APPUNTI DA CAIRANO (2)
di Donato Salzarulo
(Mattino di Sabato 27 giugno 2009)
Nei miei occhi è scritto il tuo nome.
1. –L’apparizione. Sabato mattina torno a Cairano verso le undici e mezza. Sono in compagnia di Agostino. Michele ha altro da fare. Sarei andato volentieri prima, ma mio cugino è membro interno della Commissione d’esame per la maturità e alle otto e mezza deve partecipare ad una riunione nell’Istituto. Devono preparare i test. “Meglio domande con risposte multiple a tre o a quattro alternative” mi chiede. “La seconda che hai detto”, gli rispondo scherzando, “quelle a quattro. Sono più efficaci. Gli studenti hanno meno probabilità di centrare a caso la risposta corretta.” Mentre in sala professori, si applicano a scegliere quesiti da varie materie, io passeggio per il mercato con Peppino, un altro cugino. A Bisaccia ho una tribù famigliare vasta e variegata. Questo cugino è un po’ più grande di me e lo chiamiamo scherzosamente “il portoghese”. Vive, infatti, otto o nove mesi all’anno, al di là del Tago, a Costa de Caparica, vicino Lisbona. Vaghiamo avanti e indietro fra bancarelle, ora curiosando sui prodotti in vendita, ora raccontandoci la rava e la fava, ora scherzando su questo o su quello. Ogni tanto Peppino mi lascia solo tra la folla e saluta il tale o il tal’altro. Ogni tanto anch’io mi lascio sfuggire un buongiorno o una stretta di mani. Sembriamo, insomma, due vecchi compari affaccendati. Ed ecco che, improvvisamente, tirando su gli occhi, all’orizzonte vedo apparire Lei. Lei, cioè, il primo amore. Lei in compagnia del marito. Lei che mi regalò un diario con una copertina di un lucido verde scuro da chiudere con la chiavetta di un lucchetto. Un diario che, se fossi stato Leopardi, avrei riempito con la registrazione di tutti i miei pensieri, emozioni, sussulti del cuore. E che, invece, adolescente affamato di baci e carezze, lasciai quasi del tutto intonso. Ricevendone pochissimi da Lei cosa mai avevo da scrivere?…Abitava in una città, a settanta chilometri di distanza. Potevo al massimo scrivere lettere. Cosa che feci, più o meno quotidianamente, per due o tre anni. “Oh, ciao!…Come va?” Stringo rispettosamente la mano sua e del marito. Come va? So che non sta bene. So che ha il seno insidiato. E il fatto mi procura un dispiacere intenso e profondo. “Sto bene, mi dice, sto bene”.
2. Sotto l’albero della vita. Quando arriviamo a Cairano per “Parlamenti del mezzogiorno” è previsto l’incontro con Anne Demijtteneaere e Ute Subbrich. La prima dovrebbe proiettare il video “Opera Bosco”, la seconda non so. La prima è un artista che non conosco di persona, ma di cui mi ha parlato Pietrantonio. Meglio, il mio amico scultore, due o tre anni fa, mi parlò di “Opera Bosco”, una specie di museo d’arte contemporanea nella Natura, allestito con opere scultoree ricavate da angoli di bosco o da materiali grezzi raccolti in loco. Anche lui aveva realizzato, se non ricordo male, delle opere ispirate a questo concetto ecologico di arte che vive in simbiosi con l’ambiente. La seconda, invece, Ute è persona che conosco. E’ stata a Bisaccia qualche anno fa ed abbiamo avuto modo di dialogare un po’. Eccola, infatti, nella piazzetta coi suoi capelli lisci mentre spinge un passeggino. Ci salutiamo affettuosamente. Nel frattempo, osservo, ha messo al mondo