COMUNITA' PROVVISORIA

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APPUNTI DA CAIRANO (4)

 (Verso la sera di Sabato 27 giugno 2009)

di  Donato Salzarulo

 

«Tu cerchi l’Infinito» mi hai detto,

con voce appena di luna.

«Sì» ho risposto, indicandoti

col dito.

 

1.- Rimarrà sempre un segno. Sono stanco quando torno su, nella piazzetta della chiesa di San Leone, diventata, insieme al bar, il centro della mia mappa mentale cairanese.

E’ qui che trovo quasi tutti gli elementi che fanno di me quel che sono: l’abbraccio caloroso coi tigli e col loro profumo penetrante e invisibile; l’immobilità prodigiosa delle panchine in ascolto sulla soglia della chiesa; il chiarore dolce del parapetto che apre orizzonti di avvallamenti e alture, oscillazioni improvvise degli umori, con alti e bassi che fanno pensare a cuori con elettrocardiogrammi allarmanti; la sorgente di una parola celeste e triste raccolta in un luogo un tempo sacro ed ora sconsacrato; una piazza da cui scrutare le luci notturne di paesi a tratti impigriti e indolenziti, a tratti vivaci e scoppiettanti…Tiglio, panchine, parapetto, piazza, chiesa sono gli stessi elementi che un bisaccese ritrova in piazza Convento. Qui, a Cairano, è tutto più raccolto, più in miniatura. Forse per questo, per un attimo penso, Franco ha stabilito in questo paese una specie di sua seconda residenza. Non solo perché ha trovato amici generosi capaci di manifestargli il riconoscimento che merita e di dare ali al suo grande talento e alla sua viva intelligenza. Forse anche per questa struttura di elementi che si ripetono, per queste invarianti su cui tessere le variazioni e le trame delle storie. Può darsi che sia questa “struttura elementare” la molla segreta dei nostri a volte lenti, a volte compulsi movimenti. Penso all’emigrato bisaccese finito a Vancouver che pianta sulla soglia di casa arbusti di ginestra o alla maestra di Scampitella che li pianta nel giardino della scuola di Cologno. Chi va via, per scelta o per necessità; non porta con sé soltanto dialetti, costumi, abitudini alimentari, proverbi, detti e canti folcloristici. Quasi certamente ha nei suoi occhi anche il paesaggio appenninico, la piazza del paese con le sue panchine e i suoi tigli. Io che vivo da oltre quarant’anni nella città di Mediaset, quando ho verseggiato su di lei e ho pensato a cosa, più di tutto, mi manca, ho risposto che a Cologno mi manca il vento.

Eolo, il regista delle scene variabili del cielo, il dio che può regalarmi a Bisaccia, in un sol giorno neve, pioggia e sole.

Se queste annotazioni hanno qualche fondamento, la paesologia, questo genere letterario che il mio amico ha inventato, avrebbe bisogno di matrimoni  non solo col teatro, la musica, la scultura, la pittura, l’architettura, la fotografia e la cinematografia (tutte arti quanto mai presenti in questa sette giorni cairanese), ma anche di accoppiamenti con le scienze naturali e non, di relazioni con ciò che arte non è e che non è soltanto il “discorso politico” (ambientalismo, decrescita, ecc.) affiorante ora qui, ora lì. Certo, qui si incontrano anche antropologi, speleologi, ecc., ma sembrerebbe che ci siano non perché abbiano un loro discorso da fare, ma perché “prestati alla letteratura”. E’ probabile che questa osservazione nasca nel mio cervello perché faccio parte di una redazione che anima un sito e pubblica una rivista col programmatico nome di “Poliscritture”…

Seduto sulla panchina a destra della facciata e immerso in questo giro di pensieri, inizialmente sento appena la signora che mi rivolge educatamente la domanda: “Ha visto quelli della meditazione-camminata?..”

Tornato presente a me stesso, riconosco le due donne salutate un’ora prima da Franco. “No, rispondo, non ho visto nessuno”. Poi, ricordandomi che sulla Rupe una meditazione o qualcosa di simile c’era stata, aggiungo: “L’evento si è già svolto verso le quattro”.

