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	<title>COMUNITA' PROVVISORIA . paesi .. paesaggi ... paesologia &#187; italia</title>
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		<title>COMUNITA' PROVVISORIA . paesi .. paesaggi ... paesologia &#187; italia</title>
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		<title>paolo rumiz e l&#8217;irpinia</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Aug 2009 07:44:24 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Paolo Rumiz parla dei paesi terremotati, del Formicoso, dell&#8217;Irpinia ; su   Repubblica del 18 e 19 agosto 2009
Nella terra degli sconfitti di PAOLO RUMIZ


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			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><div><em><a href="http://comunitaprovvisoria.files.wordpress.com/2009/08/panorama-21-cm.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-7020" title="panorama 21 cm" src="http://comunitaprovvisoria.files.wordpress.com/2009/08/panorama-21-cm.jpg?w=595&#038;h=210" alt="panorama 21 cm" width="595" height="210" /></a>Paolo Rumiz parla dei paesi terremotati, del Formicoso, dell&#8217;Irpinia ; su  <a href="http://www.repubblica.it/2009/07/speciale/altri/2009rumiz/terra-sconfitti/terra-sconfitti.html"> Repubblica</a> del 18 e 19 agosto 2009</em></div>
<h1><span style="color:#003366;"><strong>Nella terra degli sconfitti </strong><em>di PAOLO RUMIZ</em></span><!-- fine FIRMA --><br />
<!-- fine SOMMARIO --></h1>
<div><!-- inizio TESTO --></div>
<div>Lo vedo da lontano nella pioggia, su un tornante di Castelnuovo di Conza, in mezzo alle forre più cupe dell&#8217;Irpinia. Curvo, benedicente, inconfondibile, a poca distanza da una delle chiese più spaventevoli della Nuova Italia cementizia. Padre Pio, ostinato, caparbio, resistente come nessuno allo sterminio dei luoghi. Crollano i paesi antichi, al loro posto nasce l&#8217;orrore e il calcestruzzo, la gente scappa, gli inverni si riempiono di pioggia, solitudine e sconfitta amara, gli dèi sconfitti dei Sanniti e dei Piceni si danno alla macchia, ma Padre Pio rimane, viene veloce come il vento a occupare il vuoto della memoria. È l&#8217;unico capace di attecchire su queste montagne bastonate da Dio e dagli uomini.</div>
<p>Nubi dense e vento sulla via Appia che non si sa come s&#8217;intorcica proprio <span id="more-7019"></span>quassù. Castelnuovo sui tornanti pieni di pioggia, Santomenna appesa al nulla, Laviano disperatamente aggrappata a un monte di nome Eremita. Tutti nuovi e semivuoti, abitati a metà. E tutti con chiese come astronavi e municipi come bunker. Oggi nessuno va volentieri nei due edifici che dovrebbero essere il cuore della comunità. Sono orribili, e per la gente questo significa una cosa sola: Dio e lo Stato sono diventati estranei. A Laviano la chiesa è così periferica che il prete deve andare a racimolare i fedeli casa per casa con l&#8217;automobile. Non c&#8217;è stato un briciolo d&#8217;amore per questi luoghi.</p>
<p>Laviano ha più elettori che abitanti. Metà paese è scappato, non ha resistito al doppio insulto del terremoto e della ricostruzione. Il nuovo sindaco, Rocco Falivena, ha dissepolto dalle macerie il corpo di suo padre e altri 48 parenti e ora deve anche rimediare ai disastri edilizi del suo predecessore, accusato di montagne di reati. È schiacciato da due incubi: la linea d&#8217;ombra della morte e la frontiera dell&#8217;invivibile. Un uomo amaro, con un compito in salita, come le sue montagne. &#8220;Hanno abbattuto tutto ciò che era salvabile. La chiesa madre, la chiesa di San Vito, il municipio. Senza pietà. La gente non sapeva, era stata spostata a valle. In quelle settimane nessuno voleva avvicinarsi a quel luogo di morte&#8230; così loro hanno fatto quello che hanno voluto&#8230;&#8221;.</p>
<p>Piove disperatamente sul calcestruzzo già a pezzi, e Falivena racconta che già prima dell&#8217;80 era diventato labilissimo il legame con la terra di questo suo popolo montanaro piegato dalla vita di miniera, dalla guerra e dal familismo amorale prima ancora che dalla natura ostile dei luoghi. &#8220;Il distacco era avvenuto da anni, il terremoto è stato solo l&#8217;occasione per tagliare i ponti&#8230; Si è scelto l&#8217;assistenzialismo. Pensi! Nelle baraccopoli gli spazzini trovavano bistecche intere nella spazzatura&#8230;&#8221;. Fu il divorzio da luoghi duri e magnifici, da monti pieni di orchidee selvatiche e torrenti popolati da lontre come quelli del Klondyke. Sì, l&#8217;Appennino muore tutti i giorni.</p>
<p>Come fai ad amministrare una comunità dove chi ha fatto i soldi col terremoto ha abbandonato trionfalmente il paese e dove chi è rimasto si sente sconfitto perché non ha avuto le protezioni giuste? Come governi un luogo che non ha speranza di rinascere perché nessuno ci sta volentieri? Come abiti una terra piena di fantasmi? Che ne sanno di tutto questo i De Mita e i Mastella? Laviano non è più Laviano ma un&#8217;altra cosa, e il paese vecchio i giovani lo scoprono solo su Internet. Alle case nuove la gente preferisce i vecchi prefabbricati dei terremotati, ci vive o li affitta per le vacanze. &#8220;Villaggio antistress&#8221; si chiama oggi la baraccopoli. Il cartello che lo indica pare una presa in giro, ma almeno dice chiaro che intorno è solo cemento e follia.</p>
<p>Poiché i disastri si chiamano tra loro, accade che una mega-discarica per i rifiuti napoletani stia arrivando sull&#8217;altopiano del Fromicoso, posto tra i più belli d&#8217;Irpinia, una ventosa prateria dove Federico II faceva roteare i falchi pellegrini. Mesi fa &#8211; quando a Napoli imperversava l&#8217;emergenza munnezza &#8211; l&#8217;esercito ha occupato l&#8217;area con seicento uomini, l&#8217;ha recintata, e ora sarà quello che Dio vuole. Le popolazioni locali hanno protestato, ovviamente senza risultato, e intanto, come se presentissero la scorpacciata imminente, i corvi hanno già formato una nube e stanno roteando sul luogo.</p>
<p>Uccelli neri sull&#8217;altopiano, bianchi gabbiani in basso sull&#8217;Ofanto. E cani i soliti perduti dappertutto. È tutto così chiaro: gli stessi poteri forti che hanno tolto l&#8217;innocenza ai luoghi con ruspa e cemento, oggi gliela tolgono manu militari con i rifiuti. Cento ettari &#8220;di interesse strategico nazionale&#8221;, governati dalla stessa mano che gestisce la ricostruzione dell&#8217;Aquila e i grandi eventi berlusconiani come un&#8217;unica cosmesi nazionale. Di nuovo popolazioni esautorate, di nuovo spazi governati da un Centro lontano e imperscrutabile come il Cremlino degli zar.</p>
<p>Morale &#8220;elevato&#8221;. Governo &#8220;provvido&#8221;. Popolazioni &#8220;percosse&#8221;. E il dolore come doveva essere in era fascista? &#8220;Virile&#8221; ovviamente. I proclami dell&#8217;agenzia di regime sul terremoto irpino del 1930 dicono tutto della coreografia mussoliniana. Farebbe ridere, se oggi non fosse peggio. Oggi c&#8217;è la melassa della compassione, i funerali dell&#8217;Aquila trasmessi al rallentatore con musiche strappalacrime, le macerie spudoratamente ostentate come backstage di vertici internazionali anziché nascoste come una vergogna. Oggi c&#8217;è una coreografia ancora più sofisticata che copre il crimine e i responsabili.</p>
<p>Irpinia, strade disastrose, anarchia edilizia, emigrazione che continua. Eppure l&#8217;Irpinia ha avuto un De Mita che è stato presidente del consiglio e capo del più potente partito italiano. Ha avuto anche &#8211; ricordate? &#8211; ministri come Fiorentino Sullo e Salverino De Vito. Che beneficio ha avuto questa terra dai suoi padroni? Mah. L&#8217;Irpinia non è repubblica italiana ma un feudo assistito dalla medesima. Mentre attraverso paesi nella pioggia, penso che qui il terremoto non è stato una tragedia ma una pacchia, una grandioso regalo, un&#8217;elargizione di spazi edilizi ai soliti furbi. &#8220;Un evento &#8211; s&#8217;arrabbia l&#8217;amico Marco Ciriello &#8211; che ha allargato a dismisura gli appetiti ma non gli orizzonti&#8221;.</p>
<p>&#8220;Mai ha avuto mio padre un favore da De Mita, eppure l&#8217;ha sempre votato&#8221; lamenta un muratore di Sant&#8217;Angelo dei Lombardi dalla faccia tostata dal sole e la schiena spaccata di lavoro. Gli dico che è assolutamente normale, i favori si fanno per comprare i voti che non si hanno, non per pagare quelli già avuti. &#8220;Ciriaco tiene l&#8217;intelliggienza del capo&#8221; sussurra l&#8217;uomo, con uno sguardo da film di Pasolini, aprendo le braccia. Allora oso chiedere: e Mastella? &#8220;Ah, quello. Tiene la furbizia&#8230; d&#8217;o serv&#8217;&#8221;.</p>
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<h1>Capatina all&#8217;inferno e ritorno  <span>di PAOLO RUMIZ</span><!-- fine FIRMA --><br />
<!-- fine SOMMARIO --></h1>
<p><!-- inizio TESTO -->Il parroco di Rocca San Felice in Irpinia lo sapeva bene. Da secoli nella valletta sotto il paese accadevano brutte cose. Passanti uccisi da veleni, animali morti, odore tremendo di uova marce specialmente la sera; e tutto sempre lì, attorno a una pozza di fango detta Mefite dove popoli pre-romani avevano adorato la dea della fertilità. Ma quando la notte del 22 novembre 1980 il prete vide che la pozza s&#8217;era disseccata e una tempesta elettromagnetica stava sparando strani fulmini globulari, capì che qualcosa stava per succedere. E difatti arrivò il terremoto.</p>
<p>Poi, gli scienziati ci misero anni a capire che l´epicentro della cannonata che aveva scardinato il Sud dalle fondamenta stava proprio lì, in quella valletta mefitica a due passi dalla via Appia dove Virgilio aveva collocato una porta dell´inferno e dove il poeta Orazio, in una locanda lì accanto, aveva tentato di portarsi a letto una servotta di campagna. Il Terribile era lì, visibilissimo, mille volte esplorato e raccontato nei secoli, ma nessuno lo prendeva sul serio. Eppure nel 1980 aveva parlato chiaro: la pozza della morte che si era disseccata, solo per poi vomitare con maggior violenza i miasmi che aveva temporaneamente trattenuto.</p>
<p>Una capatina all&#8217;inferno! Come farne a meno? Stavolta ho con me un amico, Livio Sirovich, un sismologo di prim´ordine dell&#8217;Osservatorio Geofisico Sperimentale di Trieste che nel 1980 ha battuto l&#8217;Irpinia metro per metro per conto del Cnr. Ora è venuto a rivedere i suoi luoghi. È un raffinato esploratore, ma nemmeno lui si è mai avvicinato alla Nera Madre che cucina i veleni e depista gli scienziati. Così la nostra curiosità è allo spasimo, unita a un vago timore.</p>
<p>&#8220;Nun ci jate, se more&#8221;, ci avverte una donna sotto il tiglio della piazza, a Rocca San Felice. C&#8217;è da capirla: è dal XVII secolo che i registri parrocchiali segnalano decessi di esploratori e ficcanaso. Gli ultimi, due archeologi, asfissiati mentre cercavano monete antiche attorno alla palude. Ma noi andiamo lo stesso. Abbiamo una guida speciale, Giovanni Martinelli, super-esperto di gas sotterranei, uno che sente la Terra dall&#8217;odore. È lui che, via telefono, ci pilota fin sull&#8217;orlo del cratere e come una Sibilla ci enumera oscure meraviglie.</p>
<p>&#8220;Ah, la Mefite, luogo parlante della profondità. La più forte emissione gassosa d&#8217;Europa di tipo non vulcanico. Sfiata co2 più di Stromboli e Vulcano messi insieme&#8230;&#8221;. Passiamo il cartello con la scritta &#8220;Pericolo di morte&#8221; e l&#8217;altro incalza: &#8220;Ribollendo, il fango fa riemergere resti sanniti e romani&#8230; la Mefite è il collegamento più diretto al Profondo che esista in Italia&#8230;&#8221;. Ecco, ora siamo sul&#8217;orlo, l&#8217;ambiente è selvaggio, il fondo scroscia come una cascata; ma non è vapore, è gas, mortale ossido di carbonio unito ad anidride solforosa.</p>
<p>Perché si adorava un luogo simile? &#8220;Morte e fertilità erano sempre collegate. I fanghi erano rimedi contro le malattie, si son trovati ex voto antichissimi a forma di piede o braccio&#8230;&#8221;. Verso il fondo si vedono carcasse. Un cane, qualche uccello, insetti a non finire, olocausti involontari. Possiamo scendere? Martinelli: &#8220;Attenti al vento, all&#8217;inversione termica, il gas può salire&#8230;&#8221;. Così dopo un po&#8217; ce ne andiamo, prima che la dea si accorga di noi e ci catturi.</p>
<p>Trent&#8217;anni fa c&#8217;era un asino che viveva in un cunicolo scavato sotto il castello di Calitri. Per arrivare alla stalla, che aveva una finestrella sul precipizio, la bestia doveva passare per la cucina, la camera da letto e la cantina dei padroni. Un po&#8217; come nella rupestre Matera, anche sulle alture irpine uomini e animali talvolta dividevano gli stessi spazi. &#8220;Ma quando alle 19.34 del 23 novembre 1980 il terremoto arrivò come un&#8217;onda di tempesta, lo strapiombo e un pezzo di castello vennero giù con tutta la stalla. Ore dopo, nel marasma dei soccorsi, il padrone andò a vedere che ne era del ciuco, e lo trovò vivo sessanta metri sotto. Malfermo e con i denti rotti, ma incredibilmente in piedi&#8221;.</p>
<p>Torniamo a caccia dei luoghi sulla linea dell&#8217;Ofanto, e intanto Livio ripesca dalla memoria le storie di quei giorni in prima linea. Prodigi, coincidenze, salvataggi funambolici, furbizie di speculatori, guerre di resistenza al cemento. Storie di un&#8217;altra Irpinia, che ha saputo uscire talvolta migliore dalla prova del fuoco. Sant&#8217;Angelo dei Lombardi, sbarrata alle ruspe dalla determinazione di un funzionario della soprintendenza, Vito De Nicola, e oggi centro delizioso, con castello medievale, chiesa madre e basilica paleocristiana. Calitri, in bilico su una frana antichissima, con corso Matteotti piazzato sulla linea di distacco dello smottamento e il resto del paese che scivola di metri a ogni sisma, ma in modo così compatto che tutti ci hanno fatto l´abitudine. E che dire del destino di Caposele, nell´alta valle, uscita solo malconcia dalla catastrofe e immediatamente condannata dai geologi a un sommario abbattimento per via delle faglie individuate sotto le case? Qualcuno chiese delle verifiche, vennero i tecnici tristini dell&#8217;Ogs, e presto si vide che le faglie c&#8217;erano davvero, ma non erano attive, dunque il paese poteva tranquillamente essere ricostruito nel vecchio posto. Così Caposele si salvò, e per la contentezza il sindaco offrì ai tecnici forestieri una delle cene più memorabili della loro vita.</p>
