COMUNITA' PROVVISORIA

terra, paesi, paesaggi, paesologia _ il BLOG

Caduta libera

di Paola Verdicchio

A «Mamaluk».

Il fantasma materno può guardarti anche da un nome.

Il treno della circumvesuviana sferragliava traballante verso Napoli. Sfiorava con la sua musica rugginosa le stazioni di Santa Maria del Pozzo, Barra, San Giovanni, Gianturco. I tossici effluvi delle ciminiere ogni giorno le aiutavano a morire, dolcemente, in anestesia totale.

C. guardava gli altri pendolari, le pesanti coltri di noia sui loro volti . Milioni di occhi appassiti a stare appesi ore e ore sotto speranze vecchie e tristi come il cucco. Le solite, quelle di tutti:uno sguardo seduttivo e infedele dritto in faccia,un tizzone puntato in mezzo al petto, uno squarcio di pelle profumata capace di massacrarti il cervello e di spingerti fuori dai binari, a vivere . Non riusciva distinguere la propria storia riflessa nei vetri opachi insieme a mille altre, né il suo volto.

Il convoglio della speranza non faceva sconti, a nessuno. Il suo zaino languiva tra le decine di zaini sbrindellati da intollerabili attimi inerti. La vide. Sorrideva beffarda, con i suoi denti radi e neri. Allungava arrogante il suo cespuglio di stoppia su quella catasta di volti senza pupille, mani senza dita, camicie senza collo, pantaloni senza busto. Ormai da anni la signora dei topi le appariva dappertutto, anche sui vetri della circumvesuviana, con i suoi cenci e la sua puzza di morte e povertà . Era un’ossessione dannatamente reale, con la sua faccia di carne rancida e imputridita. Le sputava in faccia la sua follia impudente, derisoria e sfacciata. Le vomitava addosso lo stesso dolore. Ogni volta.

Ma  almeno questo  C. lo aveva imparato:non si ascoltano i fantasmi e i pazzi, si fugge e basta. La signora era uno spettro di sangue, muscoli, tessuti molli, vene e capillari affioranti che viveva accatastato sulle sue buste di plastica piene zeppe di niente, e difese a costo della vita stessa, all’angolo tra corso Garibaldi e via Marina. Si specchiava sempre in un pezzo di vetro e si stendeva sulle labbra un avanzo di rossetto raccattato chissà dove. Stava sempre a colorarsi quella fessura dello stesso colore del resto del viso, una cartavetrata marrone, una mappa grinzosa e gualcita della sua età. Tutte le zoccole napoletane si davano appuntamento lì, su quella carovana di storia andata a male, per festeggiare il loro carnevale quotidiano, tra pezze e trucchi appariscenti. Le saltavano sulla pancia, sulle braccia e sul viso, senza farle del male. Dividevano con lei il cibo e il rossetto, cardandole il cespuglio che aveva sul capo con i pettini delle loro unghie .

La signora era una donna. In verità C. non era sicura che fosse proprio una donna. Di certo era un corpo, umano. E aveva una bocca. Ma tanto ora viveva solo per essere la materializzazione delle  sue  tante paure: la fame, la povertà, la tentazione di lasciare tutto e tutti,l’ impulso invadente di liberarsi la testa oppressa dalle placche demielinizzate, dalle nevrosi ossessivo- compulsive, dall’amore e dalle sue assurde ipostasi. E da tutte le parole inutili della vita, più di tutte quelle greche e latine. Più inutili della sua inabilità a vivere e a morire. Più improduttive del suo rifiuto di restare, andandosene ogni giorno. Un labirinto da cui era difficile uscire, un labirinto che  aveva iniziato a costruirsi pazientemente fin dall’infanzia e che, certo, qualcuno aveva iniziato ad architettare anche prima che lei cadesse al mondo.

Quella culla familiare, calda e accogliente, divenne la montagna di ovatta che le soffocò la mente e le asciugò le vene. Una montagna che crebbe ipertrofica, alimentata dall’affetto delle sue troppe madri e dei suoi pochi padri . In quel dedalo di cotone le tenevano compagnia i santi,  le madonnine, le anime dei defunti che campeggiavano sul vecchio secretaire della famiglia Mennella. Bambini appena nati e immortalati nella loro morte prematura, abbellita con trine e merletti, le guance dipinte sapientemente con fard per fingere il ribollire di un sangue, ormai viscoso e freddo: una morte truccata da vita. Come a dire che la vita, in fondo, è solo il volto contraffatto della morte.