A questo punto, mi tocca essere sincero: la meditazione sulla Rupe non mi era granché piaciuta. Non per responsabilità di Adriana, che ha svolto benissimo l’attività in cui crede. Per esclusiva insensibilità mia. Per un mio inveterato pregiudizio nei confronti di queste manifestazioni orientaleggianti o new-age.

Allora faccio agire il mio pregiudizio. Perché mai, mi domando, due belle donne dovrebbero inseguire un’altra donna in meditazione zen e non possono fermarsi in piazza a chiacchierare cinque minuti con me? Insomma, sono o non sono un uomo interessante? Voglio dire, al di là dei miei capelli, del mio viso, delle mie spalle, sono una persona che passa ore ed ore a scrivere versi, frasi, pensieri; a raccontare sguardi, emozioni, visioni, esperienze…Qualcosa da dire, forse anche importante, ce l’avrei. Possibile che non riesca ad attrarre la loro attenzione e curiosità?

“Ma no!, mi fa una delle due donne insistendo, ci deve essere la meditazione-camminata. E’ prevista dal programma…”

“Ma quale programma!…A Cairano i programma, come dicono gli stessi organizzatori, sono previsti in linea di massima e con la nostra tipica approssimazione meridionale…La meditazione, vi ripeto, c’è già stata sulla Rupe. Adriana ha già parlato. Comunque lì, affisso sulla porta della chiesa, c’è il programma…Che io sappia, più tardi è prevista la serata marchigiana…Leggeranno Adelelmo Ruggeri ed Angelo Ferracuti.”

Le due donne ascoltano. Non sono molto convinte, ma rimangono dove sono. Allora aggiungo: “Poi, non vedete il cielo? E’ pieno di nuvole minacciose. Fra pochi minuti verrà a piovere. Dubito che sotto la pioggia si cammini e si mediti…”

Gli occhi della più giovane si illuminano e tutto il viso le sorride. Quella che immagino sia la madre rimane perplessa. E, tuttavia, cominciando a cadere le prime gocce,  il mio argomento si sostanzia di un’evidenza palmare.

Intanto arriva anche Pietrantonio con Teresa. E con lei le figlie e la sorella. Ci ripariamo tutti in chiesa e, sedendoci, formiamo qualcosa che somiglia vagamente a un circolo. Ci presentiamo. Le due donne si chiamano Michela e Ornella. La prima, la più giovane, si chiama proprio Michela come mia madre e come la mia prima figlia. Capisco perché avvertivo nella felice bellezza del suo sorriso qualcosa di familiare.

Io e Pietrantonio diamo inizio allora ad uno di quei nostri spettacoli tra il paradossale e il comico, tra l’assurdo e il grottesco. Teresa è la moglie di Pietrantonio, ma il suo primo marito sarei io, perché l’avrei sposata per procura, come succedeva agli emigrati italiani in America. Lo diciamo tra lo stupore dei presenti e, mentre andiamo avanti nella nostra recita funambolica, arriva un’altra donna. Si chiama Cinzia. Non fa in tempo a presentarsi che si trova ben presto coinvolta in una discussione da capogiro sulla differenza tra l’Interno (inteso come “vita interiore”) e l’Esterno (inteso come “vita esteriore”, mondo tangibile del di fuori).

“Io, sostiene Cinzia, ormai credo che l’Esterno sia il mio Interno”. Classica posizione soggettivistica, penso, e vado all’attacco. “Ma l’Esterno esiste, dico io, e ci resiste anche”. Controbattevo pensando alla “resistenza” di Michela e Ornella. Non riuscivo a convincerle di ciò che semplicemente stava accadendo: “Sì, ripetevo, siete venute a Cairano per meditare. Ma il fatto che abbiate continuato a vagare per il paese senza riuscire a trovare la maestra zen, il fatto che stia venendo giù la pioggia e voi siate costrette a ripararvi qui, sono tutti segni da leggere in positivo. Voi dovete stare qui a coltivare la vostra mente, dovete stare con noi. Conoscete Baudelaire? Conoscete la poesia intitolata Corrispondenze?…La Natura è un tempio dove colonne viventi lasciano a volte uscire confuse parole. Esattamente ciò che vi sta succedendo… Ci sono le parole confuse da decifrare, decifratele.” Un po’ facevo sul serio, un po’ mi divertivo. Volevo, ecco il primo obiettivo, convincerle che l’Infinito è per strada, nella vita quotidiana, nell’aria che respiriamo, nel paesaggio che amiamo. L’Infinito siamo noi e le persone che incontriamo. E’ il presente, il qui ed ora. Inoltre, ecco il secondo obiettivo, intendevo distoglierle dalla loro meta – qui agiva il mio pregiudizio nei confronti delle meditazioni orientaleggianti – per far loro riconoscere un’altra meta, quella che stavano vivendo al presente.