<p>Un chiavistello, un lucchetto che si apre, ed ecco i ruderi di Conza proibiti agli occhi degli uomini. Con Livio e Vito De Nicola scendiamo come palombari nel fondo dei secoli, fino al ciclopico basamento romano, una solidità che ridicolizza tutto quello che è stato costruito dopo. L&#8217;evidenza stratigrafica è sconvolgente. Più si sale verso il recente, più la friabilità aumenta, come se dopo l&#8217;Evo Antico nulla fosse stato più costruito a regola d´arte. De Nicola: &#8220;È come se la distruzione aumentasse col rarefarsi della memoria delle tecniche edilizia antiche&#8221;.</p>
<p>Per quali misteriosi canali la Bestia colpisca un paese e non un altro a poca distanza, è spesso un mistero. Sirovich mostra una mappa della &#8220;microzonazione sismica&#8221; dell&#8217;Irpinia, dove &#8211; a farla breve &#8211; si individuano i punti dove è sensato costruire e quelli dove invece è pericoloso farlo. &#8220;Ci sono aree proibite in partenza, per esempio quelle su terreni soffici e sabbie che possono fluidificarsi in certe condizioni. Ma spesso tutto dipende da geometrie profondissime che fanno concentrare diverse onde sismiche in un certo posto e non in un altro. Un po´ come uno specchio ustorio fa con i raggi del sole&#8221;. Ma lì ogni previsione è un terno al lotto.</p>
<p><!-- do nothing --><em>(16. continua)</em></p>
<p>(<em><!-- inizio DATA -->19 agosto 2009<!-- fine DATA --></em>)</p>
<p><!--fine content articolo--></p>
<p> </p>
<p> </p>
<p><!--fine testo post--></p>
Posted in a  Autori Comunitari, la SCOSSA, terremoto Tagged: Alta Irpinia, altirpinia, castelnuovo di conza, de mita, de vito, discarica, Formicoso, irpinia, italia, l'aquila, la repubblica, laviano, mastella, ofanto, paesi, Paolo Rumiz, repubblica, ricostruzione, rocca san felice, rocco falivena, sirovich, sullo, terremoto, via appia <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/comunitaprovvisoria.wordpress.com/7019/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/comunitaprovvisoria.wordpress.com/7019/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/comunitaprovvisoria.wordpress.com/7019/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/comunitaprovvisoria.wordpress.com/7019/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/comunitaprovvisoria.wordpress.com/7019/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/comunitaprovvisoria.wordpress.com/7019/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/comunitaprovvisoria.wordpress.com/7019/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/comunitaprovvisoria.wordpress.com/7019/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/comunitaprovvisoria.wordpress.com/7019/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/comunitaprovvisoria.wordpress.com/7019/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=comunitaprovvisoria.wordpress.com&blog=2467644&post=7019&subd=comunitaprovvisoria&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;EMIGRAZIONE E IL SUD PROVVISORIO</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Aug 2009 03:59:41 +0000</pubDate>
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Le parole di Franco Arminio, &#8220;Manifesto del Sud,&#8221; mi hanno colpito e ispirato ad aggiungere il mio parere. Condivido con voi solo due righe, un breve messaggio per rintracciare possibili connessioni tra le sue parole e il tema della &#8220;migrazione&#8221;, a cui tengo molto.
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			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><a href="http://comunitaprovvisoria.files.wordpress.com/2009/08/di-7x.jpg"><img class="size-full wp-image-6999 alignleft" title="di 7x" src="http://comunitaprovvisoria.files.wordpress.com/2009/08/di-7x.jpg?w=250&#038;h=163" alt="di 7x" width="250" height="163" /></a></p>
<p>Le parole di Franco Arminio, <a href="http://comunitaprovvisoria.wordpress.com/2009/08/13/manifesto-per-il-sud/">&#8220;Manifesto del Sud,&#8221;</a> mi hanno colpito e ispirato ad aggiungere il mio parere. Condivido con voi solo due righe, un breve messaggio per rintracciare possibili connessioni tra le sue parole e il tema della &#8220;migrazione&#8221;, a cui tengo molto.</p>
<p>In Italia, specialmente nel sud, tutti hanno vissuto l’emigrazione: e&#8217; un’esperienza sempre viva, ancora oggi&#8211;si vede nelle case abbandonate, si sente nei ricordi della gente. Il Sud dell’emigrante fa parte anche di cio’ che la Comunita’ Provvisoria sta creando. Inoltre, anche il nuovo immigrato in Italia, dal Marocco, dall’Albania, ecc.—come Lidia Curti ci ha ricordato a Cairano 7x—fa parte di questo Sud provvisorio.</p>
<p><span id="more-6996"></span>Come Arminio descrive, c&#8217;e&#8217; tanta gente molto impegnata a lavorare per trovare un mondo e un modo diverso nel Sud. Credo che ci siano grande possibilita&#8217; nel legare la diaspora italiana con quello che la Comunta&#8217; fa/vuole fare; di creare spazi culturali dove questo legame con il mondo diasporico viene visto, capito, e anche sviluppato proprio per raggiungere un obiettivo certe volte completamente diverso da cio&#8217; che era previsto.</p>
<p>In poche parole, quello che voglio sottolineare (e riconosco che le mie idee forse non sono tanto nuove) e’ l’idea di vedere le vostre iniziative sostenute, sicuramente convalidate—in modi forse ancora molto distaccati, vaghi…come la nebbia sopra l’Ofanto—da un altrove creato dall’emigrazione: dalla letteratura, la musica, l’arte, la filosofia, la cucina, la vita quotidiana, l’uso del folclore, la pratica della religione, la memoria ritrovata, ecc., degli emigrati e dei loro discendenti. Dalla California, vi abbraccio,<a href="//www.i-italy.org/bloggers/raccogli-e-passa"> Laura E. Ruberto</a></p>
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		<title>Viaggio in una terra senza futuro / Lettera aperta all’Irpinia</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Jun 2009 06:43:00 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><a href="http://comunitaprovvisoria.files.wordpress.com/2009/06/06-angelo-verderosa-8.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-6728" title="06 angelo verderosa 8" src="http://comunitaprovvisoria.files.wordpress.com/2009/06/06-angelo-verderosa-8.jpg?w=150&#038;h=95" alt="06 angelo verderosa 8" width="150" height="95" /></a>di PAOLO SAGGESE _ _ _ _ _  C’è una terra senza futuro, e questa terra è l’Irpinia. Ne ho le prove, ho colto queste prove nel corso del mese di maggio e poi di giugno, le ho raccolte copiose in questi giorni. Ho visto una terra sopita, abulica, assente, senza passione civile, morale, ideale, senza prospettive di futuro. Del resto, questa è l’Italia. Mi sono illuso pensando di sbagliarmi, ma più tentavo di convincermene più mi rendevo conto che questa è una terra senza futuro. È una terra senza futuro, perché non è capace di coltivare sogni, perché non è capace di guardare il mondo con occhi diversi da quelli che ha sempre avuto. Prendiamo le appena trascorse elezioni provinciali. Avete visto voi un po’ di società civile, che abbia partecipato alla campagna elettorale? Avete visto per caso i cosiddetti intellettuali, che abbiano partecipato con uno straccio di idea alla competizione? E dove erano i giovani, che dovrebbero essere il nostro futuro? Tutto si è svolto nella più completa indifferenza, <span id="more-6727"></span>preferendo scegliere la strada del disimpegno, dell’attesa, piuttosto che quella dell’azione, oppure la strada del compromesso, dell’interesse personale, del tanto peggio tanto meglio, del tipo “sono tutti uguali”, e così via. Ne resto profondamente deluso, perché da qui ho la conferma che i cosiddetti intellettuali d’Irpinia, i tanti giovani d’Irpinia non sono migliori dei tanti giovani egoisti ed egocentrici che popolano l’Italia, e così gli intellettuali non sono meno egoisti ed egocentrici dei tanti che popolano questa penisola, che ha perso ogni parvenza del suo antico e glorioso blasone culturale. Ho avuto conferma che anche gli Irpini non sono migliori dei tanti italiani edonisti e qualunquisti che votano la Lega ed esaltano Mussolini. E mi sono chiesto: dove è finita la società civile, quella stessa che si è battuta per gli ospedali o per il Formicoso? Si è tutta completamente volatilizzata dietro le note di Vinicio Capossela … Allora, se la protesta diviene spettacolo, raccoglie le folle, se la battaglia diviene civile, e significa creare un argine in difesa di queste colline, tutti si dileguano nel disfattismo. Anche quegli intellettuali fanno spesso una battaglia esclusivamente egocentrica e di retroguardia, si ritirano in loro stessi, realizzano qualche placebo per auto incensarsi, creano uno scenario e un pubblico di piccoli fan e attendono l’applauso, sono come quegli scrittori romani della decadenza che dai giochi di suoni e colori traggono vanto di grande letteratura e invece la loro era lenta ed irreversibile decadenza. È vero, sono rimasto sconcertato da tanta disillusione, di tanto disamore, di tanta assenza di forza ideale. Ancora di più sconcertato per il bassissimo livello dei candidati al Consiglio provinciale, molti dei quali incapaci persino di formulare in pubblico proposte credibili e che avessero un minimo di coerenza ideale e di propositiva, campioni di un trasformismo, che li ha visti passare da destra a sinistra in tutte le passate elezioni, uomini per ogni stagione. Perciò, ho concluso che l’Irpinia sia rimasta quella dei galantuomini, e che gli Irpini siano ancora quelli che votano il medico di famiglia, perché medico, oppure il capetto di fazione perché taglieggia e ricatta. Quando l’irpino vota, vota sulla base di capricci del momento, sulla base di convenienze minuscole, sulla base di qualche interesse, sulla base di nulla che abbia a che fare con il bene comune. Nessuno ti chiede, infatti, quali idee hai, quali ragioni vuoi far prevalere, quale battaglia ideale stai portando avanti e perché, nessuno ti chiede la tua storia. E allora, ritengo che questa terra non abbia futuro, perché non ha futuro quella terra che sia incapace di scegliere i propri rappresentanti, o che li scelga sulla base di fattori che non hanno nulla a che vedere con il bene comune. È questo il trionfo dell’antipolitica oppure il trionfo della politica piccola piccola, cui siamo stati tutti abituati. Qualcuno potrà obiettare che gli Irpini hanno sempre votato in questo modo. Non si tratterebbe tuttavia di un’obiezione, ma semplicemente dell’amara conferma dell’impossibilità per l’Irpinia di un futuro diverso. Abbiamo ancora troppa strada da fare verso una piena democrazia, e se il 5 giugno questa strada era lunga da percorrere, oggi lo è ancora di più. E il problema è che questa strada nessuno vuole intraprenderla: va bene così, per l’Irpinia. Del resto, questi sono i politici che ha eletto, e significa che sono questi i politici che merita, perché in questi si rispecchia e questi ha scelto. Insomma, anche in questa amara constatazione si può trovare conferma al fatto che l’Irpinia non abbia futuro. Si può trovare conferma a questo perché l’Irpinia ha premiato chi vuole costruire la megadiscarica del Formicoso, chi vuole smantellare la scuola pubblica, chi vuole dirci di andare via di qua, di fuggire perché appunto questa è la terra senza futuro. Ci sentiamo come scrive Ungaretti in una sua famosa poesia, ovvero come naufraghi alla fine di un viaggio, che sanno di dover riprendere il viaggio. Ebbene, il viaggio dovremo riprenderlo, ma, almeno nel mio caso, io lo riprenderò per altre direzioni, per altre mete, perché non ho più voglia di prendere viaggi per una terra senza futuro.</p>
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		<title>archeologia della delusione</title>
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		<pubDate>Mon, 18 May 2009 20:05:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>verderosa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8230; sulla scia di ciò che è accaduto ad Arminio (escluso dall&#8217;alto dalle liste del PD)  ho scritto qualche pensiero a caldo sulla fine dell&#8217;opposizione. Non l&#8217;ho fatto prima perchè sono stato e tutt&#8221;ora sono molto impegnato in altre cose. Tuttavia questo lungo frammento &#8211; a sua volta fatto di frammenti &#8211; vuole essere un [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=comunitaprovvisoria.wordpress.com&blog=2467644&post=6457&subd=comunitaprovvisoria&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><span lang="IT"><em>&#8230; sulla scia di ciò che è accaduto ad Arminio (escluso dall&#8217;alto dalle liste del PD)  ho scritto qualche pensiero a caldo sulla fine dell&#8217;opposizione. Non l&#8217;ho fatto prima perchè sono stato e tutt&#8221;ora sono molto impegnato in altre cose. Tuttavia questo lungo frammento &#8211; a sua volta fatto di frammenti &#8211; vuole essere un gesto di solidarietà.  _ cari saluti _marcello </em></span></p>
<p style="text-align:center;"><strong><span style="color:#ff0000;">A precipizio: archeologia della delusione </span></strong><strong><span style="color:#ff0000;">(quando i poveri votano per i ricchi) _ </span></strong><strong><span style="color:#ff0000;">di Marcello Faletra</span></strong></p>
