I gesti lasciati
di Marco Ciriello
Quelli come mio padre si smarrirono in un mondo costruito in loro assenza. Tornati dalla guerra trovarono un’Italia che era andata avanti senza di loro, che non ne voleva sapere di gesti eroici, di Africa, fascismo, né del concetto diverso di patria. Avevano torto e basta. Colpito dall’indifferenza, sapeva di valere e di non aver il giusto spazio, ingigantì questa mancanza fino a farla divenire voragine, e noi ne facemmo le spese. L’ho capito solo dopo. È una regola antica capire i padri quando te ne vai o se ne vanno loro, prima del tempo: morte, malattia, fuga. Per anni non mi ha parlato della sua prigionia a Hereford in Texas. Sapevo che era stato tenente e che aveva fatto la campagna d’Africa, ma lui su quel periodo glissava sempre, diceva poco, e se provavi ad andare a fondo: si imbronciava e finiva che rovinava il pranzo a mia madre con la scusa dell’insolenza e della cattiva educazione. Poi, non è che io e lui avessimo mai parlato molto. Ci siamo più guardati che parlati. Più occhi che parole, e ora me ne pento. Ieri, dopo anni di silenzio, mia madre si è lasciata andare, e per la prima volta non gli ha dato torto: È sempre stato poco ideologico e annoiato da parate e propaganda del regine, non era un repubblichino di Salò, ma uno degli illusi, nel campo di prigionia americano si rese conto delle effimere promesse incarnate dal fascismo, anche se non fu tra quelli che collaborarono con l’esercito alleato, né si trasformò in un democristiano. Apparteneva a una Italia negata, che aveva sbagliato, pagò fino in fondo la sua scelta anche per gli altri: quelli che seppero saltare. Aveva torto marcio, ma non gli fu neanche data una possibilità. I primi due anni del suo ritorno furono terribili. Io insegnavo, ma lui – che pure era laureato in lettere – non riuscì ad entrare. Né aveva voglia di rimettersi a dipingere. Così decidemmo di tornare qua, in Irpinia a Montiferro, dove tutto sembrava più calmo, meno esagerato, dove si poteva ricominciare, senza il peso degli errori e dell’ideologia. Se ora ti guardi intorno ti accorgi che riuscii a convincerlo, riprese a dipingere con i risultati che conosci. Grandi critici parlano di lui, ci sono articoli di giornali e saggi, certo non ha mai avuto grande fama, ma ha guadagnato bene, piazzato i suoi quadri, qualcuno è finito in musei importanti, altri in grandi collezioni: persino Gianni Agnelli ne volle uno. È un pittore di nicchia, che Moravia citava diverse volte sull’Espresso onorandosi della sua amicizia, Dante Troisi ne aveva fatto un racconto: “La lontananza”, c’è un piccolo saggio di Federico Zeri che mi commuove ancora, ci sono le lettere che gli scrivevano Berto, Mafai e Bianciardi gente difficile da conquistare, c’è un suo ritratto sul “Mondo” di Pannunzio firmato da Giancarlo Fusco, e molto altro che ora dimentico. Lui, è quello che si chiama un minore, qualche suo amico aggiungeva “di lusso”. Sempre minore resta, diceva mia nonna. A me i suoi quadri non sono mai piaciuti, i suoi rossi pieni d’ombre, le sue case accennate, gli uomini sfatti, le donne annoiate, i suoi interni blu, trovavo volgare i suoi bar vuoti e quei cartelli Peroni, le facce bianche e senza espressioni, i muratori e contadini usati come icone, i calciatori senza faccia, tutta quella gente di spalle. Che – però – c’ha permesso di studiare. Faceva notare mio fratello – contraendo le dita per aria (medio e anulare di entrambe le mani, pollice chiuso) per indicare la frase tra virgolette, che oltre a prendersi la briga di rintracciare tutti i quadri: collezioni pubbliche e private, ieri pomeriggio si è presentato nella mia stanza, – prima era passato da mia madre, per questo lei ieri sera si lasciata sfilare quei ricordi sul campo di prigionia – e dopo avermi detto che li aveva recuperati tutti, e messi insieme per la mostra nel carcere borbonico di Avellino (un evento che segnerà la città, parole sue): – iniziativa che mi vedeva contrario, come ogni azione che possa valorizzare questa provincia – imperlando il discorso con una miriade di inutili particolari su: catalogo, luoghi, critici disposti a venire, giornate di dibattito, prima di lasciare il mio studio quasi distratto e abbassando la voce, ha lasciato partire una frase che aspettavo da anni e che significava: hai sempre avuto ragione tu, persino ora che mi sto facendo in quattro per ricordare quel farabutto e non basta più la guerra e la prigionia a giustificare la vita di merda che ci ha fatto fare: è come dicevi, noi non ci siamo mai nei suoi quadri. E dopo una pausa, a me parsa lunghissima: mai, mai, mai, e nemmeno la mamma. Se ci pensi, lui, ci ha lasciato solo gesti, cattivi giorni, sì, sì e