COMUNITA' PROVVISORIA

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LE SENTINELLE DEL FORMICOSO

Metto qui con molto piacere un bellissimo lavoro del mio amico donato salzarulo sulla vicenda formicoso.  per aggiornare il pezzo alle vicende di questi giorni c’è da dire che il fatto che ad andretta abbiano fatto fuori il sindaco è molto grave.   verrà un commissario prefettizio, vedremo quale sarà il suo atteggiamento.  sappiamo che la discarica la vogliono fare e sappiamo che per ora non hanno fretta: per loro i lavori dovrebbero iniziare la prossima primavera.

noi non ci stiamo e non ci staremo. ci opporemo anche senza l’ausilio dell’amministrazione di andretta.  ci opporremo continuando a cercare testardamente di allargare il fronte di chi pensa a soluzioni diverse dal “grande buco”.   noi siamo per la terra e per chi la coltiva, ovunque si trovi. anche per questo sabato mattina andiamo a rendere onore ai contadini di sant’agata di puglia. _armin 

 

di DONATO SALZARULO 

18-25 Ottobre 2008. Settimana di sole e di respiro. Lascio la camera a gas metropolitana e torno in Irpinia d’Oriente, al paese d’argilla, alla piazza silenziosa e desolata del borgo medievale.

Mi attendono incombenze di famiglia, ma l’occasione è buona per raccogliere notizie di prima mano sulla questione dei rifiuti, su ciò che Guido Viale nel suo ultimo libro («Azzerare i rifiuti», Bollati Boringhieri, 2008) ha giustamente definito il Dossier Campania.

Le immagini di Napoli invasa di “monnezza” hanno fatto il giro del mondo. Montagne di spazzatura e roghi, in piena campagna elettorale, hanno contribuito alla vittoria di Berlusconi e del centrodestra. Il Riccone ne ha fatto un punto d’onore e, quasi a scadenza settimanale, vanno in onda i fotogrammi delle sue visite alla città partenopea miracolosamente ripulita (ripulita?), grazie al suo decisionismo e alla proverbiale concretezza lombarda. Io direi, soprattutto, grazie ad esercito, polizia e televisione che ora tace o trasmette solo questo film.

 

Conosco il piano del Governo. Non è molto diverso da quello del Governo precedente. Chi desidera capirne qualcosa può procurarsi una copia del decreto legge N. 90 del 23/5/2008, convertito nella legge N. 123 del 14/7/2008.

Ricordo che esso prevede, manu militari, l’allestimento di 11 discariche e la costruzione di 4 inceneritori. I luoghi in cui sorgeranno gli uni e le altre sono definiti “aree di interesse strategico nazionale” e verranno, perciò, presidiate dall’esercito. Questa è la novità berlusconiana: la militarizzazione, l’uso della forza contro le popolazioni. Per il resto, nell’attesa miracolistica di bruciare tutto negli inceneritori – attesa che dura da 14 anni -, continua la caccia agli spazi da adibire a discarica: una addirittura nel Parco Nazionale del Vesuvio!

 

Un’altra, di dimensioni gigantesche, deputata a raccogliere rifiuti tossici e nocivi, dovrebbe essere allestita a Pero Spaccone, nella zona del Formicoso, tra Bisaccia, mio paese d’origine, e Andretta. Sarebbe uno scempio, la condanna a morte di una zona già tanto martoriata dagli uomini e dagli dei.

I miei compaesani sono in allarme da mesi. Anzi, da anni. Perché il progetto di una discarica al Formicoso risale agli inizi dell’«emergenza» rifiuti. Emergenza tra virgolette. Come può essere definita d’emergenza, infatti, una situazione che va avanti così da 14 anni? Uno Stato fallimentare, debole e inefficiente sul piano amministrativo e sociale, ora si fa “Stato di polizia” e mostra i muscoli per garantire non gli interessi delle popolazioni, ma quelli di varie lobby (soprattutto di quelle che fanno affari con gli inceneritori).

 

Gli inceneritori o “termovalorizzatori” (termine in uso solo in Italia per addolcire la pillola, come precisa Viale nel libro che porto con me), sono delle macchine inefficienti che rilasciano in aria inquinanti micidiali.  Però producono soldi a spese degli utenti e dei contribuenti (grazie agli incentivi CIP6) e vi sono lobby industriali quanto mai interessate a questi affari. Questo tipo di impianti, senza questi incentivi, sarebbero antieconomici. Così come sarebbero antieconomici se non bruciassero, a pieno regime, tutto il bruciabile. Da qui la storia delle “ecoballe”. Sono stati impacchettati milioni di tonnellate di rifiuti in attesa che entrasse in  funzione l’inceneritore di Acerra. Ma, a tutt’oggi, l’impianto è ancora in costruzione. In un luogo, per altro, che è il più inquinato  e il più infestato di tumori d’Europa.

     

«L’inceneritore è una macchina due volte tossica. E’ tossica perché rilascia ceneri e scorie pericolose che vanno sotterrate in discariche ad hoc [come quella prevista, ad esempio, sul Formicoso], mentre il resto (quattro quinti) se ne va in fumo. Non sparisce, ma si disperde nell’aria e poi ricade sui nostri polmoni, sulle cose che mangiamo, sul terreno dove passeggiamo o giochiamo. Soprattutto si accumula lungo i diversi anelli della catena alimentare […]

Ma l’inceneritore è tossico soprattutto perché inquina il cervello di molti amministratori locali, governanti nazionali e commentatori di giornali e telegiornali, i quali aspettano da quella macchina – invece che dalla riorganizzazione del ciclo dei rifiuti attraverso la partecipazione e il coinvolgimento diretto dei cittadini, cioè di coloro che i rifiuti li producono – una miracolosa soluzione del problema.» ( Viale, op. cit. pag. 103-104).

 

Riorganizzazione del ciclo dei rifiuti significa fare propria la ricetta europea basata sulle 5 erre: Riduzione dei materiali, Riuso, Raccolta differenziata, Riciclo, Recupero energetico. C’è qualcuno che può spiegare perché in una situazione d’emergenza viene mandato l’esercito contro le popolazioni e non si propone di RIDURRE temporaneamente la distribuzione di materiali usa-e-getta e di prodotti imballati in contenitori superflui? I rifiuti urbani sono costituiti per il 40 per cento, in termini di peso, e per il 70 per cento, in termini di volume, da imballaggi. «Disimballiamoci» è lo slogan di Legambiente. Non era meglio rendere questa parola d’ordine obbligatoria in Campania? No, non era meglio. Perché l’emergenza fa comodo.

 

Questo forse è un altro nodo da comprendere. Oggi c’è sempre un allarme, un’emergenza all’orizzonte. Anche quando non c’è. Non è stata la Gelmini, tanto per fare un esempio recente, a parlare di scuola “al collasso” per giustificare i tagli e produrre così davvero il collasso scolastico? Il ricorso a stati d’«emergenza» (veri o supposti) è continuo  perché rappresentano per chi governa una vera e propria manna. Consentono di sospendere norme, derogare da leggi ordinarie, esautorare da funzioni, modificare ordinamenti. E, ciò che più conta, consentono di drenare risorse finanziarie straordinarie e realizzare affari enormi.

