libertà individuali / collettive
Spesso ritorno con il pensiero alle vicende ed ai personaggi della favolosa CP. // Fatta di gente incazzosa e polemica faziosa e ideologizzata, manichea e priva di una grossa capacità di ascolto ma di una grossa capacità di eloquio e soliloquio. // Sono gli irpini, miei adorati conterranei comunque. Da vecchi montanari e pecorari hanno un grosso senso dell’autorità e dell’individualità, un senso quasi statunitense di autonomia e di difesa violenta delle proprie prerogative e libertà. // Conoscono da tempo le libertà individuali ed il rispetto che si deve al signore locale. Hanno un minor senso delle libertà collettive che derivino dalla partecipazione libera ed incondizionata a quella che si chiama la Società Civile. // In questi mesi di CP ho visto questo: il grande genio irpino insofferente per lo stesso genio irpino detenuto da altri. Una cosa desolante e allo stesso tempo che fa ben sperare sulla necessità che nei prossimi anni ci sia un immane lavoro da fare per costruire un senso di appartenenza alla comunità che oggi non c’è. Ringrazio Franco Arminio perché quasi tutte le sere mi telefona Gaetano Calabrese e ridiamo per circa un’ora per tutte le sere. Peccato che Gaetano non sia una donna e che non sia più giovane. Ma mi piacciono le sue poesie ed il suo tono da vero irriverente: anche Benigni avrebbe da imparare dal nostro professore di Lioni. Un grazie a Franco Arminio che spesso mi consente di leggere gli umoristici interventi del Compagno Lucio Garofano: mi è simpatico per la quasi assonanza del suo cognome con un fiore che sto studiando in questi mesi come simbolo della mancata stagione politica degli anni 80 e 90 in Italia. Un grazie a Franco Arminio che mi ha consentito di parlare con persone di Nusco che non siano Don Ciriaco. Un grazie a Franco Arminio che mi ha fatto scoprire una vecchia parentela con il fratello di Angelo Verderosa ma non con Angelo Verderosa. Vi pare poco? Incontrarsi e poter parlare e potersi sentire quasi una famiglia anche se un po’ litigiosa? A me tutto questo pare splendido: sento l’esigenza di un senso di solidarietà fra noi che va al di là di qualsiasi differenza. Vedo le mie libertà accresciute grazie anche all’ipocondriaco di Visazz. Che poi ogni tanto va ad Avellino a Via Tagliamento, posso anche pensare qualche giorno di sabotargli la macchina cosi non parte manco da Bisaccia. Con affetto // Un saluto ( vado a capo senò il compagno Garofano si incazza) ROMANO
forti con i deboli e deboli con i forti
Francamente non condivido affatto il tono arrogante, sprezzante, volgare e addirittura violento, da vero fascio “machista” e “rambista”, adoperato in questo post. E’ facile prendersela con i soggetti più deboli e indifesi (perché chi preferisce restare nell’anonimato è certamente un “debole”), ed io sono sempre pronto a difenderli anche da chi li offende in modo volgare (si rilegga attentamente alcune espressioni e alcuni termini usati nel post, come “prenderselo nel culo” o altro, roba degna del peggior Borghezio, per non dire peggio!), fino a provocarli e sfidarli addirittura sul piano dello scontro fisico (un altro comportamento tipico dei fasci squadristi, forti con i deboli e deboli con i forti!). Io sono sempre stato abituauo ad espormi, a pagare sulla mia pelle le conseguenze delle mie azioni e delle mie idee. Io, a differenza dei fascisti, difendo anche il diritto e la possibilità di restare anonimi, perché non tutti sono in condizione di firmarsi e dichiararsi apertamente, per tanti motivi che spesso non hanno a che fare con la “vigliaccheria” o la “pusillanimità”, ma semplicemente perché si tratta di persone ricattabili, economicamente e socialmente deboli, precarie e vulnerabili. Come diceva il grande filosofo illuminista Voltaire, non approvo la tua opinione ma sono pronto a dare la mia vita affinché tu la possa esprimere! Bene, occorre tutelare questo diritto anche e soprattutto di fronte ai tentativi di censura e alle volgari minacce da parte di chi, con arroganza, pensa che si possano esprimere solo coloro che “hanno le palle”! Se questa è la realtà e la natura della vostra Comunità virtuale, io non voglio farne parte! Lucio Garofalo
La Sinistra multicromatica
per non dimenticare
