COMUNITA' PROVVISORIA

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LA NUOVA EMIGRAZIONE

mostre_03.jpg  Negli anni Cinquanta, quando ondate massicce partirono dalle nostre terre alla volta dell’Italia del Nord e verso l’estero, a Castelnuovo di Conza, piccolo paese in provincia di Salerno ma al confine con la provincia di Avellino, erano presenti tanti abitanti quanti erano i castelnuovesi emigrati. Oggi, per ogni castelnuovese che ancora risiede a Castelnuovo ce ne sono 80, tra emigranti e propri diretti discendenti, che abitano altrove. (questi dati li prendo da un bel volume sull’emigrazione Castelnuovo di Tina Terralavoro). Un numero di abitanti pari a quelli che oggi risiedono in Irpinia sono quelli che dall’Irpinia sono emigrati: un’Irpinia ‘due’, della stessa consistenza numerica, insomma, è sparsa per il mondo.

Se si guardano le cifre degli abitanti dei nostri paesi dal 1950 ad oggi si vede quasi dovunque un dimezzamento, o anche numeri ridotti di un terzo. Questi numeri parlano da soli. Ma il fatto reale è che non possiamo parlare dell’emigrazione come un qualcosa di lontano; è attualità, e nei rapporti annuali di statistica le cifre sono ancora oggi allarmanti, per tutto il Sud ma per le zone interne come la nostra ancora di più.

In altre regioni, per ovviare a questa vera e propria emorragia di giovani, in gran parte, si sono inventati alcuni progetti dedicati a chi si laurea, frequenta master, dottorati e stages fuori regione grazie a borse di studio regionali ma con la condizione di tornare, se lo si vuole, a lavorare nella regione di residenza.  In Basilicata questo era parte di un quadro più ampio d’interventi denominato “patto con i giovani”, in cui erano inseriti agevolazioni per le giovani coppie per l’acquisto della casa (circa il 50% del costo totale), ma soprattutto concorsi per gli enti pubblici riservati esclusivamente ai giovani sotto i 30 anni. Azioni analoghe sono state adottate dalla regione Puglia, che paga le borse di dottorato, sempre fuori regione, agli studenti pugliesi che non vincono quelle ministeriali, e dalla Sardegna. Possono sembrare iniziative di facciata, ma ben presto se ne potrà valutare l’efficacia.

Resta un’idea, un concetto preciso, che sicuramente può rappresentare un punto fermo per valorizzare le energie migliori delle nostre zone: far ritornare i giovani emigranti, quelli che rimangono legati alla propria terra e desiderano restarci a condizione di potersi esprimere senza rimpianti e non come un ripiego da fallimenti rimediati altrove e dare loro importanza; invertire la triste pratica secondo la quale rimanere, in molti casi, vuol dire accontentarsi.

Lascio qui questa considerazione e spero che la comunità provvisoria vorrà discuterne.

Stefano Ventura   Teora / Pisa

(nella foto l’artista ‘comunitario’ Luigi Di Guglielmo al lavoro; in @ppuntamenti la segnalazione di una sua mostra in apertura a Modena)

Written by comunitaprovvisoria

6 febbraio 2008 a 9:25 PM

27 Risposte

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  1. caro Stefano Ventura Teora / Pisa,
    lei dove abita / lavora, non l’ho capito.
    le belle parole sono belle ma restano parole.

    gianni

    6 febbraio 2008 at 9:31 PM

  2. Stiamo pensando di dedicare attenzione ad un tema che coinvolge quasi tutti i comuni dell’ irpinia: l’emigrazione, vista sia con gli occhi di chi va che di quelli di chi resta, di chi è andato e tornato, di chi è andato per non tornare.
    Proponiamo a tutti coloro che hanno qualcosa da dire in merito di scrivere delle proprie esperienze, proposte e idee sul presente e sul futuro, con un occhio anche alla storia della nostra emigrazione e all’attualità.
    Nuovi e vecchi emigranti (giovani studenti e laureati, emigrati per lavoro, pendolari, chi se n’è andato per scelta e chi per necessità ecc.) quindi, potranno contribuire, e con loro gli “stanziali”, a definire i tratti della questione.

    Un tema da affrontare necessariamente se vogliamo per davvero parlare di Irpinia e della nuova regione dal Pollino alla Maiella.

    comunitaprovvisoria

    6 febbraio 2008 at 9:37 PM

  3. Bravo Stefano
    Vediamo se con il tuo Post sull’emigrazione riusciamo a contattare / provocare i nuovi giovani emigrati…
    Studenti universitari che difficilmente torneranno in Irpinia

    Prima si studiava a Napoli o Salerno; adesso vanno alla grande Perugia, Pisa, Urbino, Camerino, Pavia …
    I genitori sono felici per le scelte fatte dai figli … Napoli è caotica, pericolosa e c’è la monnezza… meglio Perugia … così magari nel fine settimana la famiglia si riunisce in Umbria … e forse da pensionati è meglio Perugia che restare qui in Irpinia (anche per un genitore)

    Studenti, quindi futuri professionisti, che scelgono città confortevoli del centro-nord per se stessi e per la loro famiglia

    Stesso discorso per la manodopera specializzata (pensate a quella formata qui in Irpinia nel dopo-terremoto: mastri muratori, carpentieri, elettricisti, termo-idraulici, serramentisti, tecnici, rilevatori …) che si è traferita in Toscana ed Emilia (Modena, Carpi, Reggio, Bologna soprattutto) e lì trova lavoro e guadagna bene (senza fare sala d’attesa nelle segreterie politiche)…

    Così qui saluto (e richiamo) i miei colleghi architetti che da qualche anno sono partiti dall’Irpinia e lavorano felici e con commesse private (e quindi vuol dire quanto sono bravi), Antonio a Firenze, Nicola a Roma, Giovanni a Milano, Calabrese a Barcellona …
    e richiamo ancora gli amici che si definiscono “in trasferta”, come il comunitario Giuseppe, due mesi fa da Lioni a Roma, a breve (ma spero veramente di no) Antonio da Cairano a Milano…
    Vi richiamo per chiedervi ‘ma ci pensate ancora o no’ ? o l’Irpinia esiste solo per chi resiste ? basta uscire e svanisce ?

    A proposito, ma emigrati siete voi che siete partiti o noi che siamo restati ?

    angelo

    angelo verderosa

    6 febbraio 2008 at 9:41 PM

  4. Perugia … città degli spinelli, del crack e delle belle ragazze …

    quanti sono disposti a vivere nella nostra irpinia, a combattere qui ?
    scrivere belle parole su un forum è facile, fin troppo.

    tornate in irpinia … questa terra di signori servili e di servi poco signorili

    gianni

    6 febbraio 2008 at 9:49 PM

  5. caro angelo,
    io qui in irpinia mi sento sempre di più un emigrato
    la terra non ci appartiene più come prima
    è oramai in mano ai bastardi della politica che si sono appropriati dei nostri destini
    questa terra la vogliono i napoletanti, iervolino e bassolino per scaricarci la loro spazzatura
    aghhhhhhhhhhhhhhhhhhh soffoco
    voglio partire anch’io

    luca marino

    6 febbraio 2008 at 9:52 PM

  6. ooops … scusatemi

    E’ solo Avellino ad essere “terra di signori servili e di servi poco signorili” non tutta l’Irpinia.

    gianni

    6 febbraio 2008 at 9:59 PM

  7. Mi chiamo Lucia Marchitto,
    sono una calitrana trapiantata a Brescia,
    mi piacerebe essere informata sull’attività della vostra comunità.
    Ho appena scoperto il vostro blog e ho iniziato a leggere con interesse il vostro lavoro.
    Ne approfitto per salutare Alfonso Nannariello.
    Lucia (calitri / brescia)

  8. Accetto volentieri la provocazione secondo cui mi starei disinteressando della mia terra, forte della nuova distanza, della mia nuova residenza nel “giardino” di Roma.