Ed ecco che, mentre mi arrabattavo con argomenti spinoziani e baudeleriani a scompaginare difese e resistenze, ecco le bambine sul palco leggere brani da “Passi di pace”, il libricino del monaco buddista Thich Nhat Hanh, distribuito forse dalla stessa Adriana o da qualcuna del gruppo delle meditanti.

Alle nostre orecchie arriva una frase: “Ogni passo è la meta”. E dio santo!, esclamo tra me e me, allora è vero che tutte le Sapienze del mondo hanno punti in comune. “Ogni passo è la meta” è come dire, all’incirca, che l’Infinito è presente. Rivolto, perciò, a Pietrantonio chiedo ad alta voce: “Cosa vuol dire che ogni passo è la meta?” Le due donne ascoltano, Pietrantonio rimastica le parole, come quando un professore interroga a tradimento uno studente mal capitato che non sa dove trovare la risposta. Ma Pietrantonio è bravissimo e mi fa rimbalzare la domanda, mi serve, per così dire, la palla per la schiacciata. Sono già pronto e m’appresto alla volata finale, quando ecco le voci di un corteo penetrare nella comunità provvisoriamente costituitasi. “Sono i meditativi”, dice Cinzia. Al che, Ornella scatta e dopo di lei Michela. “Andate!…Andate!…” ripeto. E lo dico col sorriso amaro dello sconfitto, col sorriso di chi fa buon viso a cattivo gioco.

“Rimarrà sempre un segno”, mi dico. consolandomi e rinunciando a qualsiasi ulteriore tentativo di trattenerle. “Rimarrà sempre un segno” è un verso di Fortini ed è tratto da una poesia che più di dieci anni fa lessi e commentai rigo per rigo, se ricordo bene, al Centro “Guido Dorso” di Avellino. La poesia è tratta da «Paesaggio con serpente» e s’intitola “Del tuo timido gatto”.

Se non fossi convinto che rimarrà sempre un segno, non sarei qui neanche a scriverne. Non farei l’uomo di scuola, il mestiere che faccio da una vita. Sempre studente e, al tempo stesso, insegnante; sempre allievo e, nel medesimo tempo, educatore di me stesso e degli altri.    

 

2. – Serata marchigiana. Stavamo insieme a scambiarci impressioni sull’onestà e serietà dello scrivere e lavorare, quando Adelelmo mi fa: “Devo andare su, devo andare in camera a prepararmi”. Lo capisco. Anche a me succede la stessa cosa. In simili occasioni sembro uno scolaretto che deve ripassare la lezione. Adelelmo è ingegnere. Dopo gli studi, ha avuto a che fare con muratori, proprietari di case, costruttori. Ma la scuola gli è rimasta dentro. Io, poi, non me sono mai uscito!… Nulla di male. E’ giusto prepararsi. Più si è preparati, più si riesce ad avere consapevolezza di quanto esattamente si cercherà di dire. Forse si riesce ad improvvisare anche con efficacia. I cambiamenti di programma, gli imprevisti in corso d’opera si fronteggiano meglio se sono attesi e se si possiede la necessaria attrezzatura mentale e culturale. Penso alla parola “avventura”.  Quante persone la usano associandola soltanto alle imprese eroiche di questo o quel personaggio? Quante persone riflettono sul suo significato più semplice? Ad-venio. Qualcosa che sta venendo verso di noi, un infinito futuro che si sta facendo, ci sta venendo incontro. Un accadimento che, magari, avrà dentro ripetizioni (riti, ritmi…) e circostanze inattese, impreviste singolarità, straordinarietà. Ogni giorno ha le sue avventure. Starei per dire, ogni ora, ogni momento. Oggi mi sembra di averne vissute a sufficienza. Ma la serata marchigiana non posso perdermela…