UNO SPARTIACQUE STORICO - Sono ormai trascorsi 27 lunghi anni dal terribile sisma che il 23 novembre 1980 rase al suolo alcuni centri dell’Alta Irpinia e della Basilicata, cancellando intere famiglie, decimando e stremando le popolazioni locali. Si trattò di un immane cataclisma, le cui rovinose conseguenze non furono causate solo da elementi naturali, bensì pure da fattori di tipo storico-politico e antropico-culturale. Ricordo che nei (continua…)
droga e disagio giovanile
Il problema delle tossicodipendenze non è una questione di ordine pubblico, benché come tale venga considerata nelle nostre zone, rinunciando ad un’analisi razionale del fenomeno e ad una rigorosa prassi politico-sociale, per abdicare a favore dell’azione poliziesca e invocare una crescente militarizzazione del territorio. Tale scelta politica (che sembra aver coinciso con l’orientamento, autoritario ed iper-proibizionista, del governo Berlusconi), non solo non ha mai eliminato o dissuaso determinati atteggiamenti ritenuti “devianti”, ma al contrario li ha ulteriormente aggravati. E’ indubbio che alcune sostanze, come le cosiddette “droghe pesanti”, siano letali, per cui chi ne abusa rischia la morte; ma è altrettanto certo che la pericolosità di simili droghe, in quanto proibite, anzi proprio perché proibite, venga notevolmente amplificata. __ Del resto, qualsiasi comportamento sociale che produca effetti nocivi per la salute psicofisica delle persone (si pensi anche all’ abuso di superalcolici, al consumo eccessivo di nicotina o all’assunzione abituale di psicofarmaci), nella misura in cui venga ridotto ad oggetto di ordine pubblico, perché vietato e perseguito penalmente, potrebbe far salire il livello della tensione sociale, degenerando in atti criminali condannati alla clandestinità e alla disapprovazione sociale e determinando una crescente spirale di violenza. __ Tale riflessione va approfondita in altre sedi, in maniera lucida e libera da condizionamenti emotivi. __ Non si può rimanere indifferenti, delegando ogni responsabilità ed ogni onere esclusivamente alle forze dell’ordine. Penso che si debba rilanciare l’iniziativa politica democratica, per sollecitare anzitutto un’opera di analisi e costruire un vasto momento di confronto pubblico che coinvolga la nostra gente, i giovani, le varie agenzie politiche, istituzionali, sociali e culturali, presenti sul territorio. Credo che si debbano sostenere tutte quelle idee e quelle azioni volte ad indagare seriamente il fenomeno delle tossicodipendenze, per conoscerlo nelle sue effettive dimensioni locali e nella sua reale consistenza sociale. __ A tale scopo si dovrebbe finalmente porre in essere l’istituzione di un “osservatorio territoriale”, formato soprattutto da elementi esperti, ossia da una serie di figure professionali - psicologi, sociologi, medici, educatori ed operatori di strada -, ma anche da rappresentanti della politica locale. Tale gruppo dovrà essere in condizione di studiare con efficacia il fenomeno, agendo con cautela nei riguardi delle famiglie interessate, per dare risposte incisive e concrete ai soggetti in difficoltà. __ Occorrerà discutere e decidere se questo “osservatorio” possa avere un raggio d’azione sovracomunale, e da quali istituzioni potrebbe essere promosso e finanziato. __ Si tratta quindi di compiere una radicale inversione di rotta rispetto alla linea politica finora seguita. Il problema delle tossicodipendenze non si può più fronteggiare usando la forza pubblica o attuando progetti di segregazione sociale, come avviene in alcune “comunità”. Al contrario si deve prendere coscienza della reale natura del problema, dissimulata sotto una veste deformata dalle reazioni più irrazionali messe in moto dal sistema vigente. Bisogna rendersi conto della pericolosità sociale delle risposte repressive ed alienanti scatenate dal regime proibizionista, ormai fallito. __ Pertanto, sgombrando il campo da ogni luogo comune - come la tesi che equipara le “droghe leggere” a quelle “pesanti”- , il problema delle tossicodipendenze appare per quello che in effetti è: una questione di carattere socio-culturale ed educativo, da un lato, ed una grave emergenza sanitaria, dall’altro. Pertanto, credo che si debba perseguire una duplice finalità: - avviare una campagna di sensibilizzazione, di prevenzione e di controinformazione politica, per abbattere lo stato di ignoranza che genera pregiudizi, paure ed eccessi di allarmismo sociale; - intraprendere una