un figlio coi capelli lisci come lei e biondi, da nordico. E’ un bel bambino che corre di qua o di là e che disturberà non poco la madre quando prenderà la parola. Ute racconta come ha preso contatto con questi paesi nel periodo della sua tesi di laurea in antropologia, racconta come se ne innamorò e come decise di stabilirsi un po’ a Bisaccia. Racconta con noi che l’ascoltiamo seduti in circolo sotto uno dei cinque profumatissimi tigli. Ogni tanto un fiorellino secco cade sulle mie gambe o sulle mie spalle. Ute ha scritto pagine sul funerale di un prete esorcista di Cairano, se non ho capito male, ha scritto pagine per raccontare non per cercare spiegazioni antropologiche. Ma non può leggerle. Il figlio le sta addosso e la strattona verso di sé continuamente. Allora, passa le pagine a Salvatore D’Angelo e lui legge per lei. Lui legge, mentre Franco chiamato spesso al cellulare s’alza per rispondere. Deve farlo. E’ il direttore artistico ed è costretto a tenere continui contatti. Devo dire che anche in questa veste il mio amico è bravissimo. Sta sostenendo uno sforzo non indifferente con grande energia e capacità organizzativa. “Ora la parola a Giacomo De Stefano”, dice Franco e un bell’uomo simpatico e slanciato prende a raccontare la sua esperienza: vive a Venezia su una barca; ha risalito il Po, che non è quella cloaca sbandierata sui giornali, ma – ecco la notizia – un fiume affascinante e in buona salute; non lavora se non quel tanto che basta per campare; fa scambi in natura, ecc. ecc. Giacomo è un ecologista serio. Con lui c’è poco da scherzare. Mario Dondero ogni tanto ci prova, ma riceve risposte sempre secche e precise. Inutile dire che una vita alla De Stefano non fa onestamente per me. Io amo le comodità, vado in macchina, volo in aereo, inquino. Sono un peccatore incallito. Dopo Di Stefano, parla Minervino. E’ un professore universitario, un antropologo “prestato alla letteratura” come dice il risvolto di copertina del suo ultimo libro, introdotto proprio da Franco (“La Calabria brucia”, Ediesse, 2008). Viene da Paola, dal mare – precisa – e Cairano gli appare come un’isola circondata dalla terra, invece che dall’acqua. Un’isola raggiungibile in cui si consuma una vita quotidiana non migliore né peggiore di altre. Forse c’è più squallore, disperazione e desolazione in certi quartieri periferici delle metropoli che tra le strade, nelle case e nelle piazzette di questo paese. C’è poco da lamentarsi, insomma. Stiamo vivendo una settimana bella, intensa, ricca di incontri e di persone meravigliose. Mi sembra che Mauro Minervino voglia combattere lo stereotipo di un Mezzogiorno arretrato e in affanno rispetto al Nord. Non so. E’ un discorso interessante, una questione da approfondire. Magari leggendo, con la necessaria attenzione, il suo libro. La parola, a questo punto, ad Andrea Gobetti. Altra bella persona. E’ uno speleologo, dice, e lui frequenta il mondo tutt’altro che buio e privo di vita e di tempo delle grotte e dei cunicoli sotterranei. Una specie di Freud della Terra. Questo penso, forse malamente, io. Per finire, Franco invita Calabrese a leggere di nuovo il pezzo in dialetto sul maiale. Cosa che lo scrittore lionese fa ben volentieri, depositando nel mio orecchio un piacevole flusso di onomatopee all’insegna del “chirri-chirri”.
