COMUNITA' PROVVISORIA

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RECENSIONI

lo scrittore Emanuele Trevi

VENTO FORTE TRA LACEDONIA E CANDELA sta trovando molti lettori e critici attenti. Metto qui la recensione di Emanuele Trevi uscita sabato scorso su Alias (inserto del Manifesto). Ogni tanto metterò anche le altre. I temi toccati da queste recensioni sono vicini ai nostri. _armin  

 

Ecco un prosatore di livello eccelso, uno della stirpe dei Manganelli, dei Parise, dei Celati. Non si ha paura di esagerare, quando si sono lette le prime settantaquattro pagine del nuovo libro di Franco Arminio, Vento forte tra Lacedonia e Candela (Laterza «Contromano», pp.187, euro 10,00), il quarto dello scrittore irpino nato nel 1960, di poco posteriore a un altro esperimento memorabile, Circo dell’ipocondria. Non è che, dopo pagina settantaquattro, il libro di Arminio perda la sua bellezza. I suoi Esercizi di paesologia, come li definisce il sottotitolo, continuano a disegnare una geografia minuziosa e onirica come un paesaggio di Osvaldo Licini.

Ma in ogni scrittore che aspira a una vera grandezza (e Arminio è fra questi) albergano varie, molteplici, discordi anime. Solo gli sciocchi, per dirla con Montale, ne hanno una sola – e anche «paura di perderla». In Arminio, per esempio, c’è una vera anima nera, un plumbeo deposito saturnino, un’ipocondria di autentica marca leopardiana, perché capace di farsi metafisica, vision du monde. Altre tonalità del suo spirito sono meno disperate, più aperte a un’idea di futuro possibile. C’è insomma un Arminio scrittore civile che rimane un ottimo scrittore. Ma la civiltà ha il suo prezzo – e non parliamo della «comunità». In qualunque forma di ottimismo letterario, o di buon sentimento, finiamo per sospettare una specie di fioretto, di volontaria ortopedia spirituale. Sto dicendo che il grande poeta, come spesso accade in questi casi, è l’altro: l’Arminio nero, il mesto ipocondriaco visionario che non sa e non può mai venire a patti col mondo. E’ un cannocchiale malinconico quello che gli assesta al meglio la direzione dello sguardo, gli rivela le evidenze nel loro grado ideale di nitore. E del resto, la stessa scienza professata da Arminio, la paesologia, è una scienza per niente allegra. «E’ la disciplina che segue chi non avanza a vele spiegate, ma chi inciampa, chi sente la vita che si guasta giorno per giorno, paese per paese». Di questa disciplina, Arminio ci offre un saggio lancinante e perfetto nelle prime due sezioni del libro, che meriterebbero di figurare per intero in ogni antologia. L’ «Irpinia d’Oriente» che ci si rivela in queste pagine non ci è più familiare di quanto poteva esserlo, per i veneziani del Duecento, una tappa della Via della Seta descritta da Marco Polo. E’ una zona di confine, un Appennino esposto ai più gelidi venti dell’inverno, e soprattutto una terra malata di «desolazione». Il viaggiatore che la percorre, armato solo dei suoi «quarantasei anni d’ansia», non ha né un metodo, né una finalità particolare. I suoi itinerari scorrono tra i paesi «più sperduti e affranti» come le dita di una vecchia, che magari non crede più in niente, scivolano sui grani di un rosario. E’ tipico degli ansiosi sviluppare alcune rare capacità – perle che crescono nella sofferenza dell’ostrica. Arminio possiede il dono di interpellare, chiedere spiegazioni, carpire confidenze. Dovunque vada, dovunque si fermi, qualcuno è pronto a rivelargli un nuovo dettaglio dell’infelicità, un aspetto ancora inedito del fallimento, della noia, dell’estraneità. Come l’Austria rurale di Thomas Bernhard, anche questo lembo marginale di Campania dà al suo esploratore la sensazione di visitare un grande manicomio a cielo aperto, dove i reparti corrispondono ai singoli paesi, quel pulviscolo di nomi che leggiamo sulla cartina – Lacedonia e Bisaccia, Conza di Campania, Andretta, Fontanarosa…La paesologia di Arminio è come l’esperienza di una specie di limbo. Il luogo ideale di questa scienza è «una terra di nessuno» dove la realtà è ormai «una cartilagine delicatissima», ma la simulazione, ingrediente essenziale della vita cittadina, non sa ancora «dove appigliarsi». Per dirla nella maniera più semplice: in questi paesi non accade nulla e non c’è mai nulla da fare. Il loro stesso essere popolati rappresenta un’anomalia, perché il viverci è solo la negazione di un’altra possibilità: ci abita, insomma, chi non se n’è andato. Ammesso che sia mai iniziata, la vita attiva può terminare con una pensione strappata a cinquant’anni, e davanti a sé una lunghissima vecchiaia da trascorrere come una lenta, inesorabile preparazione al nulla definitivo. Di paese in paese, seguendo le nevrotiche e contorte rotte di Arminio, iniziamo a comprendere quanto è difficile segnare un confine netto tra il mondo esterno e la psicologia dell’osservatore. Alla fine di questo processo di assimilazione reciproca, ciò che rimane sulla pagina è un paesaggio trasformato in sintomo. In sintomo, si badi bene, e non in stato d’animo. Voglio dire che Arminio, nei suoi momenti migliori, ha il coraggio di impiegare qualcosa di sé che non domina e non prevede come se fosse una bussola, un criterio di giudizio, una prospettiva. Ed è questo coraggio a distanziarlo molte spanne dall’ormai insopportabile moda letteraria della descrizione di luoghi, che produce ogni anno decine e decine di libretti insensati e paraculi, capaci di gratificare solo chi li scrive. Se i libri di viaggio, nella stragrande maggioranza dei casi, sono così deludenti, la responsabilità non è certo del mondo, ma di una scrittura normalizzatrice, fondata sulla fatuità dell’impressione, sul gusto dell’aneddoto e della macchietta, sull’erudizione d’accatto, sull’eccessiva sicurezza di un comodo ritorno a casa. Mai come in tutta questa prosa turistica contemporanea che ci sommerge, nemmeno nel più bieco romanzo di consumo, la letteratura può rivelare le sue segrete pulsioni conservatrici, oserei dire poliziesche. A tutta questa banalità sociologica e geografica, Arminio può opporre una confessione addirittura disarmante: «io non vedo quello che c’è, ma inseguo le mie visioni». Per questo tipo di viaggiatore, ogni passo è irreversibile, e ogni centimetro di terra che si lascia alle spalle si trasforma in cenere. E se ritorna in un posto dove è già stato, è come se avesse il potere, o la sventura, di ritornare in un sogno già fatto. Lo riconosce, eppure non può più riconoscerlo. Con un sussulto di panico, si rende conto che è quella la sua casa: l’ultima follia e l’ultima visione del viaggio è questo luogo da cui non si può mai veramente partire e al quale non si fa mai veramente ritorno.