serie di azioni per mettere il nostro territorio in condizione di fronteggiare l’emergenza sanitaria, che presuppone quantomeno l’esistenza di un presidio di pronto intervento, il che comporta un rilancio della sanità pubblica nelle nostre zone, di fronte al degrado esistente. __ A riguardo si potrebbe e si dovrebbe richiedere all’ASL-AV1, l’istituzione di un SERT nel territorio dell’Alta Irpinia, dato che il più vicino alle nostre zone è dislocato nel Comune di Grottaminarda. __ Questo articolo non prescrive alcuna soluzione, ma si propone di suscitare un serio dibattito pubblico a partire dall’innegabile realtà del disagio giovanile, che richiede nuovi e più incisivi strumenti di indagine e di prassi politico-sociale, finora mai concepiti, e tantomeno messi in opera. __ La questione del disagio giovanile è da tempo oggetto di un’ampia rassegna di studi, di analisi e di ricerche, e malgrado ciò non si conoscono ancora risposte efficaci, mentre l’universo giovanile, anche nelle nostre zone, continua a manifestare aspre e dure contraddizioni, a cominciare dall’emergenza di nuove forme di tossicodipendenza e di devianza troppo spesso sottovalutate. __ Preciso subito che, rispetto al tema del disagio esistenziale dei giovani (benché occorra ammettere che il disagio non è una condizione esclusivamente giovanile in senso strettamente anagrafico, ma appartiene purtroppo anche ad altre categorie di persone, come ad esempio gli anziani), si dovrebbero tener presenti alcune nozioni che non sono affatto ovvie né superflue. __ E’ noto che il fenomeno del “disagio” o, per meglio dire, della “disobbedienza”, della “trasgressione”, costituisce una caratteristica fisiologica, quindi ineludibile ed inscindibile, dell’esistenza giovanile, in modo specifico della fase adolescenziale. __ Infatti, gli psicologi fanno riferimento alla tappa evolutiva della pubertà descrivendola come “età della disobbedienza”, in quanto momento assai importante e delicato per lo sviluppo psicologico e caratteriale dell’individuo in giovane età, ossia del soggetto in fase di crescita e di cambiamento, non solo sotto il profilo fisico-motorio e dimensionale, ma anche sul versante mentale, affettivo e morale. Proprio attraverso un atto di rifiuto e di negazione dell’autorità incarnata dall’adulto - sia esso il padre, il professore o il mondo degli adulti in generale -, l’adolescente compie un gesto vitale di autoaffermazione individuale, per raggiungere un crescente grado di autonomia della propria personalità di fronte al mondo esterno. Senza tale processo di crisi e di negazione, di rigetto e di disobbedienza, vissuto in genere dal soggetto in età adolescenziale, non potrebbe attuarsi pienamente lo sviluppo di una personalità autonoma, libera e matura, non potrebbe cioè formarsi la coscienza dell’adulto, del libero cittadino. Inteso in tal senso, il disagio acquista un valore indubbiamente prezioso, altamente positivo, di segno liberatorio e creativo, nella misura in cui l’elemento critico concorre in modo determinante a promuovere nell’essere umano un’intelligenza cosciente ed autonoma, ossia una mente capace di formulare giudizi, opinioni e convinzioni proprie, originali e coerenti, requisito fondamentale per acquisire uno stato di effettiva cittadinanza che non sia sancito solo formalmente sulla carta della nostra Costituzione. __ Ebbene, a mio modesto avviso, tale processo di maturazione e di emancipazione non si conclude mai, nel senso che una personalità veramente libera, duttile e creativa, è sempre pronta a reagire, a ribellarsi, a disobbedire, per salvaguardare la propria dignità, la propria libertà, la propria vitalità. __ Al contrario, credo fermamente che ci si debba preoccupare dell’assenza, non solo nell’adolescente ma nell’essere umano in genere, di un simile atteggiamento e di un simile stato d’animo, di ansia liberatoria, di desiderio di riscatto e di autoaffermazione, di capacità di rivolta e disobbedienza, un complesso di sentimenti e di attitudini che suscitano sicuramente motivi di disagio e di crisi, ma sono comunque necessari per una continua maturazione della persona. Mancando tali dinamiche psicologico-esistenziali ci sarebbe da allarmarsi, in quanto non avremmo formato una personalità davvero autonoma, cosciente e matura, ma solamente un individuo passivo, inerte e succube, un conformista