 

Una bella emergenza giustifica tutto. Anche il fatto, come definirlo? Assurdo!, che se abbandoni in un angolo di periferia un vecchio frigorifero e vieni colto in flagrante, in Campania finisci in carcere e rischi dai sei mesi ai tre anni, mentre in qualsiasi altra regione d’Italia non rischi nulla o quasi. Pazzesco, ma è così! I vecchi frigoriferi vanno portati, naturalmente, in discariche controllate, ma un decreto legge così concepito non è un attentato all’eguaglianza dei cittadini? Sì che lo è, ma i Campani oggi sono cittadini di serie B, perché non sanno smaltire correttamente i rifiuti e possono beccarsi qualsiasi norma d’emergenza. Così uno Stato incapace e inefficiente, uno Stato che nelle sue varie articolazioni (Governi, Regioni, Provincie, Comuni, Commissari straordinari, Prefetture…) non è riuscito, in tanti anni, ad assumere un solo provvedimento sensato per uscire dall’emergenza, scarica la responsabilità della sua inefficienza sui cittadini. Classico cadornismo all’italiana. Le guerre si perdono sempre per responsabilità dei soldati, mai dei generali.

 

Con gli amici bisaccesi queste cose ce le diciamo da tempo. In estate abbiamo ripreso a ridircele più frequentemente. Il problema urgente era ed è sventare la minaccia governativa, allontanare la prospettiva di una discarica al Formicoso, dimostrare che si può fare altro. Così ad Agosto ero lì coi miei amici, al concerto di Vinicio Capossela, artista originario della zona, a cercare di forare un’opinione pubblica manipolata e compattata contro le popolazioni campane, incapaci di affrontare e risolvere, insieme ai loro amministratori e gruppi dirigenti locali, l’emergenza rifiuti.

 

Quando parto il 18, ho tante idee per la testa e quando arrivo a Bisaccia cerco di metterle in ordine, ma le idee sono tante, proprio tante, e non sempre ci riesco. La prima è una domanda: i miei compaesani non sono innocenti e non fanno tutto alla perfezione. Ma se la situazione sullo smaltimento dei rifiuti ha preso la piega che ha preso di chi è la responsabilità? Dei cittadini che non fanno la raccolta differenziata o di chi doveva organizzarla e non l’ha fatto? A Bisaccia e in molti paesi irpini, la raccolta differenziata si fa. Michele, che è il responsabile per il Settore Rifiuti di Legambiente della Campania, mi regala la pubblicazione “Comuni Ricicloni 2008”. Ce ne sono alcuni al 90,8 %, altri come Bisaccia al 45,6%  altri ancora allo zero per cento. I Comuni che nel 2007 hanno superato la soglia del 40% di raccolta differenziata sono 118; 150, invece, quelli che superano il 35%. Ma il problema è che le grandi città (Napoli, Caserta, Benevento, Avellino) sono lontane dalle percentuali minime. Si salva solo Salerno che, dopo un accordo con il CONAI, ha raggiunto in poche settimane risultati promettenti.

 

Allora penso al mio amico Livio di Avellino. Ripenso ai frammenti di un nostro discorso estivo. Per lui non c’è alternativa. La discarica al Formicoso bisogna farla, perché è qui che la densità abitativa è più bassa. Non ha minimamente pensato, sono sicuro. alla ricetta europea delle 5 R.  E, se ci ha pensato, non la ritiene evidentemente giusta. O forse è semplicemente sbadato e pensa ad altro come tante volte capita a me.

L’ultima è stata venerdi sera, prima di partire. Giuseppina mi dice di andare al supermercato a comprare qualcosa da regalare alle zie. E cosa compro? Delle scatole di cioccolatini. Nulla di male, si dirà. Peccato che, avvolti in carta stagnola dorata, fossero sistemati nelle cavità ovali di un’altra carta stagnola che faceva loro da base. Il tutto poi era conservato in una scatola rettangolare di plastica dura similvetro abbastanza voluminosa. Una bella confezione, indubbiamente. Ma i cioccolatini, forse, non erano più di venti e potevano essere conservati altrettanto bene in un sacchetto di carta sufficientemente spessa. Mentre li regalavo alle zie, pensavo di aver portato giù, più pesanti e voluminosi da smaltire rifiuti, invece che cioccolatini  

 

 A Bisaccia discuto con Agostino, con Franco, con Michele, con Peppino. Mi lascio coinvolgere dal capannello in piazza del Duomo. Faccio il sopralluogo a Pero Spaccone. Tutta la popolazione bisaccese vive nella speranza che i carotaggi stabiliscano che la zona non è adatta: “trovano acqua, trovano acqua” è la voce che gira e sembra portare un po’ di sollievo. Per tutta una fase, infatti, amministratori e comitati si sono dati da fare per motivare il rifiuto, per argomentare il no al Formicoso. E di ragioni ne hanno trovate. Ma Bertolaso e Berlusconi non ci sentono. Hanno altro per la testa.

 

E’ dalle vacanze estive, da fine luglio-agosto, che sono calamitato dalla questione rifiuti. Sono d’accordo coi miei amici. La discarica al Formicoso sarebbe uno scempio. Ma la risposta non può essere quella del “qui No”, mentre in qualsiasi altro luogo sì. Ne siamo coscienti. Forse non lo siamo tutti. Ma c’è speranza che tutti lo diventino. Quindi, bisogna cercare una politica alternativa dei rifiuti. Bisogna spiegare come sia possibile farlo senza discariche e senza inceneritori. Franco sostiene che dall’Irpinia può partire la battaglia del riscatto. Forse ha ragione. Lui, in verità, dice anche altro. Ad esempio che la vita o è terribile o ti sfugge. In questo “momento terribile”, allora, possiamo cercare di afferrare la vita. Un po’ io la penso come lui. I momenti di crisi (esistenziale, sociale, politica) possono schiacciare del tutto, però possono anche liberare le forze per conquiste impensabili.

 

Possibile che a nessuno venga in testa di porsi una semplice domanda: se l’emergenza rifiuti dura da tanti anni come è cominciata? Di chi la responsabilità? Possibile che si debba cedere all’informazione televisiva che appiattisce tutto.  La TV è  un frullatore privo di storia e di spessore. I giornalisti televisivi avevano il dovere di fare ogni giorno un nome che non hanno quasi mai fatto o, se l’hanno fatto, l’hanno fatto sottovoce. La responsabilità numero uno di quanto è successo a Napoli e in Campania è di un’impresa privata il cui nome è FIBE. La Giunta Rastrelli (di centrodestra), affidò nel 1994 a questa impresa, con una gara di cui la magistratura ha accertato l’irregolarità, tutta la gestione del ciclo dei rifiuti, cioè, smaltimento finale e trattamento intermedio (discariche, inceneritori e cosiddetti CDR)

 

«Se la Campania si trova oggi in una situazione drammatica è perché in attesa degli inceneritori (prima 24, poi 13, poi 3, poi solo 1, poi di nuovo 3 e ora 4) che avrebbero dovuto bruciare tutto, non si è mai avviata – con poche eccezioni – la raccolta differenziata e si sono intasati i CDR, che avrebbero dovuto separare il rifiuto residuo in “secco” e “umido”, per bruciare negli inceneritori solo il primo. Che bisogno c’era mai di separare tante frazioni se poi si poteva bruciare tutto, guadagnando per ogni tonnellata avviata all’impianto e per ogni kWh prodotto, grazie agli incentivi CIP6 che solo l’Italia eroga  a beneficio dell’incenerimento? Non solo: le ecoballe uscite dai CDR si sono accumulate a milioni (7 o 8), perché il progetto della Fibe, che doveva essere realizzato in trecento giorni, non è mai entrato in funzione – e forse non entrerà mai – non per il “no” di abitanti e ambientalisti che, dopo l’apertura del cantiere, non hanno più contato nulla, ma per difetti di progettazione.» (Viale, op. cit. pag. 93-94)

 

E’ dall’estate che cerco di capire. Desidero risposte a domande semplici. Del tipo: come è cominciata? E’ possibile che sia colpa tutta della camorra? E’ possibile che la situazione sia così marcia?