<p><strong><em>A precipizio</em></strong><strong>. </strong><strong>In Italia si continua a perpetuare ciò che negli Stati Uniti, almeno in apparenza, sta per finire. Ieri Berlusconi &amp; Co. inseguivano il “sogno americano” firmato Bush – un sogno insanguinato da guerre preventive. Un sogno basato sulla violenta limitazione dei diritti civili. Un sogno che celebrava <span id="more-6457"></span>l’impostura dell’informazione, la quale si prodigava a dividere il mondo in buoni e cattivi. Un sogno virtuale, che oscurava il progressivo crack reale. Il modello Bush – di cui bisogna ricordare che è stato il nome sotto il quale ha agito impunemente l’ideologia della guerra dei petrolieri e delle industrie degli armamenti – è ancora il modello della nostra classe politica bifronte (destra e sinistra con i suoi velati opportunismi dopo la vittoria di Obama), ma che, occorre ricordarlo, questo modello è stato incarnato – come dicono pure alcuni suoi ex collaboratori &#8211; da uno dei presidenti più imbecilli e disastrosi della storia americana. Oggi, i nostri attori al governo continuano a precipizio verso questo sogno orfano del suo eroe. Di questo passo in Italia non sfuggiremo al peggio, cioè al fatto che il capitalismo-rapina, che è riuscito per miserevole assenza di opposizione, a farsi votare pure dai loro potenziali avversari – i poveri &#8211; porterà questo paese a un punto di non ritorno. Il “pacchetto sicurezza” approvato con un decreto, e senza alcuna discussione in parlamento, è soltanto l’inizio dello sfacelo della democrazia in Italia. </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong><em>Perché c’è il nulla piuttosto che qualcosa?</em></strong><strong> La nozione di opposizione è in declino. In un mondo privatizzato e controllato non c’è posto per il dissenso. D’altra parte dove dissentire se lo spazio pubblico (l’agorà) è stato escluso dalla contesa politica a vantaggio dello spazio televisivo interamente controllato? Chi si oppone in qualsiasi modo alla politica come competizione (basata sul modello concorrenziale del mercato), è identificato come pericoloso a questo modello di politica affaristica che ha legittimato il falso in bilancio, l’evasione fiscale e la predazione del bene pubblico&#8230; La progressiva spoliticizzazione della vita negli ultimi vent’anni ha preparato il terreno per un’egemonia mediatica che non trova alcun riscontro nei paesi europei. Quanto più la vita sociale è stata spogliata delle sue investiture politiche (stato sociale), tanto più essa è stata oggetto di privatizzazione e di saccheggio. Uno scenario non più da “realpolitik”, ma di <em>fictionpolitik </em>da paesi sudamericani degli anni Sessanta e Settanta. Le sabbie mobili della politica-affaristica e del vangelo-TV hanno addestrato le persone a una concezione del peggio. Che un paese possa sprofondare nella barbarie non deve scandalizzare più di tanto. E’ la profilassi televisiva a ripeterlo incessantemente come un ritornello. Ed è straordinario che le energie che la sedicente “sinistra” ufficiale impiega per liquidare e delegittimare i movimenti che le stanno realmente a sinistra sono di gran lunga superiori a quelle che impiega per opporsi alla destra e alle sue performance xenofobe e antidemocratiche.</strong></p>
<p><strong>Tutte le forme di opposizione sono esposte a continui tentativi di neutralizzazione, e il loro spettro – come potenziale “pericolo” &#8211; viene invocato soltanto per essere diffamato ed equipararlo a fenomeni sovversivi contro lo stato. A ciò si aggiunga pure che la progressiva disparità sociale tra ricchi e poveri, ammortizzata una volta da un forte ceto medio, è diventato lo scenario futuro che sta disegnando questa postpolitica affaristica. </strong></p>
<p><strong>Com’è stato possibile arrivare fino a tanto? Quali condizioni sociali hanno determinato questo stato di cose? Chi, oltre a coloro che ne erano direttamente interessati, ha contribuito a precipitare il paese nello sciocchezzaio politico, sociale e culturale in cui ci troviamo? </strong></p>
<p><strong>Ne <em>L’opera da tre soldi</em> (1928) Bertold Brecht annunciava il connubio fra politica e criminalità. Ottant’anni dopo questo annuncio è diventato la ragion pratica della storia politica italiana. Niente politica senza criminalità. Questo sta scritto in fronte alla <em>fictionpolitik </em>degli attori al potere. Che ben 70 “onorevoli” condannati in via definitiva possano sedere al senato e al parlamento conferma la profezia di Brecht. Qualche dato per non dimenticare: </strong><strong>PDL 45</strong> <strong>(proposti 56) &#8211; PD 13 (proposti 18) &#8211; Lega Nord 7 (proposti 8) &#8211; UDC – Rosa Bianca 5 (proposti 9)</strong><strong>.</strong></p>
<p><strong>D’altra parte la “sinistra” facendo propri gli assunti del capitalismo ha preteso essere la novità politica che avrebbe unito (sic!) capitalisti e lavoratori, dimenticando che il capitale di loro (e dei lavoratori) se ne fotte. E così è stato. Ora, se la “sinistra” muore è perché il pensiero critico, l’opposizione al modello di capitalismo-rapina, la resistenza dei sindacati al sistema di sfruttamento dei lavoratori, l’energia  della contestazione, agonizzano. Ma muore anche per la sua velata arroganza e il suo opportunismo divenuto una sorta di commedia all’italiana. Aver sottovalutato l’avversario, aver preso sottogamba il potere strategico dell’informazione, aver contratto alleanze di idee con il Vaticano, mettendo da parte la laicità dello stato, aver concesso agli industriali crediti etici e pretendendo dai lavoratori compromessi, cessioni, sottomissioni, assegni in bianco fino al loro licenziamento. Tutto questo è stata la “sinistra” in questi ultimi anni. Dal momento che ha accettato l’ordine capitalista, con i suoi a-priori speculativi e facendosi schiava degli indici di borsa, è evidente che ha scaricato gli a-priori dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati, dei poveri, e a cui per le sue irresponsabili e ottuse scelte non ha mai chiesto nulla, ma da cui però pretende il voto. Ma, soprattutto, è sbalorditivo il fatto di essere stata velatamente alleata con la destra e opportunisticamente cortigiana del sistema finanziario nel contrastare coloro che denunciavano questo sistema capitalistico basato sulla rapina, eludendo, fra le altre cose, una volta al potere nel 2005, la commissione parlamentare d’inchiesta sui criminosi fatti di Genova nel 2001. “E’ facile capire perché – osserva Jacques Rancière &#8211; : denunciare un sistema economico o statale, significa chiedere di trasformarlo”. </strong></p>
<p><strong>Non deve meravigliare che con questi stregoni acchiappatutto anche i poveri votino per i ricchi che li stanno dissanguando. Se questa sinistra agonizza è anche per la sua imbecillità. Questo stato di cose ha generato una sindrome da impotenza.</strong></p>
<p><strong>Paradossalmente un po’ di sinistra, ma non troppo, è utile alla destra per giustificare il fatto che siamo in un “paese democratico”. Questo il ruolo in cui questa specie in via d’estinzione è stata relegata. Il “buonismo” di questa mostruosità impolitica che è la sinistra-neoliberista che ha fatto guadagnare margini a tutto campo nella società italiana alla destra xenofoba, è stata la maschera della sua fallimentare presunzione. </strong></p>
<p><strong>Questa assenza d’opposizione, ha aperto la pista al più feroce attacco al diritto di sciopero fatto da quando è stata varata la Costituzione. Se l’attacco allo sciopero, la sua neutralizzazione sociale, non costituisce un motivo di protesta, cosa, allora, occorrerà per passare la soglia dell’inezia, per superare la paralisi che immobilizza questa sinistra? A quanta dose di restrizione dei diritti dei lavoratori e degli spazi di democrazia reale bisogna ancora assistere nell’impotenza generale? La politica dell’inezia è tipica dei complici del capitalismo-rapina. Perché non far nulla significa indirettamente dire sì ai rapporti di dominio in atto. Il dominio infatti non è qualcosa che inerisce alla sfera tradizionalmente definita “dittatoriale” o “terroristica”, ma anche all’organizzazione tecnico-economica che agisce con la corruzione e la manipolazione strategica dei punti nevralgici del potere, in funzione dei propri interessi. In tal modo il dominio preclude, per altre vie, ogni forma di opposizione. <em>Tertium non datur</em>. La legittimità della protesta e del dissenso, per costoro, deve essere ridisegnata in funzione di questa egemonia mediatica, che al momento opportuno chiama il popolo alla convocazione truccata delle elezioni. Il popolo vota, loro scelgono i candidati!  </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong><em>Cosa accade alla democrazia?</em></strong><strong> L’estinguersi della lotta delle masse per la democratizzazione della società, caldeggiata dalla sinistra ufficiale come nuova stagione della politica neoliberista, ha significato la trasformazione dell’idea di democrazia in un singolare potere popolare che trova  unità solo nello spettacolo mediatico (unità nell’opinione). In ciò si esprime la profonda crisi non soltanto economica che sta corrodendo dall’interno l’illusione neoliberista, ma anche il sistema politico che si è fatto servo di questo sistema. La “democrazia di emozioni” (Virilio) ha sostituito la democrazia parlamentare. Cosa significa? La dottrina del capitalismo-rapina (neoliberismo) per certi aspetti è simile alla predicazione evangelica: molti sono chiamati al successo, ma pochi sono gli eletti. Non potendo accogliere tutti si creano le condizioni per far credere che ciò possa accadere. L’illusione trionfa e la credulità assume la forma di relazione sociale. Ciò porta a una profonda revisione del rapporto fra spazio pubblico e spazio privato. In un mondo dove si inseguono le illusioni non c’è posto per lo stato di diritto. La percezione sociale della democrazia ne esce notevolmente mutata. In termini aristotelici si potrebbe dire che l’<em>Oikos</em> (lo spazio privato) a partire dagli anni Ottanta è stato interamante manipolato dall’<em>Ekklesia</em> (il potere decisionale sulle questioni pubbliche, oggi in mano a circoli d’affari e a quei partiti politici che ne sono l’espressione pubblica). Di fatto, man mano che lo spazio della mediazione fra pubblico e privato (l’agorà) è stato privatizzato, la politica del capitalismo-rapina, ha minato ogni forma di equilibrio sociale. La salute dello spazio democratico – l’Agorà – si misura dalla sua possibilità di libera frequenza, e se questa, oggi, si effettua prevalentemente nell’etere – nello spazio virtuale dello schermo – diventa impossibile frequentarlo come protagonisti modificandone scopi e funzioni. Se, come osserva Bauman, la democrazia è: “la continua pratica di traduzione tra pubblico e privato, di riformulazione dei problemi privati in questioni pubbliche e di incanalamento del benessere pubblico in progetti e compiti privati”, allora ci troviamo di fronte ad una delle sue crisi più violente. La crisi della <em>traduzione</em> e del dialogo fra spazio privato e spazio pubblico, fra l’Oikos e l’Ekklesia, si traduce inevitabilmente in una crisi dell’agorà, cioè del luogo deputato alla mediazione. L’abbandono dell’Agorà ha significato la sua occupazione da parte del privato. La “democrazia di emozioni” di cui parla Paul Virilio, in parte dipende da questa assenza di traduzione fra pubblico e privato. Perché lo stato emozionale, la forma soggettivamente parcellare della verità, è sempre stata assoggettata ai padroni che governano l’Ekklesia, la cosa comune. </strong></p>
<p><strong>In questo cortocircuito sociale la parola “libertà” ha perso le sue caratteristiche di emancipazione e di trasformazione di uno stato di cose.  Essa ha mutato di significato: esprime la “libertà” di emozioni e di consumo del privato, senza alcuna relazione con le forme di oppressione e di impostura che si perpetuano nell’agorà. Eppure nella tradizione occidentale non mancano forti riferimento metafisici all’idea di libertà intesa come contestazione. La più radicale esperienza del chassidismo identifica la libertà con il No, col principio di contestazione. Attraverso il No si impedisce che degli stereotipi possano diventare la forma di vita sociale collettiva, opprimendo le minoranze. Il No implica pure la nozione di Esodo che va recuperata quale prospettiva politica di emancipazione da un modello sociale omogeneo, chiuso e persecutorio, che non contempla l’altro e il diverso. La libertà in questa prospettiva è una libertà <em>da</em> uno stato di cose governato dall’irrazionale, libertà di costruire un insieme sociale che faccia della varietà il suo principio fondante.</strong></p>
<p><strong>Ora, lo spazio pubblico attraversato e letto dal punto di vista dei sentimenti ha generato la sua progressiva spoliticizzazione. Coazione ad interagire con l’universo dello spettacolo, riduzione del pensiero all’automatismo della domanda-risposta, pedagogia pubblicitaria della violenza, ritorno dell’oscurantismo religioso, la menzogna come forma di comunicazione di massa, il culto dei manager (i nuovi “condottieri” del nostro tempo) e della finanza, l’estremismo emozional-politico misto al ritorno dell’ideologia nazional-patriottica…Una società a fior di pelle promossa da una politica delle emozioni che ordina il mondo secondo la paranoica divisione amico/nemico – riflesso del paradigma spaziale interno/esterno. In un universo di emozioni a tutto campo la figura principale è la paura. A partire da essa si riordina la percezione dello spazio sociale e della sua divisione in aree “protette”, “sicure” e in aree “pericolose”, “incerte”. Ugualmente questo paradigma viene applicato alle componenti sociali. Tutti coloro che dissentono, che protestano, che mostrano il loro disaccordo, vengono ascritti al Male, al “nemico” interno, mentre gli immigrati costituiscono l’esercito dei disperati identificato come il male esterno. Con tutte queste moltitudini estranee all’idea di società organica chiusa basata sull’identità nazionale e sull’identikit dello straniero, si agisce attraverso l’instaurazione di ordini. Leggi e decreti che ne limitano sempre più il diritto di azione pubblica. Limitazioni del diritto di sciopero, controlli a tappeto per gli stranieri, minacce contro chi cerca di sfuggire a questi imperativi categorici della politica nazional-popolare. E’ la “democrazia” dei consulenti e dei manager dell’economia, dei professionisti della propaganda politica, degli evasori fiscali – un vero esercito – dei mafiosi…L’a-priori dell’orine finanziario è mascherato con il volto del popolo. </strong></p>
