L’IRPINIA E IL PRESENTE CHE GUARDA AL FUTURO
Sull’edizione avellinese de IL MATTINO continua il dibattito sulla Paesologia fomentato dal polemico intervento di Marco Ciriello in margine alla presentazione del libro FRANE FERME il 14 marzo scorso a Pratola Serra e pubblicato sul Mattino il 18 marzo. Dopo la replica di Mario Perrotta, pubblicata il 21, sono seguiti l’intervento di Davide Morganti il 23 e quello di Franco Festa il 24. Ieri è stato pubblicato il mio intervento, quale risposta a quello di Morganti, che è riportato nel link qui sotto; cliccandovi sopra potrete leggerne il contenuto. Di seguito posto il mio pezzo con la titolazione de IL MATTINO.Credo vi saranno altri articoli, tra cui alcuni scritti da amici comunitari. E’ una buona cosa: vuol dire che la paesologia non è un passatempo, ma davvero una novità dirompente che inizia a “sparigliare”. Spero vi siano molti contributi al dibattito sul nostro blog.
((andate sulla data del 23 MARZO , alle pagine 31 e 36, trovate l’articolo di Morganti)
LA PAESOLOGIA E’ UMANESIMO DELL’IRPINIA CHE RINASCE
di Salvatore D’Angelo
“Nomadi della lamentazione” all’opera
Non mi pare che sul blog della Comunità Provvisoria vi sia «un attacco isterico e smodato» alle critiche di Marco Ciriello («Il Mattino» di giovedì 18). Vi sono prese di posizione molto articolate, tra cui alcune giustamente risentite.
Da più di due anni ci si ritrova, si visitano i paesi, si organizza una mole impressionante di incontri itineranti di architettura, si fanno proposte con spirito volontario, autofinanziato, un occhio all’Europa, l’altro al territorio, con memoria storica di ciò che è stato; si sviluppa il turismo della clemenza, si elabora la proposta di un Parco naturale dell’Irpinia d’Oriente; si stimola la modifica della legge urbanistica regionale in chiave paesologica; si sviluppano linee guida – stimolo per Programmi di Fabbricazione e Piani Regolatori che facciano tesoro delle violenze operate sul territorio col dopo terremoto; ci si chiede in che modo si possano utilizzare i fondi Fas dell’Ue a difesa di una identità paesaggistica che non nega l’innovazione e la trasformazione; si sviluppa una lotta vittoriosa contro una mostruosa megadiscarica in un’oasi paesaggistica; ci si interroga su una gestione compartecipata dell’eolico e del solare, per una filiera produttiva pulita ed ecologica, sul modello di Schonau im Schwarzewalde, nella Baviera del Sud, Germania; nasce l’Università Popolare dell’Irpinia; viene stimolato un nuovo associazionismo; si realizza il primo seminario di Paesologia (a breve se ne editerà l’almanacco); si realizza «Cairano 7x», festival d’arte, cultura e paesologia nel paese più spopolato dell’Irpinia e della Campania, grazie al sostegno decisivo di Franco Dragone (dunque senza un euro pubblico), festival che sarà riproposto dal 21 al 28 giugno prossimo. Insomma, fermenti nuovi, nati dalla straordinaria intuizione paesologica di Franco Arminio e di tanti che con lui cercano di praticarne gli sviluppi. Ma tutto questo lo si definisce «nomadismo della lamentazione», lo si bolla frettolosamente come atteggiamento antieuropeo, orientaleggiante, passatista con sapori leghisti.
