PENSIERO NOTTURNO PER LA MIA CONTRADA
andrea di consoli per la comunità provvisoria
Stanotte non riesco a prendere sonno, anche se domattina dovrò svegliarmi all’alba. Spesso, quando rimango pensieroso fino a questo punto della notte, mi vengono a fare visita i tanti morti del mio paese. Ma dire paese non è esatto, perché io sono cresciuto in una contrada sperduta di un piccolo paese che si chiama Rotonda, e questa contrada si chiama Fratta. Spesso li incolonno uno per uno nella mia mente, i morti della mia contrada. Li vado a visitare nelle case dove ebbero la ventura di abitare. Rivedo così il gigante Zufìno, il giovane Antonio, lo chef Francesco, il sordo Emilio, il cugino Vincenzo, zia Maria, zia Vincenza, zio Ciccillo, zia Teresa, Francisca, la moglie di Cavaliere. Tutti morti, anche se io li ricordo vivi, che mi salutano, e mi gridano di non correre troppo con la bicicletta grigia scagliata a grande velocità nella discesa che va verso Cotura.
Sono passati così in fretta tutti questi anni, e la confusione cresce nel mio cuore. Non pensavo potessero un giorno morire tutti questi miei vicini, che mi hanno visto ragazzo, e mi hanno visto partire, diventare uomo adulto, grosso e quasi senza più capelli.
Chiudo gli occhi e passano davanti alla mia mente lo Scania blu di zu’ Domenico, la 128 rossa di zu’ Antonio, la moto Guzzi di Pietro, amico di gioventù di mio padre, e che è morto schiacciato da un palo sul cantiere. Quanti morti che ci sono in una piccola contrada. Non lo credo vero. Quando è morto mio nonno Angelo, quasi centenario, una donna del vicinato gli ha stretto la faccia e gli ha detto, in lacrime: “Salutaceli tutti quanti, ora che arrivi, i nostri amati morti”. E ha elencato una serie di nomi. Mio nonno stava beato nella bara, e sembrava assentire. Ciao vecchio reduce d’Albania e d’Abissinia, decorato di guerra. Sono fiero della stretta di mano che ti ha dato Mussolini a Bari, qualche ora prima di partire per il Corno d’Africa.
Un giorno sui muri scalcinati ed erbosi della mia contrada incolleranno il manifesto funebre col mio nome. Se capiterà fra poco, tutti verranno ad accarezzarmi il viso infossato e freddo nel soggiorno dei miei genitori. Se capiterà fra qualche decennio, verranno in pochi, e tutti si chiederanno chi sia quell’uomo sconosciuto appena morto da qualche parte, magari da vagabondo. Capita così anche con i tanti emigrati nelle Americhe. La gente pronuncia dei nomi che non ha mai sentito, e si stringe nelle spalle, mormorando che “era partito per l’Argentina cinquant’anni fa o anche di più”. Poi ci si dimentica per sempre del morto, e la vita va avanti.
Stanotte tutta questa gente che mi ha voluto bene mi manca. E non provo nostalgia, ma dolore, stanchezza. Vorrei dormire, ma proprio non ci riesco. Vorrei chiudere gli occhi e sentire il rumore di mio padre che di là russa nel suo inquieto sonno, ma sento solo una macchina che accelera sotto casa, in questa misera e stupenda Roma in cui mi sono nascosto per sopravvivere, per non farmi troppo male. A quest’ora della notte la mia Fratta invece è silenziosa, appena scossa da qualche fischio di vento, e dal rumore degli alberi alti. Dormono mio padre e mia madre, stanchi di lavoro, e dormono za’ Maria e zu’ Ciccillo, e dormono Peppinella, Vincenzina, Fedele, Pierino, Peppo, Rosa.
Il mondo è aperto come un ventaglio e la gente passa da un continente all’altro, ma quanti pensieri che vengono a un emigrato che certe notti ricorda la sua contrada, e la casa isolata dov’è cresciuto.
Dormi in pace mia contrada amata e perduta. Ora provo a dormire, se ci riuscirò, ma prima di dormire raccoglierò nella mia mente i tuoi tanti rumori: un trattore che si avvicina, un cane che abbaia, un motosega che taglia verso i Pantani, il grido di zia Vincenza che chiama mia madre (“Oi Mì, oi Mì”). Mi ricordo che andai a salutare zia Vincenza, per conto di tutti i parenti, all’obitorio del San Filippo Neri di Roma. Aveva mezza faccia nera per via di un ictus. Eravamo solo io e lei, nell’obitorio. Era morta a Roma perché la figlia viveva nella Capitale. Le dissi ad alta voce, in un’aria fetida di frigorifero: “Abbiamo tagliato legna insieme, raccolto l’acqua, bollito le mele. Com’è possibile che ci dobbiamo salutare in una cella frigorifera di Roma?” Dormi in pace anche tu, zia Vincenza, che mi accompagnavi sempre alla sorgente per via della mia paura dei serpenti.










