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UN ARTICOLO DI BERARDI BIFO

Il berlusconismo non è fascismo è dittatura del semiocapitale  _ di Franco Berardi Bifo

Perché insistere a chiederci se si tratta o no di fascismo? Quello prodotto da trent’anni di bombardamento televisivo è probabilmente peggio del fascismo storico, perché non si fonda sulla repressione del dissenso, non si fonda sull’obbligo del silenzio, ma tutto al contrario, si fonda sulla proliferazione della chiacchiera, sull’irrilevanza dell’opinione e del discorso, sulla banalizzazione e la ridicolizzazione del pensiero, del dissenso e della critica. Il totalitarismo di oggi non è fondato sulla censura del dissenso ma su un immenso sovraccarico informativo, su un vero e proprio assedio all’attenzione.
Non si può in alcun modo assimilare l’attuale composizione sociale del paese con la composizione sociale, prevalentemente contadina e strapaesana dell’Italia degli anni Venti. Nei primi decenni del secolo ventesimo, il modernismo futurista dei fascisti introduceva un elemento di innovazione e di progresso sociale, mentre oggi il regime forzitaliota non porta dentro di sé alcun germe di progresso, e la sua politica economica si fonda sulla dilapidazione del patrimonio accumulato nel passato. In questo Asor Rosa ha visto giusto. Il fascismo è un fenomeno di modernizzazione totalitaria, il berlusconismo è un fenomeno di devastazione della civiltà sociale della modernità. Mentre il fascismo avviò un processo di modernizzazione produttiva del paese, il regime forzitaliota ha dissipato le risorse accumulate dal paese negli anni dello sviluppo industriale, come aveva fatto Carlos Menem in Argentina nel decennio che ha preceduto il crollo di quell’economia e di quella società. Ma questo carattere dissipativo è perfettamente coerente con la tendenza principale che si manifesta nel pianeta nell’epoca neoliberista.
Il capitalismo moderno era fondato su alcune regole direttamente riconducibili all’etica protestante. Regole su cui si fondava la fiducia, elemento decisivo dell’economia borghese moderna.
Ma ora la forma weberiana dello sviluppo si esaurisce per il capitalista post-borghese il quale sa che il credito non dipende dai valori protestanti dell’affidabilità, dell’onestà, della competenza, ma dal ricatto, dalla violenza, dalla protezione familiare e mafiosa. Non si tratta di una temporanea caduta del rigore morale, di un’ondata di corruzione. E non si tratta neppure di un fenomeno di arretratezza. Si tratta di un mutamento della natura profonda del processo di produzione. La determinazione del valore ha perduto la sua base materiale, oggettiva (il tempo di lavoro socialmente necessario, come dice Marx), e ora dipende dal gioco di simulazione linguistica, dei media, della pubblicità, della produzione semiotica, ma anche dalla violenza.
Ecco allora che la prospettiva in cui vedemmo l’Italia nella passata epoca moderna ora si ribalta: proprio ciò che aveva fatto dell’Europa meridionale controriformata un luogo arretrato, ora ne fa laboratorio delle forme di potere postmoderno. Proprio ciò che aveva messo l’Italia alla retroguardia dello sviluppo capitalistico moderno, diviene il motivo della sua capacità di anticipazione. Proprio perché predomina la cultura del familismo immorale, della violenza mafiosa e del raggiro mediatico, negli anni Novanta di Berlusconi l’Italia diviene il laboratorio culturale e politico del capitalismo criminale iperliberista. La scarsa penetrazione dell’autorità statale nelle pieghe della società e dell’economia è sempre stata considerata un fattore di arretratezza e di debolezza, ma il neo-liberismo ha creato una situazione in cui gli interessi privati, gli interessi di famiglia e di clan prevalgono sugli interessi pubblici. In nome di un’ideologia della libera impresa e del libero mercato si è in effetti aperta la strada a una sorta di privatizzazione dello stato. La macchina statale non è stata ridimensionata, ma si è messa al servizio di interessi di famiglia. Questo processo non si è svolto solamente in Italia, ma qui le condizioni culturali erano particolarmente ben predisposte.
La deregulation economica ha liberato immense energie produttive, e al tempo stesso ha indebolito o distrutto le difese che la società moderna aveva costruito per proteggersi dall’aggressività predatoria del capitale.
Come al capitalismo proprietario si addiceva il decoro gotico e severo, così al capitalismo finanziarizzato si confanno sembianze barocche. A partire dagli anni ottanta, lo spirito barocco della Controriforma, che aveva impacciato le società meridionali fino a tutto il novecento, non è più un elemento di arretratezza.
Il borghese moderno era legato alla sua impresa perché le macchine, i luoghi, i lavoratori dell’industria erano la sua proprietà. Il capitalismo virtuale separa la proprietà dall’impresa, l’impresa si finanziarizza e si immaterializza. La corporation globale può spostare il suo investimento in pochi istanti senza render conto ai sindacati, alla comunità, allo stato. Il capitale non ha più alcuna responsabilità verso la società, e ormai, come abbiamo visto nel caso Enron, neppure nei confronti dei suoi azionisti. L’etica protestante non è più redditizia. E’ molto più efficace l’etica della compromissione mafiosa, del ricatto e dello scambio illegale. Nel processo di globalizzazione l’Italia non è sfavorita dall’illegalismo e dall’immoralità della sua nuova classe dirigente, come la sinistra moralista paventa. Al contrario, l’Italia diviene il paese nel quale la dittatura tardo-liberista meglio può svilupparsi.
Qui il regime incorpora comportamenti del fascismo (la brutalità poliziesca, che abbiamo visto a Genova nel 2001, l’irresponsabilità che portò l’Italia di Mussolini alla guerra catastrofica del 1940-45, il servilismo che ha sempre caratterizzato la vita intellettuale italiana). Incorpora caratteristiche proprie della mafia (il disprezzo per il bene pubblico, la tolleranza per l’illegalità economica).
Ma non per questo è una riedizione del regime fascista né come un sistema di mafia. Neoliberismo aggressivo e media-populismo sono i suoi ingredienti decisivi, ed esso funziona obiettivamente come laboratorio delle forme culturali e politiche che accompagnano la formazione del semiocapitale.
Franco Berardi Bifo / Liberazione / 21 settembre 2008

