COMUNITA' PROVVISORIA

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TINA, RICERCATRICE /castelnuovo di conza

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Ogni volta che sento parlare di emigrazione, che sia in questo blog o nelle parole dell’ultima canzone di Eugenio Bennato, mi sento trascinata. Trascinata da un emozione che è un mix di malinconia ed incazzatura pura.  Si ribella all’esodo la mia coscienza civile: lo fa contro un sistema politico che ci ha condannati al sottosviluppo. Ma ancor di più contro una mentalità che continua a fare lo stesso. Ogni giorno, ognuno di noi, con certi atteggiamenti, certe convinzioni, con quella rassegnazione strisciante che ci fa immobili,  prigionieri di retaggi atavici.

 Tempo fa ho sentito una ragazzina di 17 anni dire che si è dei falliti se a 30 anni si vive ancora a Castelnuovo (di Conza -SA).

 

E ripensandoci non so se prendermela con lei o con il provincialismo (italiano in generale) che fa pensare che oltre il confine ci sia sempre una realtà migliore della nostra. Peccato che spesso quella realtà era (senza andare troppo indietro nel tempo) il nero delle miniere belga, il puzzo delle stalle in Svizzera, ed è il rumore roboante delle fabbriche della Pianura Padana. E poi c’è chi va via con nel sacco lauree e formazione post universitaria. Disprezza il ritorno, come se non ci possa essere emancipazione, miglioramento, ambizione in queste terre.   

Ho 28 anni, investo nel mio futuro, lavoro per dare corpo e contenuto alla mia professione. Lo so anch’io che vivere nelle nostre terre è difficile, che a volte sembra impossibile. Vivo sulla mia pelle le difficoltà, a volte le frustrazioni, la rabbia di tutti.

Ma sono tra quelle che vuole restare, che lotta per restare, che si rifiuta di abbandonare, di arrendersi, di lasciar stare. E’ di noi giovani la responsabilità (che, in verità, io sento come dovere morale) di investire le nostre energie nella nostra terra. Dobbiamo provarci, anche se questo vuol dire fare la scelta più difficile.

Perché non è fallito chi rimane: ci vuole molto più coraggio a restare, che a scappare. Io non abbandono il caro vecchino sul letto di morte, non nascondo la testa sotto la sabbia, raccontandomi che tanto ormai è finito.

Non è finito nulla: non lo sono i nostri paesi, non lo è la nostra cultura, la nostra identità.Non lo è se ci investiamo, se ci crediamo, se ci sforziamo di farcela. Forza!

Intelligenza, resistenza, passione: per guardare lontano, per mirare in alto!

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Tina Terralavoro

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sul tema dell’emigrazione, Stefano Ventura, ha scritto un post https://comunitaprovvisoria.wordpress.com/2008/02/06/la-nuova-emigrazione/ 

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Tina Terralavoro è stata invitata sul nostro blog da Stefano che con il suo blog porta vanti un paziente lavoro di documentazione sull’irpinia e sul post-terremoto del 1980 http://teoraventura.ilcannocchiale.it

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in copertina, Angelo Siciliano, Partenza – 2006  www.angelosiciliano.com

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Written by comunitaprovvisoria

6 marzo 2008 a 9:56 pm

15 Risposte

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  1. Ciao Tina, come stai, che piacere! ci siamo scambiati i libri a Guardia a scuola in occasione di Stefania Longo, ho letto la tua tesi, bel lavoro e da un anno non lo trovo più il libro causa trasloco, avevo approfondito le ricerche dei muratori costruttori di teatro a Bogotà e qualche altra nota ecc.,hai ancora la mia e-mail?a presto, Gaetano Calabrese.

    Gaetano Calabrese

    6 marzo 2008 at 10:30 pm

  2. da queste parti, a volte, confrontandomi con il resto del mondo e le possibilità di riuscita della vita che ogni al di là sembra offrire, mi sento frustrato. specie se qualcuno che è andato ostenta un suo qualcosa.
    ma sono ancora qui. è anche una scelta. tante volte sono andato, per dire esattamente, sono scappato. ma ogni volta, puntualmente, tornato.
    è qui la mia misura delle cose, il mio senso. è questo il mio eremo.
    io ho scelto di fare il monaco. non sono però un eremita, ma un cenobita. sono con altri, in questa terra, con questa comunità provvisoria