….e a riposo
Secondo l’esegesi di Davide Morganti («Il Mattino» di martedì 23) dell’articolo di Ciriello la Paesologia sarebbe poi pericolosa perché rischierebbe di «imbalsamare paesi, luoghi, stanze, fiumi in una memoria arcaica che, a lungo andare, si fa pietra tombale». La Paesologia addirittura rischierebbe di «incantare lo sguardo, di rammollirlo nella nostalgia, di cementare un territorio storpiato da quanto è stato fatto dopo il terremoto». La Paesologia è esattamente il contrario. Non è nostalgia di un mitico passato, ma vive il presente con occhio disincantato. Citando Arminio «la paesologia è una disciplina fondata sulla terra e sulla carne. La carne di chi osserva, la terra che è osservata. Una forma d’attenzione fluttuante, in cui l’osservatore e l’oggetto dell’osservazione arrivano spesso a cambiare ruolo. E allora è la terra a guardare la carne, è la terra a indagare gli umori di chi la guarda». Insomma, un modo di osservare che evidenzia i limiti di modelli desertificanti, gli inganni di uno sviluppo senza progresso, fabbrica di non luoghi; modelli che non solo hanno stravolto identità geoambientali e operato violente mutazioni antropologiche, ma hanno finito per marginalizzare ancora di più un territorio che da sempre è stato ed è Europa. È stata l’inadeguatezza di quei modelli calati dall’alto a ricacciarlo sugli orli dell’Europa reale, non di quella immaginata dai sostenitori dell’eterno presente senza passato. Se Morganti avesse letto «Nevica e ho le prove» non avrebbe scritto «il vuoto, i silenzi, i paesaggi dell’Irpinia non vanno necessariamente ogni momento santificati, ma anche scorticati, messi a nudo, considerati in certi momenti più dannosi del cemento». Nel suo ultimo libro Arminio non fa altro che scorticare, mettere a nudo i vuoti, i silenzi del paesaggio e delle persone, mettendole impietosamente allo specchio; dice ciò che si è e si è diventati, senza infingimenti. Lo fa per sottrazione di scrittura e con palmare evidenza, con un grido di amore e rivolta, un espressivo invito al cambiamento, a farsi europei e cittadini del mondo in nome dell’identità (umana), perché non si vive in un luogo (che è puro accidente geografico), ma nel tempo. E questo tempo, figlio di modelli produttivi ormai logori, non è più pienamente umano. In tal senso, quindi, la Paesologia è una nuova forma di umanesimo, non del tramonto, ma della rinascita. Proprio perché «il presente dell’Irpinia, oggi più che mai, non sia maceria di un passato iniziato una fredda sera di novembre di trent’anni fa». Perché sì, l’Irpinia, come la Domiziana, Ostia e la periferia di Milano sono metafora dell’Italia, di questa Italia ridotta a deserto, a enorme non luogo. Non mi pare che ciò sia «passato che ammala il presente», ma presente di lotta che guarda al futuro. Con la memoria di un passato ineludibile.
(Da IL MATTINO del 25.3.2010, Edizione Avellino, pagg. 29-36)












ancora stamattina sul mattino a riguardo di quanto sta accadendo c’è un articolo di Crescenzo Fabrizio in cui si chiede “se anche l’Irpinia è condannata all’assuirdità ed alla inutilità di una resistenza di stampo leghista”. E al di fuori di questa trincea velleitaria, “è preferibile il modello occidentale o il sogno di una Irpinia d’Oriente” ??? Esiste una via irpina allo sviluppo” ??? E poi continua ” magari l’interessante e suggestiva prospettiva paesologica e delle zone interne indicata da Franco Arminio e prima di lui dallo stesso Guido Dorso potrebbe trovare un concreto sbocco culturale nell’istituzione di una regione nuova – e non di una nuova regione – che partendo dal Molise inglobi il Sannio, l’Irpinia, il Cilento delle comunità montane e tutta la Lucania”. insomma una terra di Mezzo: nè oriente di un occidente aborrito, nè il settentrione comunque arretrato di un sud dal quale scappare via vaghegiato negli anni ottanta: una terra che non solo unsca i segmenti spezzati e mortificati dei paesi dell’osso ma che introduca la novità della semplificazione.”Alla fine l’Italia sarà un paese costituito da 19 regioni anzichè 20 e senza aggiungere una sola provincia in più” La regione nuova avrebbe quattro sbocchi sul mare, un forte distretto industriale dell’automotive ( Val di Sangro, Pratola Serra e Melfi) e una coerente nervatura paesologica e montana da riscoprire e valorizzare.
giovanni ventre
26 marzo 2010 alle 9:28 am
La proposta di C. Fabrizio mi sembra molto simile al sottotitolo del nostro blog: “una regione delle zone interne, dal Pollino alla Maiella”.
