L’ESISTENZA EMORRAGICA
di Donato Salzarulo
Non si placa l’emorragia di gennaio
Chissà il cervello,
mi dico apprensivo, chissà
se prima o poi un grumo di sangue
non esploderà sul più bello
fra i neuroni, e mi lascerà
silenzioso a vegetare, per me
che parlare-parlare è la torta
del cuore.
A mia madre certe volte il sangue
affiorava spontaneo sui denti.
I capillari scoppiavano spesso.
Aveva lividi sulle braccia,
sul collo, sulle gambe. Seguiva
una terapia anticoagulante.
Temeva urti, tagli, impatti
violenti. L’esistenza emorragica.
Portava sempre con sé fazzoletti
di carta.
Il cuore esplose
all’alba del diciannove aprile
del novantove. Le lasciò un rivolo
di sangue all’angolo sinistro
delle labbra e la trasferì altrove.
Grazie Donato ancora una volta regali un’emozione,è commovente questa poesia legata sicuramente a ricordi dolorosi. Un saluto
angela
10 Novembre 2009 alle 10:44 am
Molto bella, asciutta, secca. E fa da opportuno controcanto alla traduzione del L’UOMO DI NEVE” postato sopra. Sul piano poetico ( e flosofico) due diversi modi di esprimere l’annichilimento, con la speranza del mito religioso Donato, con malinconico scetticismo Wallace Stevens. Comunque belle entrambe.
Salvatore D'Angelo
10 Novembre 2009 alle 11:50 am
Le parole del dolore dell’anima vanno ascoltate e sentite e poi riposte con pietà e amore nei piccoli granai che ogni giorno alimentiamo nei nostri cuori…..ma poi sappiamo che sono state scritte o dette da persone che pensavamo di conoscere in amaicizia e rispetto e allora facciamo fatica a non usarle per pesarle,girarle,accomodarle per dagli un senso che alleggerisca il dolore che portano dentro a chi le ha scitte e il dolore di chi le ha ricevute come richiesta di conforto o di condivisione…
mauro
mercuzio
11 Novembre 2009 alle 10:19 am
Grazie a tutti per le vostre osservazioni. Volevo soltanto dire a Salvatore che non nutro nessuna speranza nel “mito religioso”. “Altrove” non significa Paradiso o Inferno. Significa soltanto un altro luogo. Concretamente è il cimitero. Nella sua indeterminatezza può essere anche un luogo mentale: quello foscoliano della “corrispondenza d’amorosi sensi”.
Donato Salzarulo
11 Novembre 2009 alle 12:26 pm
Che aria funesta e depressa, che umori neri, ma cosa è succeso al mio amico?All’autore degli Apunti da Cairano? Consiglierei al caro Salzarulo di abbandonare queste questi pensieri così cupi, di tagliare questo cordone ombelicale di abbandonare il seno materno , magari c’è qualche fanciulla dai desiderosa di consolarlo, in fondo la nostra è sempre un’esistenza di contrabando piu’ che emorragica( cito Guccini )
giulia
13 Novembre 2009 alle 12:25 pm
poesia molto bella.
A.D.C.
Anonimo
14 Novembre 2009 alle 9:50 am
Inviterei la signora o signorina Giulia, a rileggere attentamente la poesia, è particolarmente significativa e bella.
Una madre
MariaLuisa
14 Novembre 2009 alle 2:09 pm
Bella, ma anche molto cupa, come dice Giulia, perché rispecchia il nostro animo, la tristezza che ci prende quando pensiamo alla fine che ci accomuna, in qualità di mortali. Ognuno di noi rivive esperienze pregresse e incubi di fine imminente in modo proprio. Io ho sempre preferito ricordare i miei cari da vivi, rimuovendo le immagini finali di dipartita. Questo non mi impedisce, come a Donato, di pensare a come potrebbe essere il mio distacco. Ciò mi riempie di angoscia, non per me, ma per chi mi sta attorno, soprattutto perché non ho la fortuna di essere donna di fede. Allora cerco di tenere lontano i brutti pensieri, che comunque arrivano puntuali. Suggerirei a Donato di scrivere una bella poesia di sua madre in vita pensando ai momenti più belli che gliela ricordano e di non pensare a come sarà il nostro viaggio di sola andata. Per il resto, condivido in pieno il commento di mauro.
Rocchina.
rocchina
17 Novembre 2009 alle 12:15 am
bella la poesia e belli i commenti, a parte quello di giulia.
ma che senso ha tutta questa rimozione del dolore?
perché uno che scrive non dovrebbe raccontare la morte di sua madre?
io trovo molto più deprimenti greggio o giletti.
Arminio
17 Novembre 2009 alle 3:15 pm
La mia, era solo una piccola provocazione scherzosa, la poesia è bellissima apprezzo molto gli scritti di quest’autore e lo inseguo spesso nei vari blog , chiaramente un inseguimento sempre virtuale, apparteniamo a mondi diversi che non si incontreranno mai.
Un saluto
Giulia
17 Novembre 2009 alle 8:51 pm
Rileggo ancora e faccio ammenda per quella “speranza del mito religioso”, seppure nel senso antico di “religio” e non in quello di paradiso o inferno cattolico.Donato, hai ragione. Comunque qui il mito della “religio” non c’entra. E alla rilettura, questa poesia la trovo ancora più bella e secca rispetto all’afflato malinconico della traduzione di Wallace Stevens.
Salvatore D'Angelo
18 Novembre 2009 alle 12:24 pm
Naturalmente quel “novantove” è un refuso per “novantanove”.Prego il postatore di correggerlo, per rendere ancora di più onore al testo di DS.
Salvatore D'Angelo
18 Novembre 2009 alle 12:27 pm
Caro Salvatore, effettivamente è “novantanove”. C’ è stato, purtroppo, un errore di battitura. Capita.
Per il resto, ringrazio tutti gli intervenuti per gli elogi e per le loro osservazioni. Ovviamente, un grazie particolare anche a Giulia che insegue i miei scritti. Soltanto su un’annotazione vorrei che fosse convinta: quella di tagliare “il cordone ombelicale, di abbandonare il seno materno”. Più abbandonato di così!…Mia madre è trasferita altrove. Abbandonare anche il suo “fantasma”?…Converrai che è difficile. Onorare la memoria dei morti è forse uno dei compiti della poesia. Onorare in particolare le loro verità, i desideri non realizzati, i sogni rimasti ombre. Per il resto, ho capito che scherzavi. Sicuramente non volevi offendere la memoria di mia madre. Comunque, grazie ancora a tutti.
Donato Salzarulo
18 Novembre 2009 alle 3:11 pm