    Ed ecco che affiora la disillusione. E qui parto dalle mie terre d’irpinia.
    Disillusione per una classe politica che ho votato e che non riesce a trovare il modo di andarsene ammettendo il fallimento.
    Fuori dalla Campania nessuno riesce a capire cosa ci faccia ancora Bassolino al suo posto, non lo capisce nessuno, e io non riesco a dare risposte plausibili neanche a me stesso, perché sono il primo che chiede un suo passo indietro.

    lo vedevo a Conza negli anni dell’Università, ho cointinuato a vederlo negli anni successivi, e l’ho visto anche a Lioni nell’ultimo anno: sembra sempre che la gente faccia di forza un favore a qualcuno rispettando certe regole, personalmente è un attegiamento che non riesco più a tollerare. Che i cittadini finalmente si rendano conto che davvero certe trasformazioni devono partire dal basso, e voi che state sul territorio e so essere in buona fede, intendo voi della comunità, cercate di rendervi conto che ci sono problemi che prima che urlati ad un politico e ad un blog, forse vanno urlati al vicino di casa…

    Continuerò a seguire le vicende naturalmente e spero che il mio ruolo di operatore dell’informazione possa servire a qualcosa. Nel limite delle mie possibilità vorrei tenere alta l’attenzione e cercare di raccontare i fatti dal basso. Quindi conto di contattarvi nei prossimi giorni per sapere dal campo come evolve la situazione.

    Un abbraccio fraterno da un irpino in trasferta (a Roma).

    Giuseppe

    giuseppe cordasco

    6 febbraio 2008 at 10:06 PM

  9. Sul tema che state affrontando vi propongo un articolo risalente all’incirca ad un anno fa, tratto dal sito http://eugeniomarino.blogspot.com
    Partendo dalla “Calabria Saudita” l’analisi si adatta (purtroppo) anche alla realtà della terra irpina, estendendosi all’intero Meridione.

    Calabria Saudita e nuova emigrazione
    Da una decina d’anni a questa parte, l’emigrazione italiana dal Sud verso il Nord Italia e l’estero è ripresa a livelli molto prossimi a quelli delle grandi migrazioni degli anni ‘50. Questo è quanto ci dicono i dati ISTAT sull’ultimo decennio.
    La differenza, però, rispetto all’emigrazione degli anni ‘50, sta nel fatto che a emigrare non sono più soltanto i disperati, quelli poco o nulla scolarizzati e che cercavano semplicemente uno stipendio per sopravvivere. Quelli che “emigrano”, o meglio che si “spostano” oggi, sono in massima parte giovani laureati o diplomati. Giovani anche altamente scolarizzati in grado di navigare in Internet, che spesso conoscono almeno una lingua straniere (nella maggior parte dei casi l’inglese), che vanno alla ricerca di un luogo che sentono più vicino alla propria indole, nel quale gli è possibile esprimere il proprio talento. Quindi una generazione di persone che si muove anche perché cerca di più di quel che ha, mentre quella degli anni ’50 cercava qualcosa perché non riusciva ad avere nulla dove stava.
    Ma, naturalmente, questa categoria di nuovi migranti, si aggiunge a quella delle forze lavoro meno qualificate, quelle che continuano ad essere poco scolarizzate, quelle che non riescono a trovare in loco nessun tipo di lavoro e che partono con la speranza di trovare nel Nord Italia o all’estero ciò che nel Meridione non possono avere: una qualsiasi possibilità di lavoro. Si tratta, dunque, di spostamenti di massa che, dopo essere quasi spariti la metà degli anni Ottanta – attestandosi intorno a poche decine di migliaia di unità l’anno – a partire dalla metà degli anni Novanta a oggi sono tornati a raggiungere anche i 130.000 spostamenti all’anno. Un livello molto prossimo a quello registrato sul finire degli anni ’50 del ‘900. L’Istat, quindi, rileva “la tendenza nell’ultimo decennio alla ripresa delle migrazioni di lungo raggio lungo le direttrici tradizionali”. Che tristezza nel 2007!
    Questa situazione deriva anche dal fatto che il Mezzoggiorno d’Italia è il luogo in cui, più che altrove, si registra un altissimo spreco di risorse pubbliche e, contemporaneamente e paradossalmente, un mancato utilizzo di risorse provenienti dall’Unione europea. E dove, al contempo, si registrano gravissime carenze nella fornitura dei servizi che dovrebbero costituire la condizione primaria e allo stesso tempo un volano per lo sviluppo economico.
    A questi problemi si aggiunge quello demografico e della denatalità – del tutto nuovo per il Mezzoggiorno italiano – che pone un serio problema allo sviluppo futuro di quest’area, e che rischia di far pagare domani a caro prezzo il tempo perso e le risorse sprecate.
    Nella prima metà degli anni ’70 nascevano in media 3 figli per donna nell’Italia meridionale, e attorno a 2 nel Nord. La crescita demografica dell’Italia era alimentata grazie alla fecondità del Sud. Nella prima metà degli anni ’90 l’Italia settentrionale aveva una natalità inferiore a qualsiasi altro Paese al mondo, mentre l’Italia meridionale era al livello dei paesi europei più fertili. Negli ultimi dieci anni è iniziata una fase nuova. Per la prima volta la fecondità è tornata a salire, ma solo al Nord. Inoltre, per la prima volta, si ha un Sud che continua a decrescere, e un Nord che presenta moderati segnali di ripresa. Nel Sud, inoltre, le conseguenze della denatalità sul declino e sull’invecchiamento della popolazione sono accentuate rispetto al Nord, dalla pressoché nulla presenza di immigrati stranieri e dalla forte ripresa dei flussi migratori in uscita di giovani di cui ho detto in precedenza.
    Un mix, questo, che se non trova una inversione di tendenza in tempi relativamente brevi, metterà a serio rischio la sopravvivenza economica e demografica dell’intero Mezzogiorno italiano, che si trasformerà in un innaturale cimitero di anziani bisognosi di un’assistenza che difficilmente avranno, sia pubblica che privata o familiare. E chi ne farà le spese più grosse saranno le regioni più povere – Calabria in testa – i piccoli comuni e le classi sociali più deboli.

    lucio2008

    6 febbraio 2008 at 10:25 PM

  10. Voglio cambiare vita
    non mi trovo contento
    così non può andare aventi
    questa volta l’ho scampata a stento
    voglio cambiare vita
    per fuggire lontano
    ritrovarmi emigrante
    e non confondermi con l'”Ambrosiano”
    trovare un’altra banca
    che sia meno stanca
    che si faccia usare senza farmi scoprire
    senza partiti da dover finanziare
    senza falsi onesti che ti fanno impazzire.

