giornate irpine
metto qui un pezzo uscito oggi sul “il mattino”
armin
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Piove da nuvole che stanno sui tetti e in mezzo alla strada. Non è una giornata per andare in giro. La mattinata non ha cenni di grazia. Il corpo è contratto, viene da un sonno che mi ha lasciato imprigionato nelle mie ansie di sempre, quelle che mi hanno sfinito e che ora mi annoiano. Mi avvio senza una meta precisa. A Grottaminarda una prima visione. Un anziano che dorme in una Punto celeste col finestrino abbassato. Vicino a lui una donna più giovane che dorme anche lei. Mi viene il dubbio che stia male, poi, però si muove, apre gli occhi. È un tratto di strada molto trafficato. L’anziano sembra appena uscito da un reparto di malati terminali. Forse preferisce stare in mezzo al traffico piuttosto che nel letto. Ma forse vuole ancora esporsi alla corrente della vita, sentirsi in mezzo alle cose. Forse vuole quello che voglio io da quarant’anni e che ho accuratamente evitato. Io proseguo. Non mi sento in mezzo a niente, ma proseguo. Arrivo a Venticano e non mi fermo. Avanzo in un’Irpinia che oggi è tutta foderata in grigio, però vedo alberi di loti carichi di frutti ed un melograno che si piega per il peso. Vedo una vegetazione che, per me, irpino d’oriente, è impensabile, fichi d’india e perfino qualche palma, questi colori, il rosso, l’arancio mi restituiscono la prima impressione vivace, concreta. Mi fermo a Dentecane. Vado a vedere se è ancora aperta una libreria che avevo visitato qualche anno fa. Dal saluto caloroso capisco che il libraio è la persona con cui ho parlato a suo tempo. La faccia non la ricordavo, ricordo ormai solo alcune delle facce che incontro. In realtà, la libreria è anche cartolibreria, i libri da soli non ti permettono di tirare avanti, qui bisogna unirli al consumo materiale di agende, diari, libri scolastici e fotocopie. Il libraio sa del mio nuovo libro, ma non lo vedo esposto. Mi dice che aveva pensato a me per fare qualcosa ma non mi ha mai chiamato. Gli lascio di nuovo il mio numero di telefono. So fin troppo bene che gli irpini sono maestri del rinvio, io stesso non mi sono mai sottratto a questa pratica, ma per me c’era la paura a frenarmi o l’impazienza a farmi sbagliare. Gli irpini quando pensano di dover chiamare qualcuno può capitare che questo pensiero lo conservino per anni senza che poi questo qualcuno sia chiamato. Quanto al libro non ho di che stupirmi, in fondo a un libraio di paese pare strano ordinare il libro di uno scrittore che vive in un paese. Dopo Dentecane arrivo a Pietradefusi. Prima ero in una frazione e adesso sono nel comune vero e proprio ma la differenza non si vede o non la noto io. L’edificio del comune sta in un punto anonimo, intorno non c’è una piazza, vicino non c’è una chiesa: un luogo mesto per svolgere la sempre più mesta occupazione di amministrare un paese. Eppure il viale alberato di ingresso a questo luogo mi aveva fatto ben sperare, invece qui è tutto un villificio di casette ad un piano con i loro cancelli elettrici, i muri di cemento armato ed i loro minuscoli giardini. Architetture improbabili. C’è una casa che sembra una nave da crociera. Poco prima avevo visto delle belle case antiche con lussureggianti alberi, tutte chiuse, semiabbandonate. Me le immagino aperte solo in agosto, per quindici giorni. Vado in un bar per bere una camomilla. Vorrei sistemare un poco il mio stomaco più che i miei nervi. Nel bar quattro maschi adulti a cui domando qualcosa. Solite domande, solite risposte sui giovani che vanno via, sulla fine dell’artigianato, sull’agricoltura che non basta a garantire un reddito. Esco fuori, scatto qualche fotografia. La vita qui non ha mai fatto faville, ma adesso si sente chiaramente di essere in un tempo postumo. Un tempo comunque interessante