<p><strong>Sorge una domanda: come si riconosce una società democratica? Ecco la risposta di Bauman: “Una società democratica si riconosce dal sospetto, mai del tutto placato, di essere a metà del lavoro: di non essere ancora sufficientemente democratica”. </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong><em>Tutti in ordine</em></strong><strong>. Nel vuoto d’opposizione cresce la logica dello sfruttamento e dell’impostura. Sfruttare questa occasione è lo scopo primario della destra. Con le sue ramificazioni in quasi tutti i media, ha trasformato pian piano la dialettica sociale delle componenti politiche in gioco, in una specie di “multiculturalismo”, dove tutto si trasforma in un’orgia di “libera” opinione che esautora la verità del sociale. I telegiornali riflettono l’opinione dei politici. I giornali amplificano le opinioni dei politici. I settimanali parlano della vita quotidiana dei politici. Ogni notizia è commentata dai politici. I disastri sono mediaticamente occupati dai politici. Lo spazio dell’informazione è stato totalizzato dalla presenza dei politici. In questa subalternità dell’informazione al volere dei politici, la psicosi della paura occupa un posto speciale. La psicosi della “città assediata” dagli stranieri non è solo un mezzo di conquista dell’Oikos – lo spazio privato – ma una autentica farsa. Occorre materializzare i fantasmi delle paure collettive, in modo da poter sfruttare al massimo il fatto che esse alla fine non si concretizzano secondo  le prospettive annunciate. Ciò viene rifilato come il fatto che la vigilanza e il controllo sono in piena attività e che lo stato lavora per la sicurezza del popolo. </strong></p>
<p><strong>Dal momento che la paura si nutre di tutte le immagini del disordine e della disintegrazione, essa configura un mondo incerto, comunica uno stato precario, infonde angoscia e infine genera la domanda di protezione, la richiesta di ordine. Ma come si passa a quest’ordine? E di che natura è? Ad esempio: la violenza più perversa (dove si offende il corpo) diventa dello stesso ordine di uno scippo. La minima aggressione sembra contenere in germe già l’assassinio violento. Ed è in questo livellamento di tutte le forme di violenza, del loro essere uniformate al massimo di pericolosità che ad essa vengono ascritte anche le forme di dissenso e di critica (l’attacco ai centri sociali, alle produzioni culturali indipendenti e all’informazione non assoggettata, alle proteste degli studenti bollati come “guerriglieri” dal ministro Brunetta). Tutto ciò che non è in linea con l’attuale ordine politico è potenzialmente “pericoloso”. L’ordine, dunque, è un ordinare anche i pensieri degli altri. Mettere in riga i pensieri diversi da quelli stabiliti dalla dittatura dell’opinione. </strong><strong>La ribellione contro tale stato di cose è “disordine”, l’adattamento è promosso. </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong><em>Occultare la storia</em></strong><strong>. </strong><strong>Questa ricerca del “pericolo” avrebbe pure una storia. La si fa risalire agli anni Sessanta e Settanta. Quando i sindacati erano al massimo della loro attività di salvaguardia dei diritti dei lavoratori. Quando l’opposizione univa trasversalmente studenti, operai, lavoratori d’ogni specie nella condivisione dei problemi e nella produzione sociale della solidarietà. Quando nascevano nuove forme di relazione sociale non più verticistiche e autoritarie, ma orizzontali e democratiche, nella famiglia, nella scuola, nel lavoro. </strong></p>
<p><strong>Da un lato si imputano gli anni ’60 e ’70 di “comunismo” – come se quello praticato in Italia fosse stato un reato (col silenzio complice degli ex comunisti) -, ma nel far ciò si occultano tutti i tentativi fatti per destabilizzare la precaria democrazia italiana. I delitti dei servizi segreti collusi con la mafia (delitto Pecorelli), delitti spesso deviati e scaricati esponenti della sinistra extraparlamentare (caso Valpreda, Sofri, ecc.). I vari tentativi di colpi di stato caldeggiati dalle amministrazione americane (piano Sogno nel 1964, Junio Valerio Borghese nel 1970). Le “stragi di stato”: piazza Fontana, Brescia, Bologna, Italicus…). Lo sporco <em>affaire</em> Moro che paradossalmente vide convergere i fini criminali delle Brigate Rosse con il cinismo dei vertici della Democrazia Cristiana. Gli anni di Gladio e della P2, il cui programma stranamente ha molti punti in comune con quello del PDL. Per non parlare degli stretti rapporti fra mafia e politica che culminano nell’assassinio di Lima. La lista è davvero lunga. Per costoro, per costoro che ci governano, nello spettacolare vuoto d’opposizione, occorre adesso criminalizzare retrospettivamente tutti quei movimenti di protesta che hanno svolto un profondo lavoro di sprovincializzazione della società, di liberalizzazione dei costumi, di demoralizzazione della vita civile (l’aborto, il divorzio), di conquiste sindacali, di apertura ai problemi dell’ambiente, di emancipazione delle donne. ecc. Se il ’68 è chiamato in causa come imputato del Male è perché ha rappresentato il sigillo della solidarietà fra pensiero e azione. Fra operai e intellettuali, trasversalmente. La poesia, la filosofia, l’arte, il teatro, la musica erano esperienze contropotere, di controinformazione visiva, orale, sonora, di pensiero&#8230;L’aggressione contro le esperienze politiche dei movimenti di protesta degli anni ’60 e ’70 è un’introduzione al fatto che dalla storia non dobbiamo apprendere nulla, ma diffidare e se occorre revisionarla in funzione degli interessi del capitalismo-rapina.</strong></p>
<p><strong>Di queste alleanze trasversali il potere ha avuto paura. E’ in questo clima che dei <em>cesari</em> piccoli piccoli possono diventare i capi ideali dove trovare protezione, al prezzo della depauperizzazione e dell’immiserimento civile. Dopo tutto ciò, adesso, si tratta di <em>passare all’atto</em> con i segni della storia: i movimenti di protesta di emancipazione e di libertà, di democrazia economica diventano di segno negativo (il male), mentre la reazione, la moralizzazione della società portato avanti dai partiti di destra, l’idea di ordine e di autorità, l’imposizione dei segni del cattolicesimo nello spazio pubblico, il culto della patria e della nazione (ma non della Costituzione) e la trasformazione dell’altro in “clandestino”ecc., tutto ciò è di segno positivo (il bene). E’ così che Mussolini viene sdoganato dalle responsabilità verso la storia e la memoria collettiva e celebrato nell’indifferenza di tutti coloro che dall’alto delle loro cariche istituzionali dovrebbero garantire la memoria storica. Infatti (occorre non dimenticare): </strong><strong>«Non ci sono paragoni con Saddam. Il regime fascista non era così feroce. Il Duce mandava la gente in vacanza al confino», ha affermato serenamente Berlusconi l’11 settembre del 2003. Questo sdoganamento del fascismo arriva fino alla pubblica apparizione televisiva di Licio Gelli (novembre 2008), creatore della P2, dove proclamava le virtù del fascismo e inneggiava a Mussolini quale uomo ideale di stato</strong><strong>. </strong></p>
<p><strong>Nessuna indignazione da parte dell’opposizione e di altre cariche istituzionali per la flagranza di “apologia di reato”. Nel frattempo un giornalista – Giuseppe Maniaci &#8211; che da anni conduce una battaglia di informazione sullo stato della mafia nel sud (Partitico) viene rinviato a giudizio perché diffonde notizie sui traffici di mafia da Telejato senza possedere il tesserino dell’Ordine dei giornalisti!</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong><em>Altri muri si ergono</em></strong><strong>. Vent’anni fa cadeva il muro di Berlino. Ma altri muri si ergono. Invisibili  e ferocemente reali. La legge-sbarramento al 4%, muro elettorale eretto contro coloro che non si identificano né con la destra né con la sinistra; il muro della religione cattolica la cui ingerenza negli affari dello stato compromette la libertà di pensiero e di azione; il muro contro i “clandestini” che obbliga i medici a denunciare coloro che ricorrono alle cure ospedaliere. Il muro contro l’istruzione e il sapere che proietta il paese nel vuoto di una progettualità della conoscenza e della ricerca, cioè nell’ignoranza. Tutto ciò è il muro della barbarie in cui L’Italia sta precipitando. La predilezione per i muri – politici, razziali, sociali, culturali – è la passione di coloro che predicano l’ontologia del profitto e della rapina, del fondamentalismo religioso che elargisce onori ai ricchi e pietà ai poveri, e del pregiudizio razziale. </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong><em>L’oppio del potere</em></strong><strong>. Come stornare l’attenzione? Come indirizzare masse intere verso le sciocchezze? Come catturare con un delitto l’attenzione di un’intera popolazione per mesi o per anni? Come veicolo del <em>pharmakos</em> collettivo la televisione risponde a tutte queste domande. Risponde all’esigenza di fornire lo spettacolo pubblico di un capro espiatorio, ma anche di  meccanizzare lo sguardo, di modellarlo sulle immagini dello schermo. Nell’apparente varietà dei programmi trionfa il sempre-uguale: lo spettacolo in quanto tale. A ciò si aggiunge pure la  rinascita del culto dei santi (padre Pio in testa) incoraggiata dalla chiesa e dall’ideologia della moralizzazione dello spazio pubblico, e ci si rimette a sperare, ad attendere, a invocare i santi in cielo e distogliere lo sguardo dalla terra. Inoltre la mediatizzazione dello sport ha favorito la sua politicizzazione – è diventato un fenomeno naturale vedere striscioni fascisti negli stadi. Negli anni venti Mussolini ha fatto costruire stadi, ha organizzato un campionato del mondo, e sono state sfruttate al massimo le vittorie. Sport e manipolazione politica sono strettamente connessi. Per una società fallita nei suoi assunti democratici e per i poveri che ha prodotto non resta che la mistica dello sport e la speranza che dovrebbe arrivare dai santi.  </strong><strong>Nondimeno, la politica esautorata dalle sue responsabilità sociali si ritrova nei varietà televisivi, dove non serve a nulla. Anzi, come osserva Jacques Ranciére, si propugna un odio per la democrazia vista come ostacolo alla “liberalizzazione” del mercato. In altre parole i nostri sistemi “democratici” (neoliberisti) dissuadono gli individui della loro presenza reale a tutto vantaggio della loro “rappresentazione”. Il che comporta il fatto che la coesione sociale è delegata sempre più sul sondaggio che sulla partecipazione reale. Il “Grande Fratello”, così di casa in tutte le  famiglie, si potrebbe paragonare allo schematismo trascendentale kantiano. Preordina le immagini e i comportamenti prima ancora che questi abbiano luogo. Riempiono il vuoto politico (il concreto) e cosi facendo forniscono un “contenuto” particolare a garanzia di un concetto ideologico. L’apparente apoliticità del “Grande Fratello” o dei “reality show”, è già una lotta per l’egemonia ideologica e quindi una lotta per l’appropriazione di concetti che sono “spontaneamente” vissuti come apolitici. Modello distillato della nostra società, per il Grande Fratello nessuno è indispensabile. Esso traduce la vita in agonismo estremo, dove i più forti vinceranno. La sua profilassi è l’adattamento a un regime di vita fondato su alleanze mutevoli ed effimere, sulla furbizia, sull’opportunismo e sulla forza fisica. </strong></p>
<p><strong>La morale che viene rifilata e somministrata a dosi giornaliere è “non fidarti di nessuno”. Nuovo campo di concentramento telematico il Grande Fratello rappresenta la capitolazione di ogni spiraglio di democrazia, poiché nessuno ha diritto a esistere per ciò che esso è, ma per come riesce a eliminare gli altri. </strong></p>
<p><strong>Il vouyerismo della miseria degli altri, la pornografia, lo sport e lo spettacolo servono a questo. La miseria politica è l’espressione della miseria reale. Il grande successo dei quiz e dei giochini a premi televisivi sono il sospiro finale della creatura spogliata di ogni attributo culturale e umano. Esseri moribondi che stramazzano di fronte all’automatismo della domanda-risposta. Il declino dell’uomo passa per il quiz, per il Grande Fratello, per la continuità visiva delle telecomunicazioni, nuovo olimpo della trascendenza spirituale. Nuovo oppio dei popoli. Stato di servitù volontaria. In un mondo dove i più bravi sono coloro che non pensano affatto si capisce bene quanto valore possa avere la scuola. </strong></p>
<p><strong>Se la politica è un pensiero, allora, a questo punto ci troviamo di fronte a uno degli aspetti più pericolosi di questo pensiero nazional-popolare: la natura razionale della sua irrazionalità, o “la banalità del male” per dirlo con le parole di Hannah Arendt. </strong></p>