E’ dall’estate che cerco di mettere ordine nelle mie domande e nelle informazioni che ricevo o posseggo.

 

Il 18 ottobre, all’arrivo, il primo che incontro è Agostino. Il discorso va subito al sodo, al grumo di preoccupazioni sue e di centinaia di altri irpini. La discarica al Formicoso è il nodo scorsoio, il cappio alla gola che stringe tutti noi.

Agostino racconta da protagonista, da persona che conosce tutti i risvolti della vicenda, le parole dette e non dette degli attori e quelle rimaste a mezz’aria, i pro e i contro, gli interessi espliciti e impliciti. Agostino, ad inizio d’anno, mi aprì gli occhi sulla FIBE, su Impregilo, sull’ala  “industrialista” presente nel Partito Democratico e in tutto il Centrosinistra. D’accordo, dicevo io. D’accordo. Ma ridurre la Campania a un immondezzaio non va contro anche quest’ala industrialista? In fondo, perché l’inceneritore di Acerra, ammesso che sia giusto farlo, non è stato finora fatto? Per colpa degli ambientalisti? Per colpa della camorra che aveva interesse a trovare i siti di stoccaggio delle ecoballe?

 

«Oggi il disastro in cui sono stati gettati gli abitanti della Campania sembra suscitare solo fastidio, disprezzo e un insensato senso di superiorità nei confronti di una popolazione che ha subito per cinquant’anni l’incuria, il cinismo, l’affarismo e l’incompetenze dei suoi governanti.» (Viale, op, cit. pag. 100)

 

«La questione dei rifiuti in Campania è comunque un concentrato di tutte le crisi del nostro paese: crisi culturale, politica, amministrativa, economica, occupazionale, ambientale, urbana, sanitaria, securitaria; insomma, una bancarotta della democrazia» ( Viale, op. cit. pag. 100)

 

Quando Agostino narra l’arrivo dei soldati sul Formicoso, nella notte della 29 settembre, il tono si fa quasi epico. Gli abitanti di Bisaccia e di Andretta che si mobilitano al richiamo delle trombe sulla macchina hanno rappresentanti, comitati, amministratori, capi più o meno riconosciuti.

Agostino è assessore all’ambiente di Bisaccia, ma è dentro la vicenda della discarica da oltre un decennio, da quando per la prima volta questo sciagurato disegno fu abbozzato.

 

Prima o poi bisognerà pur chiedersi che cosa è effettivamente ricchezza in questa società. Agostino se lo chiede. E’ un assessore speciale, è uno di quelli che ha masticato pagine marxiane e conosce le prime righe del Capitale. Ma no, ricchezza non è l’immane raccolta di merci. Ricchezza è il Formicoso, l’aria, il silenzio, le famiglie contadine che coltivano i campi di grano  che si vorrebbe trasformare in “piattaforma funzionale”, in megadiscarica su cui sversare i rifiuti anche  tossici d’Italia e d’Europa.

 

Gli abitanti irpini hanno le loro vedette, le sentinelle della resistenza. Fanno avanti e indietro, pernottano nelle vicine città, conoscono le caserme dei soldati e dei carabinieri, registrano il passaggio dei mezzi militari nelle diverse vie d’accesso e, se osservano movimenti sospetti delle truppe e della polizia, salgono sul più vicino altopiano e, come gli indiani, mandano segnali di fumo ai paesi addormentati. “Sveglia! Stanno arrivando i soldati dell’esercito berlusconiano!..Sveglia!” E gli abitanti si alzano, escono dalle case, vanno in piazza, in assemblea, preparano  cortei. Gli abitanti irpini sanno di avere pochissimi mezzi. Conoscono la sproporzione delle forze in campo. Sanno che il Riccone ha avvolto con tutte le sue TV il Belpaese nella nebbia. Le battaglie giuste si combattono anche quando l’esito sembra disperato. Si combattono per la propria dignità.

Quelle di chi oggi si batte contro le discariche e gli inceneritori sono battaglie giuste. Non solo per la propria dignità, ma anche per salvare la dignità di avversari che conoscono soltanto gli istinti animali del profitto e del capitale.  

 

Domenica 19 andiamo a Castelbaronia. Nicola e Maria, la sorella di mia moglie, devono vendemmiare. E’ un giorno di festa. A casa c’è anche mio fratello e mia cognata. Non vedono fare questi lavori da anni e vogliono parteciparvi.

Sono sette persone per una trentina di filari. Dichiaro la mia “inutilità” e mi tengo a distanza. Sono in aperta campagna, dopo il Vallone, a Serra Cavaliere. Leggo pagine di giornali e ascolto, a tratti, il loro chiacchiericcio. La giornata è radiosa e splendente. Sembra uno scorcio d’estate. Vendemmiano in un’ora o poco più e cominciano a caricare le cassette sul camioncino. Si torna al paese. Loro in macchina ed io a piedi. Mi avvio prima e mi raggiungono quando sono ormai a pochi metri dalle case.

Non è un “ambiente vuoto” quello intorno a me. Non è uno spazio che si possa facilmente trasformare in discarica. Ci sono vigne, campi di tabacco, di grano e granturco, oliveti. Ci sono meli, noci, castagni. Riconosco le querce e per terra le ghiande, gli ailanti, i sambuchi. E’ un sapere che ho dentro dall’infanzia. C è relazione tra noi e questo ambiente, ricambio organico.    

 

La prima parte del libro di Viale è intitolata «La questione dei rifiuti».  Sono 40 pagine dense, ripartite in quattro capitoli: 1) «Due culture a confronto», 2) «Per una teoria dei rifiuti», 3) «Fondamenti di un’economia del recupero», 4) «Risorse e rifiuti».

Da studente, quando dovevo dare un esame, cercavo di imparare a memoria l’indice di un libro. Mi permetteva di orientarmi: due culture a confronto. Quali mai saranno?

La cultura della crescita e quella della sobrietà. Cosa caratterizza la prima e cosa la seconda? La prima ha una fiducia cieca nella tecnica e nel funzionamento dei mercati. Nega radicalmente il cosiddetto “principio di precauzione”, promuove il consumo per il consumo e arriva all’assurdo di produrre oggetti destinati a funzioni effimere come gli articoli usa-e-getta o i vuoti e gli imballaggi «a perdere». Nel suo quadro concettuale, i rifiuti  sono “effetti collaterali” che vanno smaltiti negli “spazi liberi”, negli “ambienti vuoti” della terra, dell’acqua, dell’aria o bruciati col fuoco. Il ciclo economico di una merce prevede soltanto produzione-distribuzione-circolazione-consumo e non anche la sua reimmissione in un nuovo ciclo produttivo ed economico. Ma se il ciclo non viene chiuso col riciclo è inevitabile un accumulo continuo di rifiuti. Oggi, infatti, la quantità di rifiuti accumulati rischia di superare la quantità delle merci in circolazione.

