COMUNITA' PROVVISORIA

terra, paesi, paesaggi, paesologia _ il BLOG

la madre di vincenzo

se nella stanza c’è la morte

le cose sembrano più degne.

guardo la madre di vincenzo

e non posso vedere il cerchio rosso

che aveva intorno agli occhi.

guardo i vivi che le stanno intorno

poveri e preziosi come un bicchiere

come il calendario al muro.

esco fuori, sento l’abbraccio

impercettibile dell’aria.

andretta, 25 febbraio 2010

franco arminio

Scritto da Arminio

25 febbraio 2010 a 10:10 pm

Pubblicato in AUTORI

9 Risposte

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  1. Talvolta alcuni dettagli nella stanza di un morto sconosciuto mi hanno mossa al pianto

    LRtelepass

    25 febbraio 2010 alle 11:07 pm

  2. La gravità, la definitiva solennità della morte, che col suo solo “esserci”, per giustapposizione, ci rende “poveri e preziosi”, come un bicchiere o il calendario al muro.Tutto il “taciuto”, per sottrazione, in questa poesia sembra spingerci a considerare la vita pura e semplice, nella gestualità più elementare come un qualcosa di grande, di assolutamente prezioso perchè appunto semplice, irripetibile, ed è qui reso con un “pianissimo” stupendo, in quell’ “esco fuori, sento l’abbraccio/impercettibile dell’aria”. La gravità e solennità del tema è l’effetto del ritmo sommesso e delicato, del lessico scarno, senza accensioni. Poesia stupenda, una vera perla. L’ Arminio che preferisco e amo.

    Salvatore D'Angelo

    26 febbraio 2010 alle 12:26 am

  3. grazie salvatore, grazie alle quattro del mattino.
    bella la lettura del tuo testo.
    grazie anche a lucrezia.

    Arminio

    26 febbraio 2010 alle 4:08 am

  4. Perchè,franco, volevi nasconderci o sottracic queste perle di vita “nell’abbraccio impercettibile dell’aria”che ci ricorda la presenza della morte come forza sacrale per dare senso agli uomini e alle cose “poveri e preziosi come un bicchiere”.
    “piccoli paesi grande vita”……te lo dico io da un piovigginosa e grigia mattinata padana dove la vita la senti nel repirare polveri sottili e nell’alimentare ‘la nostalgia’ del mare del cilento e delle brezze irpine.Vedi cosa ti combianano il tuoi versi….grazie
    mauro

    mercuzio

    26 febbraio 2010 alle 8:16 am

  5. Erano tre le stanze della morte ieri ad Andretta.
    Questi sono paesi in via d’estinzione e i tuoi versi sono vitali per resistere…grazie

