Addio Pasquale Martiniello
di paolo saggese
Questi sono gli articoli più difficili da scrivere, quelli in cui si deve salutare un Amico, un Maestro, un Uomo verso il quale hai nutrito un “naturale” affetto, una “naturale” ammirazione, l’affetto e l’ammirazione che soltanto poche persone possono ispirare. Pasquale Martiniello era infatti un Poeta vero, perché era innanzitutto un Uomo vero, un uomo che sapeva guardare negli occhi la realtà, senza finzioni, senza ipocrisie, con realismo e con passione, con intelligenza e amore, e sapeva indicare la strada, sapeva comprendere gli altri, perché conosceva gli uomini, e sapeva comprenderli ed amarli. Intelligenza e amore sono state le sue “bussole”, quella guida che sempre ha avuto sin da quando era bambino, sin da quando ha dovuto affrancarsi e vivere una vita libera. Sulla pergamena di uno dei tantissimi Premi letterari che ha vinto c’è la scritta “fac sentias et eris liber”. E Pasquale è vissuto sempre con questa profonda convinzione: prima la conoscenza, poi la libertà. Nel mezzo tra questi due valori c’è la rettitudine, il senso di giustizia, il bisogno di giustizia, la sete di giustizia, che è propria dei giusti, il dover rispondere ad una morale che deve guidare vita, gesti, parole, opere. Da questi profondi ideali di giustizia, di libertà, di rettitudine e di amore è nata anche la sua poesia, quella poesia che non è scritta sui libri, ma che è innanzitutto nei suoi gesti, in quelli che compiva ogni giorno e quindi nei suoi libri, che – come abbiamo più volte scritto – si prefiguravano come dei capolavori, come dei classici della nostra letteratura già appena editi. In questo modo devono essere lette raccolte impareggiabili come “Esodo” (1979) oppure “Lacrime sulla soglia” (1982), “I canti della memoria” (1995), “Il picchio” (2003), “La zanzara” (2004) o ancora “No Munno spierso” (2005). Nei suoi venticinque libri di poesia, Pasquale Martiniello ha raccontato con forza, con eleganza, con il suo “verso acre” l’Irpinia che cambiava, il terremoto che ha stravolto e distrutto un mondo nobile e antico pur nella sua arcaicità, e dunque la società italiana e la sua degenerazione umana e morale, la malapolitica, i conflitti internazionali e le ingiustizie che caratterizzano questo mondo. Ne ha tentato una giustificazione che ha rifiutato, e si è battuto per cambiare la realtà. Infatti, la poesia per Pasquale Martiniello era innanzi tutto testimonianza, come amava ripetere Salvatore Quasimodo, e nasceva dall’impossibile accettazione della realtà, che lo faceva apparire un nuovo Giovenale, che trae poesia dalla indignatio. Nella sua opera ci sono gli interrogativi esistenziali e umani di un uomo che voleva andare oltre la realtà per realizzare un mondo nuovo, che considerava la poesia un altro atto d’amore accanto ai tanti che aveva compiuto nella sua vita, da Docente, da Preside, da Sindaco di Mirabella Eclano, da Uomo. Egli aveva scelto la via della dignità e della cultura, della rettitudine e della coerenza, e perciò era un esempio per vecchi e giovani, per chiunque abbia cuore e anima. Con il cuore e l’anima ha creato un altare di poesia, che andrà oltre il tempo, un altare all’Irpinia, a tutti noi, al mondo. Pasquale era anche un combattente, un uomo della tempra dei contadini del Sud, come quando ispirò la lotta per il Formicoso, nel settembre 2008, e venne a tenere nel Castello di Sant’Angelo dei Lombardi una lezione di forza interiore che è rimasta nei cuori dei presenti. Pasquale è vissuto con la generosità dei grandi, come nella battaglia a favore della Legge Bacchelli per Alfredo Bonazzi, che lo ha visto come al solito in prima linea. E così, la stessa forza e dignità, coraggio e grandezza d’animo, ha dimostrato in quest’ultima battaglia, che ha concluso la sua vita terrena. Prima di congedarsi, come può soltanto un poeta, ha dato alle stampe una raccolta di versi, dal titolo “aktìs” in greco classico, che Armando Saveriano