 

«Ciò che non si vuole ammettere è che nella situazione della Campania si può vedere, come in uno specchio, quello che sarà il futuro di tutte le città e dell’intero pianeta, se il tempo concesso alla sua sopravvivenza sarà sufficiente. Recente è la notizia che cento milioni di tonnellate di rifiuti di plastica galleggiano nel mezzo dell’Oceano Pacifico, formando una specie di nuovo continente che uccide intorno a sé ogni forma di vita acquatica.» ( Viale, op. cit. pag. 15)

 

Al polo opposto c’è la cultura della sobrietà. Anch’essa figlia della modernità. E’ la cultura del deltaplano, della bicicletta, dei pannelli fotovoltaici, delle pale eoliche, di chi desidera utilizzare in modo sensato e ragionevole le risorse della Terra, di chi sa che la crescita non può essere illimitata e illimitato il consumo. Meno imballaggi superflui, meno articoli usa-e-getta, più prodotti venduti sfusi («alla spina»), più compostaggio domestico (anche un balcone può essere sufficiente!)…Cose semplici, alla portata di ogni cittadino. E’ la cultura di chi sa che il ciclo economico-produttivo si deve chiudere reimmettendo i rifiuti nel processo come avveniva nella civiltà contadina e in tutte le culture preurbane. L’ambiente non può essere considerato “spazio vuoto” per allontanare dalla città o dall’abitato tutto ciò che non si considera più utilizzabile. I rifiuti, come un tempo gli escrementi, devono rappresentare un anello dell’interscambio tra organismo e ambiente.

 

Domenica sera andiamo a cena da Peppino e Grazia. Preparano i marcannali, una pasta fatta in casa a forma di lunghi e robusti lacci di scarpa. E poi c’è il pollo ruspante e poi…Grazia è una maestra, Peppino non ha voluto mai fare il maestro, pur possedendo il diploma di maturità magistrale. Dopo vari mestieri, ora fa il contadino. Ara i campi col trattore, semina, miete, scava patate, raccoglie pomodori. Fa, insomma, tutto ciò che fa un contadino. Mia zia diceva che un tempo una vigna campava una famiglia. Ora le vigne al paese vengono coltivate per affezione. Peppino, col suo duro lavoro di contadino, forse guadagna appena quanto basta per vivere. Se al Formicoso fanno la discarica, dice, chiudo l’attività ed emigro in Piemonte o in Lombardia o in qualche altra regione. E racconta della notte del 29 settembre, quando arrivarono i soldati e furono presi alla sprovvista, e della manifestazione del 2 ottobre. Nel corteo guidava il trattore. Con lui c’erano anche i due figli, con le bandiere di Rifondazione.

Peppino e Grazia, inutile dirlo, non hanno il problema dei rifiuti che, invece, hanno i miei cugini, parenti e amici napoletani che vivono tra il Vomero e l’Arenella. In campagna, la masseria è un impianto di compostaggio. Basta prestare attenzione a non portarsi in casa molta plastica.

Però, sentite questa: in 14 anni d’emergenza, in Campania non è stato realizzato alcun idoneo  impianto di compostaggio. I Comuni ricicloni, quindi, sono costretti a smaltire la frazione organica dei rifiuti fuori regione, con costi fino a quattro volte maggiori.    

 

 Lunedì 20 decidiamo di fare un sopralluogo al Formicoso, nella zona della discarica. Dal bivio di Andretta fino a Pero Spaccone, qua e là, i segni della grande manifestazione del 2 Ottobre. Un corteo di oltre 10.000 persone. Completamente oscurato dalle TV commerciali e di stato. Ma in che paese viviamo? Lembi di lenzuola nei campi con scritte a carattere cubitale, scritte che dicono no alla distruzione del Formicoso, mentre le pale eoliche continuano indisturbate a girare.

Quando imbocchiamo la provinciale, lasciando alle nostre spalle la strada statale, sulla salita il primo pullman di poliziotti. Il terreno è recintato e, a intervalli regolari di un centinaio di metri, si può leggere il rettangolo giallo che definisce l’area d’interesse nazionale, ordina il divieto di accesso e l’avviso di “sorveglianza armata”.

Ci fermiamo vicino alla masseria. A fianco la grande “Tenda della Preghiera”. E’stata sistemata lì dalle parrocchie dei due paesi, in appoggio alle popolazioni e alla loro protesta. Sbircio dentro, intravedo sedie di plastica e un altare povero.

Il filo spinato cinge la vasta area, 140 ettari e forse più, che dovrebbe essere adibita a discarica. Il filo si perde a vista d’occhio. Da una strada va all’altra. Lontani dalla strada provinciale, dalla parte opposta, i container dei militari. Sopra, poco lontano dalla Tenda, un altro pullman di PS.

Stanno effettuando i carotaggi per verificare l’idoneità della zona all’allestimento della discarica.

Arriva il Sindaco di Andretta, con il geologo di parte comunale. Andiamo insieme vicino ai mezzi della società incaricata dei carotaggi. C’è un altro geologo. Sono al terzo carotaggio e si trova acqua. E’ un rinvenimento che viene salutato con gioia.

La padrona della masseria si avvicina al capannello che discute attorno al Sindaco. Vuole sapere. Ne ha diritto, dice. E’ una signora simpatica. Ha in testa un fazzoletto allacciato sotto il mento e sul fazzoletto un berretto da fantino. Intorno ci sono due cavalli: uno, marrone, è sulla strada asfaltata, sotto le stanghe del calesse e sotto lo schiocco di frusta di un signore che lo fa andare avanti e indietro; l’altro, bianco, dalla lunga e selvatica criniera, è libero di galoppare nel vasto terreno recinto a sinistra.

  

Il 20 Ottobre di sera con Agostino incontro Franco Arminio. E’ ultra-impegnato. Anima il Comitato di lotta contro la discarica al Formicoso. E’ presente quasi quotidianamente su vari blog e, soprattutto, tiene vivo quello di “Comunità provvisoria”, un blog che da un anno riflette e ragiona sull’Irpinia con prose, poesie, album d’immagini, proposte, resoconti d’iniziative, incontri. Tutto questo con lo sguardo del paesologo e non del paesano, parlando del mondo interno ed esterno di tutti, a partire da quest’angolo di Terra. Oltre che sulla discarica, Arminio in questo periodo è impegnato a presentare e a promuovere l’ultimo suo libro «Vento forte da Lacedonia a Candela». E’ stato pubblicato da Laterza e ha ricevuto moltissimi riscontri postivi e preziosi apprezzamenti critici. Anche per me è un bel libro. Ma io e lui ci divoriamo da anni e forse non posso essere il suo lettore migliore.