    alfonso

    7 marzo 2008 at 8:21 am

  3. Cara Tina,
    Io non sarei così catastrofista in merito all’emigrazione.
    Si tende a parlarne come una catastrofe umanitaria.
    Il fenomeno dell’emigrazione, del quale si vuole a tutti i costi offuscare la memoria collettiva, è stata una grande oppurtunità di cambiamento delle società di origine e di migrazione.
    Certo l’emigrazione parte da situazioni di disagio economico, sociale e personale, racconta storie dure, sofferenti, ma si pensi a quanto ha modificato anche in meglio le strutture demografiche, sociali e culturali dei paesi di accoglienza, si pensi agli Stati Uniti: 5 milioni e 700 mila italiani nel corso di un secolo; si pensi a come sono migliorate le condizioni economiche di chi rimaneva ad aspettare: le rimesse degli emigrati hanno costituito per un lungo periodo una voce importante nella vita economica della nostra terra. Si pensi inoltre al contributo dato al miglioramento dei costumi culturali e sociali, il contatto con comunità ( diciamolo pure più evolute ) ha accelerato la nostra crescita culturale e sociale.
    Conosco molto bene il fenomeno delle migrazioni e dell’integrazione, me ne occupo da anni attraverso studi e ricerche con RomaTre, la Ca’ foscari e l’università di Siena, sono il mio pane quotidiano, le conosco quanto basta per affermare che sono una opportunità che investe molteplici fattori.
    Le migrazioni sono antiche quanto l’uomo, fanno parte della sua essenza, dal momento in cui è comparso ha iniziato a spostarsi: si pensi ai sanniti tanto per non andare troppo lontano, anche loro erano migranti…
    Le migrazioni oggi hanno ancora più legittimità rispetto al passato: la globalizzazione non è solo un fatto economico ma soprattutto un fatto sociale e culturale.
    Il mondo va allargandosi, relegare idee, pensieri e progetti allo ‘spazio sotto casa’ è un tipo di approccio che non porta molto lontano, bisogna guardare al ‘locale’ con una prospettiva ‘globale’.
    Avere l’umiltà di riconoscere nell’altro delle potenzialità forse migliori nei vari campi, trarne insegnamento e poi riproporle nei propri luoghi, è quello che facevano inconsapevolmente i nostri nonni, zii, amici che emigravano.
    Essi hanno costituito per anni un ponte importante tra il moderno ed il vecchio, hanno svolto un’importante funzione di intermediazione culturale che ha fatto sì che anche i nostri paesini arroccati nella propria bucolica solitudine migliorassero.
    Riconosciamo ai nostri emigranti questo grande merito!
    Nelle storie di migrazione dlle nostre famiglie c’è sempre un fondo di malinconia e amarezza: lasciare la propria terra, la famiglia, la propria lingua comporta sofferenza, vivo quotidianamente a stretto contatto con gli ‘emigranti’ di oggi e nei loro racconti c’è lo stesso struggimento delle storie che lucia racconta così bene.
    Ma l’emigrazione ha significato anche una vita migliore e soprattutto ha dato a molti l’opportunità di elaborare un proprio progetto di vita.
    Capisco la tua amarezza e la tua voglia di migliorare le cose, ma bisogna guardare con occhi nuovi i nostri orizzonti irpini: non devi correre il rischio di una autolimitazione intellettuale, bisogna guardare oltre i confini in maniera costruttiva e ragionare in termini di ‘ritorno’ culturale.
    Una persona giovane e capace come te, non deve porsi questi limiti di ‘territorio’ devi essere una migrante delle idee, del pensiero, non a caso i periodi storici caratterizzati da vivacità economica e culturale sono stati quei momenti in cui gli scambi e i contatti tra le culture sono stati più intensi. Questo vale per le grandi correnti di pensiero ma anche per le piccole cose.
    Non avere paura di cercare altrove, non delineare dei confini che oggi non hanno più senso, andare alla ricerca di altre idee non vuol dire non ritornare più, ma vuol dire ritornare con occhi capaci di vedere cose nuove.
    In bocca al lupo.

