Archive for the ‘Alfonso Nannariello’ Category
COLORI ARTIFICIALI
di Alfonso Nannariello
Qualche anno più tardi iniziai ad andare anch’io alla processione con addosso il manto di raso azzur-ro bordato d’oro. Quando mi stancavo, lo lasciavo a qualcuno e me ne andavo.
SUL PETTO E ALL’OCCHIELLO
lunedì (diventato un giorno qualsiasi)
dell’antropologia narrativa - di alfonso nannariello
dedicato ad ENZO LUONGO
Inclusa da tempo nell’itinerario delle processioni, di qua dalle vetrine, da maggio a settembre, stormivano le feste. Dov’era l’immagine dell’Assunta era il nostro nastrino all’occhiello. Le donne del vicinato allestivano un altarino con i copriletti. Leggi il seguito di questo post »
Via Concezione
Lunedì dell’antropologia narrativa – di Alfonso Nannariello
dedicato a Michele Fumagallo
Sul parapetto in pietra della scalinata scivolavo per arrivare prima nella strada. Gli ultimi gradini li saltavo. Sul muro di fronte ritrovavo l’immagine di una madonna con i baffi. Non credo che Briuolo intendesse fare un’Assunta alla Duchamp; né che conoscesse Gli opposti psichici nell’alchimia, di Jung; Leggi il seguito di questo post »
L’abito che indosso
Lunedì dell’antropologia narrativa - di alfonso nannariello
dedicato a Rocco Quagliariello
Anche da zie’ Lina i disegni diventavano cose vere. Ogni anno teneva un corso di taglio e cucito.
Appena entravo nel suo salone sentivo l’odore di fodere e di stoffe. Sul tavolo e dentro c’era una specie di fermento: centimetro, aghi, forbici, gesso, squadre, registri di misure con approssimativi schizzi, carte di modelli, fili di imbastiture che rendevano già chiara la parte del vestito da realizzare. Le ragazze imparavano a prendere le distanze, a distinguere sporgenze ed imperfezioni, a saper fare una ripresa, a Leggi il seguito di questo post »
Decoratore d’interni
i lunedì dell’antropologia narrativa – di alfonso nannariello
Io pure avevo un istinto d’arte. Non è facile capire da dove provenisse.
A volte mamma mi portava a fare i compiti a casa di suo padre affinché mi aiutasse nel disegno, visto che io non sapevo disegnare. Quando ricordo quelle volte alla mente torna una immagine soltanto: mio nonno con un pennino di inchiostro blu che, su un quaderno di una delle mie prime classi elementari, tracciava la forma di un uccello. Mio nonno pareva Dio e quello che faceva una cosa viva. Forse per la facilità di quei piccoli tratti o per la naturalezza con cui muoveva la mano, sentii che avrei potuto disegnare anch’io. In Leggi il seguito di questo post »
Da una parte all’altra
i lunedì dell’antropologia narrativa – di alfonso nannariello
Senza quel senso della nostalgia che mi prendeva in colonia, lontano da Calitri ero già stato e le stazioni già le conoscevo.
Il più delle volte ero stato portato a Nocera Inferiore, da zi’ Annina. Con suo marito, zi’ Munn, che era ferroviere, abitava in una palazzina in via Nuova Olivella, a pochissimi metri dai binari. Zi’ Annina, per me, è stata un legame con le stazioni, anche quando veniva a Calitri. Ogni tanto mi portava con il pullman di Di Maio allo scalo, per un doux après-midi dalle sue amiche, le signorine Salvante, che ci offrivano il tè e ci servivano i biscotti su un vassoio.
Sui limiti del profondo
i lunedì dell’antropologia narrativa - di alfonso nannariello
Da casa alla stazione sarà stato 1 km in linea d’aria. D’estate, con tutte le porte aperte, sentivo passare la littorina. Qualcosa, col suo carattere di meraviglia ed incongruenza, mi sbalzava ad un altrove, mi faceva sentire diverso, mi differiva. Quel rumore metallico sul ponte dell’Ofanto era un trasalimento delle mie facoltà emotive, una rottura dei meccanismi del quotidiano, uno scrostare dal fondo le immagini interiori. Era la percezione di un senso oltre le cose, un senso che, mentre rendeva più solido il paesaggio esteriore, dentro lievitava nostalgie. Simultaneamente avvertivo il mio essere esteso mentre il mio corpo era fissato in un qui e in un ora.
La scoperta della scritta Calitri-Pescopagano sul muro della stazione era un’ulteriore ed inequivocabile indicazione della simultaneità del qui e dell’altrove. Erano presenti in un medesimo punto il limite e le possibilità. Quel rumore di ferro che tornava improvviso, pungeva. Non differiva il ricordo di colonie e collegi, unici posti dove fino ad allora ero stato, ma, più profondamente, «la nostalgie de l’infini».
Nelle pause del suo tumulto
i lunedì dell’antropologia narrativa _ di alfonso nannariello
La morte non è l’ultima parola, la notte ha già toccato la sua meta.
Lo so per certo ora.
I morti sepolti nell’antica chiesa Madre devono essere già risorti se le loro ossa non si sono più trovate. Non ce n’è traccia in nessun verbale di nessun consiglio comunale dell’epoca in cui questa chiesa, irreparabile per i danni della frana e di diversi terremoti, fu demolita. Deve essere proprio così, a conferma della certezza di Giobbe nel cui Testamento ritiene inutile cercare le ossa, i resti dei figli, tra le rovine della casa che su di loro è crollata, perché tanto non saranno trovati avendoli il creatore elevati a sé. Leggi il seguito di questo post »
Con l’anima e col corpo
i lunedì dell’antropologia narrativa - di alfonso nannariello
A Monticchio, l’arcangelo Michele, in guerra contro un angelo ribelle, era sceso fino a sotto terra.