3. – Notti d’amore. Come in ogni comunità, stabile o provvisoria che sia, a Cairano circola Eros, il demone con la passione dei legami, il figlio di Penia, dea della povertà, e di Poros, dio che ne conosce una più del diavolo pur di raggiungere la meta e conquistare ciò che, più di tutto, desidera: l’origine del mondo così ben rappresentata da Gustave Courbet nel quadro che si può ammirare al Museo d’Orseay. Certo, Eros spesso va a braccetto con Thanatos, come il Freud prima evocato insegna, ma “Cairano 7x” non prevede, se non sbaglio, sedute psicanalitiche. Così sabato, appena metto piedi sulla piazzetta della chiesa, mentre mi sporgo sul parapetto per succhiare le linee del paesaggio e l’enigma del cielo che appare solido, raccolgo pettegolezzi terra-terra sulle caldi notti d’amore di alcuni amici. Qualcuno ne porta ancora i segni nelle cavità bluastre degli occhi insonni o nelle macchie violacee sul collo a malapena nascoste dal bavero della camicia. “Succhiotti” li chiamavamo ai miei tempi e forse si chiamano ancora così questi risucchi della pelle prodotti da baci intensi e vampireschi. Beati loro!, pensavo, loro che hanno trascorso la notte con compagne belle e generose. Io, invece, ho dormito solo soletto in un lettino accostato al muro di una parete divisoria. Meglio così!, mi dicevo con malcelata invidia, meglio così! Con la stanchezza accumulata in tutti questi giorni, avrei fatto cilecca al primo approccio, rendendo felice il cugino portoghese che aspetta con ansia la mia confessione di defaillance. Meglio così, un corno! Cairano poteva essere anche una bella notte d’amore! Perché negarlo? Perché negarsi l’imprevisto, la magia di un incontro inatteso. Invece, mi tocca vivere di ricordi. E chissà, anno dopo anno, per me diventerà sempre più l’attività principale… La mia prima notte d’amore non fu, come si potrebbe immaginare, quella del matrimonio. Sono un peccatore, l’ho detto, non uno stinco di santo!… Del tutto imprevista, la prima notte mi venne incontro alla fine degli anni Sessanta, quando era tutto un tubare e mormorare e ciarlare e chiacchierare e almanaccare e filosofare di “rivoluzione sessuale” e “amore libero”. Mi venne incontro nel Trentino, in una colonia estiva della Val di Non. L’accolsi con l’energia e la voracità dei vent’anni. Bizzarrie di Eros. Il nome della fanciulla scritto nei miei occhi è lo stesso di una famosa giornalista ceca con cui Kafka entrò in corrispondenza nei primi anni del 1920. Bresciana, faceva come me l’educatrice. Dal primo giorno di agosto al penultimo, nulla. Nulla che facesse presagire il fuoco d’artificio finale. La fanciulla, bella presenza ed occhi azzurri, si accompagnava ad un giovane, anche lui educatore (“monitore”, si diceva) più grande di me. Era palesemente la sua amica del cuore. Io, quindi, macinavo vento e sguardi a vuoto. L’ultima sera, qualcuno organizzò la festa d’addio, con banchetto e balli finali. Ad un certo punto, l’omonima della corrispondente di Kafka mi si appiccicò addosso con un tango e mi strusciò, mi strusciò cosi bene da slanciare, vigoroso e quasi lacrimante, il corpo verso il cielo. Uscimmo nel parco e, come nelle pagine di un famoso romanzo di David Herbert Lawrence, romanzo letto negli anni adolescenziali e che un po’ serviva, a torto o a ragione, da vademecum di educazione sessuale, ci accoppiamo nel prato in un una fusione di corpi e di liquidi, famelica e vitale. Altro che le scene della Donnaccia. Fotogrammi del Sessantaquattro, roba di un altro tempo. La mia notte, invece, era figlia del Sessantotto. Dopo l’accoppiamento, la pausa durò poco. Abbracciati e avvinti come rampicanti, ci portammo dal prato al letto della sua camera. E lì continuammo la reciproca esplorazione e il nostro viaggio notturno, col pantografo del treno che prendeva energia non so da quali fili invisibili. “Nelle cose del sesso lo spirito è attardato”, mi pare sostenesse lo scrittore inglese prima citato. E col sesso non ci si può ingannare. Se non va, non va. Altro che, spenta la luce, tutte le donne sono uguali!… Nei miei occhi è scritto il tuo nome. La frase si forma come ruscello che sgorga dai fianchi grandi del corpo, limpida e urgente calda di respiri. Tu origini l’acrobazia del mio mondo e lo fecondi. Non hai parole di plastica. Sai quanto mi piacerebbe spingere lo sguardo sotto il vulcano della gonna. Il buio delle labbra sprigionerebbe una luce di carezze, un’onda lunga di bellezza.