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Written by comunitaprovvisoria

17 settembre 2008 a 4:32 pm

11 Risposte

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  1. chi volesse ammirare l’arminio televisivo
    può sintonizzarsi venerdi mattina, poi domani, alle 9.08 su rai uno, tg di uno mattina.

    comunitaprovvisoria

    17 settembre 2008 at 4:36 pm

  2. … vai col vento forte …
    porta l’irpinia nel cuore
    falla volare

    verderosa

    17 settembre 2008 at 9:35 pm

  3. Gioiosamente, anche noi della terra d’Irpinia, ti abbiamo più volte espresso la nostra ammirazione.

    M.Teresa Iarrobino

    18 settembre 2008 at 6:26 am

  4. Da irpino a irpino ti chiedo di partecipare al Forum per una nuova Irpinia: lascia un contributo di idee (e anche critiche costruttive) sul presente e soprattutto sul futuro della ns. provincia. Senza steccati ideologici o politici. Lavoriamo insieme. Grazie. Pasquale Gallicchio
    http://gallicchiopasquale.splinder.com/post/18424085/Un+Forum+per+una+nuova+Irpinia

    Pasquale Gallicchio

    18 settembre 2008 at 11:35 am

  5. Gli articoli di Trevi e di Cortellessa confermano la grandezza letteraria di Franco Arminio. Proprio ieri ho trovato su una bancarella “Narratori delle riserve”, antologia curata da Celati nel 1992, in cui Arminio già si presentava con bellissime pagine. Noi paesani – irpini e lucani – abbiamo in Arminio una guida (il suo punto di vista è qualcosa che ha rivoluzionato il mio e il nostro modo di guardare i paesi). Sono orgolioso di essergli amico, di dormire nella sua casa, di leggere le sue cose. Però non dimentichiamoci mai di una cosa: che Franco è, innanzitutto, un grande scrittore. Non è un sociologo, né un politico. Sicuramente è un flanuer. Ma a servizio della letteratura, sia pure attuata sul versante dell’antiletteratura. Diamogli sempre forza, fiducia, coraggio.
    Andrea Di Consoli

    Andrea Di Consoli

    18 settembre 2008 at 12:32 pm

  6. 249 volte hanno letto di te…….e spero così che tutti possano gioire della bellezza dell’irpinia e della nostra regione campania….io non sostengo te, ma solo la speranza per i nostri figli di vivere con dignità.

    http://www.girodivite.it/Vento-forte-tra-Lacedonia-e.html

    w la comunità provvisoria

    Nanosecondo

    18 settembre 2008 at 2:28 pm

  7. L’articolo parla da solo. Grande Franco e sempre allerta!

    Paolo battista...

    18 settembre 2008 at 3:37 pm

  8. essenziale e pregnante. in fondo una gratificazione per tutti noi

    roberta

    18 settembre 2008 at 3:51 pm

  9. questo rafforza quanto in più occasioni manifestato con l’affetto fraterno a Franco: sii poeta paesologo intellettuale e scrittore, chiudi la porta della politica e del pd e butta via la chiave nel bacino di compsa. Questo ti fa bene,il resto è cialtronerìa, putridume maleodorante, baratto scambio e spettacolarizzazione della miseria morale. R.Q.

    aruspice roccioso

    18 settembre 2008 at 7:51 pm

  10. […] Ma in ogni scrittore che aspira a una vera grandezza (e Arminio è fra questi) albergano varie, molteplici, discordi anime. Solo gli sciocchi, per dirla con Montale, ne hanno una sola – e anche «paura di perderla». In Arminio, per esempio, c’è una vera anima nera, un plumbeo deposito saturnino, un’ipocondria di autentica marca leopardiana, perché capace di farsi metafisica, vision du monde. Altre tonalità del suo spirito sono meno disperate, più aperte a un’idea di futuro possibile… (continua qui) […]

  11. […] Ma in ogni scrittore che aspira a una vera grandezza (e Arminio è fra questi) albergano varie, molteplici, discordi anime. Solo gli sciocchi, per dirla con Montale, ne hanno una sola – e anche «paura di perderla». In Arminio, per esempio, c’è una vera anima nera, un plumbeo deposito saturnino, un’ipocondria di autentica marca leopardiana, perché capace di farsi metafisica, vision du monde. Altre tonalità del suo spirito sono meno disperate, più aperte a un’idea di futuro possibile… (continua qui) […]


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