nell’introduzione così spiega: “emissione di luce, vampa, fiamma, ma anche per estensione splendore per la vittoria”. Questo titolo esprime dunque l’attesa e la speranza di “salvazione” , “affinché la lira canti ancora e ancora il mondo abbia come suo profeta e testimone l’intemerato fustiga matti irpino”. In questo libro v’è tanta poesia, come nella lirica rivolta alla compagna di una vita, di sempre, a quella compagna che diviene “unanima”: “Non conto le spighe che / il tuo ago o uncinetto ha / ricamato Mi hai dato una / luna piena di fulgore e un sole / che ha squarciato radioso cirri / e congiure di nuvoloni L’eco / non ha pareti e sconfina infinito / Salire da solo rende più bella / la vista dalle cime a gloria delle valli / dai prati crineggianti al vento” (“Gilda”). Del resto, il poeta-padre, il poeta-figlio, ha da sempre scritto versi bellissimi per i genitori contadini, per i nonni, per i nipoti, per i figli Luisa e Alfonso Roberto. “Esser giulivi costa poco” confessa al figlio “un bacio / al mattino e un saluto a un buon / tramonto Il mondo è meraviglia / se regina è la pace”. Un’altra impronta di poesia autentica, dolce, delicata, suggella il manifesto che annunciava il suo destino: “Essere vorrei liana oltre / il respiro verde della foresta / e sentire come sboccia l’alba / nel trillo dell’allodola” (“Essere vorrei”). Questi versi sintetizzano quell’amore per la Natura Madre che soltanto un Poeta della Civiltà contadina come è stato anche Pasquale Martiniello avrebbe potuto scrivere. Anche di fronte alla malattia, comunque, il poeta non si ripiega su se stesso, riflette da padre e da uomo su “Precari e licenziati” che “non hanno / più il portafoglio rubato dalla / crisi …”, oppure fustiga i soliti potenti di turno: “Mandiamoli davanti ai plotoni / dei girondini Solo costoro sanno / cucire per loro i vestiti giusti / e adatti al disastro della sanità”. Il modo migliore di ricordare oggi Pasquale Martiniello è, dunque, quello di leggere i suoi versi, questi versi che ci appartengono e che sono ormai parte della nostra vita, sono versi che hanno la dignità di vera poesia, di quella “poesia alata”, che pochi posseggono, perché è propria di chi ha un grande cuore. Pasquale Martiniello, per i tanti che lo hanno conosciuto e ammirato, era questo: un uomo dal cuore immenso, generoso e forte, un Maestro di vita e cultura, uno come pochi. Noi ci rivolgiamo oggi come sempre a questo Maestro, oggi lo piangiamo, perché non è con noi, ma con noi sarà sempre perché è parte di noi, perché è noi stessi, perché finché vivremo la sua poesia ci parlerà di lui, di noi, perché la sua arte è stata vera e perciò non morirà, sarà accanto a quella dei padri della nostra cultura nazionale. Paolo Saggese










Mi manca tanto il suo sorriso che riuscivo ad ottenere davanti ad un buon piatto di spaghetti alle vongole…mi mancano le mattine di quando guardavamo il maestoso Vesuvio..mi mancano i suoi fogliettini sparsi sul tavolo..i suoi libri..il suo giornale…..la sua voce al telefono che mi diceva Wèèèèè…nè che dici?
Grazie ancora per il vostro “sincero” e caloroso affetto che purtroppo abbiamo condiviso nella peggiore sofferenza, ma nonostante ciò strappavamo al tempo quei sorrisi che nessuno mai cancellerà!
Addio mio caro Prof……………vi voglio bene.
Imma
Imma
2 marzo 2010 alle 8:39 pm
Mi manca tanto il suo sorriso che riuscivo ad ottenere davanti ad un buon piatto di spaghetti alle vongole…mi mancano le mattine di quando guardavamo il maestoso Vesuvio..mi mancano i suoi fogliettini sparsi sul tavolo..i suoi libri..il suo giornale…..la sua voce al telefono che mi diceva Wèèèèè…nè che dici?
Grazie ancora per il vostro “sincero” e caloroso affetto che purtroppo abbiamo condiviso nella peggiore sofferenza, ma nonostante ciò strappavamo al tempo quei sorrisi che nessuno mai cancellerà!
Addio mio caro Prof……………vi voglio bene.
Imma
Imma
2 marzo 2010 alle 8:39 pm
Imma
5 marzo 2010 alle 1:05 am