<p><strong>Di fronte a questo stato di cose non ha più senso parlare di potere. Perché venendo meno la resistenza al potere, liquidando ogni spiraglio di dissenso con la complicità del PD, non è più necessario immaginare due volontà che si contendono il luogo del potere. Venendo meno l’opposizione reale al potere, anche questo si trasforma, non è più tale, ma dominio. E’ quello che in passato è accaduto con le dittature del nazismo e del fascismo. L’orgoglio di Berlusconi &amp; Co. di parlare in nome del popolo italiano, per il semplice fatto di aver vinto le elezioni, aspira a vedere in questo popolo una massa di adulatori e di esseri consenzienti. </strong></p>
<p><strong>Il culto del capo, l’elogio del potente di turno, il mito del vincente, l’emulazione del furbo che è riuscito a imporsi con ogni mezzo, sono tutte le figure tragicomiche di questa “modernizzazione”. I meccanismi che portano l’individuo a introiettare questi modelli hanno un che di meccanico, di automatico. L’universo delle veline, ad esempio, è l’effetto di un’identificazione immediata con lo spettacolo, in quanto modello di relazione sociale affermativa. Vestali postmoderne che si concedono allo stupro rituale dei sacerdoti dello spettacolo, questo <em>Sancta Santorum </em>della nostra società.</strong></p>
<p><strong>D’altra parte l’universo televisivo col suo dettato mediatico propaga questa reclusione volontaria delle masse. Attraverso esso la frustrazione e l’impotenza sono privati del loro bersaglio specifico, mentre il velo dello schermo maschera la riproduzione dello sfruttamento e dell’ineguaglianza. Una reclusione a domicilio, che trasforma l’abitazione in un campo di concentramento atomizzato. Gli schiavi della società postmoderna sono schiavi sublimati, appagati attraverso lo stordimento dei sensi e delle illusioni, ma pur sempre schiavi, non necessariamente del lavoro coatto, ma degli strumenti tecnologici che riducono l’individuo allo stato di cosa.</strong></p>
<p><strong>D’altra parte l’apostolato mediatico evita repressioni sanguinose. L’ultima condizione politica della nostra storia è così la commedia. A fronte di un disastro economico, civile e culturale, i nostri esponenti politici ci somministrano dosi di anticomunismo, pillole di imbecillità distillate dai format televisivi, il feticismo dell’orrore (stupri, assassini, morti empie), prove generali di deregulation selvaggia del territorio, anatemi contro i laici, proposte altamente “politiche” e “responsabili” come quella di dare le armi ai sedicenni per la caccia, la geniale idea tutta fascista di istituire le ronde per il controllo del territorio lasciando la polizia senza benzina, estensione della pulizia etnica con il delirante “pacchetto sicurezza” che restaura il reato di oltraggio a pubblico ufficiale…</strong></p>
<p><strong>Nessuna indignazione all’orizzonte.  </strong></p>
<p> </p>
<p><strong><em>Il referente perduto</em></strong><strong>. Oggi la storia sembra ripiegarsi su se stessa, e assiste impotente alla manipolazione senza fine del proprio <em>corpus</em>. Diviene un referente perduto, cioè un mito: lo spettacolo della politica che invade ogni angolo della società è quella che esce dalla storia, area di avventura e di sperimentazione senza fine. E’ proprio per ciò che la rinascita insospettata di nuove forme di fascismo soft non fa più paura, proprio perché la storia non è più un referente, non è più un’unità di misura della memoria, e in tale scenario irreferenziale emerge la portata estetizzante dello spettacolo coatto, del fascismo soft che prende piede con la democrazia di emozioni dei reality show.  E’ esagerato? E’ sufficiente leggere il “Nuovo” </strong><strong>Manuale di storia di IIIa media compilato da una “storica” (?) Federica Ballesini e vedere il capitolo 2, paragrafo 1. Ecco cosa troviamo: &#8220;La Sinistra storica al potere&#8221;: &#8220;Gli uomini della Destra erano aristocratici e grandi proprietari terrieri. Essi facevano politica al</strong><strong> </strong><strong>solo scopo di servire lo Stato e non per elevarsi socialmente o arricchirsi. Inoltre amministravano le finanze statali con la stessa  attenzione e parsimonia con cui</strong><strong> </strong><strong>curavano i propri patrimoni.  Gli uomini della Sinistra, invece, sono professionisti, imprenditori e avvocati disposti a fare carriera</strong><strong> </strong><strong>in qualunque modo, talvolta sacrificando persino il bene della nazione ai propri interessi. La grande</strong><strong> </strong><strong>differenza tra i governi della Destra e quelli della Sinistra consiste soprattutto nella diversità</strong><strong> </strong><strong>del loro atteggiamento morale e politico.&#8221; (</strong><strong>Bellesini, Federica, 2003, <em>I nuovi sentieri della Storia. Il Novecento</em>, Istituto Geografico De Agostini,  Novara, p. 34</strong><strong>). Ecco come l’opinione si sostituisce alla verità storica. </strong><strong>“La storia? È un mucchio di sciocchezze”, affermava compiaciuto Henry Ford a un giornalista del Chicago Tribune il 25 maggio 1916. I suoi nipotini, oggi, passano dalle parole ai fatti. </strong><strong>Il lavaggio del cervello va fatto fin dalla più tenera età. Così come durante il nazismo si insegnava a riconoscere i simboli dell’ebraismo per classificarli come fonte del Male. A partire dall’immagine negativa di un popolo si è poi passato all’atto, all’azione con i lager. Ma, occorre prima che l’altro diventi nella rappresentazione popolare un pericolo, un nemico da distruggere. Questa è la “modernizzazione” che ci stanno rifilando. </strong><strong>Ciò che rende oscena l’attuale classe politica non è il fatto che vi sia “troppo stato”, ma che <em>lo stato è di troppo</em>.  Una classe di impolitici che legittima a tutto campo l’infamia con aggressioni contro la magistratura, l’odio contro la classe insegnante, contro i lavoratori, contro gli immigrati, mentre dispensa elogi alla classe imprenditoriale, questa intoccabile e insindacabile immacolata concezione della nostra telecrazia. Una classe di impolitici che rappresenta gli interesse degli industriali e che è riuscita a farsi votare da un popolo ridotto alla miseria economica, civile e culturale.  </strong></p>
<p><strong>Questa è la “modernità” che stanno cucinando “in nome del popolo italiano”</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong><em>L’esilio del dubbio</em></strong><strong>. In un mondo imploso economicamente, dove trionfa l’ontologia cinica, il modello di società concorrenziale, dove non c’è posto per il dubbio e le contraddizioni sono occultate dallo spettacolo, stenta a vivere anche la speranza del suo cambiamento. Negli Stati Uniti qualcosa si è mosso. Non si può dire la stessa cosa per l’Italia.  Si può definire il nostro periodo storico come <em>produzione di assenza del dubbio. </em>Smantellamento dell’interrogativo sulla possibilità di cambiamento del mondo. Interruzione del rapporto fra presente e futuro. L’implosione della modernità è parallela alla fine del dubbio e del pensiero critico, che implica una politica decisionista, cioè populista. L’esilio del dubbio è il grande movimento di migrazione della speranza di un cambiamento di questo mondo.</strong></p>
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		<pubDate>Wed, 18 Feb 2009 15:00:26 +0000</pubDate>
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		<title>Dio non è cattolico, parola di cardinale</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Nov 2008 07:23:25 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Carlo Maria Martini pubblica un libro &#8220;sul rischio della fede&#8221; e invita a diffidare delle definizioni dottrinali, perché Dio &#8220;è al di là&#8221;. Ma così il rischio è che svaniscano gli articoli del Credo, obietta il professor Pietro De Marco. E spiega perché
ROMA, 12 novembre 2008 – L&#8217;ultimo libro del cardinale Carlo Maria Martini uscito [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=comunitaprovvisoria.wordpress.com&blog=2467644&post=3364&subd=comunitaprovvisoria&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p class="MsoNormal" style="text-align:center;" align="center"><span style="font-size:x-small;font-family:Times New Roman;"><span style="font-size:11pt;"><em>Carlo Maria Martini pubblica un libro &#8220;sul rischio della fede&#8221; e invita a diffidare delle definizioni dottrinali, perché Dio &#8220;è al di là&#8221;. Ma così il rischio è che svaniscano gli articoli del Credo, obietta il professor Pietro De Marco. E spiega perché</em></span></span><span style="font-size:x-small;font-family:Times New Roman;"><span style="font-size:11pt;"><br />
</span></span><span style="font-size:x-small;"><span style="font-size:10pt;">ROMA, 12 novembre 2008 – L&#8217;ultimo libro del cardinale Carlo Maria Martini uscito in Italia, come già qualche mese fa in Germania e ora anche in Spagna, ha subito conquistato l&#8217;alta classifica dei più venduti. È intitolato &#8220;Conversazioni notturne a Gerusalemme. Sul rischio della fede&#8221;, ed è in forma di intervista, col gesuita tedesco Georg Sporschill. Le volte in cui Benedetto XVI ha parlato in pubblico del cardinale Martini – famoso biblista e arcivescovo di Milano dal 1980 al 2002 – lo ha sempre elogiato come &#8220;un vero maestro della &#8216;lectio divina&#8217;, che aiuta ad entrare nel vivo della Sacra Scrittura&#8221;. <span style="text-decoration:underline;">In questo suo libro, però, il cardinale non appare altrettanto magnanimo, nel giudicare gli atti di governo e di magistero degli ultimi papi, da Paolo VI in poi.</span> In un precedente servizio, www.chiesa ha già riferito dell&#8217;attacco frontale portato da Martini contro l&#8217;enciclica &#8220;Humanae Vitae&#8221;. Ma nel libro c&#8217;è di più. C&#8217;è una ricorrente accusa alla Chiesa di &#8220;involuzione&#8221;. </span></span></p>
<p><strong><span style="font-weight:bold;">di Sandro Magister</span></strong></p>
<p><span style="font-size:x-small;"><span style="font-size:10pt;"><span id="more-3364"></span>Mentre all&#8217;opposto Martini reclama una Chiesa &#8220;coraggiosa&#8221; e &#8220;aperta&#8221;, come dicono i titoli di due capitoli del libro. C&#8217;è soprattutto una descrizione di Gesù legata a un&#8217;ideale di giustizia molto terreno. La distanza tra questo Gesù e il &#8220;Gesù di Nazaret&#8221; del libro di Benedetto XVI è impressionante. Il quotidiano della conferenza episcopale italiana, &#8220;Avvenire&#8221;, nel dare notizia del libro di Martini in occasione del suo lancio alla Fiera del Libro di Francoforte, il 17 ottobre, ha scritto che &#8220;molte delle considerazioni ivi espresse, comprensibilmente, faranno discutere&#8221;. Ma non ha aggiunto altro. &#8220;Avvenire&#8221; non ha sinora recensito il libro e nessuno si aspetta che lo farà in futuro. Silenzio assoluto anche a &#8220;L&#8217;Osservatore Romano&#8221;. In privato, ai gradi alti della gerarchia, le critiche all&#8217;autore del libro sono severe e preoccupate. Ma in pubblico la regola è di tacere. Il timore è che contestare pubblicamente le tesi di questo libro aggiunga danno a danno. Ma qual è, più analiticamente, il &#8220;rischio della fede&#8221; che il cardinale Martini evoca? Pietro De Marco, professore all&#8217;Università di Firenze e alla Facoltà Teologica dell&#8217;Italia Centrale, lo porta alla luce e lo sottopone a critica nel commento che segue. Per De Marco il messaggio del cardinale appare &#8220;reticente quanto a completezza della confessione di fede&#8221;. C&#8217;è in esso molta frequentazione delle Sacre Scritture, ma gli articoli del Credo &#8220;vivono in sordina come fosse superfluo menzionarli&#8221;. Un&#8217;evanescenza dei fondamenti della dottrina che ha contrassegnato non solo il percorso di un grande leader di Chiesa come Martini, ma larga parte della Chiesa cattolica degli ultimi decenni.</span></span><span style="font-size:x-small;font-family:Arial;"><span style="font-size:10pt;font-family:Arial;"> </span></span>
</p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size:small;font-family:Times New Roman;"><span style="font-size:12pt;"> </span></span></p>
Posted in Alfonso Nannariello Tagged: carlo maria martini, credo, fede, italia, pietro de marco, religione, sandro magister <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/comunitaprovvisoria.wordpress.com/3364/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/comunitaprovvisoria.wordpress.com/3364/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/comunitaprovvisoria.wordpress.com/3364/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/comunitaprovvisoria.wordpress.com/3364/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/comunitaprovvisoria.wordpress.com/3364/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/comunitaprovvisoria.wordpress.com/3364/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/comunitaprovvisoria.wordpress.com/3364/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/comunitaprovvisoria.wordpress.com/3364/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/comunitaprovvisoria.wordpress.com/3364/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/comunitaprovvisoria.wordpress.com/3364/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=comunitaprovvisoria.wordpress.com&blog=2467644&post=3364&subd=comunitaprovvisoria&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		<title>Gianni Celati / &#8216;di cosa si parla quando si parla di paesaggi&#8217;</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Oct 2008 21:02:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Arminio</dc:creator>
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metto qui un pezzo di gianni celati, prelevato da rigabooks.
