommersa dalla disattenzione e dal pregiudizio consumato. Nel sottosuolo della piazza resiste e brulica l’attività frenetica del mercato coperto.
Svolto verso quella che un tempo era Via Iolanda, oggi Via Mazzini, cuore storico della Città ed immagino cinquant’anni fa i commercianti eleganti baffuti e benvestiti che fumano sigari fuori alle botteghe protette dai teloni e dalle tende, sotto un cielo grigio azzurrognolo carico di afa e gonfio di umidità, molto simile, se non del tutto identico a quello di stasera.

Written by botnik7

8 Luglio 2009 a 9:06 pm

Pubblicato in a Autori Comunitari

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