Col solito, abbondante ritardo, ad un certo punto, ha inizio. Franco presenta ufficialmente Angelo Ferracuti e Adelelmo Ruggieri. Vengono dette parole non di circostanza. Fra i tre c’è una buona intesa, un legame che dura nel tempo. E’ grazie a queste relazioni che un po’ d’Irpinia ha viaggiato nelle Marche e un po’ di Marche in Irpinia.

Dopo l’introduzione di Franco, attacca Angelo. Legge brani tratti dal suo libro più recente: «Viaggi da Fermo» (Laterza, 2009). Quello, mi pare, in cui racconta di non essere stato un buono studente e quell’altro in cui la madre Elvira guardava rapita un attore-mito del cinema italiano, il tenebroso Massimo Girotti. «Quando se ne andava da casa nostra, mamma toccava le stoffe di quelle camicie neanche fossero la sacra sindone, inalava gli odori con un feticismo di ritorno che metteva paura, e a noi bambini raccontava di questo incontro magnifico, che altro non era stato se non prendergli con il centimetro la circonferenza vita, la lunghezza delle braccia e la misura del collo, prima di vederlo eclissarsi come in certi sogni.» (pag. 62)

Poi la parola passa ad Adelelmo. Legge poesie tratte dal suo secondo libro «Vieni presto, domani» (peQuod, 2006). Ma non ci giurerei. La lettura è continuamente disturbata e interrotta dal viavai vicino alla porta della chiesa e dalle voci concitate e allegre provenienti da di fuori. Mi distraggo e mi dispiace. Già il mio amico legge in modo smorzato, abbassato e con un suo respiro singolare, se poi in sala i rumori soverchiano tutto è difficile capire di che si tratta. Adelelmo, un po’ contrariato, è costretto, addirittura, a ricominciare daccapo la lettura di una poesia. Questa mi sembra inedita.

La parola torna ad Angelo. Legge un brano su Diego Della Valle, uno strano imprenditore, amante delle cravatte e rappresentante autorevole del nuovo capitalismo italiano, che è peggio del vecchio.

Angelo è scrittore che si riconosce in un’altra Italia, quella del lavoro, quella civile, democratica e solidale così aspramente combattuta dall’attuale regime mass-mediatico. Quando lessi «Le risorse umane» (Feltrinelli, 2006), scoprii che per quindici anni aveva fatto il portalettere, mestiere che umanamente, così sosteneva, l’aveva nutrito di più.

Scoprii anche che per lui, d’accordo con Robert Walser, il compito più nobile di un solerte e coscienzioso scrittore è quello di ficcare il naso dappertutto. E, infatti, Angelo l’aveva ficcato nei cantieri navali di Monfalcone, incontrando e parlando con le vedove di chi era morto di cancro ai polmoni per essere stato esposto, durante il lavoro, all’amianto; parlando coi minatori reduci da Marcinelle, coi camionisti, con gli emigrati pachistani e cinesi, col trombettista sottoposto a mobbyng, col manager cristiano e ammalato che si rende conto che l’obiettivo del capitalismo non è di far vivere meglio le persone, ma guadagnare di più, realizzare il massimo profitto, ecc. Tutto questo Angelo lo fa non in maniera ideologica, non predicando l’impegno, ma coltivando un’idea di letteratura – lo scopre mentre viene a Bisaccia, leggendo un libro di Acheng -  “in forma di appunto”, una «scrittura ondivaga, senza un vero centro, che tiene conto della mutazione delle percezioni nel tempo. E’ la più antiromanzesca, quella che incontra la vita» (pag. 181)

Prosa e poesia: la parola torna ad Adelelmo. Molto probabilmente, il suo prossimo libro si chiamerà «La linea delle conchiglie». Conchiglia, Adelelmo lo sa, è parola che amo. Una mia composizione si intitola “Conchiglia dell’Incoronata”. Alcune di queste poesie che Adelelmo pubblicherà si possono già leggere nell’ultimo numero di POLISCRITTURE. Un’altra è questa, me l’ha regalata in lettura, recentemente.