per chi non voglia navigare consiglio di comprare il numero di riga interamente dedicato a celati.  troverete molte cose utili per capire il senso della nostra comunità provvisoria. _franco arminio

***
In questo convegno sul paesaggio, ritrovandomi assieme ad autorevoli esperti, mentre aspettavo il mio turno di parola [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=comunitaprovvisoria.wordpress.com&blog=2467644&post=3056&subd=comunitaprovvisoria&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><div id="Contributo"><em></p>
<div id="attachment_3062" class="wp-caption alignleft" style="width: 76px"><a href="http://comunitaprovvisoria.files.wordpress.com/2008/10/1-alta-irpinia-verderosa-l.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-3062" title="1-alta-irpinia-verderosa-l" src="http://comunitaprovvisoria.files.wordpress.com/2008/10/1-alta-irpinia-verderosa-l.jpg?w=66&#038;h=96" alt="paesaggio altirpino _a.verderosa 2006" width="66" height="96" /></a><p class="wp-caption-text">paesaggio altirpino _a.verderosa 2006</p></div>
<p>metto qui un pezzo di gianni celati, prelevato da rigabooks.</em></div>
<div><em>per chi non voglia navigare consiglio di comprare il numero di riga interamente dedicato a celati.  </em><em>troverete molte cose utili per capire il senso della nostra comunità provvisoria. _franco </em><em>arminio</em></div>
<div><em></em></div>
<div><em>***</em></div>
<div id="Testo"><strong>In questo convegno sul paesaggio, ritrovandomi assieme ad autorevoli esperti, mentre aspettavo il mio turno di parola mi è sorto il dubbio che siamo stati invitati a trattare un argomento insostenibile. E ho cominciato a rimuginare a ruota libera, in modo sbandato, senza più ritrovare il discorso che mi ero preparato nella testa. Di cosa si parla quando si parla di paesaggi? Non c’è qualcosa di equivoco in questa vecchia parola? Intanto penso a quel fotografo americano, Ansel Adams, che diceva: «Il paesaggio è il luogo della distruzione» - idea romantica ma sacrosanta, soprattutto nei nostri giorni, perché parla di una condizione dell’essere completamente travolta dagli imprenditori frenetici del nostro tempo. Se il paesaggio è il luogo della distruzione, mentre qui ci viene proposto di valutarlo come una forma di capitale accumulato, allora viene chiedersi dov’è l’equivoco racchiuso in questa parola - specie nelle nostre nazioni ricche, dove la maggioranza dei cittadini può comprarsi tutti i vestiti che vuole, andare fuori a cena quando vuole, fare i viaggi che vuole, mandare i figli a imparare a suonare il piano, e può anche concedersi una benevola attenzione verso il mondo, con qualche simulata emozioni per le popolazioni schiacciate dalla miseria. Cosa sono i paesaggi per questi cittadini evoluti dell’occidente, gente molto razionale e ottimista, con una fede infrangibile nel potere monetario e in quello tecnologico?<br />
</strong><span id="more-3056"></span>Io abito in Inghilterra dove ci sono molte trasmissioni televisive che riguardano i paesaggi, e anche paesaggi con offerte immobiliari d’occasione tra campagne ben preservate. Ma in particolare c’è una trasmissione dove un agente immobiliare inglese propone delle case da comperare a titolo speculativo, in paesi come la Spagna, il Portogallo, la Romania, la Bulgaria, la Croazia, la Slovenia. E si vedono questi inglesi che vanno in posti sperduti e cercano di capire in due e due quattro quanto potrebbero guadagnarci nell’affare. Naturalmente le case sono situate in paesaggi dove si parla un’altra lingua, e dove esistono abitudini di vita locali, ma a cui né l’agente immobiliare né i compratori fanno mai caso &#8211; non ne parlano neanche, come smemorati. Che oltre a comprare le case esista al mondo la complessa questione di abitare i luoghi, questo pare che non venga mai loro in mente. Tutto si basa sul fatto che i prezzi delle case nel tal posto stanno salendo, e che secondo certe proiezioni degli esperti un investimento di centomila euro dovrebbe dare nel giro di qualche anno un profitto di cinquanta o centomila euro. In una di queste trasmissioni si vedeva una casa del genere, costruita e arredata in fretta a scopo di lucro, e di lontano dei contadini che usavano ancora le vacche per arare i campi. Qualche sera dopo c’era un reportage su una città forse non lontana dal luogo precedente, città tra le più affumicate per via di certe fabbriche disastrose dell’epoca comunista, ma dove gli esperti convocati assicuravano che nel giro di un anno o due il cielo sarebbe tornato limpidissimo. Queste sequenze bastano a illustrare la questione dei paesaggi nella nostra epoca, perché quasi dovunque sono in corso simili traffici finanziari che trasformeranno l’ambiente, senza che quei contadini o altri abitanti possano avere voce in capitolo. È un tipo di oggettivazione bruta, prodotta dal denaro, con invasione di paesaggi poveri da parte di popolazioni ricche, per cui gli indigeni devono ritirarsi ai margini dei luoghi abitati, se non nelle baraccopoli periferiche che in tutto il pianeta ormai segnano questa marcia.<br />
La parola «paesaggio», d’origine francese, porta in sé qualcosa che per noi ha perso molto del suo significato: il pays, il paese, la regione, la contrada. È un termine che ha anche il senso affettivo del luogo d’origine &#8211; mon pays. Noi usiamo per lo più «paesaggio» come sinonimo di «panorama», che è un senso derivato, sull’onda dalla pittura paesaggistica nel Settecento. Quando nel 1790 Goethe viene in Italia a fare il suo tour, al primo paesaggio italiano che descrive, per dare il senso della vivacità della scena, cita un quadro di Heinrich Roos (un paesaggista dei suoi tempi). E dice che sono «le care immagini dell’arte» a guidare il suo sguardo. Goethe riconosce nel paesaggio qualcosa che va oltre la descrizione delle cose &#8211; vede «il movimento e la vita», come il fenomeno più intimo nelle forme, che le immagini dell’arte gli rendono riconoscibile. Il che ci riporta a epoche in cui l’anima era intesa appunto come ciò che concepisce le forme, permettendo il riconoscimento dei modi in cui la natura trasforma la materia in forma. La natura, diceva Cézanne, è il mio pensiero quando provo la sensazione d&#8217;un colore, ed è la percezione che debbo rendere con un tono pittorico. In questo senso, la pittura di paesaggio è stata uno studio della natura applicato ai fenomeni del vedere, ma in relazione alle forme del pensiero, alle idealizzazioni della mente.<br />
Si può dire che per secoli l’idealizzazione del paesaggio sia stato un modo d’iniziazione estatica: iniziazione a una tendenza costitutiva dell’essere umano, in quanto essere affidato al tempo, che si sporge sempre verso qualcosa di esterno e lontano, qualcosa che gli appare un punto d’avvenire. Il paesaggio favorisce straordinariamente la comprensione di questa tendenza che si è chiamata estatica, in quanto tendenza a proiettarsi verso il fuori di sé e investirlo con diverse tonalità del divenire. È un’educazione che per secoli ha riguardato soprattutto l’aristocrazia, con i suoi rituali venatori e cavallereschi, e con gli svaghi e le abitudini del raduno cortese. Questo ci dice anche che il paesaggio è sempre stato un’entità artificiale, addobbata per scopi ideali, o idealizzata per farne dei racconti che riflettano quegli scopi. Come i racconti dei cavalieri della tavola rotonda, che sono sostanzialmente visitazioni di paesaggi: soprattutto quelli di Chrétien de Troyes, da Le Chevalier de la charrette, fino a quel culmine che è la storia di Perceval. &#8211; storia iniziatica che riguarda la comprensione del nostro sporgersi verso un punto d’avvenire, fino a perderci attraverso «sentieri ed acqua». Così il paesaggio come concetto ci richiama a racconti e usanze di una educazione estatica (come in Giappone l’usanza di andare in gruppo a contemplare le fioriture stagionali).<br />
All’incirca tra la fine del Settecento e l’avvento della rivoluzione industriale, comincia una lenta democratizzazione di ciò che chiamo educazione estatica. La cosa paradossale è che il capitalismo (come modo di profitto simile all’usura e meccanicizzazione integrale dei modi di vivere) prende l’avvio in un paesaggio incantato, nell’alto Derbyshire, tra corsi d’acqua, pecore, e un popolazione contadinesca lontanissima dalle abitudini cittadine. Corsi d’acqua, lana e manodopera robusta sono i tre elementi di base per far lavorare le nuove macchine tessili; tre elementi che produrranno in pochissimi anni una crescita di ricchezze e di miseria, su scala gigante, mai vista prima. È uno sconvolgimento generale dei modi di abitare il mondo, senza scampo: con masse che abbandonano la vita campestre e calano nelle grandi città, attratte dalla richiesta di manodopera, per poi trovarsi incastrate in turni di lavoro distruttivi, e nella miseria come non mai. I paesaggi (immagini di luoghi «naturali») cominciano ad essere sentiti come l’antitesi della corruzione dei costumi nella civiltà europea e dei disastri prodotti nel tessuto sociale dall’accumulazione capitalistica.<br />
 <br />
Fino all’epoca ultra-moderna in cui siamo, il paesaggio è idealizzato come un ambito di natura che suggerisce atteggiamenti contemplativi. Questa idealizzazione è in gran parte il lavoro del paesaggismo pittorico che si diffonde nel clima innovativo settecentesco, e parallelamente di Jean-Jacques Rousseau che celebra il ritiro fuori dalle città e la contemplazione della aperta natura come modi per sottrarsi alla corruzione della vita civilizzata. Ma è con lo spargimento delle fabbriche in un orizzonte urbano fumogeno e sovrapopolato, che il paesaggio prende un aspetto salvifico. Diventa il limite di qualcosa di incontrollabile, che già si identifica con la cattiva respirazione: è l’alternativa naturale che i poeti cantano come un’uscita dall’inferno, e che gli utopisti propongono con le nuove idee di città-giardino, dove il verde della natura doveva rimediare al grigiore industriale. Questa idea della campagna salvifica per effetto dell’aria pura arriva fino al secondo dopoguerra, con l’abitudine delle scampagnate domenicali in paesaggi che paiono incorrotti.<br />