vile e pavido, un gregario, insomma un servo. __ Quando, invece, il disagio può determinare una situazione davvero inquietante e preoccupante? __ Secondo me, quando il disagio non viene rielaborato in chiave critica e creativa, dunque in funzione liberatoria, ma degenera in un malessere devastante, quando produce una condizione esistenziale estremamente alienante e patologica, se non addirittura criminale. __ Ebbene, la tossico-dipendenza (intesa in senso lato, anche come alcool-dipendenza) costituisce una delle manifestazioni patologiche, devianti ed autodistruttive, che sono la conseguenza di un disagio che non è stato superato in modo cosciente, inducendo comportamenti di auto-emarginazione, di rifiuto nichilistico verso la società, di chiusura egoistica del soggetto in crisi. __ Anche nelle nostre comunità mi pare che negli ultimi anni il fenomeno della tossicodipendenza giovanile - che, ripeto, si configura soprattutto nella forma dell’alcool-dipendenza - sia cresciuto a dismisura e sia estremamente diffuso ed avvertito all’interno della nostra realtà quotidiana. __ Ciò vale per l’intera area territoriale circostante, che fa capo al contesto sociale di Lioni ed a Lioni ha trovato un importante centro di attrazione e di gravitazione, soprattutto per ragioni economico-commerciali e consumistiche, ivi compreso il consumo di sostanze alcoliche e stupefacenti. __ Un consumo che è sciocco ed illusorio pensare di interrompere o eliminare facendo ricorso a misure esclusivamente alienanti e repressive, ovvero a provvedimenti di polizia e di ordine pubblico o di chiusura anticipata dei locali, che sono metodi assolutamente sterili. __ A questo punto, proviamo ad esaminare le ipotetiche cause che si presume possano essere all’origine della condizione del “disagio giovanile”, nello specifico delle realtà locali. __ In linea di massima, i principali fattori che possono provocare situazioni di disagio e, degenerando, di devianza, sono riconducibili sinteticamente e schematicamente: - alle problematiche ed alle contraddizioni familiari; - alla marginalità socio-economica; - alla deprivazione culturale; - alla carenza, sul territorio, di offerte di socializzazione e di aggregazione nel tempo libero; - all’assenza ed alla genericità dei programmi di formazione professionale; - ad atteggiamenti di emulazione di fronte alla devianza. Le cause succitate sono state rilevate e descritte efficacemente in “Un’indagine sulla condizione giovanile nelle province di Avellino e Benevento”, un valido documento dal titolo “Giovani e condizionamenti ambientali”, patrocinato dal Consorzio Interprovinciale Alto Calore, la cui stampa risale al mese di Marzo del 2000 (io sono riuscito a leggerne una copia disponibile presso il servizio Informagiovani di Lioni). __ Tale analisi si conferma molto valida anche nella situazione odierna, considerando soprattutto i tragici episodi che hanno segnato la cronaca locale degli ultimi anni. __ Non m’illudo certo di aver esaurito un argomento tanto vasto, complesso e difficile, né di aver fornito la soluzione “magica” per una simile emergenza sociale. __ Tuttavia mi auguro di riuscire a lanciare un input utile ed efficace, capace di promuovere e suscitare una riflessione più ampia, approfondita e, soprattutto, pubblica e corale, in merito a tali problematiche che ormai fanno parte della realtà quotidiana delle nostre zone, che lo si voglia riconoscere o meno. Lucio Garofalo
Il disagio sociale in Irpinia
Con questo post vorrei sollecitare una riflessione critica sulla nostra realtà, per cercare di sensibilizzare le coscienze di tutti noi sulla questione del “disagio giovanile” sempre più diffuso e crescente nelle zone interne del Meridione, precisamente in terra irpina, troppo spesso considerata (erroneamente e superficialmente) come un’“oasi felice”. Un pezzo dell’Italia meridionale, che in realtà rivela un progressivo imbarbarimento dei rapporti sociali e interpersonali, un pericoloso arretramento e peggioramento delle condizioni di vita dei soggetti più deboli e indifesi, in modo particolare delle giovani generazioni e degli anziani. Pertanto, intendo subito puntualizzare che la formula linguistica adoperata (ossia “disagio giovanile”) è errata e fuorviante, in quanto il disagio non è legato ad una condizione meramente anagrafica. Sarebbe invece più corretto parlare