Ci andai per la prima volta con la comare di cresima di Rosellina, alcuni anni dopo la nostra prima comunione, quando venne a farle visita dopo essersi sposata. Andammo all’abbazia, l’unica volta che ci sono stato. Me la ricordo scura, scavata nella roccia. Poi facemmo un giro e le foto in riva al lago, le prime mie a colori.
Anche noi discendevamo agli inferi, ogni tanto.
Con gli occhi appesantiti
i lunedì dell’antropologia narrativa – Alfonso Nannariello
Allora forse non c’erano o, forse, non li vidi. Sull’altare maggiore, della chiesa Madre scoprii più tardi due angeli imprigionati nei marmi bianchi e levigati. Stavano così senza far niente, molli nello spirito come chi ha perso le forze o per sempre qualcosa. Sembravano, così senza colore e senza venature, ancora più morti di quelli carezzevoli, scolpiti nella pietra, che ha quella pelle porosa di licheni, messi sotto i cipressi sulle tombe dei bambini.
L’angelo passa quando meno te lo aspetti. Diventano come lui i bambini che raccoglie dalla terra, senza difetti. Noi lo sentivamo sempre giusto. Di certo era educativo, anche quando ci dicevano
NELL’ORDINE DEI SEGNI
lunedì dell’antropologia narrativa – di Alfonso Nannariello
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A parte i pochi mesi in cui andai alla dottrina, oltre, prima che l’aggiustassero, non credo d’esserci più entrato. Se non ricordo male, la facciata non doveva essere neanche intonacata.
Dentro, la chiesa Madre, dava l’impressione di un sudario usato. Nella parte centrale del transetto, c’erano solo un paio di nicchie -una per san Canio, l’altra per la Madonna del Rosario- ricavate nei muri imbiancati e nudi. Nello spazio dell’altare riservato ai preti, tra la fine delle volte e l’inizio delle pareti, spuntavano putrelle come cavalli di Frisia messi a sbarramento, a protezione dei passaggi aperti, tra questo nostro mondo e l’altro che è di là, durante la funzione. Non sembrava, però, un campo di battaglia, piuttosto, dopo la vittoria, una postazione abbandonata.
Dal più alto dei cieli
i lunedì dell’antropologia narrativa – di Alfonso Nannariello
Gli arcangeli, da noi, ci sono tutti e tre.
Alla Nunziata c’è Gabriele con la vergine turbata.
All’Immacolata, invece, in una stanza c’era, forse di un metro e mezzo, la statua di Raffaele con Tobia che aveva in braccio un pesce grande quasi quanto il cane nero che ringhiava, con la coda alzata, allo spettatore.
Tutti e tre gli arcangeli avevano un aspetto tranquillo e volti luminosi, di una bellezza giovanile.
Jesu Passio
i lunedì dell’antropologia narrativa - di alfonso nannariello
La quaresima era un rumore di cose acute urtate tra loro. Era un rimettere a posto la stanza. Era un rimettere ordine al soqquadro del Carnevale che aveva levato la carne più in alto di tutto e sfogato ogni sua pulsione. Era la mortificazione del corpo. Era la punizione per la dissacrazione del «prendete e mangiatene tutti. Prendete e bevetene tutti» dell’Ultima Cena.
Sotto il silenzio grigiopiombo del cielo, la scena di un’allegria brutale: un’umanità imbestiata ed urlante parodiava la comunione bevendo vini mescolati nel ventre tondo di Carnevale –una damigiana dentro il fantoccio coperto dalle vesti- e spartendosi il ben di Dio raccolto nei panieri e dentro i cesti.
L’angelo nell’angolo
i lunedì dell’antropologia narrativa – di alfonso nannariello
Una presenza minacciosa mi aveva già sconvolto. Quella sensazione di un male imminente che mi versava dentro lo scuro già la conoscevo.
Un paio di giorni dopo il solstizio d’estate, a san Giovanni, si battezzavano le bambole. Era un giorno di festa. Vestito per bene salii da zie’ Lina. Con delle stoffe, una cuffia e delle fasce preparava u pup’l a Rosellina. Con gli altri bambini vicini di casa andammo alla funzione, chi come compare chi come genitore.
La chiesa di san Michele l’avevo vista solo da fuori. Pezzi di calcina si staccavano dagli intonaci dei muri. Dalla luce passammo a un umore d’ombra improvviso. Dentro mi pareva che fosse tutto confuso. L’aria del chiuso profumava di foglie e di mele.
Eravamo tutti intorno al prete per vedere. Vicino a me un bambino, che forse già l’aveva altre volte visto, sottovoce disse
u riav’l!
Con aniline nere
i lunedì dell’antropologia narrativa – di Alfonso Nannariello
Uno nella curva sembrava rifrangere la parte più sospetta di ciò che è fuori dell’ordine della natura. Su un bicipite teneva tatuata l’immagine della Madonna di Pompei. La si vedeva quando, stando in canottiera, si rinfrescava l’anima riarsa dal bruciore dei campi dove, tra luglio ed agosto, lavorava.
Forse il suo verso contrario mi era stato spiegato da voci addensate su di lui, o forse dal suo aspetto, oppure dal fatto che stava in uno scantinato, come costretto ad una punizione, interrato tra ghiaia e carbone. Purificando col setaccio queste rene d’incertezze resta separato un materiale: quell’uomo aggrinzito, con quel braccio a me sembrava reggere tutta la scurìa[1]. Perciò, per tutta la durata della sua vita, immancabilmente, alla sua vista mi sentivo dentro un freddo, come quando il tempo cambia.