Passeggiamo in piazza. La discarica è diventata oggetto onnipresente dei discorsi. Un po’ come lo fu il terremoto dopo il 1980. Diciamo a Franco del sopralluogo fatto in mattinata. Io sono venuto via prima, ma Agostino si è trattenuto a lungo con il geologo incaricato dal comune di Andretta. E’ andato a casa sua, una casa bella con soluzioni intelligenti per tutto: la cucina, l’armadio a muro, ecc. Gli ha preparato un CD con tutta la documentazione da allegare alla petizione da mandare a Bruxelles, al parlamento europeo. Le stanno tentando tutte per bloccare il progetto di Berlusconi e Bertolaso. La zona del Formicoso in questa documentazione viene analizzata da diversi punti di vista: come eventuale sito archeologico, come zona sottoposta ad eventi sismici, come bacino idrogeologico, ecc.

Franco sostiene, ed io sono d’accordo con lui, che tra le popolazioni irpine e campane si è creato in questo periodo  una buona sensibilità ambientale.

La questione dell’ambiente deve essere al primo posto in qualsiasi discorso politico-economico e culturale serio. Esattamente il contrario di ciò che sta facendo in questi giorni il Governo che dichiara di non poter rispettare i protocolli di Kyoto e di rinviare il “pacchetto europeo 20-20-20” . E, manco a farlo a posta, siamo in buona compagnia con Polonia, Lituania ed altri paesi dell’Est.

Il discorso poi gira sull’inadeguatezza e sull’eutanasia della sinistra. Non si può avere lo stesso concetto di ricchezza della destra liberista. Cultura della crescita e cultura della sobrietà. Le nostre conversazioni e i fichi che in questi giorni Michele Panno ci regala sono ricchezza.

 

Ho sempre avuto una diffidenza istintiva nei confronti dei fazzoletti di carta. Preferisco quelli di cotone. Una volta, un’amica me ne regalò qualcuno con all’angolo ricamate le iniziali del mio nome. Mi rese molto felice.

Mangiare nei piatti di plastica o bere due dita di  vino in un bicchiere, anch’esso di plastica, mi mette a disagio. E’ come se questi oggetti, portando scritto sul loro processo di confezione, la modalità usa-e-getta, mi ammonissero: anche tu sei così, anche tu sei al mondo per essere usato-e-gettato. Mi sembra che si sprigioni da loro una vera e propria metafisica della distruzione. Un’economia che non produce più “beni”, ma oggetti usa-e-getta, che economia è?

Il guaio è che questi prodotti della petrolchimica sono poi tutt’altro che deperibili. Sono per così dire eterni. Sopravvivono alla nostra morte.

 

Rimuovendo la terra, mi aspettavo un quadro spaventoso, una scena tipo film dell’orrore.

26 Settembre 2002. Giornata di sole dopo tanta pioggia. Mi reco con Giuseppina al cimitero di San Maurizio. C’è anche mio fratello e mia sorella. Devono riesumare mio padre.

Lucia ed Elisa, presenti sul ciglio della tomba riscavata, verificano da vicino cosa rimane del corpo amato del nonno.

 

 

Era già sconnessa e fradicia – poco

lontano un’altra aveva il disegno intatto –

e mio padre riemergeva vestito vuoto,

lacerato: qui le dita dei piedi, qui

il femore, le costole ad una ad una,

le clavicole, il teschio. Tutto confuso

con la terra. Tutto dello stesso colore

scuro. Immaginavo un odore marcio,

di liquame. Annusavo, invece, l’humus

di un bosco, l’uomo.

 

         Sotto il cuscino dovrebbero esserci

diecimila lire, sostiene Giuseppina,

gliele misi per pagare l’eventuale

pedaggio. – Il necroforo sorride: – Ah, sì!

Allora devo cercarle. – E dopo un po’

trova, infatti, la filigrana d’argento,

quanto resta di un biglietto di carta.

La consorte contenta recupera

il filo per farne il suo portafortuna.

Ha sempre creduto che fosse mio padre

il suo nume tutelare. E mescola

felicemente morti e vivi.

 

«Poiché, prima o poi, tutte le merci sono destinate a trasformarsi in rifiuto, la quantità dei rifiuti accumulati rischia di superare, se già non l’ha fatto, la quantità delle merci in circolazione. E’ un po’ come se il numero dei morti si aggiungesse a quello degli uomini viventi. Con una differenza sostanziale, però. Mentre la presenza delle generazioni estinte nella vita dei vivi è un fatto immateriale, che si concretizza soprattutto nelle religioni e nelle tradizioni – anche se lo “smaltimento” delle loro spoglie mortali non è privo di problemi -, la presenza delle merci estinte nel mondo in cui viviamo è un fatto molto più corposo, che si concretizza in un accumulo di sostanze e manufatti, il cui smantellamento e la cui restituzione all’ambiente in forme compatibili con i suoi cicli biologici sono sempre più difficili.» ( Viale, op. cit. pag. 18-19)

 

Verso sera la piazza si anima. Prima di rintanarsi nelle case per la cena, un po’ di gente fa su e giù per il corso. Accanto ad uno dei sedili di pietra appoggiati al muro della Chiesa, c’è un capannello: riconosco Angelo, Sandro, Pinuccio…Stanno discutendo animatamente. M’avvicino per salutarli. Parlano di discarica. Ce l’hanno con chi risiede in città. Perché, maledetti!, non si pongono il problema del dove devono andare a finire i loro rifiuti? Angelo va giù duro. Sono degli stronzi!…Ovviamente, mi sento chiamato in causa. Non vivo forse anch’io in un’area metropolitana? Dai, Angelo! Ragionaci sopra. Le responsabilità maggiori forse non sono dei cittadini. E gli racconto la storia degli appalti irregolari, della Fibe e di Impregilo, di chi, invece di promuovere la raccolta differenziata, si è inventato le ecoballe ed ora è sotto inchiesta. Sì, ma perché queste scelte ingiuste dobbiamo pagarle ora noi? Hai ragione. Per questo ci stiamo opponendo. Siamo tutti contro. Non fidarti! C’è chi fa finta d’esser contro e aspetta soltanto che sgancino denaro…

Il rischio c’è. Chi ha come unica preoccupazione di far sparire i rifiuti dalle vie, dalle case, dagli sguardi, spesso non si interroga su dove finiscono, sui danni che procurano. Paga e crede di avere la coscienza a posto. Comprare il mantenimento dei rifiuti in una zona. Comprarlo sottocosto. Non è quello che è successo con la camorra? Trattare gli irpini e i campani da cittadini di serie B, approfittare di una popolazione con elevati livelli di disoccupazione, interrare nottetempo rifiuti tossici in campi abbandonati dai proprietari emigrati è rischio reale. Tutto, però, si può fare anche alla luce del sole. Con l’accordo del proprietario che intasca un po’ di bigliettoni.

Difendere l’ambiente non è facile. E’ necessaria una vigilanza ininterrotta, un controllo sociale continuo, un conflitto sistematico, aperto e intelligente.    

 

 

Martedì, 21 Ottobre. Giornata stupenda. Ancora scorcio d’estate. In piazza a tener addosso la giacca si suda. Mattinata in Comune con mio fratello a cercar di sbrigare varie incombenze. Poi si va al Piano Regolatore, zona di crescita della Nuova Bisaccia, per acquistare un divano. Saluti alla mamma di Giuseppe e spesa dall’ortolana. E’ una ragazza simpatica e si scherza un po’.

