appunti da cairano (3)
(Primo pomeriggio di Sabato 27 giugno 2009) _ di Donato Salzarulo
Quando ti ho riconosciuto,
eri già passato, già consegnato
alle falde acquifere della morte.
Nel sottosuolo poroso della memoria,
non c’è volo di rondine che possa
salvarti, né grido di gabbiano
che possa riportarti alla lieve
carezza del mare.
Non posso nulla contro
questo continuo mancare.
1. –Premio alla carriera per Mario Dondero. Uscendo dal refettorio, sulla porta dove si sono sistemati, compro una maglietta XL di cotone bianco. Sul petto c’è il rettangolino con la scritta “Comunità Provvisoria”. Costa dieci euro, ma pago con un biglietto da venti. Non ha resto. “Fa niente, gli dico, tienili”. Non mi piace mangiare a sbafo e con l’offerta ho l’impressione di mettere a posto la mia coscienza. Niente da fare. Il giovane organizzatore non capisce e di magliette me ne dà due, invece di una. In più vi aggiunge anche uno di quei cappellini neri da basket, con la visiera lunga e la scritta sulla fronte “Cairano 7x”.
Il cappellino mi serve più di tutto. E’ una giornata col sole che picchia e l’aria, come si dice dalle mie parti, un po’ malata. Sccattata, per la precisione. Ho la piazza della fronte avvampata e la faccia arrossata, come quella di mia madre quando tornava da certe giornate di favonio trascorse a zappare nei terreni di Vallefiumata. Metto il berretto e con gli amici mi catapulto fuori, arrampicandoci verso il bar di zio Angiulino per bere un caffè. Prima vado a svuotare la vescica nel bagno che, avendo forse lo sciacquone rotto, continua a versare rivoli nella tazza.
Per sorseggiare il caffè, bisogna attendere parecchio. Siamo in tanti e il barista è tutt’altro che propenso a fare miracoli. Del resto, non abbiamo cartellini da timbrare e la cerimonia di premiazione non ha un’ora precisa da rispettare. Franco ha detto: ci vediamo dopo pranzo, verso le tre…
Mario Dondero è un simpaticissimo signor in abito di lino, un ottimo affabulatore, un grandissimo fotografo, un eccellente viaggiatore, un uomo saggio e ricco di esperienze…”Ho cominciato facendo il cronista”, ripete spesso.
Ha sulla spalla sinistra la sua compagna, la macchina fotografica cui deve la sua fama. Ogni tanto punta l’obiettivo e scatta. Anche a noi è capitato, mentre salivamo i gradini della strada, di essere inquadrati nel suo mirino. “Fermi!…” Ma nessuno si illude. Nessuno si aspetta di vedersi recapitare a casa la foto che gli è stata scattata dal Maestro. Niente. Chi lo conosce bene, sostiene che è fortuna rarissima ricevere in dono una sua foto,
Franco oggi è stato baciato da questa fortuna. Dondero gli ha regalato un primo piano in bianco e nero che più bello non si può. Il mio amico è felice e mostra la foto.
Ora siamo in piazza, in quella più larga, in quella, non ho capito bene se del Municipio o del Duomo. Siamo assiepati nello spazio in cui Franco tiene i fili della cerimonia. Alla mia sinistra, seduti per terra, sui gradini della strada un nutrito gruppo di giovani maschi e femmine con la maglietta arancione. Non so cosa fanno. Mi pare di aver capito che lavorino alla costruzione della cupola. Persone in mezzo alla piazza e persone alla mia destra, in un angolo d’ombra. Alcuni hanno la maglia blu, altri bianca come le due che il giovane organizzatore mi ha dato (io ne ho una in borsa, un’altra addosso), altri senza etichetta di ordinanza. Seduta su uno scalino, una donna allegra in jeans accarezza con dolcezza un cane randagio, spaesato.
“La parola al Sindaco!…” dice Franco. E un giovane un po’ impacciato cerca di argomentare il perché della premiazione. Ma sbaglia il nome del premiato. Si corregge. Sbaglia ancora. Si corregge. Alla fine risulta chiaro che per mille e mille ragioni la direzione di “Cairano 7x” intende dare un premio alla lunga e brillante carriera di Mario Dondero. La direzione e tutta l’organizzazione: la municipalità, la Pro-Loco, ecc. ecc.
Il Maestro è emozionato. Dal portone alle sue spalle escono due giovani con una grande pagnotta di pane. In mezzo, alto e rotondo, un pezzo intero di formaggio. Foto!…Foto!…Intanto zi Carminuccio attacca col suo organetto e in piazza si salta, si balla, si applaude. E’ festa grande, grande festa.
Il Maestro prende la parola per ringraziare. E’ felicissimo per l’omaggio tributatogli ed è contento per il pane ed il formaggio. Grazie Cairano!…Grazie a tutti!