    maria rosaria

    7 marzo 2008 at 9:28 am

  4. Sono contento di vedere che Tina ha contribuito direttamente alle nostre discussioni con q

    teoraventura

    7 marzo 2008 at 2:08 pm

  5. …con queste belle considerazioni. E sono altrettanto contento che si continui a parlare di emigrazione; come dice Maria Rosaria, gli scambi possono essere una ricchezza, ma devono essere equilibrati; noi perdiamo le migliori energie, sistematicamente e senza inversione di tendenza; in entrata si segnalano le badanti e poco altro, che per quanto svolgano un ruolo sempre più utile per i nostri piccoli paesini, mi sembra che non possano essere protagoniste dello sviluppo della ns zona.
    Sono una breve considerazione, su questo ci ritornerò quando avrò più tempo.
    p.s. Maria Rosaria, hai lavborato a Siena? che dipartimento? e ora di che ti occupi e dove?

    teoraventura

    7 marzo 2008 at 2:12 pm

  6. condivido quanto detto da maria rosaria, ma comprendo il senso della posizione di tina e di alfonso. io ho vissuto molto più fuori che in irpinia e non so neanche se questo mio di oggi è un vero ritorno. credo che partire arricchisca, però solo se non significa condannarsi al nomadismo. il rischio è quello di perdere, insieme al radicamento in un territorio, ogni capacità di agire politico. una società di migranti è una società facilmente controllabile. è questo quello che io temo, non solo per la nostra terra. d’altra parte esiste anche un’auto-esclusione rassegnata di chi resta, uno sradicamento dell’anima, che è molto più dannoso dell’allontanamento fisico. spero che questa comunità serva a combattere questo

    roberta

    7 marzo 2008 at 3:55 pm

  7. @ teoraventura………….

    le migliori energie se ne vanno perchè evidentemente non le si vuole riconoscere e valorizzare.
    diciamo le cose come stanno.
    le belle energie irpine, e sono tante, sono purtroppo sommerse dalla cattiva politica, non faccio sconti a nessuno.
    Figure da penombra che hanno contaminato con falsi valori ed inquinato con giochi vili le nostre comunità.
    Il merito non viene riconosciuto, vengono invece premiate le abilità di intessere relazioni sociali con il ‘don rodrigo’ di turno…peccato.
    La mediocrità abiterà ancora per parecchio nelle nostre contrade.
    Ritornare…me lo chiedo spesso anch’io. Lo farei? Non lo so. Più no che si.

    p.s. sono insegnante in un istituto comprensivo della periferia romana, svolgo il ruolo di funzione strumentale per l’intercultura, mi occupo di 300 ragazzi migranti.
    Con il dipartimento di linguistica di siena ho collaborato a dei progetti per studiare le inteconnessioni tra integrazione e apprendimento dell’italiano L2.
    attualmente mi occupo, a scuola e sul territorio, di integrazione di giovani musulmani.
    Lo scorso anno ho svolto uno studio con RomaTre, dipartimento di scienze dell’educazione, sull’islamofobia e sulla rimozione dell’elemento arabo-islamico dalla cultura italiana.
    Sono poche cose.
    ma avrei potuto fare queste cose dalle nostre parti senza dover bussare da qualcuno?

    Tutti i giorni mi relaziono con i migranti, grandi e meno grandi, del territorio dove vivo.
    Le migrazioni sono il mio pane quotidiano.
    Ti saluto cordialmente.
    maria rosaria

    maria rosaria

    7 marzo 2008 at 6:34 pm

  8. A@Tutte/i,

    mi piace il ritorno sul tema dell’ emigrazione e l’ esperienza di Maria Rosaria.
    Ho sempre vissuto fuori, a partire dai miei 28 giorni..e l’ ho già detto.
    Ma l’ esperienza più intima è stata confrontarmi con gli/le intellettuali del Maghreb, dell’ Africa nera , del Cile , del Libano e della Palestina che vivevano a Parigi negli anni ottanta.
    Tutti avevamo la sensazione di essere stranieri nel paese ospitante…ma anche stranieri nel paese di origine :E-stranei, Barbaros per gli uni e per gli altri.
    Tutti, onestamente ed appassionatamente non volevamo rinunciare alla ricerca di essere l’ uno e l’ altro, forse integrati , ma non assimilati, ma anche portatori di storie e verità e cultura E-stranea.

    Con il passare del tempo, all’ inizio degli anni novanta, al mio rientro a Firenze città di partenza, mi sono resa conto che l’ esperienza comune dei migranti , sul piano psichico,può essere visto come necessità e metafora dell processo di individuazione, della sperimentazione della vita e del mondo al di fuori e al di là degli schemi appresi dal collettivo di origine e trasmessi pedissequamente dalla famiglia di origine.