se si ha passione per i dettagli. E il lembo di centro storico a Pietradefusi è un piccolo circo del disordine urbanistico, uno specchio del nostro dissesto interiore costruito con materiale edile. È quasi ora di pranzo. Il panino me lo faccio in un alimentari di Dentecane. Per mangiarlo mi avvio verso Taurasi. Qui i colori dell’autunno irpino un poco sfondano il grigio della giornata. Mi fermo su uno spiazzo da cui si vede Lapio. Ogni paese è la prua di una nave senza marinai. Il paesaggio è un mare di rami e di foglie. Ecco, davanti a un paesaggio come questo senti che ha ancora un senso girare per l’Irpinia e quasi viene da sperare che non riprenda il valzer della betoniere. Adesso sono quasi le quattro. Ho un appuntamento a Grottaminarda in una famosa pasticceria. Mi aspetta un caro amico, uno che crede più di me alla paesologia. Non mi sento a mio agio a stare seduto in un bar, non so perché ma non mi sono mai sentito a mio agio a stare al chiuso di fronte a una o più persone. Comunque il mio amico ha un sorriso trascinante e la mia ipocondria un po’ se ne va via e se volessi potrei offrire un Arminio nuovo, meno legato al perenne autoinganno di credere al male più che al bene. Arriviamo a Bonito. Ho organizzato un incontro della Comunità Provvisoria. L’incontro a un certo punto è interrotto dall’arrivo di persone che sono qui per la presentazione di un libro. Potremmo spostarci in un’altra sala se non fosse occupata da una promessa di matrimonio. Riprendiamo la discussione quando la promessa è finita, la madre della futura sposa ci ha offerto dei confetti verdi a forma di cuore, il testimone aveva anche lui una lucida cravatta verde, dello stesso colore dei confetti. La nostra conversazione non riesce a dilatare entusiasmi come in altre occasioni, oggi sembra un parlare di povere micce che non arrivano mai a detonare. O forse anche oggi c’era tanta generosità e intelligenza e forse sono io che sto sempre a cercare l’orlo nero, il punto morto. Comunque il botto arriva quando visitiamo un piccolo museo da sgabuzzino messo su da un giovane del paese, Gaetano Di Vito. Veramente un luogo memorabile. Insieme alla mummia di zio Vincenzo Camuso vale il viaggio a Bonito. Nel museo di Gaetano si cammina in fila indiana, è un utero con le pareti gremite di oggetti. Mai come in questo caso si riesce a distinguere la visione del tutto dalle singole parti. Questo ragazzo è un eroe, ha messo insieme un’arca di Noè, un catalogo delle merci che hanno accompagnato più di un secolo della nostra vita. Speriamo che a nessuno venga in mente di offrirgli una sede più ampia. Questa meraviglia diventerebbe una cosa triste come i tanti musei della civiltà contadina (fa eccezione quello di Aquilonia grazie al genio di Mimì Tartaglia). Ormai siamo alle nove, mi aspetta un altro impegno, presentazione del mio nuovo libro. Decido che la cosa migliore è limitarmi a una lettura insieme alla mia amica Elda. Lei legge benissimo le mie cose più lunghe. Io me la cavo con le frasi singole, ho il terrore di avere davanti a me una pagina intera da leggere. A fine lettura commetto l’imprudenza di aggiungere qualche considerazione sul libro. Ecco le domande, ecco le risposte. Sono contento che ci sia anche il sindaco del paese e che stia tranquillo ad ascoltare. C’è anche il presidente dell’EPT, anche lui tranquillo ad ascoltare. Alla fine il sindaco chiede di parlare, la letteratura è finita, siamo nuovamente nel demanio televisivo. Prende la parola anche il presidente. Ormai le parole del libro sono lontane, stiamo dando luogo a una sorta di Porta a Porta in una tabaccheria di Bonito. Ognuno va avanti con la sua lingua in una sorta di sottomarino alfabetico che non si bagna della lingua altrui. Peccato, la serata aveva tutti i crismi per essere lievemente memorabile. Piove da nuvole che