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Written by Mercuzio

28 settembre 2008 a 10:22 am

7 Risposte

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  1. oggi si confonde tra coscienza e responsabilità. Fino a quando governerà la Chiesa, nel mondo regnerà la coscienza e quindi la paura sarà la causa di potere grazie al consenso.

    Antonio

    7 dicembre 2008 at 12:30 am

  2. per la miseria ma è troppo chiedere di scrivere in italiano standard? Ma che ca$$o significa: “…e quindi la paura sarà la causa di potere grazie al consenso.”?? (non che quello che lo precede sia chiaro, ma sembra avere un certo senso!).
    E’ vero che essere astrusi è l’arma dei vacui, ma strafare…. è notoriamente eccessivo: smettetela!.

    felice

    felice

    7 dicembre 2008 at 12:37 am

  3. Da alcuni mesi, seguo regolarmente a grandi linee i vostri interventi e ho cosi oggi l’opportunità di leggere, l’articolo del 2008 di Bifo grazie al ripescaggio del sig. Somma. Testo estremamente interessante e anche ispirante, non tanto strettamente per il suo contenuto, ma diciamo per la sua forma rigorosa, asciutta, qualità che tendono a difettare sul Blog con una corrispondenza piena di fioriture e di buoni sentimenti alla “volemose bene”, non certo rimproverabile, ma che finisce per appiattire il dibattito. E renderlo poco stimolante per chi, come me, né è di origine irpinese né ha l’opportunità di fare escursioni domenicali ma che invece avrebbe interesse nel partecipare all’elaborazione di idee forti sulle prospettive di una società alternativa di eco-economia.

    anne demijttenaere

    6 aprile 2010 at 7:50 pm

  4. complimenti per il nè con l’accento, coi tempi che corrono

    sergio gioia

    6 aprile 2010 at 9:16 pm

  5. @ sergio gioia
    un piccolo colpo basso è sempre meglio di niente….

    anne demijttenaere

    7 aprile 2010 at 9:42 am

  6. Il timoniere dice:
    “……..la parola di cui la destra di Berlusconi più frequentemente abusa, «libertà», rovescia il suo più intimo significato. Intrecciare di nuovo lavoro e libertà, riscoprire il nesso indissolubile che c’è tra loro, è forse oggi la priorità assoluta, e più che mai di fronte all’assalto contro l’art. 18, circondato anche nel centrosinistra da un colpevole e suicida silenzio nel corso della campagna elettorale. Quel silenzio del centrosinistra va interrotto, tanto più alla luce della decisione di Napolitano di
    rinviare la legge di riforma del diritto del lavoro alle Camere. E’ necessario che tutta l’opposizione si mobiliti subito unitariamente e organizzi una grande
    manifestazione per respingere questo attacco contro uno dei più elementari diritti di libertà del lavoro.
    Sino a che la parola «alternativa» non tornerà a indicare materialmente la possibilità effettiva, a portata di mano, diuna vita diversa, tutti i discorsi sulle alleanze e sulle possibili alchimie politiche sono destinati a restare solo chiacchiericcio e
    vaniloquio.Faccio solo due esempi: la liberazione delle nuove generazioni dalla gabbia del precariato e il ripristino del primato dei beni comuni contro
    l’onnivora invasione della logica del mercato e del profitto. Basterebbe questo a dare il senso di cosa deve significare alternativa.
    Nichi Vendola (3 aprile 2010)

    lucrezia r.

    7 aprile 2010 at 2:28 pm

  7. commenti chiusi ai post decorsi 30 giorni

    Mauro Orlando

    30 gennaio 2011 at 9:46 am


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