 

La linea delle conchiglie

 

Venivo spesso d’estate in questa contrada

marina polverosa e libera. Venivo con il mio

stupore quando si mostra per intero il nodo

che tiene insieme le cose, poi mi ricredevo

capivo l’errore. Sto allo spigolo di una figura.

Non c’è un posto lontano da tutto, guardo

di una collina il profilo duraturo che scende

Guardo il mio fratello che cammina incorporeo

lungo la linea passeggera delle conchiglie.

 

Ogni tanto Adelelmo confessa di voler scendere da quella che chiama “l’altalena della poesia”. Ogni tanto dice che sarebbe meglio starsene fermi e zitti. Ma chi scrive versi così belli, chi conserva lo stupore di trovarsi anche soltanto una volta sola, anche ricredendosi per aver capito l’errore, di fronte al  “nodo che tiene insieme le cose”, difficilmente potrà rinunciare a questo esercizio, a questa coltivazione della mente. Per quanto mi riguarda, desidero che non rinunci.

La parola ancora ad Angelo. Oggi è stata un po’ la giornata di Dondero, dice. Niente di meglio, quindi, che leggere le pagine in cui racconto il nostro “corso accelerato di superamicizia”. E Angelo racconta con precisione e affetto. Il Maestro, infine, ringrazia. Troppe emozioni in un giorno. Davvero troppe.

 

3. – Avanti ad oltranza. Terminata la serata marchigiana, tornerei volentieri a Bisaccia. Sono stanco. La giornata è stata ricca ed intensa. Ho bisogno di riposo e di metabolizzare pensieri, emozioni, sensazioni, conoscenze, incontri.

Agostino nel pomeriggio è andato a Vietri a prendere il figlio e siamo rimasti d’accordo che non sarebbe ripassato per Cairano. Devo quindi arrangiarmi, cercarmi un passaggio. Infine, lo trovo. Al paese ritornerò con Lucia, la sorella di Pietrantonio. Non prima, però, di aver visto lo spettacolo teatrale di Paolo Capozzo e Maurizio Picariello intitolato “Storia di Terra Suoni e Rumori. Ovvero lu strano suonno re Compa Prisco e Compa Mostino”. Lucia, con altre due amiche, è venuta a Cairano a posta. Va bene così. Per me l’importante è sapere che, ad una certa ora, ritornerò a Bisaccia.

Intanto, è ora di cena. Non ho granché fame, ma un’occhiata al refettorio, meglio darla. Nel piatto (di plastica) metto alcune forchettate di farfalle. Poi mi verso un bicchiere di vino. Vicino ad un tavolo, attorniato da un gruppo di amici o di fan, scorgo Vinicio Capossela. Ha in testa un berretto dai colori vivaci e rotondo. Come un tamburello. O forse più grande. Bizzarro, non c’è che dire. Vinicio è un talento eccezionale, un artista di prima grandezza. Ricordo una nottata trascorsa con lui in un agriturismo bisaccese. C’era anche Agostino, che gli regalò un’edizione del famoso “Viaggio elettorale” di De Sanctis. Non ricordo più quanti bicchierini scolammo di un liquore fatto in casa. Un liquore d’alloro. Dovevamo digerire. Quante ne raccontammo!… C’era pure Giuseppina. Andarlo a salutare? …Neanche a pensarci. Quell’estate di sette o otto anni non era ancora la star che è diventata oggi. Con le tante persone che l’attorniano non è proprio il caso di costringerlo alla fatica di ricordarsi. Vinicio è bravissimo e sta facendo molto per “Cairano 7x”. E’ già la seconda volta che viene. In verità sta facendo molto anche per sostenere la lotta contro la discarica al Formicoso. Meno male che ci sono artisti così sensibili…

Nel salone del refettorio c’è calca, affollamento. Sono molte le persone venute anche da fuori. Vinicio è la corolla che attira le api. Il programma prevede che si andrà avanti ad oltranza con blues, folk, rock. I partecipanti vivranno un notturno di suoni, storie, versi; resteranno in piedi fino alle cinque per assistere allo spettacolo naturale dell’alba a Cairano.