A mezzogiorno incontro Michele Panno. Passeggia con De Gianni, preside in pensione, e parliamo di scuola. Zio Michele, come affettuosamente, chiamo il mio amico, è tutto concentrato sulle sue scritture. Ha pubblicato un libro intitolato «L’infanzia del borgo» e sta lavorando alle pagine di un altro. In estate, alla mia partenza, mi diede il malloppo. Desiderava che gli facessi un po’ il lavoro di editing. Ma ciò che è successo nella scuola dal primo settembre, mi ha occupato molto. Ho letto, ma non come avrei dovuto. Un po’, quindi, lo deludo.

A mezzogiorno Agostino mangia con noi: linguine con la seppia e carduncelle (sono dei funghi) vendute dall’ortolana. A tavola, tra una forchettata e l’altra, mi racconta della sua partecipazione al Forum sulla gestione dei rifiuti che Viale tiene a Napoli. Mi dice anche della venuta a Bisaccia di Walter Ganapini, assessore all’ambiente della Regione Campania dal febbraio 2008. Notizia che avevo letto sul blog di “Comunità Provvisoria”. Aggiunge che l’assessore ha presentato in Giunta Regionale le “Linee programmatiche 2008-2013 per la gestione dei rifiuti”.

Agostino valuta positivamente tutto questo lavoro. E’ una corsa contro il tempo, dice. E’ un modo per uscire quanto prima dall’emergenza.

 

Pomeriggio. Decidiamo di non andare più a Napoli. Allora, con Agostino, andiamo in campagna ad Oscata, nel luogo dell’anima di Michele Panno. Quest’amico scrittore è un vero ecologista. Non come me, a spizzichi e bocconi.

Il cancello è aperto, ma la porta di casa è chiusa. Non c’è, penso. Agostino, invece, che conosce  meglio di me le sue abitudini, scende le scale e va nel retro. Michele è indaffarato nell’orto. Dalla casa, il campo si estende per un tratto in discesa, poi si arrampica lungo il pendio. I colori sono vivaci: dal verde al giallo, al viola. Andiamo con lui a raccogliere dei fichi, poi lo aiutiamo ad innaffiare gli alberelli di olive da poco piantati. Sul pendio ha fatto dei terrazzini. Parliamo e sudiamo, parliamo e sudiamo. Ogni tanto asciughiamo il sudore con un sorso di vino. Poi mi riempie di buste: cime di rapa, rucola, pomodori, e tantissime mele. Ne ha quintali di diverse specie, in casa, sparse per terra, in ogni angolo.

Lina, la moglie, è ad Avellino. E’ solo. Allora lo invito, per domani, a venire a mangiare a casa. Leggeremo insieme qualche pagina del nuovo libro in formazione. Racconta gli anni della sua frequenza alla scuola media.     

 

Mercoledì 22 ottobre. Editoriale di Massimo Serafini sul Manifesto. Titolo: «Un clima alla Sarkozy». Oltre ai tagli sulla scuola e alle dichiarazioni di guerra del Presidente del Consiglio, il tema “scontro aperto sul clima fra Governo italiano e commissari europei”, continua ad occupare le prime pagine dei giornali.

Di che si tratta? Di rifiuti, ovviamente. Basta estendere il concetto a tutti i residui delle attività umane scaricati nell’ambiente: fumi e gas nell’atmosfera, escrementi e liquidi nelle acque, scorie e tutto ciò che non serve più nel sottosuolo.

Nel marzo 2007, i 27 leader dell’Unione Europea adottarono, all’unanimità, un Documento: entro il 2020 ci impegniamo a ridurre del 20 per cento l’emissione di CO2 nell’atmosfera (si tratta di ossido di carbonio e dei cosiddetti gas-serra); ci impegniamo ad aumentare del 20 per cento la nostra efficienza energetica e, infine, aumentiamo del 20 per cento la quota di energia pulita, rinnovabile.

Tanto per restare da queste parti: la previsione di costruire 4 inceneritori non contribuisce certo alla riduzione di CO2. Se, invece, si vuole incentivare l’energia eolica e solare, non ‘è problema. Il Sud non è il paese del sole? Sul Formicoso il vento soffia ininterrottamente. Qua e là, infatti, già svettano, giganti buoni, decine di pale eoliche. Potremmo cercare di superare la piccola Danimarca che di pale ne ha più di noi o l’Austria che ha più pannelli solari sempre di noi.

Nulla. Governo e Confindustria, all’unisono, chiedono il rinvio. Il costo, nella presente congiuntura di crisi finanziaria ed economica,  sarebbe insopportabile. E qui un balletto di cifre, tratte dallo stesso studio preparato nel giugno 2008. Secondo Governo-Confindustria, il costo annuo sarebbe di 18,2 miliardi di euro; secondo i Commissari europei si aggirerebbe fra i 9,5 e i 12,3 miliardi.

Per Legambiente, l’adeguamento al pacchetto 20-20-20 costerà, invece, 8 miliardi di euro.

Coi numeri non si scherza. Ma, in questo caso, trattandosi di scenari relativamente a stime, la certezza matematica non può averla nessuno. Ciò che conta è l’orientamento, la volontà di andare in una direzione piuttosto che in un’altra. Sarkozy ha dichiarato: «Il mondo è indirizzato verso la catastrofe, questa è l’analisi, non vedo un solo e unico argomento che ci possa far dire che il mondo va meglio dal punto di vista ambientale perché c’è la crisi finanziaria.»

Ecco una persona seria. Di destra, ma seria. Il padronato italiano, invece, col sostegno del Governo continua nel tradizionale ricatto: o il risanamento ambientale o l’occupazione. Aut-aut. Sia l’una che l’altro non rientra nel quadro concettuale di padroni e padroncini italiani. Allora meglio avvelenare tutti, meglio continuare a morire di tumori come, grazie all’ILVA, avviene a Taranto. L’ultimo nome, leggo nell’editoriale, è quello di Patrizio Sala. Ma cosa costa tutto ciò alla società? Fino a quando è possibile continuare con un’economia predatoria che intasca profitti e socializza perdite?    

 

 In mattinata arriva Tonino e con lui faccio una passeggiata al Convento. Dovevo andare con Agostino a Mirabella. Nell’ITIS hanno organizzato la proiezione di un film sui rifiuti “Biùtiful
Cauntri”, io non l’ho visto e mi sarebbe piaciuto vederlo. Ma non se ne fa nulla ed Agostino va da solo a parlare, dopo il film, con gli studenti.

Verso le 11 arriva Franco e per il resto della mattinata camminiamo avanti e indietro su piazza Duomo. Come al solito, parliamo di tutto. A lui piace prendere il sole e, dopo un po’, ci sediamo sul gradino vicino al bar. Arriva Vito, un nostro amico, con la sorella. E’ una bella donna che lavora in un autogrill. Qualche giorno fa, ci racconta, è entrato Vendola, il presidente della Regione Puglia. Allora mi sono fatto coraggio, aggiunge, e gli ho chiesto di interessarsi della storia della discarica al Formicoso. Ha detto di non saperne niente, ma è stato gentile e mi ha ascoltato. Alla fine mi ha invitato a dire agli amministratori di inviargli tutta la documentazione. Lo stanno facendo, dico io. Agostino mi ha detto che l’altro ieri hanno fatto un Convegno ad Andretta sull’Ofanto. C’era l’Assessore regionale e hanno parlato.