Sapeva che quelli erano i suoi angeli protettori, sapeva che erano il sangue che scorreva insieme al suo sangue, che erano gli occhi grazie ai quali vedevano i suoi occhi. Eppure ne aveva paura. Perché erano morti. E i morti bambini non pensano i pensieri di chi nasce vecchio, non conoscono neanche la pesantezza dei pensieri. I bambini morti non sporcano la culla di cose da adulti. La purezza di quei bambini non fu mai di C., nata sporca in una culla bianca, nata decrepita e senza ali, senza gli occhi puri delle eteree creature del secretaire. E tra i batuffoli di bambagia, gli stracci e il make up della sua culla ipertrofica un giorno incontrò la signora. Se ne stava seduta sulla sua storia dimenticata , ostinatamente custodita in mille sacchetti di plastica bucherellata. Non aveva bisogno di nessuno, giocava con la sua pazzia lucida, si lasciava coccolare solo dalle sue zoccole, madri mature, madri senza latte .

Doveva essere una che aveva abbandonato un giorno la sua ovatta, senza troppi rimpianti,o, forse, se la portava sempre dietro, ma ben sigillata in quelle buste puzzolenti di un nulla in cui solo una vita persa è capace di raggrumarsi . Si truccava di vita la bocca senza colore,dormiva sui brandelli di vita strappati a morsi e mai più restituiti. Senza santi, senza angeli, senza zavorre, in caduta libera sul passato e sul futuro. Come paracadute, a volte, solo quelle sue buste maleodoranti , zoccole di strada come vessillo di una verginità perduta e ritrovata. Senza castità e senza perversione.Una innocenza vera, santificata dagli atti impuri della sua libertà e del suo istinto bestiale.

Vedendola riflessa sul finestrino di fronte, C. le augurò di essere felice. Ma lontana mille binari. Scese dal treno. Attraversò di corsa la stazione terminale, si fermò all’edicola e in tabaccheria. Si tuffò nel mercato, riemerse su corso Umberto. Cambiò marciapiedi milioni di volte.Camminava in fretta, intabarrata in un tanfo familiare. La signora teneva tra le labbra un mozzicone abbrustolito e di tanto in tanto  le sputava in faccia il fumo dallevetrine di qualche fast food o dagli specchietti delle auto in corsa.

Scritto da eldarin

28 marzo 2010 a 12:47 pm

Pubblicato in AUTORI

Taggato con

8 Risposte

Iscriviti ai commenti con RSS .

  1. Ringrazio Paola Vedicchio per questo suo racconto, che trovo davvero molto bello, e per averlo regalato al nostro blog, superando la sua naturale ( e tenerissima) riservatezza.
    un bacio, Paola
    e.

    eldarin

    28 marzo 2010 alle 12:50 pm

  2. Un racconto molto intenso. Si sente che chi l’ha scritto è una persona intensa. Complimenti anche a chi l’ha proposto in questo bellissimo blog.

    giovanni

    28 marzo 2010 alle 10:30 pm

  3. Sono tornato in Irpinia accolto da un tramonto primaverile e questa mattina leggo uno splendido racconto di una persona che sento in sintonia con lo spirito leggero e profondo che circola nella nostra Comunità dopo qualche “pesantezza” di troppo !
    mauro orlando