    Voglio cambiare vita
    per potere grattare
    per poter fare
    per poter potere
    e tante altre cose da volere
    per ricominciare
    per ricucire
    perché no
    potermi divertire
    senza l’erario come un sicario
    che mi ha scoperto e non mi lascia più.

    Mamma mia dammi cento lire
    che in America voglio andar
    per trovarci l’America
    e non morire di paura
    mamma mia dammi cento lire
    che in America voglio andar
    e non voglio ritornare
    terra ingrata son costretto ad emigrare.

    Voglio cambiare vita
    abbandonare i miei cari
    per non provare distacco
    ci ho già un baule di pacchetti azionari
    voglio cambiare vita
    e far sparire le tracce
    voglio aiutare il destino
    e far carriera in un paese latino
    con qualche fondo nero
    e tanti amici al clero
    si può partire non mi resta che andare
    e avrò regali come all’Epifania
    in qualche loggia della massoneria.

    Voglio cambiare vita
    mi darò da fare
    ruberò il mare
    venderò il sole
    in tutti i modi cercherò il potere
    fregherò la gente
    che non conta niente
    perché no
    che cosa vuoi che sia
    poi c’è l’erario come un sicario
    che mi tira addosso e non mi molla più.

    Mamma mia dammi cento lire
    che in America voglio andar
    per trovarci l’America
    e non morire di paura
    mamma mia dammi cento lire
    che in America voglio andar
    e non voglio ritornare
    terra ingrata son costretto ad emigrare.

    Pierangelo Bertoli lyrics – – la nuova emigrazione –

    comunitaprovvisoria

    6 febbraio 2008 at 10:26 PM

  11. l’emigrazione è per l’irpinia una gran perdita di capitale umano ed intellettuale
    ad emigrare non sono più soltanto i lavoratori ma soprattutto studenti e laureati
    bisogna invogliare i giovani a restare e, soprattutto, bisogna fare più figli

    I giovani continuano ad andare via perché il ruolo che dovrebbe essere svolto dai Centri per L’impiego è invece svolto dalle segreterie dei partiti, e la maggioranza dei cittadini irpini non è più disposta a pronarsi e a vendere il suo voto per individui di tal fatta

    La cosa triste è che molti meridionali sperano di andare nel nord Italia per realizzarsi lavorativamente, ma una volta arrivati in loco scoprono che le cose funzionano più o meno allo stesso modo in tutta Italia, per un buon posto di lavoro ci vuole anche un buon calcio in culo; chi invece non ha “santi” a cui votarsi, o più semplicemente non è disposto a svendere la propria dignità e, per grandi numeri, il futuro di questo paese, ha come unica prospettiva quella di trovare un lavoro subordinato mascherato da Contratto a Progetto, il cui stipendio basterà a malapena per coprire le spese d’affitto e per mangiare, oppure quella di dormire con altre 6-7 persone in uno stesso appartamento, quest’ultimo un “privilegio” che una volta era riservato ai soli emigranti venuti da regioni del mondo più a sud del nostro sud, oggi accordato anche ai meridionali d’Italia ed ai giovani in generale, con tanti bei saluti al sogno di avere una casa, delle prospettive e la possibilità di fare una “sana famiglia tradizionale unita dal sacro vincolo del matrimonio“, di quelle che tanto piacciono a qualcuno qui del blog
    doxalibre – marco de nicola, calitri

    marco de nicola

    6 febbraio 2008 at 10:38 PM

  12. D’accordo con la Comunità Provvisoria, con Stefano e Angelo, quasi per tutto.
    Voglio riportare la mia esperienza. Sono lionese, migrante – e non immigrato – nella provincia autonoma di Bolzano. Ho un livello accademico quasi di laurea specialistica e credo di continuare anche un po’ di più, eppure per anni ho sperato di trovare qualcosa che potesse farmi tornare in Irpinia, ho atteso che Regione Campania -per cui ho fatto 1200 km in treno – dalla germania (per votarli, eh!!)- provasse a cambiare qualcosa grazie ai fondi europei.
    Alla fine ho deciso di farmi adottare da un’altra città e di vivere il resto della mia vita con due centri emozionali.
    Bolzano non mi darà certo quello che mi dava l’Irpinia, però mi darà sicuramente la possibilità di svolgere un lavoro che corrisponda ai miei titoli e alle mie aspettative, al di là dei soldi.
    C’è chi sostiene che tutto andrebbe cambiato dall’interno: io ci ho provato, ma ora non ne ho la minima voglia.

    Napoli e il napolicentrismo ci hanno strangolati noi irpini; che si tengano le loro porcherie, le loro giunte regionali arrestate, che si tengano la monnezza, il futuro inceneritore, e i rifiuti tossici, e i consulenti da 90.000 euro di stipendio al mese (al mese) e lo schifo.
    Io non ne voglio più sapere di queste schifezze.
    Gino D’Amelio / Bolzano

    gino d'amelio

    6 febbraio 2008 at 10:44 PM

  13. Se le università del Sud formassero davvero le persone rendendole capaci di saper produrre qualcosa, forse andrebbe meglio.
    Invece l’università è come un ufficio pubblico; lì impari ad assuefarti al fatto che tutto funziona male e che per fare qualunque cosa devi conoscere l’amico di qualcuno.

    I giovani al sud non trovano sistemazione perchè non c’è.
    Vivono di sussidi, ricatti, scappellamenti agli amici e leccaculismo che si impara sin dalle elementari, infine arriva la rassegnazione.

    Bisogna che si cambia testa.
    O no ?

    Paolo da Milano

    6 febbraio 2008 at 10:45 PM

  14. sono un irpino (di Cairano) ma vivo all’estero (in California) ed ho da poco cominciato a visitare questo sito/blog che trovo molto interessante e che continuerò a visitare regolarmente.

    Vorrei contribuire anche io ma su un argomento che a me sta molto a cuore ma che agli italiani non importa niente o quasi.
    L’argomento è l’uso di parole straniere inutili, specialmente inglesi, in italiano, anche su questo blog.
    Da qualche anno ho in rete un sito appunto su questo argomento, http://www.ipli.it , che però non ha avuto successo soprattutto perché pochi visitano i siti oggigiorno.
    E’ possibile avere l’argomento “ANGLISMI INUTILI: PERCHÉ?” sul vostro blog.

    Il modo migliore per comprendere il mio argomento sarebbe di visitare il mio sito cliccando su http://www.ipli.it, oppure cliccando si http://www.ipli.it/situazione/htm che e’ una pagina del sito.
    Naturalmente dovrei modificare il testo perche’ e’ fatto apposta per un sito, ma questo dovrebbe darti una idea di quello che vorrei fare.

    In quanto alla California, un paradiso terrestre proprio non lo e’ anche se a voi sembra cosi’. Noi stiamo qui per lavoro e perche’ abbiamo figli e nipoti. Stiamo bene e non ci possiamo lamentare, ma non e’ casa nostra anche se siamo assimilati abbastanza bene e parliamo inglese senza problemi. Ora che siamo in pensione, ci trasferiremmo immediatamente in Italia, a Cairano per essere precisi, se non ci fossero figli e nipoti.