Dalle idealizzazioni del paesaggismo è nato un equivoco diffuso e decisivo. È un equivoco che Cézanne ha visto con grande lucidità, quando parlava delle persone che guardano i paesaggi come se fossero quadri già appesi in un museo. Si riferiva al guardare categoriale, dove al posto delle percezioni ci sono categorie pronte a congelare ogni movimento dello sguardo, e sostituire ogni incertezza delle percezioni, con una supposta oggettività della cosa guardata &#8211; come se le cose non trovassero un senso, un tono, un effetto, soltanto attraverso il nostro sguardo, dove ogni materia si traduce in forme e pulsioni della mente. Perciò, a partire da un certo momento, il lavoro più importante dei paesaggisti diventa questo: il togliere di mezzo ciò che si è già costituito in concetto, in definizione categoriale, che obnubila lo sguardo, e che in realtà non ti lascia vedere niente perché «sai già tutto». Artisti come Caspar Friedrich, Turner, Constable, Cézanne, hanno lavorato per risensibilizzare la percezione, per riaprirla alla momentaneità incatturabile d‘ogni sguardo, e ritrovare la primitività d’ogni paesaggio, come spazio d’iniziazione all’esperienza estatica.<br />
Parallelamente alla rivoluzione industriale nasce un nuovo guardare senza più incertezze, e che ha liquidato ogni comprensione dell’esperienza estatica - ed è il guardare di chi vedendo un quadro dice: «Che bel paesaggio!», come non ci fosse differenza tra il paesaggio esistente e la sua raffigurazione. Stesso equivoco dell’illusione fotografica, raddoppiato nell’illusione turistica: nelle foto d’una agenzia turistica è come se i posti fotografati potessero avere solo quell’aspetto, senza differenze tra i luoghi reali e la loro rappresentazione fotografica. Di qui viene il corollario dell’idea turistica: la convinzione che i paesaggi siano dati di fatto oggettivi, riducibili a cifre, misure, costi, o ad una rappresentazione fissa, fotografica o altro; ed è un tipo di oggettivazione dei paesaggi che va in parallelo con quella precedente, con effetti che ho già indicato in apertura.<br />
Il Settecento ci ha abituato a vedere i paesaggi come immagini della natura, l’Ottocento come luoghi naturali dove sfuggire all’avanzata della rivoluzione industriale. In nessun paese il paesaggio è un culto come in Inghilterra; ma in nessun paese è una creazione altrettanto artificiale, in quanto arte di addobbare in modo «naturale» vaste vedute, con alberi e siepi e stagni - arte che si chiama landscape gardening. Ogni paesaggio è in qualche misura artificiale, ossia dipende da una «cura», senza la quale sarebbe un’altra cosa. I cittadini evoluti dell’occidente però tendono a pensare i paesaggi come cose inerti, parchi da visitare, zone per le vacanze, in qualche modo luoghi di nessuno, come una camera d’albergo vuota che aspetta il cliente. È la visione turistica del pianeta, ridotto alla neutra oggettività fotografica, al dato di consumo espresso in quantità di denaro.<br />
Per concludere: ho cercato di dire che un paesaggio non è un dato di fatto oggettivo, non è una «cosa», e neanche una macchina. Non è un’entità del tutto valutabile con una serie di numeri, formule o costi. Non è l’oggetto rappresentato nelle foto di un’agenzia turistica o immobiliare. Prima di essere un’icona fotografica, è il luogo dove delle popolazioni passano la propria vita, con i propri costumi. Esiste un paesaggio che non abbia preso la forma che ha dalle popolazioni che l’hanno abitato? Sì nelle zone inabitate del pianeta, che negli ultimi due secoli si sono molto ridotte. Ma anche i deserti sono segnati da rotte che portano a pozzi o oasi, creati da gente che vi abita, come i Tuareg. Un paesaggio è uno spazio da sempre osservato, studiato da tutti quelli che sono passati di lì prima di noi e che hanno contribuito a renderlo così com’è. Da come è fatto vedi come è stato abitato nel corso del tempo, e come gli abitanti volevano che fosse visto, con aspetti decorativi e simmetrie che guidano l’occhio, e soglie di vario tipo che inquadrano certi punti focali (come le soglie create da due pilastri in muratura che si usavano all’ingresso dei poderi in Emilia).</div>
<p>[Intervento in un convegno promosso dall’assessorato alla cultura e al paesaggio della provincia di Reggio Emilia, intitolato «Il paesaggio come capitale», Reggio Emilia 2 dicembre 2006].</p>
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		<title>CARO ROBERTO</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Oct 2008 10:03:54 +0000</pubDate>
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è appena stata resa pubblica la smentita di Schiavone in relazione alle minacce alla tua vita. Gli credi? Gli “uomini di niente” non hanno onore, né umanità. Io non ti conosco personalmente, ma ti conosco attraverso il tuo libro, i tuoi articoli, lo spettacolo teatrale e il film. Io non ti conosco personalmente, ma [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=comunitaprovvisoria.wordpress.com&blog=2467644&post=2872&subd=comunitaprovvisoria&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><strong><span style="color:#333399;">Caro Roberto,</span></strong></p>
<p><span style="color:#333399;"><strong>è appena stata resa pubblica la smentita di Schiavone in relazione alle minacce alla tua vita. Gli credi? Gli “uomini di niente” non hanno onore, né umanità. Io non ti conosco personalmente, ma ti conosco attraverso il tuo libro, i tuoi articoli, lo spettacolo teatrale e il film. Io non ti conosco personalmente, ma il tuo urlo è risuonato  e risuona dentro di me. Sono nata e vivo in Campania, nella provincia martoriata di Napoli, in quella chiaiano-marano in cui si vuole fare una discarica in pieno centro abitato.</strong> </span></p>
<p><span id="more-2872"></span>Caro Roberto come fare a dirti resta? Infatti ti dico parti, vai lontano da Napoli, dall’Italia, vai e riprenditi la tua vita. Troppo dolore, troppa sofferenza, tutta la negatività che ci hai raccontato è stata aumentata in modo esponenziale dall’indifferenza, dalle difficoltà che hanno blindato la tua esistenza. Vai Roberto, parti, vai lontano da un paese che ha bisogno di eroi, magari morti, da incensare, da santificare, ma quando quegli uomini sono vivi danno fastidio. Danno fastidio alle piccole meschine umanità che sopravvivono a se stessi, agli squali che navigano a vista, agli “uomini di niente” che vogliono farti la pelle. Il sistema si compatta per liberarsi in un modo o nell’altro di un alieno che rischia di far inceppare qualche ingranaggio. Caro Roberto resisti nella forza della vita, parti e sorridi, incontra chi vuoi, come vuoi e quando vuoi, torna a scrivere stando dentro la vita e non guardandola scorrere davanti a te.</p>
<p>Caro Roberto so che sai che tante persone  ti vogliono bene come ad un amico intimo, un fratello, un figlio, e chi ti vuole bene non può dirti resta, so anche che siamo con te, che porti dentro la tua terra, che scriverai ancora e scriverai inevitabilmente di te, di noi, della nostra martoriata terra. Forse potrai aiutarci ancora di più o forse no, ma è la tua vita che deve riprendere. Ricorda che sparsi per questa “povera Patria”  ci sono tanti “io sono Saviano”e vogliamo urlare insieme a te basta. Solo questo,vogliamo urlare insieme a te perché questa coltre collosa di menzogne e di malaffare possa prima sbrindellarsi, poi dissolversi alla luce della verità.</p>
<p>A noi italiani e campani resta il senso di vergogna per non essere stati in grado di garantire a te e alla tua famiglia un’esistenza normale, mentre gli “uomini di niente” dormono e mangiano spesso nelle loro case, con le loro famiglie e festeggiano i propri compleanni con gli amici.  Caro Roberto sogno il momento in cui la gente prenderà coscienza e una grande ondata di indignazione cancellerà “gli uomini di niente” ovunque essi siano, intanto resistiamo e sappiamo che ovunque tu sarai,noi saremo con te, e la nostra terra sarà dentro di te, perché “io sono saviano”.</p>
<p> </p>
<p>rosanna.camerlingo@alice.it</p>
<p><em>Rosanna Camerligo è insegnante, sociologa e psicologa; scrive da Chiaiano-Marano; la sua lettera è stata lanciata sul web da </em><a href="http://www.9online.it/blog_emergenzarifiuti/"><em>http://www.9online.it/blog_emergenzarifiuti/</em></a></p>
Posted in a  Autori Comunitari Tagged: camorra, Campania, gomorra, italia, napoli, Rifiuti, roberto saviano <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/comunitaprovvisoria.wordpress.com/2872/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/comunitaprovvisoria.wordpress.com/2872/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/comunitaprovvisoria.wordpress.com/2872/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/comunitaprovvisoria.wordpress.com/2872/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/comunitaprovvisoria.wordpress.com/2872/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/comunitaprovvisoria.wordpress.com/2872/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/comunitaprovvisoria.wordpress.com/2872/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/comunitaprovvisoria.wordpress.com/2872/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/comunitaprovvisoria.wordpress.com/2872/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/comunitaprovvisoria.wordpress.com/2872/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=comunitaprovvisoria.wordpress.com&blog=2467644&post=2872&subd=comunitaprovvisoria&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		<title>i nazispazzini + fotoracconto di domenico cambria</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Sep 2008 13:23:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>comunitaprovvisoria</dc:creator>
				<category><![CDATA[a  Franco Arminio]]></category>
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		<description><![CDATA[lo spazzino nazista ha fatto un vasto lagher sul formicoso.  sono stato tutta la notte a girare per il paese a cercare aiuti.   poi la violenza più atroce a cui ho mai assistito in vita mia, senza una manganellata, senza una spinta, uno sputo.