    Non sto affermando che tutti gli emigranti si rendono conto della enorme ricchezza insita nell’ esperienza del viaggio, quello reale e quello metaforico,nella esperienza di sperimentare qualcosa di diverso da ciò che hanno appreso durante l’ infanzia , nella terra di origine.

    Sto ragionevolmente proponendo che una parte di essi, soprattutto coloro che ricercano in scienze umane, riconoscono nel viaggio e nella emigrazione stanziale di lunga durata due grandi vantaggi , vorrei dire due grandi risultati : il SINCRETISMO e il processo di INDIVIDUAZIONE.
    Due vantaggi che si possono nominare in molti altri modi..vi lascio scegliere quello che più vi aggrada.
    Personalmente e per le persone che ho incontrato e che si pongono delle domande, sento preponderante il processo di individuazione , cioè la lunga maturazione che ti porta a stare bene con te stesso/a e che , in alcuni particolari momenti, porta ad apprezzare sprazzi di pura LIBERTA’ dalle istanze del collettivo, cioè della società civilal all’ intorno.
    Ovviamente , la mia testimonianza porta un sentire ed una comunicazione più intima del tipo: ragazzi, giovani, donne e uomini, non abbiate paura di E-migrare, di partire ad E-splorare nuovi mondi e Con-Frontarvi con essi :bastano 100Km per cominciare a respirare aria nuova e vedere nuovi orizzonti…se poi i Km diventano 1.000/2.000 tanto di guadagnato!
    Buon Viaggio Teresa Cella da Firenze, città difficile per gli emigranti interni!

    HERA-Klescampania

    7 marzo 2008 at 10:33 pm

  9. “Gli uomini non sono solo se stessi; essi sono anche l’ambiente in cui sono nati, il focolare della città o della fattoria dove hanno imparato a fare i primi passi, i giochi che hanno rallegrato la loro infanzia , i racconti delle anziani donne che hanno ascoltato , il cibo che hanno mangiato, le scuole che hanno frequentato, gli sport che hanno praticato, i poeti che hanno letto, il Dio che hanno adorato.”

    (W. Somerset Maugham , “La Lama Del Rasoio”)

    Enzo Maddaloni

    8 marzo 2008 at 9:44 am

  10. Per Maria Rosaria:
    come si potrebbe essere in idisaccordo sul fatto che senza gangli politicisti e clientelari il nostro territorio (Irpinia) sarebbe migliore? Tuttavia ci sono segnali importanti, avviati da alcune regioni (Puglia, Basilicata e Sardegna, ne ho parlato in un post precedente), che puntano a far ritornare i giovani che hanno ottenuto una formazione post-universitaria fuori regione, grazie a contributi regionali e progetti preferenziali di inserimento al lavoro. La Campania questo non lo fa.
    Sull’importanza delle migrazioni e delle nuove esperienze, niente in contrario, il fatto su cui mi sembra molti interventi concordino è che chi ha visto situazioni diverse altrove, difficilmente torna in Irpinia e prova a lottare per liberare spazi per sè e per gli altri (salvo, forse, alcune lodevoli eccezioni).
    Comunque non vorrei sembrare troppo pessimista o piagnone, l’irpinia ha risorse straordinarie e ci sono alcune sacche di r-esistenza culturale (vedi la Comunità provvisoria).
    Ciao, Maria Rosaria, e in bocca al lupo per il tuo lavoro.

    p.s. complimenti a enzo maddaloni per la citazione più che azzeccata.

    teoraventura

    8 marzo 2008 at 12:07 pm

  11. @ enzo

    …”ogni identità è fatta di memoria e oblio. Più che nel passato, va cercata nel suo costante divenire”…