quanto è bravo andrea. da far piangere….
complimenti
luciano
31 gennaio 2010 alle 12:21 pm
Ecco uno splendido esempio letterario di come ogni periferia è un centro di se stessa e ogni centro una periferia di se stesso. Un bell’esempio di dire “paesologico”, di dar forma narrativa al sentimento disperato della morte, che si riscatta e si fa malinconia, poesia vera. Grande Andrea. Consiglio a tutti di leggere il suo QUADERNO DI LEGNO (Edilet, Roma) un bellissimo libro di poesia che si legge come fosse un lungo racconto in undici capitoli/reparti/sezioni; un libro sofferto e a tratti anche duro, ma sempre sincero, lacerato, sul grande mistero della vita e della morte, della solitudine dell’io inscritta nella carne destinata al nulla e sulla lotta disperata d’un Io che, a partire da qui, da “questa” vita tra la capitale/metropoli dei ministeri e dello stato e il lancinante ricordo della terra di Lucania, terra madre, cerca – quell’Io – di travalicarlo quel destino al nulla, e lo fa parlando del quotidiano con rabbia, dolcezza e malinconia, anche levando i pugni contro il Dio che non si rivela, indifferente al dolore e alla sofferenza, alle ingiustrizie , un Dio che appare una Grande Menzogna a quell’Io vitale, rabbioso e invischiato nelle spire dell depressione, un Io prometeico che alla fine null’altro chiede se non pace e oblìo, se non francescano silenzio in unione con la nuda terra dei padri.Poesie nient’affatto elaborate, dal lesico volutamente semplice, poesie “petrose”, che si interrogano anche sul senso e la vanità della Poesia stessa. Comunque un canto altissimo, che tocca, che “scava” anche nei terreni più duri dell’indifferenza. Davvero grande, Andrea Di Consoli. Leggetelo.
Salvatore D'Angelo
31 gennaio 2010 alle 1:39 pm
Franco, Andrea e Adelmo. Leggere i loro pensieri è il modo più semplice ed efficace per capire cosa si intende davvero con il termine paesologia. Grazie.
cordialmente
mario perrotta
mario perrotta
31 gennaio 2010 alle 2:10 pm
Struggente con crescendo di lievi, sincere carezze sulle lacrime, acqua ristoratrice che sa memorizzare la vita per essere vita intrisa di vita. Il cuore non dimentica mai anche se non ha memoria! Bravissimo Andrea, grazie! Gaetano Calabrese.
Calabrese
31 gennaio 2010 alle 2:41 pm
E’ bello pensare che Andrea da lontano possa pensare nella cura i suoi morti nella speranza che possa pensare anche noi comunitari che spesso ci lasciamo morire nei nostri sogni e speranze….
mauro
mercuzio
31 gennaio 2010 alle 6:27 pm
metamorfosi antropologica di un poeta dialettale: aveva proprio ragione PPP (pasolini) negli anni settanta.” lu lupo pascèa cu la pechera” cantando “volemose bene almeno pe’ na’ giornata”
garbo gentilezza cortesia rispetto comunitario
a prescindere da filtri spam.
ricordo agli smemorati che gaetano mesi fa commentava in maniera anonima e con pseudonimi, ora invece puo’ tranquillamente impaginare commenti col sul nome e cognome: “ha fatto il bravo”.
dialettale
31 gennaio 2010 alle 10:05 pm
Il fatto è che qui dentro punto spesso gli occhi.
Trovo parole e sentimenti che nutrono la mia geografia interiore e poco importa se bisogna dribblare qualcuno o qualcosa. Vale la pena esserci e vale la pena, su terreni affini, interagire.
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Ventre, D’Angelo, Ruggieri e l’ultimo post di Di Consoli aprono un filone paesolgico ancorato alle “persone, ai luoghi ed alle cose”. Lo sforzo di raccontare se stessi attraverso “i fatti” potrebbe essere un formidabile strumento di comunicazione con gli altri. Si rischia l’aneddotica? Dipende dal sale in zucca di chi scrive.
…..Un giorno sui muri scalcinati ed erbosi della mia contrada incolleranno il manifesto funebre col mio nome…..Ne sono certa le cose scritte con il cuore arrivano lontano. E noi questo vogliamo fare, vogliamo arrivare lontano.
lucrezia r.
telepass
31 gennaio 2010 alle 11:01 pm
in fondo l’uomo è solo uno scherzo di natura:
un corpo animale con dentro una mente che ha sviluppato la consapevolezza di se e del proprio destino.
Ma nessuno crede veramente alla propria morte!
A cosa può allora aspirare l’uomo,senza illudersi,senza diventare folle?
Alla Libertà!
Ma cosa è veramente la Libertà?
E’essere AUTENTICI,scoprire se A SE STESSI ed essere veramente,completamente se stessi!
Per questo bisogna morire,credere alla propria morte,per essere autenticamente vivi.
Io SO perchè ammiro Andrea e gli voglio bene.
Michele Ciasullo
michele ciasullo
31 gennaio 2010 alle 11:44 pm