    L’Italia ha tanti problemi, e nel suo piccolo anche Cairano li ha, ma e’ meglio di tanti altri posti, certamente meglio della California, anche se a voi sembra il paradiso terrestre.
    Il discorso e’ troppo lungo e forse si dovrebbe iniziare un argomento sul blog che paragoni l’Irpinia ai posti nel mondo dove vivono Irpini.

    Fatemi sapere se il mio argomento vi interessa.
    Grazie e buon lavoro.
    Raffaele Ruberto – Cairano / California

    raffaele ruberto

    6 febbraio 2008 at 11:11 PM

  15. Sono contento che una mia semplice riflessione (le sone parole…) trovi risposta in tanti commenti.
    Questo dimostra quanto sia importante la questione e quanti irpini emigrati ci siano, ma anche il semplice fatto di scrivere su un blog che riflette sull’irpinia di oggi fa capire che un legame con la propria terra d’origine si mantiene (addirittura dalla California), seppur solo attraverso internet.
    Volevo sottolineare quanto diceva Marco De Nicola; la precarietà dei contratti ha capovolto quelle che una volta erano le famose rimesse: ora sono i genitori a dover sostentare i figli che non riescono a farlo a causa di affitti alti e costi della vita improponibili.
    Anche il problema della formazione è degno di nota, come detto da Paolo da Milano; secondo me il problema delle università meridionali è che, tranne pochi casi, sono perfettamente integrate in un “sistema” che non permette l’emergere e che ripudia la meritocrazia a vantaggio del familismo e del clientelismo delle lobbies. Temo che ci vorrà tempo e tanta forza di volontà per scardinare questi ingranaggi.

    Stefano
    Teora/Siena

    teoraventura

    7 febbraio 2008 at 2:28 PM

  16. Sono calitrana, di donne è fatta la mia infanzia, di donne e di anziani, quasi tutti gli uomini giovani erano emigrati in Germania, Francia, Svizzera, Belgio. La generazione prima di quella di mio padre era emigrata in America, la mia al nord. Me ne andai per tanti motivi, il più importante il lavoro, come donna non avevo molta scelta: fare la sarta, sposarmi, attendere. Me ne andai anche perchè il paese mi stava stretto. Avevo voglia di vivere in nuovi orizzonti. Oggi a volte vorrei tornare. Apprezzo tutto ciò che avevo rifiutato. Soprattutto una vita scandita dalle stagioni, dal ritmo lento. Dal fatto che anche le pietre conoscono le mie impronte, il mio nome. Qui, dove vivo, non conosco neanche tutti quelli che abitano nella mia traversa, non dico nella via, e tutti quelli che vivono nella mia traversa non mi conoscono. Sento la mancanza del luogo fisico. Delle case addossate le une alle altre. Della terra. Soltanto da lontano si vedono bene le cose. Quando torno dico: finalmente sono a casa! Ma quando rientro a Brescia dico: finalmente sono a casa! E alla fine sono una corda tesa tra due luoghi che non si potranno mai avvicinare. E’ la condizione dell’emigrante: appartenere a due luoghi e non essere di nessuno.
    I miei abitano alla ‘cascina’ una zona vecchia di Calitri, una zona abitata solo da vecchi, quando uno di loro muore si chiude una porta. Ogni anno le porte chiuse aumentano. Ogni volta che sento di una nuova porta serrata mi prende l’angoscia, l’angoscia di tornare un giorno e trovare un paese vuoto.
    Io non so cosa bisogna fare per fermare questo processo. Ma essere qui, in questo luogo virtuale, con tutti voi, un poco mi consola e forse, chissà, qualcosa si riuscirà a fare. Ciao Lucia

    lucia

    7 febbraio 2008 at 5:56 PM

  17. leggerti, lucia, mi provoca un’emozione di tristezza, di rabbia, di dolcezza
    vedo bene sia le porte chiuse che la corda tesa
    sento chiara anche la speranza nell’importanza di trovarsi qui, in questo luogo virtuale
    continua a scrivere che qualche porta forse riusciremo a riaprirla
    av

    comunitaprovvisoria

    7 febbraio 2008 at 6:12 PM

  18. Cara Lucia,

    è bello ciò che scrivi, è quello che io ho sempre pensato, ma noi dobbiamo provare a guardare le cose in un altro modo.
    Dobbiamo vedere l’emigrazione anche come un’espulsione di persone da un territorio per il consolidamento degli interessi di quelli che rimangono. Mi riferisco ovviamente alle classi dirigenti dei nostri paesi. Guai a dimenticare questo! Guai a pensare che l’emigrazione è una sorta di alluvione o di terremoto. Che colpisce un pò tutti, che dispiace a tutti. Le cose non stanno così. Immagina come sarebbe diversa la realtà se solo potessimo contare su una “stasi” delle persone per un certo periodo (magari un lungo periodo). Ci sarebbero più contraddizioni, più richieste, più proteste, più desiderio di rimboccarsi comunque le maniche, più conoscenza della propria realtà e delle risorse che può mettere in moto, più vitalità infine. E le classi dirigenti tremerebbero un pò di più, non farebbero la pacchia, non starebbero a pontificare ipocritamente anche sull’emigrazione.

    Ciò che dici è la descrizione di uno stato d’animo che abbiamo provato tutti (anche quelli che “sono rimasti”). Ma oggi è forse giunto il tempo, non tanto di evitare di partire giacché non dipende da noi quanto invece di “abitare i luoghi” anche da lontano. Naturalmente se si amano e si hanno interessi per quei luoghi.
    La globalizzazione, la costruzione di un’Europa come stato nuovo, la nuova identità nei territori non più racchiusa nel vecchio e piccolo municipio, ci possono dare la chiave per uscire dalla logica triste dell’emigrazione e capovolgere il negativo in positivo.
    Voglio dire che Brescia e il Nuovo Municipio dell’Alta Irpinia che dobbiamo fondare (una striscia di montagne che comprendano più o meno le due comunità montane dell’Alta Irpinia e del Terminio Cervialto, per quanto mi riguarda) possono aprirsi e dialogare in modo vitale e continuo. E allora l’emigrazione non sarà più tale ma sarà un viaggio, uno scambio, una scelta libera. Una ricchezza, perchè appartenenza a due luoghi invece che a nessuno.

    Ci vogliamo provare, Lucia?
    Vogliamo provarci anche con questa benedetta Comunità Provvisoria, se deciderà di esistere, cioé di uscire dai balletti, dai riti stantii, elettorali e non, e invece incontrare le persone, parlare “d’accapo”, senza ideologie di nessun tipo, con il semplice desiderio di “rimettere le cose in ordine”, di valorizzare la vita di ognuno per quello che è.
    Di ricostruire, in definitiva, un luogo pubblico. Un “Luogo Politico”.