Vito e la sorella vanno via. Rimasti soli, io e Franco ripetiamo un gesto fatto, nella nostra più che ventennale amicizia, migliaia di volte: leggiamo insieme qualcosa. Questa volta è l’articolo di Andrea Di Consoli pubblicato sul “Riformista”. Parla di Saviano. La tesi che è il Saviano “eroe” suo malgrado, simbolo della lotta alla camorra, ruba la scena allo scrittore. Questa invasione simbolica toglie spazio alla liberta della letteratura. Consoli polemizza con Carla Benedetti. Con Franco insisto sul concetto fortiniano di “questo e altro”, di “letteratura e contesto”. Non esiste una “libertà della letteratura” in astratto. Allora ragioniamo sul pasolinismo di Saviano, sulla sua credenza nelle ragioni della parola.

Del resto, molti hanno aperto gli occhi – io tra questi – sulla camorra proprio grazie al suo libro. Anche sulla questione dei rifiuti. Alcuni personaggi televisivi, sostiene Franco, si comportano alla stregua di “camorristi dell’etere”.

 

«Non è la malavita organizzata che corrompe l’amministrazione, ma è la cattiva amministrazione che richiama la camorra come il miele le mosche. Perché cambiare gli amministratori è quasi impossibile; e anche cambiandoli, non cambia il resto: il sistema è bloccato. Il problema che non vuole entrare nella testa dei governanti  è che i rifiuti sono un flusso: tante cose entrano nelle nostre case o nella nostra vita sotto forma di consumi, tante ne devono uscire, e in tempi sempre più brevi, sotto forma di rifiuti.» ( Viale, op. cit. pag.107)

 

Pranzo lungo con mio cognato e Michele Panno. Si va un po’ su di giri. Addio al lavoro di editing!

Nel pomeriggio arriva il geometra. Vuole informazioni per la pratica di riaccatastamento della casa.

 

Un anno fa moriva zio Aurelio, il padre del mio amico scultore Pietrantonio e della sorella Lucia.

Dopo cena, vado con Franco a trovarli. Vicino al camino, riprendiamo la discussione della mattinata su Saviano. Ho letto, intanto, la lettera di ringraziamento che lo scrittore, dalle colonne di Repubblica, ha indirizzato a tutti coloro che gli hanno manifestato solidarietà e non l’hanno lasciato solo. La lotta contro la camorra non ha bisogno di eroi. Però, in ogni lotta, purtroppo, spuntano fuori degli eroi. Francamente non capisco le argomentazioni di Andrea Di Consoli. Dopo la pubblicazione di Gomorra, non capisco come avrebbe dovuto fare Saviano, a starsene fuori. Quale libertà può consentirsi la letteratura se la società si fa carcere e intorno a noi grandinano sfruttamenti e oppressioni,  illegalità,  estorsione ed economia predatoria? Conosco le ragioni dell’autonomia artistica e so le debolezze della letteratura “impegnata”. Ma le modalità di lettura e ricezione di un’opera non sono uguali per i diversi gruppi sociali. Le famiglie camorriste non amano chiaramente i riflettori di Gomorra. Fin dall’inizio hanno cercato di accreditare la tesi che sia soltanto un “romanzo”.   

 

Giovedì 23 Ottobre. Esco verso le otto e mezza. Due passi, svolto a sinistra e mi apro sulla piazza Duomo. Rasento prima il muro, poi la scalinata della Chiesa. Sono diretto all’edicola, un bugigattolo scavato dentro una loggia, sotto il Castello. Tanti anni fa era un negozio di barbiere. Gerardino, l’edicolante, è un amico. Ogni mattina mi accoglie con complimenti e parole cerimoniose. A destra, all’entrata, una radio canta successi napoletani o revival degli anni Sessanta e Settanta. Di fronte, seduto su uno sgabello, Pierino affonda gli occhi sulle lenzuola stampate del Mattino o di qualche giornale sportivo. Ogni tanto tira su la testa e affida alle orecchie degli avventori una precisazione intelligente, una battuta scherzosa, uno sfottò. O invita il tale o tal’altro amico a prendere un caffè al bar a fianco, al Millennium. Tante volte capita anche a me di andarci. Al banco è il turno di lavoro di Antonella. Meglio non perdere l’intelligenza e la vivezza del suo sguardo.

Sfilo i quotidiani dalla bacheca, gironzolo un po’ per il chiosco, guardo i titoli dei giornaletti locali, scambio parole d’occasione per lo più allegre e poi torno a casa.

Prima dell’ora di pranzo, si può essere sicuri, in questa edicola entrerò altre tre o quattro volte. In giornate di sole come questa, ma anche d’estate, in Piazza le anime vive non sono più di quattro o cinque. Chi non desidera sedersi al tavolino del bar approfitta volentieri delle due panchine che Gerardino ogni mattina tira fuori dall’antro di carta. E’ l’accademia degli accidiosi, il riposo dei guerrieri della chiacchiera.

Stamattina sui volti di tutti c’è un’ombra preoccupante. Ieri, all’ora di pranzo, come un pugno sullo stomaco, abbiamo udito dai TG  le parole del Presidente del Consiglio: «Avviso ai naviganti: non permetteremo che vengano occupate scuole e università. Convocherò oggi il ministro degli Interni e gli darò istruzioni dettagliate su come intervenire attraverso le forze dell’ordine per evitare che questo possa succedere», e tutti oggi commentiamo, leggendo i titoli dei giornali. Ma che gli viene in testa? Ma come pensa di governare. Con soldati, carabinieri e polizia. Nelle scuole come sul Formicoso.

 

Giornata ancora ariosa, ancora clima caldo, estivo, donato ai nostri corpi. Un po’, seduto a tavolino, leggo; un po’ m’aggiro per casa; un po’ faccio una capatina in piazza. Sempre disabitata e silenziosa. Silenzio rotto ogni tanto da qualche macchina che passa sul corso.

Agostino è prof. d’inglese all’ITIS. Su, al Piano Regolatore, dove, dopo il terremoto, è stata edificata la Nuova Bisaccia. Nell’ora “buca” viene giù, nella piazza del borgo medievale. Continuo a incitarlo a scrivere sulla discarica e sulla questione dei rifiuti. Chi meglio dei protagonisti, può dire ciò che va detto? Lui annuisce. Tra luglio e agosto mise mano al Documento dei Sindaci, dei Presidenti delle Comunità montane, degli Amministratori irpini. In tre limpide pagine è detto l’essenziale. Riassumendo: No all’ipotesi di costruzione di un’altra discarica per le seguenti ragioni: 1) Avellino è la provincia che più si è attivata per avere un’impiantistica per il recupero ed il trattamento dei rifiuti. 2) Gli amministratori di questo territorio hanno speso energie progettuali per fare della sua vocazione ambientale e della sua natura incontaminata la maggiore risorsa per il futuro.

Sì, come già si è fatto in passato, all’assunzione di responsabilità, attraverso l’attivazione di percorsi virtuosi: a) riducendo i rifiuti a monte; b) potenziando subito la raccolta differenziata e gli impianti decentrati e diffusi di compostaggio; c) adeguando velocemente gli attuali 7 impianti di CDR, facendoli diventare selezionatori di rifiuti e dotandoli di vasche per la produzione di compost.