stanno sui tetti e in mezzo alla strada. Non è una giornata per andare in giro. La mattinata non ha cenni di grazia. Il corpo è contratto, viene da un sonno che mi ha lasciato imprigionato nelle mie ansie di sempre, quelle che mi hanno sfinito e che ora mi annoiano. Mi avvio senza una meta precisa. A Grottaminarda una prima visione. Un anziano che dorme in una Punto celeste col finestrino abbassato. Vicino a lui una donna più giovane che dorme anche lei. Mi viene il dubbio che stia male, poi, però si muove, apre gli occhi. È un tratto di strada molto trafficato. L’anziano sembra appena uscito da un reparto di malati terminali. Forse preferisce stare in mezzo al traffico piuttosto che nel letto. Ma forse vuole ancora esporsi alla corrente della vita, sentirsi in mezzo alle cose. Forse vuole quello che voglio io da quarant’anni e che ho accuratamente evitato. Io proseguo. Non mi sento in mezzo a niente, ma proseguo. Arrivo a Venticano e non mi fermo. Avanzo in un’Irpinia che oggi è tutta foderata in grigio, però vedo alberi di loti carichi di frutti ed un melograno che si piega per il peso. Vedo una vegetazione che, per me, irpino d’oriente, è impensabile, fichi d’india e perfino qualche palma, questi colori, il rosso, l’arancio mi restituiscono la prima impressione vivace, concreta. Mi fermo a Dentecane. Vado a vedere se è ancora aperta una libreria che avevo visitato qualche anno fa. Dal saluto caloroso capisco che il libraio è la persona con cui ho parlato a suo tempo. La faccia non la ricordavo, ricordo ormai solo alcune delle facce che incontro. In realtà, la libreria è anche cartolibreria, i libri da soli non ti permettono di tirare avanti, qui bisogna unirli al consumo materiale di agende, diari, libri scolastici e fotocopie. Il libraio sa del mio nuovo libro, ma non lo vedo esposto. Mi dice che aveva pensato a me per fare qualcosa ma non mi ha mai chiamato. Gli lascio di nuovo il mio numero di telefono. So fin troppo bene che gli irpini sono maestri del rinvio, io stesso non mi sono mai sottratto a questa pratica, ma per me c’era la paura a frenarmi o l’impazienza a farmi sbagliare. Gli irpini quando pensano di dover chiamare qualcuno può capitare che questo pensiero lo conservino per anni senza che poi questo qualcuno sia chiamato. Quanto al libro non ho di che stupirmi, in fondo a un libraio di paese pare strano ordinare il libro di uno scrittore che vive in un paese. Dopo Dentecane arrivo a Pietradefusi. Prima ero in una frazione e adesso sono nel comune vero e proprio ma la differenza non si vede o non la noto io. L’edificio del comune sta in un punto anonimo, intorno non c’è una piazza, vicino non c’è una chiesa: un luogo mesto per svolgere la sempre più mesta occupazione di amministrare un paese. Eppure il viale alberato di ingresso a questo luogo mi aveva fatto ben sperare, invece qui è tutto un villificio di casette ad un piano con i loro cancelli elettrici, i muri di cemento armato ed i loro minuscoli giardini. Architetture improbabili. C’è una casa che sembra una nave da crociera. Poco prima avevo visto delle belle case antiche con lussureggianti alberi, tutte chiuse, semiabbandonate. Me le immagino aperte solo in agosto, per quindici giorni. Vado in un bar per bere una camomilla. Vorrei sistemare un poco il mio stomaco più che i miei nervi. Nel bar quattro maschi adulti a cui domando qualcosa. Solite domande, solite risposte sui giovani che vanno via, sulla fine dell’artigianato, sull’agricoltura che non basta a garantire un reddito. Esco fuori, scatto qualche fotografia. La vita qui non ha mai fatto faville, ma adesso si sente chiaramente di essere in un tempo postumo. Un tempo comunque interessante se si ha passione per i dettagli. E il lembo di centro storico a Pietradefusi è un piccolo circo del disordine urbanistico, uno specchio del nostro