SU UNA POESIA DI NADIA CAMPANA
di Donato Salzarulo
Guardiamo dalla cima del monte
il filo di calma che è nato
del mio petto tu conti ogni grano
e ogni cuore si prende di colpo
il suo tempo: un amore
è tornato e si è accorto
il suo disco ci copre.
Adesso tu devi guardarmi
per quella collana di si
nella mia pelle che apre
la piana la strada
e i fondi della notte
i centesimi della sete.
(Nadia Campana, Verso la mente, Crocetti, Milano 1990)
Nadia Campana è nata a Cesena nel 1954 ed è morta suicida a Milano nel 1985. Ha tradotto Emily Dickinson (Le stanze di alabastro, Feltrinelli 1983). Una raccolta di brevi saggi e riflessioni sulla letteratura è in corso di pubblicazione dalla Editrice Polena di Milano.
Dov’è il suicidio in questi versi? Dove mostrando si cela il gesto successivo, la scelta che avrebbe spinto Nadia a togliersi la vita? E’ possibile cogliere – e fino a che punto – nel “corpo di un testo” il “corpo vivente” che l’ha espresso o dal quale, come una pera matura, si è staccato? “Guardiamo dalla cima del monte / il filo di calma che è nato”. Dovrebbe, quindi, andar tutto bene per chi scrive. Ma non è così. Perché “il filo di calma” è a distanza, forse è nella piana successiva. Mentre quel noi che guarda è sulla “cima del monte” e chissà che aria soffia lassù, se c’è vento, nuvole, instabilità atmosferica…Lassù, in un luogo spesso di solitudine, in cui un po’ ci si tira fuori dagli incontri e dal commercio con gli altri.
Il guardare “il filo di calma” è in ogni caso desiderio di calma. Il “corpo del testo” brucia ansia, inquietudine, e “il filo di calma” è appena un filo, un soffio. Alla fine dei primi due versi dovrebbe esserci un punto, una pausa, qualcosa che fa tutt’uno con quella fragile quiete conquistata dallo sguardo. Non è così. La punteggiatura salta, scompare. C’è, ma si nasconde. “del mio petto tu conti ogni grano”. Ci siamo. Lo sguardo fuso del noi cede alla distinzione dell’Io e del Tu. Desiderio o gesto reale? Davvero quel Tu conta “ogni grano” del petto di quell’Io che pronuncia il pensiero? Ma come fa? Davvero quell’Io vorrebbe essere “contato” (discriminato, individuato, analizzato, compreso…) in ogni suo elemento o si sta esprimendo soltanto un desiderio-timore?…”e ogni cuore si prende di colpo / il suo tempo:” Ancora uno spostamento del soggetto. E’ il cuore di quell’Io e di quel Tu in dialogo-apprensione? “Ogni cuore” è ogni cuore dei due o è ogni cuore dei tutti? E il tempo che si prende di colpo quale tempo è? E’ quello della morte o quello dell’amore suggerito dai due punti esplicativi e dalla rima: “un amore / è tornato e si è accorto”. Il problema è accorgersene, scoprire, capire. E’ il problema dell’amore e di “un amore”. Avvertire l’altro, percepirlo, avvedersene, intuirlo…”il suo disco ci copre”. Di chi è questo disco? Dell’amore? Forse la musica di questo sentimento può trasformarsi a volte in copertura di ciò che davvero gli amanti, volenti o nolenti, consapevoli o meno, celano tra di loro? Fidarsi o non fidarsi dell’amore? Mi pare fosse Benjamin – un altro suicida illustre - a sostenere che “una persona la conosce solo colui che l’ama senza speranza”. Quanti elementi precipitano in sette versi! Quanta legna mentale si brucia! Inquietudine e calma, comprensione e incomprensione, trasparenza e segreto, copertura e scopertura, tempo del cuore e bersagli d’amore…I versi colpiscono per questo loro concentrarsi, per questo bruciare immagini e pensieri, per questo far apparentemente sparire le pause.
“Adesso tu devi guardarmi” . Più che un invito, è un ordine rivolto al Tu. Ancora lo sguardo, il desiderio di aprirsi, di mostrarsi. Un dovere richiesto al Tu in nome di “quella collana di si” (affermazioni positive quindi…tanti Si che nascondono un grande No!), una collana che fa tutt’uno con la “pelle” dell’Io, il confine del corpo, la parte visibile “che apre / la piana la strada / e i fondi della notte / i centesimi della sete”. Non so quanta di questa “pelle” coincida col corpo di questo testo. Probabilmente è solo intersezione, più o meno ampia. Ma questa poesia che, aprendo “la piana la strada” potrebbe rappresentare una specie di via d’uscita dalla “cima del monte” in cui l’Io si trova, nello stesso tempo evoca “i fondi della notte” in cui versa e “centesimi della sete” che l’assetano. O forse la piana e la strada è quella dove la notte si raggiunge fino in fondo e della sete di vita rimangono centesimi. Poesia come insidia, lunga insidia.