ho pianto e non c&#8217;è altro da dire.  _ armin
p.s. : per chi volesse [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=comunitaprovvisoria.wordpress.com&blog=2467644&post=2453&subd=comunitaprovvisoria&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>lo spazzino nazista ha fatto un vasto lagher sul formicoso.  sono stato tutta la notte a girare per il paese a cercare aiuti.   poi la violenza più atroce a cui ho mai assistito in vita mia, senza una manganellata, senza una spinta, uno sputo.</p>
<p><strong>ho pianto e non c&#8217;è altro da dire.</strong>  _ armin</p>
<p><em>p.s. : per chi volesse saperne di più, alle sei di oggi siamo al centro anziani di bisaccia per organizzare le manifestazioni non contro la discarica, che ancora non c&#8217;è, ma contro il lagher dello spazzino nazista.</em></p>
<p><strong><span style="color:#ff0000;">alba al formicoso, foto-racconto di domenico cambria</span></strong></p>

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<a href='http://comunitaprovvisoria.wordpress.com/2008/09/29/i-nazispazzini/formic009/' title='formic009'><img width="112" height="150" src="http://comunitaprovvisoria.files.wordpress.com/2008/09/formic009.jpg?w=112&#038;h=150" class="attachment-thumbnail" alt="" title="formic009" /></a>
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<a href='http://comunitaprovvisoria.wordpress.com/2008/09/29/i-nazispazzini/formic011/' title='formic011'><img width="150" height="112" src="http://comunitaprovvisoria.files.wordpress.com/2008/09/formic011.jpg?w=150&#038;h=112" class="attachment-thumbnail" alt="" title="formic011" /></a>

<p class="MsoNormal" style="margin:0;"><strong><span style="font-size:20pt;"><span style="font-family:Times New Roman;">L’ESERCITO OCCUPA IL FORMICOSO</span></span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="margin:0;"><strong><span style="font-size:20pt;"><span style="font-family:Times New Roman;"> </span></span></strong></p>
<p style="margin:0;">Formicoso e Baronia, due territori dell’Alta Irpinia che probabilmente pochi conoscono. Il primo che si riferisce alla laboriosità dei suoi abitanti, il secondo ad un territorio una volta abitato dalla nobiltà sannita. Ancora oggi con comuni distanti tra di essi un solo chilometro, altri 3-4 a ricordare l’antico assetto urbanistico dei “pagus” hirpini. Dopo la fine della III guerra sannitica (298 a.C.), che vide la sconfitta dell’intero Sannio, tanti territori passarono nella mani di Roma che li consegnò ai propri consoli ed ai propri triunvi. La Baronia, il Formicoso e quelli di Lioni, Torella e Nusco tra questi.</p>
<p style="margin:0;"><span id="more-2453"></span>Nel 216 a.C. Stazio Trebio, dux di Compsa, approfittando della sconfitta dubita da Roma ad opera di Annibale presso Canne, sollecitò il condottiere cartaginese a prestargli il proprio aiuto. Annibale invio nella vecchie terre Hirpine suo fratello Magone. Ma la fine fu quella di sempre: la sconfitta degli hirpini sanniti. In quella circostanza Roma fece cancellare il nome degli Irpini dagli annali storici, inoltre li staccò dal Sannio integrandoli nella regione Dauna. Una storia vecchia quanto il mondo, da poco conosciuta, ma che si ripresenta ai nostri occhi ogni qual volta qualcuno cerca di sopraffare la sana e laboriosa gente irpina dell’entroterra, simile a quella lucana e molisana in quanto con lo stesso DNA nel sangue. Ma, chissà perché, sono sempre quelli irpini a pagare più di tutti. Ancora una volta il nemico di sempre è Roma, presente questa volta sul Formicoso, a Pianura e Savignano con le armi di oggi: polizia, carabinieri, blindati e filo spinato. Ancora una volta l’oggetto del contendere è la terra, quella terra conquistata con il sangue nei secoli scorsi, poi acquistata dai contadini locali andando all’estero oppure mangiando pane e cipolla. Nessuno l’ha avuta gratis da una spartizione latifondista che non ci fu mai, oppure dalla legge del 1886 che aboliva i beni ecclesiastici. Adesso Roma la vuole! La vuole per sanare le “beghe” di Napoli, la mal politica del nostra capoluogo di regione per depositarvi i suoi rifiuti (in tutti i sensi), i suoi escrementi, il nulla dei suoi rappresentanti politici, lontani anni luce dagli interessi di una regione in mano della mala vita organizzata peggio della peggiore Sicilia di un tempo. Ma cosa ci fa l’Irpinia con Napoli? E, mentre la confinante regione Puglia ha avviato un processo di valorizzazione dei territori marginali, quella campana ha avviato una politica di distruzione in quanto ha stabilito che i territori interni irpini (solo questi) debbano essere occupati dal suo malgoverno impunito. Certo, perché quando uno Stato non ha più le capacità di dialogare con il proprio elettorato, il proprio territorio, mandando la Polizia per calpestare i deboli e gli onesti, oppure mettendo in filo spinato intorno al proprio potere, la democrazia è oramai lontana anni luce, il peggiore fascismo una fanciullesca dittatura. Ma la gente del Formicoso non si da per vinta, pronta a combattere la sua IV guerra contro Roma. I ragazzi delle superiori, tanti cittadini, il sindaco di Andretta Angelantonio Caruso è tutta là a fare sentire i propri diritti. Ma sono parole al vento. I poliziotti, chiusi nelle loro tute antisommossa, sembrano non battere ciglia, avvezzi a quelle rimostranze. Obbediscono e basta. Allora, se le cose stanno così (e probabilmente stanno così), le parole sono portate via dal vento, da quel leggero vento settembrino dei 900 metri slm per perdersi tra le valli e le colline appena arate. Alcuni a gridare parole di fuoco contro il malgoverno locale, altri contro Roma e le tre B (Berlusconi-Bassolino e Bertolaso), altri contro tutti i politici locali, altri a dire che moriranno ma la loro terra non la cederanno mai.</p>
<p style="margin:0;">Raccogliamo una delle tante dichiarazioni, quella di Michelangelo Acocella di Andretta che dice: “La discarica confina con le abitazioni, a 200 metri c’è la frazione di Alveo ed un Agriturismo, per almeno tre generazioni questa terra sarà inospitale per tutti. Abbiamo mangiato pane e cipolla per acquistarla e non la lasceremo mai”.</p>
<p style="margin:0;">E’ tardi. Le prime luci della sera calano sul Formicoso con le nuvole nere che si addensano sopra di noi. Il consiglio comunale di Andretta è ancora riunito e non sappiamo cos’abbia deliberato, certamente un’opposizione ad oltranza per impedire l’occupazione dei terreni. Presente anche Franco Arminio, disposto ad ogni tipo di manifestazione pur di non abbandonare il suo territorio. Lo saluto affettuosamente. Cosa accadrà da domani sul Formicoso? Nessuno lo sa. Vincerà la Regione? Gli impuniti? I prevaricatori? La Polizia con il filo spinato? Una cosa è certa, che abbiamo perso tutti. Abbiamo perso soprattutto il sogno nel credere che la nostra fosse una nazione democratica nata dalla resistenza. Ed i tanti morti? Gli eroi delle ultime due guerre? Acqua passata, balle, fandonie, oggi il mondo è globale e gli ideali sono stati cancellati dall’egoismo di pochi, che però sono in grado di decidere per tutti. L’Italia delle regioni passata al più puro feudalesimo, i partiti inesistenti, molti che fanno politica dei veri e propri avventurieri al soldo di tutte le bandiere. Ma ci rappresentano, questa la triste realtà, si fanno eleggere, oppure sono eletti senza essere votati, poi decidono per gli altri. Ciao bella Italia, oramai non sei più neppure il sogno di quella che eri una volta, solo venti anni fa, o l’illusione o la speranza di essere stata.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin:0;"><span style="font-size:12pt;">Domenico Cambria <span style="font-family:Times New Roman;"><span style="font-size:12pt;"><span style="font-family:Times New Roman;"><strong></strong></span></span></span><strong></strong></span></p>
Posted in a  Franco Arminio Tagged: andretta, bisaccia, discarica, domenico cambria, Formicoso, foto, italia, lagher, nazisti, occupazione, protesta, racconto, spazzini <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/comunitaprovvisoria.wordpress.com/2453/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/comunitaprovvisoria.wordpress.com/2453/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/comunitaprovvisoria.wordpress.com/2453/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/comunitaprovvisoria.wordpress.com/2453/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/comunitaprovvisoria.wordpress.com/2453/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/comunitaprovvisoria.wordpress.com/2453/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/comunitaprovvisoria.wordpress.com/2453/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/comunitaprovvisoria.wordpress.com/2453/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/comunitaprovvisoria.wordpress.com/2453/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/comunitaprovvisoria.wordpress.com/2453/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=comunitaprovvisoria.wordpress.com&blog=2467644&post=2453&subd=comunitaprovvisoria&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		<title>UN ARTICOLO DI BERARDI BIFO</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Sep 2008 08:22:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>comunitaprovvisoria</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il berlusconismo non è fascismo è dittatura del semiocapitale  _ di Franco Berardi Bifo
Perché insistere a chiederci se si tratta o no di fascismo? Quello prodotto da trent’anni di bombardamento televisivo è probabilmente peggio del fascismo storico, perché non si fonda sulla repressione del dissenso, non si fonda sull’obbligo del silenzio, ma tutto al contrario, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=comunitaprovvisoria.wordpress.com&blog=2467644&post=2417&subd=comunitaprovvisoria&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><span style="color:#000080;">Il berlusconismo non è fascismo è dittatura del semiocapitale  _ </span><span style="color:#000080;">di Franco Berardi Bifo</span></p>
<p><strong><span style="color:#000080;">Perché insistere a chiederci se si tratta o no di fascismo? Quello prodotto da trent’anni di bombardamento televisivo è probabilmente peggio del fascismo storico, perché non si fonda sulla repressione del dissenso, non si fonda sull’obbligo del silenzio, ma tutto al contrario, si fonda sulla proliferazione della chiacchiera, sull’irrilevanza dell’opinione e del discorso, sulla banalizzazione e la ridicolizzazione del pensiero, del dissenso e della critica. Il totalitarismo di oggi non è fondato sulla censura del dissenso ma su un immenso sovraccarico informativo, su un vero e proprio assedio all’attenzione.</span></strong><br />
<span id="more-2417"></span>Non si può in alcun modo assimilare l’attuale composizione sociale del paese con la composizione sociale, prevalentemente contadina e strapaesana dell’Italia degli anni Venti. Nei primi decenni del secolo ventesimo, il modernismo futurista dei fascisti introduceva un elemento di innovazione e di progresso sociale, mentre oggi il regime forzitaliota non porta dentro di sé alcun germe di progresso, e la sua politica economica si fonda sulla dilapidazione del patrimonio accumulato nel passato. In questo Asor Rosa ha visto giusto. Il fascismo è un fenomeno di modernizzazione totalitaria, il berlusconismo è un fenomeno di devastazione della civiltà sociale della modernità. Mentre il fascismo avviò un processo di modernizzazione produttiva del paese, il regime forzitaliota ha dissipato le risorse accumulate dal paese negli anni dello sviluppo industriale, come aveva fatto Carlos Menem in Argentina nel decennio che ha preceduto il crollo di quell’economia e di quella società. Ma questo carattere dissipativo è perfettamente coerente con la tendenza principale che si manifesta nel pianeta nell’epoca neoliberista.<br />
Il capitalismo moderno era fondato su alcune regole direttamente riconducibili all’etica protestante. Regole su cui si fondava la fiducia, elemento decisivo dell’economia borghese moderna.<br />
Ma ora la forma weberiana dello sviluppo si esaurisce per il capitalista post-borghese il quale sa che il credito non dipende dai valori protestanti dell’affidabilità, dell’onestà, della competenza, ma dal ricatto, dalla violenza, dalla protezione familiare e mafiosa. Non si tratta di una temporanea caduta del rigore morale, di un’ondata di corruzione. E non si tratta neppure di un fenomeno di arretratezza. Si tratta di un mutamento della natura profonda del processo di produzione. La determinazione del valore ha perduto la sua base materiale, oggettiva (il tempo di lavoro socialmente necessario, come dice Marx), e ora dipende dal gioco di simulazione linguistica, dei media, della pubblicità, della produzione semiotica, ma anche dalla violenza.<br />
Ecco allora che la prospettiva in cui vedemmo l’Italia nella passata epoca moderna ora si ribalta: proprio ciò che aveva fatto dell’Europa meridionale controriformata un luogo arretrato, ora ne fa laboratorio delle forme di potere postmoderno. Proprio ciò che aveva messo l’Italia alla retroguardia dello sviluppo capitalistico moderno, diviene il motivo della sua capacità di anticipazione. Proprio perché predomina la cultura del familismo immorale, della violenza mafiosa e del raggiro mediatico, negli anni Novanta di Berlusconi l’Italia diviene il laboratorio culturale e politico del capitalismo criminale iperliberista. La scarsa penetrazione dell’autorità statale nelle pieghe della società e dell’economia è sempre stata considerata un fattore di arretratezza e di debolezza, ma il neo-liberismo ha creato una situazione in cui gli interessi privati, gli interessi di famiglia e di clan prevalgono sugli interessi pubblici. In nome di un’ideologia della libera impresa e del libero mercato si è in effetti aperta la strada a una sorta di privatizzazione dello stato. La macchina statale non è stata ridimensionata, ma si è messa al servizio di interessi di famiglia. Questo processo non si è svolto solamente in Italia, ma qui le condizioni culturali erano particolarmente ben predisposte.<br />
La deregulation economica ha liberato immense energie produttive, e al tempo stesso ha indebolito o distrutto le difese che la società moderna aveva costruito per proteggersi dall’aggressività predatoria del capitale.<br />
Come al capitalismo proprietario si addiceva il decoro gotico e severo, così al capitalismo finanziarizzato si confanno sembianze barocche. A partire dagli anni ottanta, lo spirito barocco della Controriforma, che aveva impacciato le società meridionali fino a tutto il novecento, non è più un elemento di arretratezza.<br />
Il borghese moderno era legato alla sua impresa perché le macchine, i luoghi, i lavoratori dell’industria erano la sua proprietà. Il capitalismo virtuale separa la proprietà dall’impresa, l’impresa si finanziarizza e si immaterializza. La corporation globale può spostare il suo investimento in pochi istanti senza render conto ai sindacati, alla comunità, allo stato. Il capitale non ha più alcuna responsabilità verso la società, e ormai, come abbiamo visto nel caso Enron, neppure nei confronti dei suoi azionisti. L’etica protestante non è più redditizia. E’ molto più efficace l’etica della compromissione mafiosa, del ricatto e dello scambio illegale. Nel processo di globalizzazione l’Italia non è sfavorita dall’illegalismo e dall’immoralità della sua nuova classe dirigente, come la sinistra moralista paventa. Al contrario, l’Italia diviene il paese nel quale la dittatura tardo-liberista meglio può svilupparsi.<br />
Qui il regime incorpora comportamenti del fascismo (la brutalità poliziesca, che abbiamo visto a Genova nel 2001, l’irresponsabilità che portò l’Italia di Mussolini alla guerra catastrofica del 1940-45, il servilismo che ha sempre caratterizzato la vita intellettuale italiana). Incorpora caratteristiche proprie della mafia (il disprezzo per il bene pubblico, la tolleranza per l’illegalità economica).<br />
Ma non per questo è una riedizione del regime fascista né come un sistema di mafia. Neoliberismo aggressivo e media-populismo sono i suoi ingredienti decisivi, ed esso funziona obiettivamente come laboratorio delle forme culturali e politiche che accompagnano la formazione del semiocapitale.<br />
Franco Berardi Bifo / Liberazione / 21 settembre 2008</p>
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