Sarà sicuramente un’entusiasmante esperienza, ma io ho bisogno di stare solo. Di albe ne ho viste troppe. L’ammetto, è un peccato perdersi questa di Cairano. Ma nella vita non si può vivere tutto. Ho bisogno di adagiare il mio corpo sul letto.

Sono già le due di un altro mattino, quando finalmente riesco ad abbandonarmi alle cure di Morfeo.

Scritto da Arminio

25 luglio 2009 a 7:36 pm

Pubblicato in AUTORI

5 Risposte

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  1. Lo stile di Salzarulo che usa sia prosa che poesia è inconfondibile. Colpisce la tenerezza e insieme la forza delle sue parole che incantano. Cercare l’infinito nel quotidiano è forse quello che dobbiamo imparare a coltivare con cura sperando di saper vedere e saper riconoscere, compito non facile, quante volte non ci accorgiamo dell’infinito che è intorno a noi e lo lasciamo andare senza riconoscerlo,oppure lo facciamo svanire nel nulla perchè si preferisce una cultura del disimpegno, basta guardare quello che ci circonda. Grazie ancora e un saluto.

    giulia

    25 luglio 2009 alle 10:03 pm

  2. E’ giusto cercare l’infinito nelle piccole cose intorno a noi…se ce ne ricordassimo un pò più spesso!!! E’ vero o dovrebbe esserlo: “ogni passo è la meta”… ci renderebbe meno fragili e più vicini alla luna.
    E’ molto bello e coinvolgente il suo modo di raccontare questi 7 giorni a Cairano, è un pò come esserci senza averli vissuti.
    Con stima, Rocchina.

    Rocchina Spellecchia

    27 luglio 2009 alle 3:54 pm

  3. Caro Donato,sono stato una settimana fuori, lontano dai computers, ma non vedevo l’ora di leggere i tuoi reportages cairanesi. Bellissimi il terzo e il quarto. Condivido quello che hanno detto le commentatrici che mi hanno preceduto. Aggiungo, che , una volta completati, sarebbe bello raccoglierli e farne oggetto di pubblicazione specifica nel catalogo che si sta preparando. Dunque, giro la proposta a Franco, Angelo e a tutti gli amici comunitari, perchè si pronuncino in merito, di modo che la cosa diventi realtà.
    Naturalmente attendo con ansia il prosieguo e la conclusione.
    Un abbraccio pieno di affetto e di stima.

    Salvatore D’Angelo

    Salvatore D'Angelo

    27 luglio 2009 alle 11:27 pm

  4. “rimarrà sempre un segno”… bello questo titolo! Fa sentire tutto il fascino irresistibile del “Possibile”, di ciò che non è stato ma che avrebbe potuto essere, è qui che si cela l’infinito, nella possibilità che non si è verificata, ma che ha lasciato quel segno che forse la realtà non avrebbe saputo imprimere. L’esperienza del Possibile è sorgente di vita, spazio creativo, fonte primaria di immaginazione. L’infinito era allora ed è ora tra noi, mentre leggo questa tua storia che ha cristallizzato il Possibile sottraendolo alla foga distruttrice dell’oblio.
    Grazie, anche per la luce che “hai dipinto” sul mio volto.

    Alla possibilità di una prossima volta. Niente è imPossibile.
    Michela

    Michela

    29 luglio 2009 alle 2:56 pm

  5. Grazie per le annotazioni. Sono molto gratificanti e precisano aspetti importanti dei miei Appunti. Se farne o no, una pubblicazione specifica, si vedrà. Quello che posso anticipare è che questi scritti, insieme ad altri, faranno parte di un libro che vorrei intitolare con un sintagma preso in prestito al mio amico Franco “Dal paese d’argilla” .
    Niente è impossibile?…Non lo so, Michela, forse ci sono delle cose, dei fenomeni e delle situazioni impossibili. L’infinito per me non è soltanto il possibile, è soprattutto quello in atto. Per il resto, d’accordo, “alla possibilità di una prossima volta”. Ancora, grazie a tutti.

    Donato Salzarulo

    3 agosto 2009 alle 1:28 pm


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