Ovviamente non riesco a dare risposte alle domande iniziali. E il “corpo del testo” nei suoi movimenti concentrati e suggestivi ostenta un segreto che rimane tale fino alla fine.
23 febbraio 2010










caro donato
leggi benissimo i versi. dopo l’ennesima campagna elettorale sarebbe ora che ci regalassi un tuo libro
Arminio
24 febbraio 2010 alle 3:13 pm
Sottoscrivo. E prima lo fa meglio è. Magari un bel libro di letture critiche, dove Donato dà il meglio di sé: acutezza, rigore critico, lucidità non disgiunte dall’attenzione al “come” esplicitare tutto questo; insomma, quando si dice il “piacere del testo”.
Salvatore D'Angelo
24 febbraio 2010 alle 7:31 pm
Bravi concordo pienamente!E’ una vita che lo dico, ma non sono ancora riuscita a convincerlo o forse l’autore non vuole separarsi realmente dai suoi scritti una volta pubblicati non sono più tuoi…appartengono ai lettori. Molto bello il commento e grazie per avermi fatto conoscere questa poetessa. Un saluto
angela
24 febbraio 2010 alle 9:46 pm
Cari amici, ho capito!, desiderate un libro. Con una bella copertina, magari e un bel titolo e un discreto numero di pagine…Qualcosa, insomma, da leggere e rileggere, da sottolineare, da portare con sé (nel bagno, perché no?…); da mettere nella valigia durante un viaggio, da regalare a un altro amico o a un’altra amica, da rendere galeotto, eccetera eccetera.
Come darvi torto?…Però, a pensarci bene, chi visita e legge questo blog un mio libro ce l’ha. Se clicca sulla casella “Cerca” il mio nome e cognome, si ritrova una quantità di scritti (poesie, racconti, reportage, letture critiche…) tutt’altro che disprezzabile…Potrebbe stamparseli, metterli insieme in un raccoglitore e, quando ne avverte l’esigenza, rileggerseli…Conosco l’obiezione: ma un libro è un’altra cosa!…D’accordo. Ma io non ho un editore che mi sta col fiato sul collo e non sono persona che impiega tempo ed energie per cercarselo. Chi se ne frega!, mi dico. Kafka, che era Kafka, voleva addirittura bruciare tutti i suoi scritti. Questa sì che sarebbe stata una grande perdita per l’umanità!…Che non ci sia in giro un libro di Salzarulo, lo dico francamente e senza falsa modestia, non mi sembra una grande perdita per l’umanità…Del resto, io non ho la pulsione distruttiva di un Kafka.. Sono un feticista: conservo biglie, spille da balia, biglietti di viaggio… Tutto ciò che ho scritto (tanto!…) è più o meno accuratamente nei cassetti o nei file. La leggibilità può realizzarsi benissimo postuma. Se non pubblicherò un libro, quando morirò (speriamo più tardi possibile…), ci penserà, sempre che ne valga la pena, chi continuerà ad amare il mio fantasma.
Oh a che discorsi seri, stamattina, mi avete costretto! Ciao
Donato Salzarulo
25 febbraio 2010 alle 9:17 am
Non lo so Donato se “una persona la conosce solo colui che l’ama senza speranza”.
È una frase bellissima, sicuramente, ma sta tutta dentro il suo stesso paradosso.
Ma appena dopo aver richiamato Benjamin scrivi: “Quanta legna mentale si brucia!”
Ho appena letto alcune poesie nella rete di Nadia Campana. Senti questi versi: “Ho fatto un grande sogno ma non ne ricordo / niente babbo amiamo le teste bruciate / dell’amore ma non la misericordia”.
Sono bellissimi.
Un carissimo saluto.
Adelelmo
ar
25 febbraio 2010 alle 1:45 pm
Sono d’accordo, Adelelmo, sono davvero bellissimi. Forse questo è il punto chiave: “le teste bruciate dell’amore ma non la misericordia”…C’è di che riflettere.
Un carissimo saluto anche a te.
Donato
Donato Salzarulo
26 febbraio 2010 alle 9:10 am