    M.Vaime “Eccessi di culture” Einaudi

    ( io aggiungo che è fatta più di oblio)

    maria rosaria

    8 marzo 2008 at 3:27 pm

  12. Ciao Maria Rosaria,
    ho apprezzato i tuoi commenti e anche invidiato un pò la tua occupazione(anch’io sono un’insegnante e per di più specializzata in Antropologia culturale, quindi capisco bene quanta carica può darti il tuo lavoro).
    Il tuo intervento è pieno di riflessioni giuste, critiche, mai banali. Però volevo ricordarti: certo che l’emigrazione è stata nella storia una grande molla di crescita economica da un lato, e un’insostituibile occasione di riscatto sociale dall’altro: ma a quale prezzo? E’ inulte ricordarti le vassazioni, le tragedia di troppi a fronte dei pochi che ce l’hanno fatta.(“L’orda: quando gli albanesi eravamo noi” di G. Stella è davvetro un pugno allo stomaco per un certa idea delle nostre vicende migratorie)
    E poi: va bene che bisogna nutrirsi del confronto, che non bisogna aggrapparsi ad un’idea statica di identità, richiudendosi in una smorfia di fastidio, nel tentativo sciocco di conservare immobile qualcosa che invece è dinamico, che si nutre di dia.logo, di con-fronto, di media-zione. Ma resta un elemento da cui non si può prescindere: la libertà.
    Va bene tutto, ma se si decide di andarsene.
    Quando la libertà di decidere, di scegliere per se e per la propria vita non c’è…beh allora diventa tutto più complicato.
    E’ allora che difendere la propria cultura, questa identità”ereditata”, che fa da cuore a quella dinamica che ogni giorno andiamo nutrendo, diventa un tentativo di affermazione della propria libertà, della propria volontà.
    Tutto qui.
    In verità avrei qualche perplessità anche rispetto alle prospettive aperte dalla globalizzazione, rispetto alle dinamiche tra locale e globale (certo senza sminuire un fenomeno rivoluzionario che ci consente, tra l’altro, anche di comunicare in questo momento)…ma ne parleremo un’altra volta…
    ciao e a presto

    Tina

    15 marzo 2008 at 12:05 pm

  13. […] viene impartito da un uomo anziano in pensione, che ha lavorato a Los Angeles per decenni. Gli emigrati si preoccupano di trovare lavoro ai loro figli, fratelli e compaesani nella grande citta’. Una […]

  14. tina secondo me non te la devi prendere nè con la povera diciasettenne nè con il provincialismo. questo commento l’ha scritto una non patriotica a differenza di te. tu ci hai esposto il TUO punto di vista, tu dici che bisogna lottare per restare ma si lotta solo per ciò che è importante per sè stessi e non a tutti importa del proprio paese. secondo me quello che dici tu è giusto quanto quello che dice la diciasettene con la sola eccezione che lei avrebbe dovuto parlare per sè. considererai sicuramente sbagliato ciò che ti ho detto perchè tu vivi per questi ideali,sei totalmente appassionata,ossessionata da essi e..ti capisco perchè ti sta parlando una ex comunista che pensava di vivare nei fantastici ideali del comunismo e che loro vivessero in lei…e ora nonostante abbia capito l’inesattezza del mio pensiero non riesce a passare dalla parte del “giusto”.
    comunque la ringrazio,prof.

    ............................................

    18 giugno 2009 at 4:32 pm

  15. Salve professoressa…sono una sua alunna…in classe ci ha parlato del suo libro e oggi,incuriosita, sono andata a cercare del materiale. Ho letto cio che ha scritto e mi sono commossa perchè anche se non la conosco da molto vedo come tutti i giorni si impegna nel suo lavoro, mette passione, e anche se ride scherza si capisce che soffre sia da ciò che dice, da cio che ha scritto qui sopra.Si capisce che le mancano i suoi famigliari e che il piemonte non è la sua terra preferita, però volevo ringraziarla perchè mi ha trasmesso tanto in questo anno scolastico, come nessun isegnante aveva fatto prima…e sa perchè? Perchè come ha scritto sopra si batte per i suoi obbiettivi, per i suoi ideali e io ragazza di 17anni la stimo molto…Sono realmente dispiaciuta che se ne vada e sa cosa rispondo io alla coetanea del suo paese?? le rispondo che vado io ad abitare a Castelnuovo se si trovano persone come lei, disposte a lottare per sfidare chi è piu potente di noi, o semplicemente chi ha le possibilità e non le sfrutta perchè io sono dell’idea che fino a quando non si è lontani dai propi cari e dalla propie terre non si puo comprendere il dolore e la solitudine…termino questo commento ringraziandola ancora e di continuare cosi perchè è una vera donna, una donna che non si arrende, una donna che sarà ammirata apprezzata da tutti. Con affetto la sua alunna Greta (meridionale)

    Greta

    28 maggio 2010 at 3:55 pm


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