di “disagio sociale”, benché questo malessere investa soprattutto le “categorie” dei giovani e degli anziani, ossia le fasce più fragili e vulnerabili della nostra società, essendo più esposte alle difficoltà e alle avversità, anzitutto materiali, che l’esistenza quotidiana oppone ed impone agli esseri umani, senza offrire alcuna speranza di “salvezza” o di superamento. La scarsità di un lavoro degno di questo nome, lo spauracchio dell’emigrazione (anche per le fasce sociali maggiormente scolarizzate), il ricatto sempre più anacronistico ed obsoleto, ma tuttora vigente, delle clientele politico-elettorali, la crescente precarizzazione dei contratti di lavoro e più in generale della stessa esistenza, l’assenza di tutele e diritti: queste sono tra le cause più drammatiche, profonde e strutturali che generano ed alimentano il malessere materiale ed esistenziale dei giovani. Intere generazioni che nascono, crescono e si formano culturalmente nella nostra terra, l’Irpinia, ma poi sono costrette ad emigrare altrove, per far valere le proprie qualità e il proprio talento, per rinvenire un luogo in cui vivere decorosamente, per scoprire un ambito in cui realizzarsi non solo dal punto di vista professionale, ma anche sul piano umano e sociale. Se invece restano, sono costrette a “scelte” obbligate estremamente umilianti ed avvilenti, quali inchinarsi al solito “santo patrono protettore”, oppure farsi mantenere a vita dalle proprie famiglie. Queste condizioni non sono per nulla dignitose, e in nessun caso permettono di affermare la propria indipendenza economico-materiale, ma soprattutto di pervenire alla piena autonomia sotto il profilo umano, sociale e politico. Si tratta infatti di situazioni sempre precarie e ricattabili, segnate da dolorose frustrazioni interiori. Con queste righe io intendo scagliarmi contro l’ipocrisia, l’indifferenza, l’impotenza, l’inefficienza, lo strabismo delle istituzioni locali, apatiche ed incapaci di interrogarsi seriamente per cogliere le cause reali del “fenomeno”, ossia le ragioni di questa diffusa disperazione di tipo sociale ed esistenziale. Cause che sono sotto gli occhi di tutti e coincidono soprattutto con uno stato di emarginazione, solitudine e precarizzazione crescente che investe soprattutto i giovani, ma non solo i giovani. Infatti, nelle nostre zone sono tanti i disoccupati che hanno oltre 30 anni, se non oltre 40 anni, oppure tanti - e destinati ad aumentare, purtroppo - sono i lavoratori già “anziani” che si trovano senza lavoro e senza speranza dopo un licenziamento improvviso e inatteso. Per comprendere la crescente drammaticità della situazione, basterebbe citare un dato davvero impressionante ed allarmante, che dovrebbe scuotere le coscienze intorpidite di ciascuno di noi : nel 2006 il numero dei suicidi in provincia di Avellino ha superato quota 40! E il 2007, ancora in corso, non sembra (purtroppo) essere da meno. Per non parlare dell’elevato e crescente numero dei decessi dovuti ad overdose. Queste cifre sono davvero raccapriccianti ed inquietanti, e non possono non turbare la nostra sensibilità, ma soprattutto dovrebbero indurre a tentare qualche giusto provvedimento, tutti coloro che sono deputati a livello politico-istituzionale per rispondere a drammatiche “emergenze” sociali come quella dei suicidi e dei decessi per overdose, oppure degli infortuni mortali sul lavoro. Senza dubbio si tratta di problematiche tra loro distinte e separate, che esigono e comportano interventi differenziati, ma richiedono comunque un’analisi razionale, organica e totale, in grado di indagarne, comprenderne e spiegarne le cause. Ebbene, quale è la “risposta” messa in campo dalle istituzioni politiche locali? Semplice: il ricorso sistematico ed imbelle alle forze dell’ordine, all’inasprimento dei controlli (anche di tipo elettronico) e dei posti di blocco, alla repressione poliziesca, come se questi sistemi autoritari e coercitivi potessero rimediare efficacemente al malessere diffuso e dilagante nelle nostre comunità, che trae origine da altre “emergenze” e da altre problematiche sociali che ancora non hanno trovato una soluzione adeguata e razionale: la disoccupazione, la nuova emigrazione, la crescente precarizzazione delle condizioni di lavoro e di vita, l’assenza di diritti e tutele, di speranze per i tanti giovani, e meno giovani, dell’Irpinia.