4.- Il banchetto. Al tavolo siamo in sei. Adelelmo, col suo bel nome da cavaliere medievale, è poeta-ingegnere che conosco dall’estate del 2004. Sono stato a casa sua e lui a casa mia. In certi periodi ci siamo scritti quasi quotidianamente. Ci telefoniamo. Ci informiamo sullo stato di salute, sul lavoro, sulle famiglie dell’uno e dell’altro. Ci scambiamo poesie, libri, doni. Abbiamo stima reciproca, ci vogliamo bene. Siamo, in una parola, amici. Sono venuto a Cairano anche per rivederlo, anche perché sapevo che c’era lui. Stasera leggerà qualcuna delle sue belle poesie. Ha all’attivo due raccolte e si prepara ad editarne una terza. “La città lontana” (perQuod, 2003), suo primo libro, è scritto “In ricordo di Gaetano”, il fratello morto giovane, anni prima. Quando lo lessi, girata la pagina della dedica, il primo personaggio a venirmi incontro era la madre: «Per lunghi anni mia madre / ebbe la vista acutissima e la mano ferma. // Seduta sul tavolo con una punta di carta / toglieva le schegge dagli occhi dei fabbri.» Insieme a Giuseppina, la mia compagna, fu un vero piacere conoscere la signora Maria. Capelli ordinati e più bella di qualsiasi dipinto. Dopo aver appreso nella seconda poesia che il mio amico aveva letto, fra centinaia di altri libri, “L’immortale” di Borges – cosa che io non avevo fatto e, ahimé, ancora non ho fatto, – scoprii nella terza, quella in cui passeggia col figlio, che l’Io poetante con “le luci della festa”, nascondeva la sua pena. Ricordo questi versi perché da un lato mi incuriosii, dall’altro li associai ad un mio verso giovanile: “Gioire è cercare il dolore”. Tanti sono i modi, mi dissi, in cui agisce la ferita dell’esistenza. Ora, però, non so dire se sia davvero così. E poi chissà se ricordo bene. La memoria, si sa, gioca brutti scherzi e la scrittura costruisce i suoi fantasmi. Adelelmo siede alla mia destra. Ha fame, come noi tutti. E il primo, a base di pasta e zucchine, è ottimo. Alla mia sinistra siede Mauro Minervino. E’ persona conosciuta in queste ore. Ha forse l’età di Franco. Di lui so poco. Ho letto qualche suo articolo su L’Unità. Ma non ricordo nulla. Qualcuno scherza sulla sua “robustezza”, ma lui giustamente rivendica di avere un bel portamento. E, infatti, a me sembra, un bell’uomo, oltre che ottima persona riservata, sensibile e intelligente. Un po’ cerchiamo di familiarizzare. “Mi è piaciuta la poesia che hai letto ieri sera, quella del vulcano sotto la gonna”. Ah, sì!…Guardare sotto la gonna è desiderio e gesto infantile per eccellenza. Alla sinistra di Mauro, siede Angelo Ferracuti. L’ho incontrato a fine aprile del 2007, quando andai a Fermo per conoscere Luigi Di Ruscio. Angelo venne uno o due volte a casa di Adelelmo. Poi ci vedemmo in piazza, bevemmo qualcosa al bar. Avevo letto “Le risorse umane”, il libro uscito da Feltrinelli e mi era piaciuto. C’era un capitolo anche su Bisaccia. Parlammo, parlammo. Angelo è persona estremamente riflessiva e buona. Durante il banchetto, però, appare agitato. Finisce di mangiare e si alza. Vaga per la sala, telefona. Deve finire di scrivere un articolo per il Manifesto ed è giustamente preoccupato. L’articolo sarà pubblicato domani e parlerà di ciò che stiamo vivendo, di “Cairano 7x”. All’altro capo del tavolo, di fronte, c’è Salvatore D’Angelo. L’ho conosciuto di persona in questa occasione, ma per posta elettronica e sul blog della Comunità provvisoria abbiamo interloquito. Apprezzò il pezzo che scrissi sul “mio maestro” e gli regalai il libretto autoedito. Ieri sera, lui mi ha regalato i testi scritti per Fabrizia Ramondino. Salvatore è dentro la Comunità, aiuta Franco, la vive con passione e fervore. Pensa che possa trasformarsi in un progetto politico. E indica la possibilità di formare per le prossime elezioni regionali una lista civica dei Paesi. Alla destra di Adelelmo, c’è Agostino, attento e silenzioso. Dopo pranzo deve andare a Vietri. Carlo, il figlio, l’aspetta. Il secondo piatto è un pezzo sanguinolento di carne di manzo. Ci diamo da fare con coltello e forchetta, mentre Pietrantonio, in piedi in mezzo alla sala, invita tutti al silenzio e all’assunzione di gesti più sobri e monacali. L’anno venturo, se ci sarà, come ci sarà, una Cairano 2, dobbiamo preoccuparci di trovare altre soluzioni al consumo del pasto in questi piatti di plastica. Non possiamo produrre tanti rifiuti. Qualcuno dice che potremmo utilizzare delle foglie di fico.