    Cordialmente
    Michele Fumagallo

    michele fumagallo

    7 febbraio 2008 at 8:02 PM

  19. Penso che l’immigrazione non sia un evento naturale come il terremoto anche se spesso i danni provocati da questo evento avrebbero potuto essere meno disastrosi se si fossero adottate misure più appropriate nella costruzione delle case, se non si ha cura del territorio, se si costruisce senza criterio poi basta poco a fare di una pioggia insistente un’alluvione disastrosa. Ma a parte questo e tornando all’immigrazione sicuramente questa è anche una ricchezza. Ricchezza non solo nel senso strettamente legato ai soldi, anche a questi, perchè io ricordo come cambiò la nostra vita quando cominciarono ad arrivare i soldi dalla Germania. Se prima la mattina mangiavo l’acqua sala poi c’è stato il latte a colazione. Ma soprattutto l’altra ricchezza quella che ha permesso a molti di studiare. E non solo. C’è anche il sogno. C’è anche altro.
    Anni fa feci questa intervista a mio padre:
    “Eccoci pronti, tu padre, io figlia: di fronte. Abbiamo lo stesso naso, gli stessi zigomi, la stessa fronte spaziosa
    E’ passato tanto di quel tempo, adesso tu sei in pensione, vai e torni dalla campagna, zappi, poti, innesti, semini, raccogli. Mai fermo come se volessi recuperare il tempo perduto. Tutto il tempo che sei stato in Germania. Da piccola pensavo fosse normale che i padri fossero altrove per lavoro. Erano via gli zii, i vicini, gli zii degli zii; per le strade, per le campagne s’incontravano perlopiù donne, bambini e anziani.
    Adesso che sono adulta e madre vorrei capire le ragioni della tua scelta. Cosa ti ha spinto a partire per la Germania?
    – La miseria. –
    Solo la miseria, sei sicuro?
    – Dovevo farlo, per te, per tuo fratello … per farvi studiare –
    Questa è la motivazione evidente ma quella nascosta, l’altra, qual è?
    – Non esiste “l’altra” –
    Non sono qui per criticare o condannare. Sono qui per capire le ragioni di una scelta. La tua.
    – E’ difficile. Sono passati tanti anni … ricordo la casa senza acqua, senza bagno, senza stufa solo un piccolo camino che non tirava, faceva fumo e basta. Quell’anno l’inverno fu particolarmente rigido. L’estate era stata arida e come se non bastasse anche la grandine aveva fatto la sua parte e il granaio era quasi vuoto. Questa terra argillosa è piena solo di sassi e crepacci, per far crescere anche solo un filo d’erba la devi bagnare di sudore. Allora non c’era la motozappa, la mietitrebbia, la pompa che tira l’acqua dal pozzo … solo queste mani (mostra le mani piene di calli, l’indice sinistro ha una falange in meno). Avevamo solo l’asino e queste mani e non bastavano … non bastava lavorare dalla mattina alla sera per essere sicuri di avere un piatto pieno.
    Partì per primo zio Francesco, poi zio Peppino, il mio amico Vincenzo… Lo accompagnai alla stazione. Nel porgergli la valigia di cartone dal finestrino vidi nel suo sguardo preoccupazione ma anche speranza. Mi disse soltanto “Ti aspetto”.
    Certo è che a vedere tutti partire in un certo senso si acquista coraggio. Da quando avevo salutato Vincenzo sapevo che, prima o poi, anch’io avrei riempito una valigia di cartone. –
    Quale fu l’elemento che ti indusse poi a concretizzare questa tua
    consapevolezza?
    – Non so se ti ricordi la vecchia casa, quella in cui siete nati tu e tuo fratello
    … forse eri troppo piccola per ricordare … ma non ha importanza. Quella casa aveva un portone di legno pieno di buchi, le tarme lo stavano divorando, la serratura, sebbene avesse un maniglione di ferro (arrugginito), cedeva facilmente sotto una spinta violenta. Ebbene qualcuno era entrato in casa e aveva rubato quel poco grano che ancora c’era nel granaio. Ricordo ancora tua madre ferma vicino al granaio, dallo sportello aperto non scendeva neanche un chicco. Non disse una parola, non versò una lacrima, tolse soltanto i piatti dalla tavola e se ne andò a letto. Non saprei dire per quanto tempo restai fermo vicino al camino e neanche quello che pensai, so che ad un certo punto mi alzai presi il grosso mantello appeso al chiodo dietro le porta e uscii nella sera. Nevicava. Ricordo le orme che lasciavo dietro di me.. C’era silenzio per le strade, la neve brillava alla luce della luna, rotonda, bianca che mi accompagnava. Adesso mi rendo conto che ogni passo sulla neve era come distaccarsi; mi sembrava quasi di sentire, nel poggiare lo sguardo sulla strada, sulle case, il rumore di una forbice mentre taglia il grappolo dalla vite. Quando arrivai davanti alla porta di zio Renato, restai un attimo fermo prima di bussare. Entrai. Il lumino ad olio illuminava la tavola ancora apparecchiata. Zia Antonietta mi offrì la sedia e un bicchiere di vino. Non avevo ancora detto una parola riguardo alla mia visita ma zio Renato si alzò, si diresse verso il letto e sollevando il materasso tirò fuori i soldi di carta grossi come fazzoletti. “In bocca al lupo. Quando parti? “Te li rendo appena possibile”. Non era ricco zio Renato quell’anno era stato solo un po’ più fortunato di noi. La grandine aveva risparmiato i suoi raccolti e sua moglie aveva ricevuto una piccola eredità da un lontano parente. Finii il bicchiere di vino e ritornai nella neve. Nella tasca i soldi di carta pesavano. –
    Ma adesso a distanza di tanti anni forse riesci a vedere anche un’altra motivazione che va al di là di quella del granaio vuoto e che comunque non la sminuisce né la rende secondaria ma, in un certo senso, l’accompagna. Mi spiego. Eravate più o meno tutti nelle stesse condizioni ma non tutti gli uomini della tua età, padri (o non) partirono perciò suppongo che ci sia “l’altra”.

    Una pausa di silenzio segue le mie parole. Il suo sguardo più che lontano sembra accartocciarsi dentro le orbite.

    – Forse hai ragione. Non avevo mai riflettuto su questa cosa. Non tutti partirono. E un motivo ci deve essere. C’è.
    Quando il treno partì dal finestrino guardai voi tre, tu dormivi in braccio a tua madre, tuo fratello attaccato alla sottana con la manina alzata, due occhi sgranati .. ma non ricordo il viso della mamma, anche sforzandomi non ci riesco, ricordo soltanto il movimento della gonna mossa dal vento e fu l’ultima cosa che vidi poi mi girai e guardai davanti a me e una specie di allegria, non allegria, no, ma neanche contentezza …. Non saprei dirti … ma un qualcosa alleggerì il mio dolore, sì, lo alleggerì, e nello stesso tempo mi provocò un vuoto, qui, proprio in mezzo al petto …
    Fascino per l’avventura e paura dell’ignoto.
    – Paura …. Ma … direi preoccupazione … non sapevo leggere, non sapevo scrivere …. Andare in Germania …. Era lontana la Germania … Era una parola … Era la notte ….
    Un sogno?
    – Forse –”
    Poi un’altra volta Michele, se vuoi, tu e gli altri di questa comunità, vi trascriverò due racconti nati da due successive interviste, una fatta sempre a mio padre e una a mia madre. Da un po’ di anni sto facendo questo lavoro sulla memoria perchè penso che un uomo senza memoria è un individuo senza identità, e che l’insieme delle memorie collettive forma la memoria di una collettività.
    Tutti quelli che partecipano a questa comunità provvisoria potrebbero raccontarsi e attraverso il racconto costruire una memoria collettiva.
    Fare ciò che tu dici Michele: valorizzare la vita di ognuno per quella che è e di ricostruire, un luogo pubblico. Un Luogo Politico.
    Buona serata Lucia

    lucia

    7 febbraio 2008 at 9:27 PM

  20. Sì, Lucia,
    un uomo senza memoria è un individuo senza identità.
    Certo che mi farebbe piacere conoscere altre cose di te e delle tue ricerche. E anzi, fallo, utilizzando anche questo blog, se vuoi.
    Grazie intanto per questa lettera e per il racconto di tuo padre.
    E grazie per aver capito che il racconto di sé è la base di qualsiasi costruzione di una “comunità”.

