ACERRA, CASALNUOVO, AFRAGOLA, POMIGLIANO
metto qui un’altro pezzo della rubrica che tengo per il corriere del mezzogiorno, intitolata “i paesi giganti”.
****
Il passaggio ad Acerra comincia con una visita all’inceneritore. Mi sento un ispettore abusivo, uno che va a controllare qualcosa senza che nessuno glielo abbia chiesto. E qui c’è anche poco da ispezionare. La zona è sotto il controllo militare. Per smaltire l’immondizia si è dovuto ricorrere a procedure assai poco democratiche. E mi ritrovo a chiedere informazioni diviso da una rete carceraria. Parlando con due ragazzi addetti alla manutenzione delle aree verdi vengo a sapere che l’inceneritore è sempre in funzione e mi indicano delle canne più in basso da cui esce quello che chiamano vapore acqueo. Uno di loro mi dice che “ce ne vorrebbero altri tre”. Li saluto e li ringrazio per la loro cordialità. Non è il caso di mettermi a disquisire sulla necessità di ridurre i rifiuti e di attuare procedimenti che mi sembrerebbero più sensati.
Vado verso il paese. Un camion mi sfiora e mi evita per un pelo, ma qui è normale, anche l’immissione sulla strada è traumatica e senza preavviso. Prima mi aveva superato allegramente un Pick-up che trasportava sei marocchini.
So che qui c’è un castello e vado a vederlo. Cinque impiegati comunali stanno al fresco. Con solerzia uno mi accompagna al piano di sopra dove posso visitare il museo dedicato a Pulcinella, mi accompagna personalmente il direttore. Mi dice che l’idea è quella di realizzare un museo con tutte le maschere della commedia dell’arte. E comunque ci sono già tante cose. Un Tiepolo con un Pulcinella che nasce da un uovo. Bellissime stampe con Pulcinella sulla luna, sculture, manifesti, locandine e persino la maschera di Antonio Petito e la maglia rossa da lui introdotta nel costume. Il comune ha messo a disposizione i locali, ma tutto il resto è stato fatto da un’associazione di privati.
Sono contento. Il castello baronale ha un largo fossato esterno e ampi spazi all’interno. È molto sobrio, qui non ci sono gli interventi di ricostruzione dell’architettura “militante” e si vede.
In piazza do uno sguardo a manifesti rissosi tra ciò che rimane della sinistra. Acerra non è intonacata, non è imbellettata. Nel centro vedo un discount, un’officina meccanica, la boutique del pollo e un centro commerciale: “La economica”. Questo posto pare conservare qualche brandello di identità e anche le persone mi sono sembrate non del tutto affrancate dai benefici influssi della loro radice contadina, qui assai più forte che altrove. La conferma arriva subito entrando a Casalnuovo che si presenta come “città della moda” e con un viale di giovani platani. Vedo negozi di tutti i tipi, con un’aria molto dimessa, sembrano negozi di paese. Mi fermo a mangiare il mio panino in una piazza ricavata da una rotonda di passaggio per le auto con pochi lecci e pochissima ombra. I giochi per i bambini sono stati tutti distrutti, ne resta solo qualche pezzo, due molle gialle dei cavallucci, la struttura fissa delle altalene.
Passo davanti a una scuola media che si chiama “Ragazzi d’Europa“. Non riesco a trovare un frammento di storia, di memoria. Ci sono parchi residenziali con palazzine altissime e grandi cancelli automatici che chiudono le strade laterali. Alcuni parchi sono abbelliti all’ingresso con grandi fontane in gesso o con statue di Padre Pio.
Cercando un altro paese gigante mi ritrovo ad Afragola. Il cartello all’ingresso quasi non si legge. Mi accoglie una sequenza di cumuli di immondizia nel corso principale. La confraternita di S. Maria, in piazza San Giorgio, ha una splendida nicchia laterale con un affresco ormai quasi scomparso. Davanti e dentro, altra immondizia, una sedia, una scopa, una bottiglia. Una scena del genere dà l’idea di una pubblica amministrazione distratta e di cittadini poco sensibili alla bellezza oppure troppo assuefatti al brutto.