2. – Sulla Rupe con Adriana. Chi fosse Adriana Rocco l’ho capito dopo, quando Franco l’ha presentata alla piccola folla assiepata sull’erba della Rupe. Prima in piazza e per le viuzze del paese avevo notato una signora vestita in arancione, con una veletta in testa e mi ero incuriosito. Chi sarà mai?…Quando dal luogo della cerimonia a Dondero, ci siamo arrampicati sul rostro di Cairano, sul suo becco d’aquila, oltre alla visione di uno spettacolo di rara bellezza (l’azzurro del lago artificiale, la valle, i monti, lo strapiombo sotto gli occhi), ho soddisfatto la mia curiosità: Adriana Rocco avrebbe condotto la “Meditazione nella luce, nell’aria, nella bellezza”, una meditazione che sarebbe stata poi anche una camminata dalla via delle grotte, zona cimitero, alla Rupe. Sinceramente quest’ultimo punto non l’ho capito subito. L’ho capito qualche oretta dopo, tornando a sfogliare il Programma di “Cairano 7x” e leggendo brani del libretto, distribuito – immagino – da Adriana, prima o durante il corteo. Mi riferisco al libricino di Thich Nhat Hanh, monaco zen, scrittore e poeta, nato in Vietnam nel 1926. Grande personalità, apprendo che “ha sempre vissuto la sua pratica spirituale come profondo impegno sociale e politico per la pace”. Ecco perché il titolo del libricino è “Passi di pace” e il sottotitolo “Meditazione camminata”.
Sulla Rupe, mi sono seduto per terra insieme agli altri. Poi, un po’ perché un esercito di formiche stava dando l’assalto alla mia gamba sinistra, un po’ perché stavo squagliando sotto il sole, un po’ perché le parole di Adriana non risuonavano granché nella mia preistorica caverna interiore, mi sono alzato e me ne sono andato sotto un gazebo di legno. Panchina comoda e ottimo tavolo. Ho cercato nella borsa rossa il bloc-notes, l’ho tirato fuori e mi sono messo a meditare, cioè, a “coltivare la mente” come giustamente sostiene il libricino.
Che ci faccio qui? Cosa chiedo a queste persone e a questo paesaggio? Che stiano ad ascoltare le mie poesie? Che leggano le mie parole e i miei pensieri? E chi sono io per pretendere tanto? Io che ieri mattina, a Cinisello, non sono riuscito a bloccare le pulsioni aggressive di un professore di matematica intenzionato a bocciare a tutti i costi un ragazzino? Io che ho il privilegio di lasciare, nell’arco di poche ore, uno squallido quartiere di periferia metropolitana e venire qui a nutrirmi d’aria, contemplazioni, paesaggi, meditazioni, belle persone? Chi sono io?…
Domande tutt’altro che fredde e rese forse più vertiginose dalla luce ardente del sole e dall’abisso aperto sotto la Rupe. E’ qui quello che cerco oppure questo verde e quest’azzurro mi ingannano? Ma cosa cerco? Cosa effettivamente voglio?…
Mentre sprofondavo filosoficamente nelle mie faglie e fessure mentali, è arrivato Calabrese. Anche lui si è seduto sotto il gazebo e si è messo a scrivere di getto una poesia sul tavolo (inteso come supporto, sostituto della carta, non come argomento). Oh, meraviglia di un uomo!…Quante falde impregnano le nostre teste?!…
E con questa congettura, interrogativa e allo stesso tempo esclamativa, ho pensato che fosse giunto il momento di porre fine alla mia meditazione e lentamente, passo dopo passo, mi sono riportato nella piazzetta profumatissima dei tigli. Qui ho incontrato Andrea Gobetti. Stava avvolgendo una manciatina di tabacco in un piccolo rettangolo di carta velina. Gesto che ho visto fare milioni di volte a mio padre. Lo faceva con l’indice e il pollice, aiutandosi col medio. E devo dire – mi perdoni Andrea – con più perizia e velocità. Senza metterci il filtro.
Trascorsi una decina di minuti, siamo andati al bar. Abbiamo bevuto una birra e ci siamo messi a parlare con Adelelmo che se ne stava seduto su uno scalino.
3. – Visita alla cupola e alle grotte. A Cairano un po’ si sta insieme, un po’ ci si lascia. Ora si incontra un ospite o un comunitario, ora se ne incontra un altro. Se hai familiarizzato con qualcuno per qualcosa di più che la briciola di tempo in cui, magari, sei rimasto seduto al fianco, ti saluti. Altrimenti incroci sguardi, osservi abbigliamenti, corpi.
Può succedere che t’avvii in compagnia di un amico, che so?, Franco o Adelelmo, ad esempio, e per strada lo perdi o li perdi. Quindi, non ricordo più in compagnia di chi mi sono inerpicato verso la cupola. Di una bella fanciulla certamente no. Curiosità: ma perché continuano a chiamare cupola una costruzione in mattoni che è più simile ad una botte che ad un limone tagliato a metà? Mistero.
Comunque, la cupola è lì. Guarda verso il Formicoso e l’ho raggiunta dalla piazzetta della chiesa di San Leone, lungo la via che si dipana in alto, sempre più in alto, di fronte alla facciata.