Sarebbe da approfondire anche l’accostamento tra c.p. e dorso.
stefano
26 marzo 2010 alle 11:21 am
Una fredda sera di trent’anni fa, dice Morganti… Manco questo è vero, perché quel novembre San Martino fu più generoso del solito.
Sembra una svista secondaria, ma è un altro indizio di un parlare prima di sapere e di capire, verba tene rem sequetur, sperando che dal cilindro delle parole esca un modello come un coniglio, una platonizzazione risolutiva.
A Berlino, a Berlino! …, ma non sarebbe stato difficile vedere che da lì, a torto o a ragione, si stava tornando…
paolo
26 marzo 2010 alle 1:16 pm
Vero, verissimo, Paolo : ricordo come fosse ora, quella sera faceva un gran caldo…Ma che vuoi farci, sono i luoghi comuni (la sera di novembre dev’essere per forza “fredda”, sennò che novembre è) di chi vuol darsi una “scrittura”.
Salvatore D'Angelo
26 marzo 2010 alle 2:15 pm
Anche io la ricordo calda umida e afosa. Come e´diverso vederla dall´esterno….Fredda lo e´diventata dopo…. l´”Irpinia”
gianni panzetta
26 marzo 2010 alle 2:33 pm
Era inevitabile ,a mio modesto parere, che prima o poi su uno dei blogs più belli ,interessanti e colti d’Italia si aprisse una discussione tra il fare ed il pensare. Particolare è invece che la questio si applicasse alla paesologia ed alla CP. Gli interventi piccati e a volte offensivi (devo riconoscere di Ciriello e c.) sono stati tutti sviscerati e credo che S. D’angelo abbia aperto uno spiraglio di discussione più pacato motivando con puntualità l’operato della CP e le tesi della Paesologia. In estrema sintesi Ciriello e c. arrivano ad una conclusione per cui la paesologia potrebbe rappresentare una battaglia di retroguardia culturale e nostalgica opposta ad una concezione diversa e ben spiegata (chi segue il blog probabilmente non ne aveva bisogno) da D’angelo per la quale le tesi paesologiche possono rappresentare un futuro diverso per l’irpinia partendo dal punto fermo del 23 novembre 1980. In mezzo c’è il presente che Franco Arminio scrive ,descrive e soffre nei suoi libri e nella sua attività letteraria e che la CP analizza e studia con spietatezza e lucidità. Mi appare pretestuoso ed ingeneroso considerare la CP come fautrice della desolazione dei paesi e di una lamentosa nostalgia ,anche perché il faticoso ed utile compito che la CP svolge appartiene alla sfera del “fare” che vede il pensare giustamente come forma maieutica.
Forse sarebbe più giusto inquadrare il ragionamento (come fa D’angelo nel Post) su che cosa la Paesologia e quindi la CP propone per la gestione del territorio e se questo territorio ha bisogno per crescere di un suo ulteriore consumo. E qui le cose si fanno più complesse e difficili . Personalmente credo che non spetti alla CP l’onere operativo del fare ma (sottratta la demagogia) agli irpini ed ai loro rappresentanti istituzionali, ,economoci e sociali e quindi politici .”L’azione” ed il “fare della CP è già ben evidente con la forza culturale che sprigiona con il concetto di nuovo umanesimo paesologico .(non necessariamente condiviso da tutti) ma messo a disposizione degli Irpini come strategia di intervento di governo di un territorio così bello. Non serve neanche che la CP si organizzi in forma di associazione politica perché potrebbe incappare in lacci e lacciouli statutari che le impedirebbero di avere la freschezza e la libertà ideale di adessso. (detto da me che sono uomo di partito vale doppio).
Ma sarà in grado la comunità irpina di cogliere queste istanze culturali di cambiamento?