quadri. E dopo anni ho risposto. Né l’uno né l’altro. se ragioni sui soggetti dei quadri puoi facilmente intuire che fanno a meno delle emozioni, è quella la sua cifra stilistica, il mondo trasformato in una griffe, tutti oggetti, nessuno escluso, e potrei dirti che non c’è nemmeno un autoritratto, quindi nell’opera di un artista che non dipinge di sé ci sta che non abbia dipinto nemmeno i suoi affetti. È rimasto male, non poteva che darmi ragione, così ha rilanciato. Ti ricordi quando da ragazzi gli chiedevamo: cosa è peggio il freddo del Don o il caldo di El Alamein? E lui, rispondeva sempre uguale, dicendo: Diverse temperature, stesso grado di dolore. Poi aggiungeva, Non c’è paragone, non si fanno paragoni, sul Don era peggio di ogni cosa, anche peggio dell’inferno. Dopo questo amarcord, ciclico, mio fratello mi ha lasciato solo, e svuotato, mi sono sentito come uno appena scagionato da una lunga pena, cacciato dal carcere, che all’uscita non sa che fare. Ha passato gli ultimi anni nel braccio della morte con lo sguardo diffidente e la pietà piegata dalla condizione dei suoi cari, e ora è libero di correre e recuperare. Intontito, mi sono alzato, ho raggiunto la finestra e tossendo ho guardato fuori. Prima in basso: nel giardino, dove fra i platani Dumas, il nostro cane, correva libero e incurante delle cose del mondo, e poi in alto: verso le montagne, e quando mi sono ricordato che c’era un quadro simile dipinto in questa stanza, in questa stagione, con un ragazzo visto di spalle (non riconoscibile) che guarda fuori dalla finestra, ho chiuso gli occhi e dopo aver esitato, sono corso da mio fratello, aveva torto lui, ora, e io: Per sempre. Di qualcuno lui si era ricordato, e ne aveva dipinto, ma era quello sbagliato e irriconoscibile, quello che lo aveva odiato con maggiore intensità, e allora: ho arrestato la mia corsa lungo le scale, e il nome di mio fratello mi è morto in gola. Nessuna soddisfazione, mio padre: a me, a noi, non ne aveva date. Non meritava niente. Il silenzio si paga col silenzio.
Affascinato d questo racconto che ci parla della storia minima e profonda di irpini .Al di là delle apprezzabili capacità letterarie è da apprezzare la presenza dello spirito materiale e del sangue dolorante della nostra terra d’Irpinia. éil racconto della nostra storia non solo psicologica e umorale m profondamente culturale.Questa le la storia o ,meglio, le storie che mi piace leggere della mia terra. La storia non è un fiume esterno all’uomo, non è il fiume di Eraclito che all’inizio della nostra storia mentale, molti secoli prima della venuta di Cristo, ci ammoniva sulla necessaria unicità e contemporaneità delle nostre azioni con la frase “non potete bagnarvi due volte nello stesso fiume”.
La storia siamo noi o lepersone che sappiamo raccontare con le nostre partecipazioni mentali, sentimentali, umorali. Tutto dipende da come noi volontariamente ci o li collochiamo all’interno di questo orologio. Abbiamo un improcrastinabile impegno con le cose, con le persone , con la vita e non ci è dato nasconderci.
La storia è fatta di cose semplici “un silenzio pagato col silenzio”, ” un ragazzo vsto di spalle …che gurda fuori dalla finestra“ , “uno smarrimento in un mondo costruito in loro (nostra) assenza” , “il ricorda di chi ha lasciato solo gesti cattivi”, ” un cane che corre libero e incurantedelle cose del mondo” e non di “bombe atomiche”, “nazionalismi”, “imperialismi”, “guerre politiche, economiche e di religioni”.
Le guerre sono non storia, momenti in cui il mondo si ferma, non vive , non ama, odia…non corre. Elabora e pratica sentimenti negativi, educa all’odio e alla paura per la diversità. E’ un tragico e duro momento di incomprensione, di fatalità. L’uomo non coincide col tempo, non cerca di assecondarlo o rallentarlo; non si riconosce ,si smarrisce. E’ uno sbandamento, un momento in cui pochi decidono per i molti.Sono i silenzi e le macerie al ritorno delle guerre che ricrean sentimenti pasioni non sempre positive che lacerano i cuori e le menti.
L’altra ,quella ufficiale,colta accademica non è storia.
La storia non è globalizzazione selvaggia ed è anche globalizzazione.La storia non è il revisionismo o i revisionismi storici, ma non è neanche l’ortodossia storica o il pensiero unico dell’accademia.
La storia sono le storie anche dolorose che ci parlano della nostra terra e delle difficoltà di farla uscire dalla emarginazione e dalla minorità.Questa è la nuova storia che può essere utile a noi irpini e alla Irpinia stessa.Questo stiamo cercando ri raccontare ,ognuno con le prorie capacità e possibilità, negli spazi e nei luoghi della Comunità provvisoria….
mauro orlando
mercuzio
15 Novembre 2009 alle 8:10 pm