    fabnig

    26 febbraio 2010 alle 9:28 am

  6. Carissimo Mercuzio Angelo mio,
    ma come anche tu pensi alla morte . Ma non sei un immortale? O da poco sei caduto anche tu dal cielo di Cairano e ti sei fatto umano, molto umano? Nel tentativo di innamorati di poeti.
    Ma come pure tu a dispetto di vecchi e logori primitivismi espressivi come un poesia rischi di perdere l’immortalità? Ma io sapevo che gli Angeli non possono provare emozioni. Sono un po’ come i clown , so bastardi! Fanno finta di sostenere ed accogliere il dolore dell’uomo “custodito”, ma poi non gliene frega na mazza, stanno li ad ascoltare tutelandosi con il “libero arbitro”.
    E, poi di che si lamenta Franco? Della morte di un uomo solo , quando qui ne muoiono centomila al giorno, di fame, di carestie, di guerra, di tormenti vari e lui sta a tormentarsi per niente? Anche delle morti dignitose in un casa, una morte familiare. Io piango solo di morti disperate! Di suicidi , di atti crimanli, e rido felice quando si muore sereni.
    Bisogna che ne comprendiamo meglio il senso e per questo propongo che si pianga tutti i giorni almeno cinque minuti al giorni per tutti i morti che non conosciamo, dieci minuti per i morti degli amici, venti per i morti dei parenti, un’ora al giorno per i morti a noi più cari , ed due ore per le morti dei nostri amori: insomma facciamoci una pianto almeno di 2 ore al giorno e così la facciamo finita con sta morte.
    E, già dovremmo piangere tutti i giorni anche perché mi sono accorto che alcune forme di vita come la tua, li in alto, tra nebbie e nuvole alte/basse è la stessa condizione che ha Franco nell’abitare anche lui tra nuvole e nebbia lassù …. Che fosse anche lui già morto e nessun di noi se ne accorto. Ma fa che ci nascondete che siete angeli tutte e due che fingono di essere umani e nessuno di noi se ne accorto?
    Noi che siamo qui “provvisoriamente” attestati nella nostra storia ed in determinate circostanze, dovremmo anche considerare la nostra vita come a un film . A volte io mi rivedo la mia alla moviola. Si, come quando fanno rivedere i goal di una partita di calcio. E, così la faccio ridivenire attuale e semmai getto luce anche sul passato e sulle cose che ho fatto. Sai l’altro ieri mi sono chiesto che cos’è la cosa migliore che avevo fatto nella mia vita, e mi so rivisto di quando sulla spiaggia di Marina di Camerota facevo volare gli aquiloni.
    O che vita lontana mi dirai tu? E no nel tempo o nello spazio con la mia moto del tempo, ancora oggi li faccio volare gli aquiloni.
    Glielo ho detto un sacco di volte a Franco che dovrebbe farsi una moto del tempo. Però ormai so convinto che se non se le fatta fin’ora è perché è un angelo come te, a quanto pare pure un po sfigati.
    Ci angustiate con la morte degli altri ? Perché non ci parlate della vostra?
    Le distanza è minore di quanto non si possa credere, perché la morte non altezza e non ha larghezza.
    Il problema e che ella ci insegue ed il nostro compito è dare un senso a questo inseguimento.
    Ora perché non provate a volare alti, se siete veramente angeli, ampliando a questi comuni mortali ( è già io come clown sono già morto e rinato, quindi sono una via di mezzo) “ampliando il campo di visuale”.
    E, da questo “profondo sud” far “ritornare” la capacità di rendere manifesta la gamma di possibilità ancora realizzabili, solo spostando lo sguardo fisso da ciò che si è perduto (morto) a ciò che si ha ancora (vivi) a dispetto degli altri e di quelli che pace all’anima loro sono morti, come voi senza “ritornare” qui come me tra gli umani, restituendo vita alla poesia (logos) che dovrebbe avere anch’essa un “ruolo sociale” ed in questo senso evidenziandone la sua potenzialità di “emergere” e di “divenire”?

    Nanosecondo

    26 febbraio 2010 alle 10:12 am

  7. Bella per davvero, grazie! G.C.

    Gaetano Calabrese

    26 febbraio 2010 alle 12:25 pm

  8. ho sentito anch’io l’abbraccio impercettibile dell’aria ieri mattina a bisaccia, da dove mancavo da un pò. venendo da napoli osservavo cambiare il paesaggio un pò alla volta e mi commuovevo…non so se potete capire che cos’è l’irpinia per me

    sergio gioia

    26 febbraio 2010 alle 2:23 pm

  9. Bellissima poesia. Un’annotazione d’attacco tra l’impressione e il giudizio: la morte che sembra dare dignità alle cose. Sottinteso: sicuramente di più e meglio di quante certe volte facciano tanti eventi del nostro quotidiano vivere. Poi questa figura umanissima, colta nel suo ruolo di madre, una specie di madonna addolorata che l’Io guarda con partecipe compassione: “non posso vedere il cerchio rosso / che aveva intorno agli occhi”. In realtà, quel cerchio rosso di dolore lo si vede bene, se persino un aggettivo riesce a qualificarlo. E quel “non posso” equivale all’impotenza della madre alle prese con un dolore enorme e quasi insopportabile. Intorno alla madonna lacrimante stanno altre persone a farle da coro, come in una tragedia greca. Sono i vivi che diventano “poveri e preziosi”, fragili ed essenziali “come un bicchiere / come il calendario al muro”. Oggetti della vita sociale inventati da quelle stesse persone che, fronteggiando la morte di Vincenzo, comprendono meglio il senso della loro presenza al mondo e il loro valore: di stentata precarietà da un lato e d’inestimabile ricchezza dall’altro.
    Al centro cinque versi irregolari per dare vita al cerchio drammatico dello sguardo che gira intorno agli occhi doloranti e ai vivi stretti in coro. All’inizio, tre novenari piani per introdurci nella stanza della morte e, alla fine, ancora due novenari per uscire fuori e tornare a sentire “l’abbraccio / impercettibile dell’aria”. Illuminante questo sentire senza percezione!…Le meraviglie dell’aria non dovremmo dimenticarle mai.
    Caro fratello, non pensare neanche lontamente a privarci di queste tue preziose poesie. Dicono l’essenziale del nostro vivere. Un abbraccio

    Donato Salzarulo

    26 febbraio 2010 alle 4:26 pm


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