    A presto, buona notte.
    Con affetto
    Michele Fumagallo

    michele fumagallo

    7 febbraio 2008 at 10:17 PM

  21. E’ necessario considerare importante la nostra storia, dobbiamo conoscerla, perché se noi non la conosciamo noi non avremo una identità. Se non avremo una identità saremo una comunità senza volto, che non sa nemmeno cosa chiedere. Accetterà supinamente quello che gli arriva, incapace di giudicare se quello che viene fatto lo aiuterà a vivere o a morire

    il navigante

    8 febbraio 2008 at 12:49 am

  22. A PROPOSITO DI “NUOVA EMIGRAZIONE”

    Non c’è dubbio che l’emigrazione intellettuale rappresenta la più grave perdita di ricchezze, la sciagura peggiore che possa capitare ad una comunità, poiché questa è costretta a rinunciare alle sue personalità migliori, alle intelligenze più pronte e vivaci, a privarsi dei suoi figli più capaci e brillanti, quindi delle risorse più preziose. Ebbene, la nuova emigrazione irpina rivela aspetti che prima erano assolutamente inediti e sconosciuti, trattandosi di una fuga in massa di cervelli, ossia di un’emigrazione giovanile di tipo intellettuale, quasi un esodo massiccio con elevate percentuali e livelli di scolarità. Infatti, i giovani più intelligenti, colti e preparati fuggono dal luogo in cui sono nati, cresciuti e dove hanno studiato, anche perché non intendono (giustamente) soggiacere e piegarsi al ricatto clientelare imposto dai notabili politici locali che li costringono a mendicare la concessione di un lavoro che invece è un sacrosanto diritto che spetta ad ogni cittadino. Ma si sa che da noi la “cittadinanza” rappresenta un lusso riservato a pochi eletti e privilegiati, ai “figli di papà”. Invece, i “figli del popolo”, della povera gente, sono condannati ad elemosinare continuamente favori, elargiti attraverso un metodo arcaico che è probabilmente un antico retaggio del feudalesimo. Una prassi comune applicata sia per ricevere un misero lavoro (oltretutto a tempo determinato, mal pagato, senza diritti e tutele), sia per ottenere qualsiasi altra cosa, anche la più banale richiesta di un certificato, scambiando e svendendo i diritti come volgari concessioni in cambio del voto a vita. Questo è purtroppo un (mal)costume insito nella “normalità” della vita quotidiana, una situazione quasi “naturale ed ineluttabile”, un elemento immodificabile insito in un’ipotetica e immaginaria legge di natura, che in realtà non esiste. Infatti, la legge naturale non è applicabile alla dialettica storica, che invece è caratterizzata e determinata da tendenze e controtendenze, sempre mutevoli, in stretto rapporto di interazione e reciproca influenza, per cui nulla è davvero eterno ed immutabile nella realtà storico-sociale, come è confermato, ad esempio, dalle rivoluzioni epocali che in passato hanno abolito i privilegi aristocratico-feudali, lo sfruttamento della servitù della gleba e della schiavitù. Fenomeni che per secoli, se non millenni, gli uomini hanno accettato quali condizioni assolutamente “giuste”, in quanto definite come “naturali e inevitabili”.

    Inoltre, mi permetto di fornire una serie (davvero inquietante) di cifre statistiche relative alla realtà delle nostre zone. Trattasi di dati riferiti dall’Istat, che dunque non possono essere tacciati di “faziosità”.

    In Irpinia la percentuale della popolazione che versa in condizioni di povertà, si attesta ben oltre il 20 per cento. Il tasso della disoccupazione giovanile in Irpinia è salito oltre il 51 per cento, aggirandosi intorno al 52 per cento: quindi, nella provincia di Avellino (più di) un giovane su due è disoccupato. Inoltre, e questo è un motivo di ulteriore apprensione, il numero dei disoccupati che hanno superato la soglia dei 30 anni è in costante aumento. Molto elevato è altresì il numero dei disoccupati ultraquarantenni, che dunque nutrono scarsissime speranze e possibilità di reinserimento nel mondo del lavoro. Nel contempo, anche in Alta Irpinia si diffondono e si estendono a dismisura i rapporti di lavoro precarizzati, soprattutto in quella fascia di giovani che hanno tra i 20 e i 25 anni, ossia tra i giovani alla loro prima occupazione lavorativa. Aggiungo che l’Irpinia, e l’Alta Irpinia in modo specifico, detiene un angosciante primato: quello del più alto numero di suicidi (oltre 40 casi sono stati registrati solo nel 2006, e il 2007 non sembra aver invertito questa lugubre tendenza) per quanto riguarda l’intero Meridione. Un primato tristemente condiviso con la provincia di Potenza. All’origine di questo doloroso e inquietante fenomeno starebbero anzitutto due ordini di cause: la miseria economica e il disagio psicologico. Inoltre, i tossicodipendenti in Irpinia si contano a centinaia; i decessi per overdose risultano in continuo e pauroso incremento. Da questo punto di vista, le realtà di Caposele, Calabritto e Senerchia formano un vero e proprio “triangolo della morte”, così come la zona è stata mestamente definita in seguito ai numerosi decessi causati da overdose. Comunque, è estremamente difficile quantificare con esattezza la portata di un fenomeno come l’uso di sostanze tossiche nei paesi irpini, ma basta guardarsi intorno con maggiore attenzione per rendersi conto della gravità della situazione. I Ser.T (Servizio Tossicodipendenti), ad esempio, non sono affatto rappresentativi delle tossicodipendenze in Irpinia perchè qui si recano, in genere, eroinomani che hanno bisogno di assumere il metadone oppure quando, segnalati dalla prefettura, sono costretti a seguire una terapia. Dunque, stabilire con precisione quanti siano i consumatori di altre sostanze (cannabis, cocaina, crac, kobrett, psicofarmaci, alcool) è praticamente impossibile. Certo è che piccoli paesini con più o meno 4 mila abitanti, come Andretta o Frigento, hanno assistito ad una crescita davvero spaventosa del fenomeno negli ultimi dieci anni. In queste piccole realtà montane si conta ormai un elevato numero di giovani tossicomani che fanno uso di sostanze deleterie quali l’eroina, il kobrett e il crac, i cui centri di spaccio sono da ricercare altrove, notoriamente identificati nelle periferie e nei quartieri più depressi e degradati dell’area metropolitana di Napoli, come, ad esempio, Scampia e Secondigliano.