Cerco di camminare un poco a piedi approfittando del fatto che la controra napoletana è dedicata al sonnellino e consapevole che chi può è in vacanza. Guardo palazzi seicenteschi fatiscenti. Dentro si snodano, affastellandosi l’una sull’altra, una miriade di abitazioni povere, retaggio di una cultura, di una vita tutta rurale, tutta ancora esposta come le pesche in vendita a un euro sui banconi dei numerosi fruttivendoli.
Nel giro di mezz’ora ho visto già quattro farmacie, la società dell’esorcizzazione della morte e della salute ad ogni costo qui ha preso piede come altrove, le loro vetrine scintillanti ed ampie me lo confermano.
Adesso sono in piazza Municipio. Un anziano, con evidente tatuaggio al braccio, mi dice, con aria infastidita, che di sera è piena di “quelli”, gli extracomunitari. Il Municipio è un edificio post-unitario, lo stemma di Afragola è una mano bianca che regge una rosa rossa. Dopo una bevuta di acqua fresca, qui le fontane pubbliche funzionano ancora, mi rimetto in cammino. Ogni tanto c’è qualche uomo solo che prende il fresco davanti alla sua casa, così incontro il signor Francesco. Non ha ancora sessantacinque anni. Percepisce 260 euro di pensione. Mi dice che per il resto lo aiuta la sorella.
Cercando di uscire da Afragola mi ritrovo in una zona di case popolari dall’aria bonariamente metafisica, grossi cubi rettangolari, simili ai paesaggi urbani di Sironi, ma colorati con l’acquerello dell’edilizia di subappalto. Non saranno comode a viverci dentro, ma non mi spiace esserci arrivato. Anche qui molta immondizia e tutta una selva di parabole per intrattenere i forzati della vita domestica.
Vorrei andare a Casavatore e invece mi ritrovo incanalato sull’autostrada verso Bari. A questo punto per vedere un altro paese gigante devo uscire a Pomigliano. In piazza Primavera, che potrebbe essere tranquillamente una piazza di Milano Marittima, si vede come l’Alfa e la colonizzazione settentrionale abbiano esportato il loro indotto simbolico qui al Sud con le alte e anonime palazzine che chiudono la piazza. Per realizzarla qualcuno mi ha detto che hanno abbattuto tantissimi alberi.
Mi prendo un gelato e penso a quanto Pomigliano sia diversa da Acerra e anche da Afragola. Eppure sono posti appoggiati sul palmo della stessa mano, sulla stessa nuca del vulcano. L’impressione di diversità è confermata guardando la villa comunale in stile campus americano. Vedo un po’ di persone che corrono, rinunciando alla tradizionale accidia partenopea. Guardando l’ora rinuncio anche alla mia. È tempo di tornare a casa. Ho la sensazione che da Pomigliano non posso ricavare nulla. In verità non si può ricavare nulla da qualsiasi posto. Siamo noi a dover dare qualcosa. Siamo noi che dobbiamo essere attenti, guardare alle infinite sfumature di cui è colmo questo immenso giardino che si chiama mondo. E soprattutto dobbiamo avere cura dei luoghi meno illustri. Io mi sento imprigionato nella tela del mio corpo, ma da qui, da questa clausura mi pare ogni tanto di arrivare alle cose, di sentire la pelle e anche il cuore che le muove. Oggi guardavo il Vesuvio e mi veniva voglia di accarezzarlo come se fosse un animale imprigionato in questo zoo di case. Mi veniva anche tanta rabbia per l’incuria di una politica ottusa e inconcludente che da decenni è annegata nella manutenzione dei suoi piccoli interessi.
Sull’autostrada ripenso alle cose viste in questo ennesimo giro. Penso che questi paesi giganti hanno perso le terminazioni nervose che collegano le varie parti. E adesso hanno un corpo che sa solo crescere alla cieca, che si addossa ad altri corpi in un delirio che ha trasformato la pianura campana in un gigantesco deposito di materiale edile. Ci vuole un doppio sguardo per vedere questi luoghi. Bisogna cogliere insieme il fregio e lo sfregio e bisogna con coraggio indicare i meriti del primo e le colpe del secondo. Questa che viene chiamata periferia napoletana è una zona ricca di intelligenze e di generosità. Una zona che ha ricevuto pochi sguardi e pochissimi riguardi.










Questa comunità provvisoria ha risorse notevolissime.
lorenzo
1 settembre 2009 alle 9:56 am