Sarà facile penetrare un tessuto sociale avvezzo ad una patologica recriminazione (da Irpino emigrato ne soffro anch’io) con concetti di sostenibilità ambientale, di turismo colto e clemente, di patrimonializzzazione dello splendido paesaggio dell’irpiniashire?
Questa è la sfida che io ho carpito avvicinandomi al blog e che quotidianamente la CP mette in campo ,altro che nostalgia. (ogni tanto mi vado a rivedere su youtube il cortometraggio del 1958 su Bisaccia e le condizioni del meridione d’italia di quel periodo e non mi sento affatto nostalgico di quei tempi).
È proprio vero piccoli paesi grande vita.
Vi auguro ogni bene
Angelo Castelluccio
Angelo Castelluccio
26 marzo 2010 alle 6:02 pm
@angelo castelluccio
Grazie,le sue parole fanno bene e ci danno grande soddisfazione: lei ha perfettamente “letto” il senso dello “sguardo paesologico” e, di conseguenza, del nostro agire. Infatti è proprio questo uno degli assi “strategici” della CP, cioè di essere polo di fomento delle idee e di aggregazione intorno a un “ripensare il mondo” ( e dunque l’Irpinia, che è il nostro “accidente” geografico)al di fuori di schemi e logiche ormai logore; e nel momento che lo si ripensa il mondo, si prova anche a viverlo in modo nuovo. In questo non c’è proprio nulla di nostalgico, nè c’è una “santificazone” del passato , che è stato durezza, fatica, miseria , emigrazione e servilismo, accanto a una immensa e compressa voglia di riscatto puntualmente tradita, attraverso “modelli di sviluppo” ingannevoli, di pura rapina, concepiti altrove, che hanno aggiunto nuove forme di “desolazione” a quelle sperimentate nel passato: dopo la povertà materiale, c’è stata una nuova forma di povertà ancora più insidiosa: quella culturale, spirituale, fatta di un benessere artificiale, che sa di sazietà e di disperazione,dove ciascuno è chiuso nel proprio autismo ed è pronto a “darsi” a nuove forme di demagogia “modernista”, pur di sfuggire a una desolazione che non ha un volto o un sintomo preciso. Leggere, dunque , il passato, averne memoria storica, per conservare lucidità sul presente e proporre la propria “serena obiezione” all’esistente, con fermezza e senza compromessi, non vuol dire essere “passatisti”, ma esattamente il contrario: cioè vivere il presente proiettando la propria “visione” nell’immediato futuro come stimolo all’agire. E lei ha perfetamente ragione : spetta agli Irpini prendere il mano il bandolo di un nuovo agire, darsi un programma o una piattaforma di iniziative che abbiano una sola e chiara opzione : controllare costantemente il proprio destino, avere sempre l’iniziativa o l’ultima parola sulle decisiooni che implicano i cambiamenti nel proprio territorio. Se non c’è questa consapevolezza, questa determinazione, si sarà destinati a una nuova sconfitta. Ma è una battaglia che noi della CP vogliamo combattere. Se non altro perchè ne vale la pena.
Salvatore D'Angelo
26 marzo 2010 alle 8:24 pm
In questi giorni grossi trattori serpeggiano i campi spargendo concimi, nitrati.Articoli “critici” serpeggiano il mattino…la paesologia e la CP come palline d’argilla che contengono semi gettate in un campo incolto.
con amicizia
fabio nigro
27 marzo 2010 alle 9:36 am
sul tg regionale delle 14 è andato in onda un servizio sulla cucina e le tradizioni di Calitri, tra poche ore potrete visionarlo sul mio canale youtube http://www.youtube.com/bottigliero.
un saluto a voi tutti
marco bottigliero
27 marzo 2010 alle 5:54 pm
E’ vero, La regione di cui parlo nel mio articolo è assai simile a quella tratteggiata dalla Comunità Provvisoria. Al punto nel quale siamo giunti, più che un’utopia a me pare una necessità.
crefab
8 aprile 2010 alle 4:44 pm