    Tali dati, pur nella loro gelida ed agghiacciante “asetticità”, ci consegnano un quadro davvero allarmante di cause che probabilmente inducono i nostri giovani migliori, più capaci e brillanti, a “fuggire” dalla terra in cui sono nati e cresciuti, per riscattarsi ed emanciparsi altrove, per fare fortuna in altri posti, per realizzarsi ed avere successo non solo in ambito lavorativo e professionale, esprimendo tutto il loro potenziale talento, che invece verrebbe frustrato e mortificato se restassero qui da noi, in terra irpina.

    Lucio Garofalo

    lucio2008

    8 febbraio 2008 at 10:25 am

  23. … potrebbe essere utile mettere questa pagina sull’emigrazione che pubblicai il 10 agosto 2005, sul quotidiano “Il Manifesto”. Essa comprende due articoli (uno grande e uno piccolo) su di un importante museo dell’emigrazione in Calabria.
    Michele Fumagallo

    IL MANIFESTO del 10 Agosto 2005

    EMIGRAZIONE
    Quando eravamo extracomunitari
    Un nuovo museo in Calabria, dedicato al secolo e mezzo di emigrazione italiana all’estero. Fondamentale per capire più a fondo chi sono gli emigrati che ora arrivano in Italia

    CAMIGLIATELLO SILANO (Cosenza)
    Prima di andare a verificare, dentro un altro pezzo di Sud, in uno dei comuni più emblematici già protagonista in passato di questa lacerazione, contenuti e variazioni della nuova emigrazione meridionale, un’emigrazione che è oggi più cronaca che storia a differenza del grande esodo del passato, viene a puntino l’inaugurazione del Museo Narrante dell’Emigrazione sulla Sila Grande. Dentro la tenuta dove opera il Parco letterario dedicato a Norman Douglass e al suo memoriale «Old Calabria», la «Nave della Sila» (questo il nome del museo con evidente allusione al viaggio) è ospitato nell’antica e grande vaccheria e ha una scenografia suggestiva, curata da Anna Cilìa, che ricalca la tolda di una nave con un sapiente uso delle luci, dei tendaggi e degli spazi. E’ in fondo uno dei tentativi di raccontare l’emigrazione italiana, che ha ormai oltrepassato più di un secolo e mezzo di storia, in un’ottica non regionale e per colmare un vuoto soprattutto nell’ambito scolastico dove di quegli avvenimenti si è studiato poco o nulla.

    Materiali inediti

    È un lungo viaggio dove si intrecciano fotografie e scrittura con molto materiale inedito proveniente da privati e da fondazioni. Il Museo è stato curato da Gian Antonio Stella, giornalista e attento perlustratore del mondo migrante che ha al suo attivo molti scritti sul tema oggi diventati anche pièces teatrali. Il museo è inoltre vissuto nelle sue tre ciminiere, che ospitano ognuna un approfondimento. Nella prima c’è la scaletta musicale dove si può scegliere tra un vasto repertorio di canzoni sull’emigrazione curato da Gualtiero Bertelli. Nella seconda alcune cuccette di terza classe simulano, con precisione letterale e con l’ausilio di foto, rumori e odori, la disperata condizione del viaggio di chi era costretto a partire per la Merica. Nella terza uno spazio dell’Istituto Luce, dove è possibile scegliere questo o quel filmato sull’emigrazione.

    Non mancano poi due maniche a vento con specifiche informazioni regionali: in una tutta la storia di una famiglia calabrese su computer, nell’altra la memoria, nome per nome, degli sbarchi dei calabresi in America. La struttura ha poi altri spazi e progetti di cui si parla nella scheda a lato.

    «Se devi lasciare la tua patria, salendo sulla nave, distogli lo sguardo dai confini che ti hanno visto nascere», scriveva Pitagora: ed è anche lo scritto che campeggia all’inizio dell’ingresso del museo dell’emigrazione. Naturalmente non sempre è stato così e spesso per molti la patria ha continuato ad essere portata dentro di sé come una malattia. Ma la cosa che colpisce visitando il museo, guardando le foto e leggendo i testi, è la somiglianza impressionante dell’emigrazione italiana con i problemi vissuti dall’immigrazione di ogni colore che da alcuni anni ha invaso il nostro paese. Una somiglianza che si coglie a partire dai volti, poveri e toccati dalla fatica e dall’esclusione. La clandestinità, il razzismo, i pregiudizi, lo sfruttamento bestiale e quant’altro è stato costantemente presente tra i nostri avi migranti.

    Per questo il viaggio, che soprattutto le scuole potranno intraprendere alla scoperta di «quando gli albanesi eravamo noi», è quanto mai istruttivo e può aprire gli occhi a tanti ragazzi che di quelle storie spesso conoscono ben poco, prigionieri di una nazione dove la cancellazione della memoria sembra essere diventato lo sport preferito. Poi magari ci sarebbe da discutere di alcune verità nascoste che anche qui non vengono a galla. Come, ad esempio, ed è argomento di cui si parla pochissimo, il ruolo delle donne che rimasero nei loro paesi d’origine e che subirono spesso angherie e vessazioni di tutti i tipi. Oppure l’altra verità nascosta, che racconta che l’emigrazione italiana fu anche quella che è sempre stata qualsiasi emigrazione, cioè l’espulsione di una fetta di popolazione da un territorio per il consolidamento degli interessi di quelli che rimangono.

    Il viaggio nel museo silano inizia con le foto e gli scritti dell’Italia «da cui partivano». Un’Italia povera e con una forte incidenza della mortalità, una nazione contadina dove vigeva il proverbio «peggio perdere una pecora che perdere un bambino». Naturalmente il «nuovo mondo», cioè l’America, presentato, prima della partenza, come un luogo dal fascino incredibile, si rivelava una realtà del tutto diversa, e molte illusioni venivano infrante già sulle navi d’imbarco dove si scopriva un’amara verità. Scrive padre Pietro Maldotti nella sua relazione sul porto di Genova a fine Ottocento: «Non era raro vedere centinaia di famiglie sdraiate sull’umido pavimento… le derrate vendute a prezzi favolosi non sfamavano gli infelici…».

    Cucce per cani

    Il viaggio fu spesso causa di sofferenze di ogni tipo fino alla morte. Pigiati come acciughe dentro dormitori che erano spesso «cucce per cani», caricate all’inverosimile di «tonnellate umane» e spesso ridotte a sgangherate carrette le navi degli emigranti erano esposte a epidemie che potevano essere devastanti. Sempre dalla documentazione del porto di Genova, secondo Nicola Malnate, ispettore del porto, il trasporto dei nostri emigranti avveniva sui mercantili serviti per la tratta degli schiavi.