    Mauro Orlando

    29 marzo 2010 alle 9:55 am

  4. Complimenti a Paola, davvero un bel racconto e uno stile eccellente. Belle pagine, buona letteratura. Mi è venuta irresistibilmente alla mente una grande e poco apprezzata scrittrice, Anna Maria Ortese. Ritrovo, in questo racconto, l’amara e “febbrile” voce della narratrice de IL MARE NON BAGNA NAPOLI, le atmosfere del racconto-reportage “La Città involontaria”; e sì che la “signora dei topi” mi pare uno dei tanti anonimi e indimenticabili personaggi , poveri e laceri che affollavano i vecchi magazzini del porto agli inizi degli anni cinquanta, naufraghi non solo della guerra e della povertà, ma anche di una irriducibilità a una realtà che appiattisce, specchio e ossessione della stessa Ortese e fatti vivere dalla narratrice con dolente febbrile fervore. Qui Paola Verdicchio si avvicina a quelle atmosfere, ma riversandole in una nuova forma di “irriducibilità”, in un nuovo tipo di “ossessione”; sicchè la C. osservatrice- narratrice (seppure attraverso la mimesi della terza persona, come a trovare un “distacco” dall’oggetto vivo del narrare) vede nella “signora dei topi” il riflesso proiettivo di una libertà da un mondo-prigione a un mondo altro-vagheggiato-temuto. La cosa mi pare chiara sin dall’inizio :
    “C. guardava gli altri pendolari, le pesanti coltri di noia sui loro volti . Milioni di occhi appassiti a stare appesi ore e ore sotto speranze vecchie e tristi come il cucco. Le solite, quelle di tutti:uno sguardo seduttivo e infedele dritto in faccia,un tizzone puntato in mezzo al petto, uno squarcio di pelle profumata capace di massacrarti il cervello e di spingerti fuori dai binari, a vivere.” e poi via via la “costruzione del racconto” della signora dei topi, attraverso il viaggio proiettivo/mimetico nella stessa protagonista, una dei tanti del “popolo dei cartoni” che affollano le metropoli e la nostra immane-città periferia, fino a quell’indicativo passaggio del sottofinale “Si truccava di vita la bocca senza colore, dormiva su brandelli di vita strappati a morsi e mai più restituiti. Senza santi, senza angeli, senza zavorre, in caduta libera sul presente e sul futuro”. E il gioco di specchi si chiarisce nel finale :
    “Vedendola riflessa sul finestrino di fronte, C. le augurò di essere felice. Ma lontana mille binari. Scese dal treno. Attraversò di corsa la stazione terminale, si fermò all’edicola e in tabaccheria. Si tuffò nel mercato, riemerse su corso Umberto. Cambiò marciapiedi milioni di volte.Camminava in fretta, intabarrata in un tanfo familiare. La signora teneva tra le labbra un mozzicone abbrustolito e di tanto in tanto le sputava in faccia il fumo dalle vetrine di qualche fast food o dagli specchietti delle auto in corsa.” Già, C. le augura di essere felice, ma “lontana mille binari” e cambiando marciapiedi “milioni di volte”. Fa troppa paura una libertà così radicale come quella della “signora dei topi” alle tante C. che hanno subito il processo di sedimentazione di un “sé” irrimediabilmente paralizzato nel conformismo. Il personaggio di C. mi rimanda a una delle ossessioni della protagonista de I GIORNI DELL’ABBANDONO, il bel romanzo di Elena Ferrante, la quale è perseguitata sin da piccola dalla paura di fare la fine della “pazza di Napoli”, come le soffia nelle orecchie l’occhiuta madre, a proposito di una povera vicina di casa, madre di tre figli, abbandonata dal marito-rappresentante di commercio e scappato a vivere con un’altra donna nella lontana Pescara. Sì, quel vago timoroso augurio di felicità da parte di C. alla “signora dei topi”, ma restando “lontana mille binari”, somiglia molto alle paure della protagonista de I GIORNI DELL’ABBANDONO.E somiglia molto, per “metatesto” alla paura di noi tutti di fare fino in fondo i conti con una maniera di vivere che ci rende “morti” come i “semprevivi” i fiori di plastica che si portano sulle tombe dei defunti – ma defunti noi stessi alla vita e alla libertà-, in cambio solo di piccole sicurezze che ci allontanano dal proprio “io” rendendoci “barboni del non essere”. Questa una mia “lettura” di getto del racconto.
    Comunque, bravissima Paola, una bella scrittura, densa e incisiva.

    Salvatore D'Angelo

    29 marzo 2010 alle 1:09 pm

  5. mamma mia che atrocità, c’è tanta gente che vive così. ma ci può essere non dico una via di mezzo ma una terza via tra la vita spontanea di quella signora e l’autismo corale della buona piccola-media-grande borghesia?

    sergio gioia

    29 marzo 2010 alle 7:00 pm

  6. Questo racconto è da scrittrice. Altro che che i presidi in pensione che scribbacchiano per combattere la noia.

    giovanni

    30 marzo 2010 alle 2:35 am

  7. Non so se Paola abbia mai pubblicato qualche altra opera, ma se fosse cosi’,per favore, vorrei saperlo! Mi piacerebbe leggere altri racconti o poesie di questa autrice veramente talentuosa che usa la scrittura come una macchina fotografica d’emozioni donandoci le sue istantanee che ci fanno vedere dentro molto piu’ nitidamente. Grazie mille Paola.

    Summer

    31 marzo 2010 alle 1:34 pm

  8. A Paola- mamaluk
    Gli zingari, i pazzi, i barboni, i disederati: fuggiamo da loro perchè ci fanno sentire meno il terreno sotto i piedi. Sono il crinale del nostro lato oscuro.

    lucrezia r.

    12 aprile 2010 alle 6:30 pm


I commenti sono chiusi.

Follow

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 46 other followers