Le grotte, invece, bisogna cercarle giù, imboccando la strada laterale alla piazza e incamminandosi verso la vallata. Giù ferve il laboratorio dei giardini. Ecco, un’altra caratteristica di questa “Cairano 7X”. Oltre agli incontri con autori, ai “parlamenti”, ai concerti, agli spettacoli teatrali e alle proiezioni di documentari e di film, da martedì 23 giugno sono stati attivati sette laboratori in sette “luoghi topici” del paese: l’ingresso-biblioteca, le grotte del Calvario, la rupe del Castello, ecc.
Andiamo allora verso le grotte. Prima di avviarci, Franco saluta due donne. Una mi appare più giovane dell’altra. Quasi madre e figlia. Franco abbraccia, quest’ultima. Una bella figliola devo dire. Alta, col viso aperto e luminoso, con gli occhi che parlano e respirano in modo profondo e generoso. Come vorrei sapere da quali lembi di cielo e da quali moti nascosti attingono la loro forza, mi dico tra me e me. Intanto, Franco saluta e andiamo via.
Per strada, parliamo d’altro: del lavoro che sta facendo, dei sampietrini e dell’asfalto che anche a Cairano hanno sostituito in alcuni tratti il ciottolato antico, quello fatto coi sassi e con lastre di pietra al centro…Mentre così chiacchieriamo, ci vengono incontro persone singole o a gruppi che salutano il direttore artistico o chiedono informazioni. Dopo un po’ lui si ferma ed io procedo da solo.
Scendo giù, sempre più giù, oltre le balle rettangolari di paglia, oltre “i giardini in movimento”, oltre le grotte del Calvario. Giù, finché la strada si fa di campagna e sento la febbre delle robinie bruciare sulla mia fronte, la musica del sole orchestrare il silenzio delle penombre…Laggiù, penso, in fondo alla valle, al centro o intorno al centro, scorre l’Ofanto, il fiume della mia infanzia. Più importante per me del Lambro, quello che lambisce la città in cui attualmente vivo e di cui pure racconto le gesta alluvionali. L’Ofanto, che si chiamava così, secondo mio padre, perché, durante una delle tante guerre, nel suo letto sarebbero morti annegati tanti fanti e il generale, al cospetto di tanta sciagura, si sarebbe portato una mano sulla fronte e avrebbe esclamato “Oh, fante!”. Da qui, per una di quelle imprevedibili derive lessicali e aggiustamenti fonematici, il nome attuale.
Non so se mio padre se la fosse inventata questa leggenda o l’avesse ricevuta in dono dal passaparola oppure l’avesse raccolta in uno di quei momenti di affabulazione spontanea: in piazza, al mercato, andando in campagna o seduto vicino alla legna da bruciare nel camino. Mio padre, finito sotto padrone a nove anni e a lungo in giro per casoni e masserie pugliesi. Mio padre che ogni tanto penso di non aver riconosciuto come dovevo.
Ieri sera ho provato a raccontarla questa mia infanzia con l’Ofanto. E quando ho finito, ho avuto la sensazione che il pubblico si aspettasse altro, desiderasse che andassi avanti, che aggiungessi frasi al rivolo cieco delle parole, ai loro riflessi azzurri…Invece, non avevo nulla da aggiungere:
Ho trascorso l’infanzia in una masseria pugliese
dove mio padre, per quattro anni, dal Cinquantadue al Cinquantasei
del secolo morto, ha servito da massaro un padrone di nome don Attilio.
Oltre che mungerle le vacche, le portava a pascolare.
Nelle belle giornate gli facevo compagnia.
La masseria di Tavoletta, così si chiamava il luogo,
non aveva luce e acqua, né servizi igienici.
Non molto lontano scorreva l’Ofanto
e per bere c’era un pozzo con due secchi e la carrucola.
Il lume a petrolio era appeso alla parete.
A volte, la legna accesa nel grande camino, illuminava di più.
Il bagno lo facevo d’estate nell’Ofanto. D’inverno
mia madre riscaldava un po’ d’acqua in una conca.
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commenta sull’originale : http://www.cairano7x.it/?p=1935
Questa, delle tre, è la parte che più mi ha toccato e che tra le altre ho più apprezzato. Tornare nei luoghi d’infanzia, senza una motivazione feriale o di visita dovuta, avendo a disposizione del tempo per meditare, ti porta inevitabilmente indietro nel tempo, a rivalutare affetti perduti e compresi appieno solo ora, quando non vi è più modo di recapitarli al mittente. Molto bella la dedica iniziale.
Rocchina.
Rocchina Spellecchia
21 Luglio 2009 alle 3:16 pm
Sì, è vero. La visita alle grotte l’ho vissuta un po’ cone una specie di discesa nel mondo dell’oltretomba. Sapevo che lì, in fondo, c’era l’Ofanto e il fiume mi ha riportato all’infanzia e a mio padre. I versi iniziali sono scritti per lui. A volte, ho l’impressione di non averlo “riconosciuto”. Grazie per le annotazioni.
Donato Salzarulo
23 Luglio 2009 alle 8:46 am