    Il viaggio nel nuovo mondo si concludeva per i più piccoli in una strage e erano soprattutto le epidemie di morbillo e varicella a provocare decessi di massa. Struggente è il racconto di Francesca Mazzarotto, riportato dalla «Storia dell’emigrazione italiana» dell’editore Donzelli, un’opera che sta scavando profondamente sull’argomento: «Durante il viaggio la bimba mi prese la febbre alta. Tremava. Cercai di scaldarla ma all’improvviso morì. Me la strapparono dalle braccia, la fasciarono tutta da capo a piedi, le legarono una grossa pietra al collo. Alle due di notte, con quelle onde così nere, la calarono giù in mare». E l’incubo della bandiera gialla, cioè le navi respinte dai porti perché avevano epidemie a bordo, ha accompagnato per anni l’esodo. Grande risalto c’è poi, nella mostra, al problema della clandestinità, di cui si discute a vanvera e con spietato moralismo oggi, mentre è stato problema di massa per i nostri vecchi emigranti che hanno vissuto per anni con la paura del rimpatrio.

    In ultimo non va poi dimenticato il filtro spietato che è stato Ellis Island, il posto dove si passavano tutti al setaccio, con metodi umilianti e vessatori, prima di essere ammessi in America. Giornalisti quotati come Regina Armstrong o Arthur Sweeney parlavano razzisticamente di «una gran quantità di malattie organiche in Italia» oppure di «Italiani mentalmente inferiori». Ma c’era anche chi prendeva a cuore i nuovi arrivati. Il fotografo e scrittore Jacob Riis documenta come vivevano gli italiani in America: «In un solo isolato in 132 stanze vivono 1324 italiani per lo più in letti accastellati con più di dieci persone per stanza». A ricordarci poi cosa era il quartiere di Five Points (Cinque Punti), molto prima del film di Martin Scorsese «Gangs of New York», ci ha pensato Adolfo Rossi in un libro del 1914: «A New York c’è quasi da vergognarsi di essere italiani. La grande maggioranza dei nostri compatrioti, formata dalla classe più miserabile delle province meridionali, abita nel quartiere meno pulito della città, chiamato i Five Points. E’ un agglomerato di casacce nere e ributtanti, dove la gente viene accatastata peggio delle bestie. In una sola stanza abitano famiglie numerose con gatti, cani e scimmie, dormono nello stesso bugigattolo senz’aria e senza luce». Inutile dire che i pregiudizi contro gli italiani erano all’ordine del giorno e hanno avuto una durata secolare. Se infatti il capo della polizia americana scriveva ai primi del Novecento che «l’America è diventata la terra promessa dei delinquenti italiani», uno spavaldo Richard Nixon aggiungeva nel 1973: «Il guaio è che non ne trovi uno onesto».

    Ma anche la seconda grande emigrazione, quella nella vicina Europa non scherza in quanto a vessazioni e sacrifici. A Ginevra, nel 1962, cioè quando già in Italia era iniziato il boom economico, si viveva in 16 in una sola stanza. In Germania, nel 1964, 35 famiglie di nostri connazionali erano alloggiati in una grossa baracca, ex campo di concentramento per prigionieri di guerra sovietici.

    Odio razzista

    Naturalmente anche qui l’odio razzistico era all’ordine del giorno: se oggi in Svizzera, ad esempio, il 76% della popolazione ha definito positiva l’emigrazione italiana, non vanno dimenticate le vere e proprie cacce all’uomo messe in atto in passato contro gli italiani in città pure dalla forte nomea civile come Zurigo. Racconta Gualtiero Bertelli: «Mi piacerebbe che questo museo avesse un impatto in cui le persone possano non solo conoscere ma soprattutto riconoscersi. C’è già una notizia positiva. Mi ha chiamato un emigrato cosentino che sta in America da più di 40 anni e ha scritto una canzone sull’emigrazione molto conosciuta lì ma sconosciuta in Italia. Ecco, se oltre alla visita del museo, si mettesse in moto una partecipazione che rilancia il ruolo insostituibile della memoria, il successo di questa iniziativa sarebbe più che assicurato». Intanto la struggente nenia di Woody Guthrie canta il dolore della signora Petrucci che perse tre figli (il maggiore aveva 4 anni) uccisi nel massacro di Ludlow, in Colorado. John Rockfeller scatenò la milizia armata contro gli operai in sciopero nel 1914. I morti complessivi furono 66 tra cui 13 bambini. Un massacro brutale e imperdonabile anche se, per rifarsi la faccia, il magnate diede vita alla Fondazione Rockfeller che avrebbe aperto pochi anni dopo il Moma, il più celebre museo d’arte moderna al mondo.

    michele fumagallo

    8 febbraio 2008 at 5:07 PM

  24. IL MANIFESTO del 10 Agosto 2005

    Come funziona il Museo

    Le note di «Non pianger Maria», una canzone rimasta praticamente sconosciuta, che Domenico Modugno scrisse tre anni dopo «Volare», sono nel contenitore musicale della mostra «La nave della Sila», in un’edizione donata dalla famiglia del cantante. Sono alcune delle chicche del Museo Narrante dell’Emigrazione, aperto in agosto tutti i giorni mentre in seguito avrà una programmazione da fine settimana e da visite guidate scolastiche. Il Museo è stato messo in piedi dalla Fondazione Napoli 99 che gestisce anche il Parco «Old Calabria», con il contributo di altre associazioni e fondazioni tra cui la Fondazione Cresci, cioè l’archivio più documentato sul tema, oggi proprietà del comune di Lucca. La struttura ha ulteriori ambizioni, dopo l’inaugurazione del 9 luglio. Nella parte superiore di questa grande stalla ristrutturata, una grande sala attrezzata ospiterà convegni, conferenze e proiezioni sul tema. Mentre in un’altra c’è la biblioteca che sarà arricchita di volta in volta di tutto ciò che è stato scritto sull’emigrazione italiana e sui migranti in genere, oltre ai film e documentari che si andranno ad aggiungere a quelli già in mostra. Una terza sala, tutta in postazione internet, raccoglierà la documentazione sul mondo sconfinato e spesso sconosciuto che è quello dell’emigrazione degli italiani in Australia, Brasile, Canada, Argentina, e altri paesi. (MI. FU.)

    michele fumagallo

    8 febbraio 2008 at 5:09 PM

  25. L’emigrazione di oggi?
    Chi la conosce meglio di me…un anno a Roma, uno a Milano ed ora stabilmente a Firenze…la mia terra mi manca e anche parecchio
    Ma ogni qualvolta ci faccio ritorno…voglio subito scappare…ormai la mia città, quella dell’infanzia, quella in cui sono racchiusi tutti i più bei ricordi, tutte le amicizie e gli affetti, sta morendo, lentamente…Anche rispetto a qualche anno fa il declino è evidente ad occhio nudo…Per non parlare degli anni 90′ quando, parlo del boom di Via dè Concilii, Avellino ha avuto la possibilità di diventare un centro di ritrovo per tutti i giovani dell’Irpinia…Invece ora viene evitata anche dagli avellinesi stessi…

    Gianluca Capiraso

    18 febbraio 2008 at 5:37 PM

  26. Oggi alla Provincia di Avellino è stato presentato il libro “Fore Terra”non mi ricordo chi è l’autore) sull’emigrazione tra fine 800 e inizio 900 e verrà presentato un progetto per la costituzione di una anagrafe provinciale dell’emigrazione, credo in chiave storica. Una buona iniziativa.

    teoraventura

    19 febbraio 2008 at 2:37 PM

  27. Gianluca Capiraso

    27 febbraio 2008 at 9:20 am


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