Lucio Garofalo
S.Angelo / Conza / Lioni / Irpinia
Se non disturbo, vorrei intervenire per ragionare un pò sui “fatti locali” invocati da qualcuno, pur sapendo che se dovessi addentrarmi troppo nel merito di tali “fatti”, rischierei di espormi a qualche denuncia, giacché un (mal)costume tipico dei potenti e politici nostrani è proprio quello di sentirsi facilmente “diffamati” e di querelare chiunque provi a sostenere una verità sacrosanta, sempre malintesa, confusa con la menzogna e tacciata d’essere una “accusa infamante”. Dico ciò a scanso di eventuali equivoci. __Fatta questa premessa, vorrei sollecitare un dibattito sulla situazione politico-sociale santangiolese a partire da un’analisi storica. __Preciso subito che non sono nato e non vivo in questo paese, ma ci lavoro da qualche anno, per cui posso asserire di conoscere piuttosto bene la realtà sociale, politica e culturale del paese. A Sant’Angelo lavoro come insegnante, esattamente nella scuola elementare (pardon, volevo dire “scuola primaria”), per cui potrei parlarvi soprattutto dei problemi che riguardano il mio settore. ___ In sintesi, vi confesso che i problemi esistenti discendono essenzialmente da una cattiva gestione politica antecedente, quindi dipendono da quanti hanno retto in passato l’Amministrazione comunale e da chi ha controllato e guidato la scuola negli ultimi anni. __Nei post ospitati in precedenza su questa “piazza virtuale” ho provato ad esaminare i problemi della nostra terra, l’Irpinia. Fino a prova contraria mi risulta che anche il Comune di Sant’Angelo è collocato in Alta Irpinia, di cui è un importante centro amministrativo, sede distrettuale di numerosi uffici, enti ed istituzioni civili e religiose, quali la Diocesi vescovile, l’Ospedale, il Tribunale, l’Agenzia delle Entrate, il Commissariato, il Comando dei Carabinieri, la Tenenza della Guardia di Finanza, ecc. __Se si vuole discutere di problemi reali penso che si debba partire dalla piaga più dolorosa che affligge (non solo) la realtà santangiolese, ossia la disoccupazione giovanile, la mancanza di lavoro e di prospettive occupazionali per l’avvenire delle giovani generazioni. La disoccupazione è una tragedia collettiva in quanto genera disgregazione e conflittualità che lacerano il tessuto sociale, esponendo i soggetti più deboli al ricatto clientelistico e riducendo gli spazi di libertà, convivenza e agibilità democratica. Pertanto, i migliori cervelli delle nostre zone sono costretti alla fuga, ovvero ad emigrare per trovare fortuna e successo altrove. In molti casi, senza fare più ritorno nella terra d’origine. Il problema dell’emigrazione intellettuale è la più grave perdita di ricchezze, la sciagura peggiore che possa capitare ad una comunità, poiché questa è costretta a rinunciare alle sue migliori intelligenze, a privarsi delle sue risorse più preziose. Certo, i giovani più intelligenti, colti e preparati (si pensi, ad es., alla sedicente “milanese” che gestisce questo Blog) scappano via dal luogo in cui sono nati, cresciuti e dove hanno studiato, anche perché non intendono (giustamente) soggiacere e piegarsi al ricatto clientelare imposto dai notabili politici locali che li costringono a mendicare la concessione di un lavoro che invece è un sacrosanto diritto che spetta ad ogni cittadino. Ma si sa che da noi la “cittadinanza” rappresenta un lusso riservato a pochi eletti e privilegiati, ai “figli di papà”. Invece, i “figli del popolo”, della povera gente, sono condannati ad elemosinare continuamente favori, elargiti attraverso un metodo arcaico che è probabilmente un retaggio del feudalesimo. Una prassi comune applicata sia per ricevere un misero lavoro (oltretutto a tempo determinato, pagato male, senza diritti e tutele), sia per ottenere qualsiasi altra cosa, anche la più banale richiesta di un certificato, scambiando e