dissesto interiore costruito con materiale edile. È quasi ora di pranzo. Il panino me lo faccio in un alimentari di Dentecane. Per mangiarlo mi avvio verso Taurasi. Qui i colori dell’autunno irpino un poco sfondano il grigio della giornata. Mi fermo su uno spiazzo da cui si vede Lapio. Ogni paese è la prua di una nave senza marinai. Il paesaggio è un mare di rami e di foglie. Ecco, davanti a un paesaggio come questo senti che ha ancora un senso girare per l’Irpinia e quasi viene da sperare che non riprenda il valzer della betoniere. Adesso sono quasi le quattro. Ho un appuntamento a Grottaminarda in una famosa pasticceria. Mi aspetta un caro amico, uno che crede più di me alla paesologia. Non mi sento a mio agio a stare seduto in un bar, non so perché ma non mi sono mai sentito a mio agio a stare al chiuso di fronte a una o più persone. Comunque il mio amico ha un sorriso trascinante e la mia ipocondria un po’ se ne va via e se volessi potrei offrire un Arminio nuovo, meno legato al perenne autoinganno di credere al male più che al bene. Arriviamo a Bonito. Ho organizzato un incontro della Comunità Provvisoria. L’incontro a un certo punto è interrotto dall’arrivo di persone che sono qui per la presentazione di un libro. Potremmo spostarci in un’altra sala se non fosse occupata da una promessa di matrimonio. Riprendiamo la discussione quando la promessa è finita, la madre della futura sposa ci ha offerto dei confetti verdi a forma di cuore, il testimone aveva anche lui una lucida cravatta verde, dello stesso colore dei confetti. La nostra conversazione non riesce a dilatare entusiasmi come in altre occasioni, oggi sembra un parlare di povere micce che non arrivano mai a detonare. O forse anche oggi c’era tanta generosità e intelligenza e forse sono io che sto sempre a cercare l’orlo nero, il punto morto. Comunque il botto arriva quando visitiamo un piccolo museo da sgabuzzino messo su da un giovane del paese, Gaetano Di Vito. Veramente un luogo memorabile. Insieme alla mummia di zio Vincenzo Camuso vale il viaggio a Bonito. Nel museo di Gaetano si cammina in fila indiana, è un utero con le pareti gremite di oggetti. Mai come in questo caso si riesce a distinguere la visione del tutto dalle singole parti. Questo ragazzo è un eroe, ha messo insieme un’arca di Noè, un catalogo delle merci che hanno accompagnato più di un secolo della nostra vita. Speriamo che a nessuno venga in mente di offrirgli una sede più ampia. Questa meraviglia diventerebbe una cosa triste come i tanti musei della civiltà contadina (fa eccezione quello di Aquilonia grazie al genio di Mimì Tartaglia). Ormai siamo alle nove, mi aspetta un altro impegno, presentazione del mio nuovo libro. Decido che la cosa migliore è limitarmi a una lettura insieme alla mia amica Elda. Lei legge benissimo le mie cose più lunghe. Io me la cavo con le frasi singole, ho il terrore di avere davanti a me una pagina intera da leggere. A fine lettura commetto l’imprudenza di aggiungere qualche considerazione sul libro. Ecco le domande, ecco le risposte. Sono contento che ci sia anche il sindaco del paese e che stia tranquillo ad ascoltare. C’è anche il presidente dell’EPT, anche lui tranquillo ad ascoltare. Alla fine il sindaco chiede di parlare, la letteratura è finita, siamo nuovamente nel demanio televisivo. Prende la parola anche il presidente. Ormai le parole del libro sono lontane, stiamo dando luogo a una sorta di Porta a Porta in una tabaccheria di Bonito. Ognuno va avanti con la sua lingua in una sorta di sottomarino alfabetico che non si bagna della lingua altrui. Peccato, la serata aveva tutti i crismi per essere lievemente memorabile.
Di questo pezzo apprezzo le sensazioni visive, il grigio dell’autunno con i suoi colori e odori.
L’irpinia in tempo reale, insomma.
stefano
2 Novembre 2009 alle 4:05 pm