Splendido report, caro Donato…pieno di letteratura e di vita…esprimi davvero al cubo la dolce meraviglia che a volte regala “la ferita dell’esistenza”. Nelle tue parole c’è esattamente ciò che ciascuno di noi, nell’intimo, ha provato e vissuto. Che bella forma gli stai dando!..Vai con la terza parte! E poi, quando sarà concluso, di sicuro sarà un dei “pezzi guida” del catalogo di Cairano 7x. Questa è la mia proposta!
Un fraterno saluto
Salvatore D’Angelo.
Salvatore D'Angelo
10 Luglio 2009 alle 8:54 am
LA SABBIA SOTTO I PIEDI
La memoria (le memorie) di Donato Salzarulo è speciale. È come restasse “tutto”, ma quel tutto va a comporsi nel richiamo “affettuoso” di un saluto, come il saluto di cui ci racconta tra lui e Ute Subbrich che, intanto, gli anni passano, “ha messo al mondo un figlio coi capelli lisci come lei e biondi”.
Sì, è come un’isola Cairano, ma appare tale, a mio giudizio, quando si scende dall’alto, e, a un certo punto, non si vede più, realmente, la terra intorno; e questo effetto ha “per centro” quel campanile dalla cuspide rossa e aguzza, come fossimo davvero in un’isola adriatica.
E’ molto bello questo “diario da Cairano”, che ha la forma di un reportage corale e riflessivo come quando ci è raccontato dei lontanissimi anni sessanta: …
In una recentissima intervista di Roberto Festa a Roberto Magatti (“Repubblica” del 6 luglio, pag. 33) Magatti ci dice proprio con esattezza di quegli anni tanto segnati “dall’idea che esiste uno spazio di soggettività che deve essere il più possibile protetto e ampliato”… se non fosse… se non fosse che pochi anni dopo quella soggettività ampliata e da proteggere sarebbe andata a coniugarsi (ad essere strumentalemnte messa insieme) alle incontinenze sfrenate e “neo-magiche” dell’epoca successiva…
Chissà che scriverebbe di questo passaggio d’epoca e di questa epoca di ora Carthaphilus, l’esilarante personaggio del”L’immortale” di Borges (il racconto farsesco che apre “L’Aleph”); forse direbbe: “nulla può accadere una sola volta, nulla è preziosamente precario”; oppure – chissà –: “Avevo percorso un labirinto… Un labirinto è un edificio costruito per confondere gli uomini… quando iniziammo il ritorno al villaggio, sotto le prime stelle, la sabbia scottava sotto i piedi”.
Ciao Donato, felice estate a te e a Giuseppina
Adelelmo
Adelelmo Ruggieri
10 Luglio 2009 alle 9:47 am
La seconda parte conferma la bellezza della prima, l’autore è riuscito a mantenere lo stile fresco e ironico; alcuni brani tuttavia non sono impaginati bene, questo dipende da chi inserisce nel blog?
I versi “Nei miei occhi è scritto il tuo nome….” che concludono il paragrafo 3 andrebbero scritti in corsivo e rispettando la metrica forse c’è un errore di impaginazione, sarebbe meglio correggere. Complimenti all’autore e un saluto alla Comunità
Angela
angela
10 Luglio 2009 alle 2:11 pm
Grazie a Salvatore e Adelelmo per le annotazioni lusinghiere rivolte ai miei Appunti. E’ qualcosa, infatti, che mi sta crescendo tra le mani e, spero, che un po’ serva a capire lo spirito (o gli spiriti) di “Cairano 7x”, evento, indubbiamente splendido e memorabile. Grazie anche ad Angela, che mi legge sempre, noto, con lodevole attenzione. Sì, hai ragione, l’impaginazione di Appunti 2, non è granché bella: sono saltati i corsivi, i paragrafi, i versi, ecc. ecc. Non saprei dire perché. Forse Franco o qualcun altro dei gestori del blog potrebbero spiegarlo. Ancora grazie e ciao
Donato
Donato Salzarulo
13 Luglio 2009 alle 7:37 am