svendendo i diritti come volgari concessioni in cambio del… voto a vita! __Inoltre, credo che non si possa più ignorare un dato di fatto talmente evidente che segnala l’estensione delle fasce sociali colpite dalla povertà e dalla precarietà materiale. Tali problemi esistono e si aggravano anche nei piccoli centri di provincia, che non sono più “oasi felici”, anche perché si è allentata la rete di reciproca solidarietà che un tempo proteggeva le nostre comunità. __A questo punto non si può evitare di porsi una domanda capitale: di chi sono le responsabilità storico-politiche? __Di certo le responsabilità appartengono a molti soggetti, ma principalmente ad un ceto politico che ha (mal)governato il paese, una classe dirigente che per lunghi decenni ha ruotato e si è formata attorno alle sedi della Democrazia cristiana, in modo particolare intorno ad alcune figure di potere (locale e nazionale) note a tutti. __Ora, se mi fermassi qui rischierei di troncare e banalizzare la discussione, avendo sfiorato solo superficialmente i problemi reali. Invece, credo che si debba approfondire l’indagine, anche a costo di risultare lunghi e noiosi. Ritengo che si debba introdurre un ragionamento di tipo storico, a partire dal sisma del 1980 e dalla ricostruzione post-sismica per individuare e vagliare meglio le decisioni politiche che hanno contribuito al tipo di sviluppo promosso-imposto in questo paese. A tale proposito, io mi/vi chiedo: chi ha stabilito di ricostruire la cittadina santangiolese sullo stesso sito montuoso su cui era stata edificata sin dai suoi albori? Non credo che fosse indispensabile ricostruire il paese in montagna come accadeva nel Medio Evo, quando i villaggi erano necessariamente arroccati sui monti per difendersi da eventuali assalti di eserciti ostili. __Pongo tale interrogativo in quanto considero tale scelta come un grave errore storico, una sorta di peccato originale. __Infatti, anche per la sua posizione geografica il Comune di Sant’Angelo dei Lombardi è stato estromesso dal crocevia e dalle opportunità strategiche dello sviluppo (un concetto che non va confuso con il “progresso”, che è un valore ben più alto ed importante). Uno sviluppo produttivo e commerciale che invece ha arrecato enormi vantaggi ai centri limitrofi come, ad esempio, Lioni. __Si pensi a un piccolo Comune come Conza della Campania, che a suo tempo ha compiuto una scelta storica esattamente inversa. Il paese, inteso come agglomerato abitativo, non è stato più ricostruito nel luogo (montuoso) dove era situato in origine, bensì a valle, nelle vicinanze della Strada Statale “Ofantina”, in modo da svilupparsi più agevolmente sul versante urbanistico ed economico-industriale. Invece, le rovine del vecchio centro, devastato dal sisma, sono state salvaguardate e valorizzate in chiave storico-culturale e turistica, allestendo un importante Parco Archeologico, una sorta di museo a cielo aperto che ha prodotto non pochi benefici economici alla collettività conzese. Ebbene, perché Sant’Angelo non ha seguito lo stesso percorso? __Qualcuno potrebbe obiettare che “il passato è passato”, per cui bisognerebbe pensare al futuro. Ma non è esattamente così. __Le proposte politiche per l’avvenire di Sant’Angelo non competono certamente al sottoscritto, anche perché non mi sembra giusto abusare della Vostra pazienza ed ospitalità, risultando oltremodo invadente. __Mi limito a suggerire che la memoria del passato riveste una funzione altamente educativa e serve proprio ad interpretare correttamente il mondo presente e ad organizzare meglio l’avvenire della nostra società, ovvero delle future generazioni. __Comunque, per non tediare troppo il lettore mi avvio alla conclusione, congedandomi e consegnando questo modesto contributo ad un eventuale dibattito sul Blog.__ Lucio Garofalo
La mutazione antropologica dell’Irpinia