E’ il cuore della ricetta europea. Ma forse la penisola italiana è una piattaforma alla deriva nel Mediterraneo.

L’acronimo CDR sta per Combustibile Da Rifiuti. Sono degli impianti che dovrebbero trattare il rifiuto talquale, separando la frazione “secca” (plastica, carta, stracci) da quella “umida”. In Campania ve ne sono 7.  L’Assessore all’Ambiente della Regione, Ganapini, sta cercando di riabilitarli  e rimetterli in funzione perché sono rimasti inspiegabilmente fermi (è il caso dell’impianto di Tufino) o malfunzionanti. Se funzionassero a dovere, cosa che si può fare in sei mesi, questi impianti sarebbero in grado di assorbire e trattare tutti i rifiuti urbani prodotti nella Regione, destinando alla discarica soltanto i residui (non più del 10 per cento). Invece, presidiati dai soldati, ne è stata decretata la dismissione e li si utilizza  soltanto per produrre ecoballe.

Oltre che antieconomica è una politica suicida.

 

Quando Agostino torna a scuola, resto in piazza a passeggiare con Vito. Anche lui è un professore. Di lettere, mi pare. Tra un giro e l’altro, mi parla delle sue letture preferite. Gli piacciono Dostoevskij e Kafka e, in generale, preferisce le pagine dei grandi classici a quelle dei contemporanei. Non ha letto molta saggistica. Ha, invece, una memoria filmica straordinaria

 

In mattinata, incontro Franco a due riprese. Prima che vada a scuola e poi all’uscita. Parliamo del mio “coito interrotto” con la letteratura, della mia voglia di ricomposizione, degli scenari per le prossime elezioni amministrative. Gli dico che sono abbastanza disintossicato e disinteressato. Mi sento un battitore libero. Nel midollo.   

 

Venerdì 24 Ottobre. Ho sotto gli occhi il libro di Viale. Continuo a leggerlo e a sottolinearlo. Vado avanti e indietro tra le parti: 1. La questione dei rifiuti. 2. Spigolature. 3. Dossier Campania. 4. Buone pratiche.  5. Negoziazione e comunicazione. Ormai credo di possedere l’impianto del libro. Il Dossier Campania mi è chiaro. Posso spiegare bene a me stesso e agli altri cosa è accaduto, perché è accaduto e come se ne esce. Non come propongono Berlusconi e Bertolaso. Anche loro sono all’origine del disastro. Loro, intendo, il loro quadro concettuale. Un quadro, purtroppo, molto diffuso anche a sinistra. Chi desiderava rivoluzionare, superare o modificare il modo di produzione capitalistico ha creduto che coincidesse con il superamento del mercato, dello scambio. All’anarchia capitalistica è stato opposto un modello di divisione del lavoro fondato sulla pianificazione, sulla consapevole distribuzione dei compiti. Si è esteso a tutta la società il modello della fabbrica, il suo dispotismo. Qui ha origine lo stalinismo delle economie pianificate. Ma anche la volontà di pianificare di gran parte della tradizione socialdemocratica. Tutto ciò è crollato. Però:

 

«Il fallimento di una concezione del piano modellato sul sistema di fabbrica e contrapposto alla logica dello scambio non deve tuttavia trascinare con sé le ragioni della pianificazione  intesa come progettazione – controllata, o condizionata, dalla collettività – dell’intero “ciclo di vita” delle opere prodotte dall’uomo. Una pianificazione intesa in tal senso – che è quella che si è cercato di adombrare con il criterio della chiusura dei cicli produttivi, e che rappresenta le istanze di fondo della cultura ambientalista – non comporta certo che le attività produttive vengano sottratte alla verifica dei mercati; esige però che la politica di programmazione dell’impresa, soggetto attivo del processo di scambio, sia subordinata a una serie di controlli e di condizionamenti: non solo di tipo istituzionale, ma anche, e soprattutto, di tipo conflittuale.» ( Viale, op. cit.pag. 38)

 

Faccio un salto in piazza. Una settimana di sole, che fortuna!…Agostino è sceso a comprare il Manifesto. Aspetta il segretario di Rifondazione di Avellino per non so quale firma su non so quale documento. Intanto parliamo con Michele, il responsabile del Settore Rifiuti di Legambiente. Ha letto le “Linee programmatiche 2008-2013 per la gestione dei rifiuti urbani” presentate da Walter Ganapini in Giunta Regionale. La drammatica crisi dell’inverno 2007-2008 ha scosso la Campania. Nei vari sistemi sociali circola una forte voglia di riscatto. La Regione intende finalmente dotarsi di un programma moderno, in senso europeo, di gestione dei rifiuti. Lo “stato di emergenza” dovrebbe terminare il 31 dicembre del 2009. Ma tra aprile e maggio ci saranno le elezioni. Berlusconi continua a visitare Napoli. Come si presenteranno all’appuntamento le forze disperse e divise della sinistra? Come si riuscirà a far valere le ragioni dell’ambientalismo e di  una diversa politica dei rifiuti?  

Michele vive e lavora a Calitri, in una cooperativa che gestisce l’Osteria delle Tre Rose. Piatto forte: le cannazze. Sono mezzi ziti al sugo di carni miste. Li serve in tavola già conditi, in un grande piatto di portata da cui ogni commensale attinge. Un po’ si va lì per abbuffarsi, per una scorpacciata da non dimenticare. Perché stasera non venite a trovarmi? Domanda salutandoci.

 

Pomeriggio di giri tra parenti e zie. Domani mattina si parte. Viaggio con mio cognato, con la sua macchina. Guida lui ed io sono contento. Sepolto sotto buste di alimenti e cianfrusaglie varie, potrò vagare con l’immaginazione.

                                                                                                12 Novembre 2008  

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Written by Arminio

20 novembre 2008 a 8:03 pm

9 Risposte

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  1. CARO FRANCO QUANDO CREDI POSSIAMO INIZIARE DACCAPO,
    HO DI NUOVO LE TROMBE E QUALCHE IDEA D’ANNATA (DANNATA)BRINDEREMO INSIEME E CI SARA’ DA RIDERE.

    Angelo Vitale

    20 novembre 2008 at 11:52 pm

  2. speriamo che lo leggano in tanti questo pezzo, speriamo che non si facciano spaventare dalla lunghezza.
    armin

    Arminio

    21 novembre 2008 at 3:24 pm

  3. Il pezzo, infatti, caro Franco, era più pensato per una rivista cartacea che per un blog. Su “Comunità provvisoria”, forse andava collocato in diverse puntate o sintetizzato. Comunque, i visitatori di buona volontà si armeranno di pazienza…

    Donato Salzarulo

    21 novembre 2008 at 4:48 pm

  4. Complimenti Donato..
    anche se purtroppo non riesco a ricordare il tuo volto, voglio ringraziarti di avermi fatto rivivere gli scorci di questi giorni passati in piazza a discutere e ridiscutere di discarica con questo tuo splendido racconto-diario.
    Confermo che parlare con Franco, Agostino, Peppino, Vito, Angelo, Michele Di Maio.. in questi giorni mi è servito tanto, mi hanno guidato in un periodo che ritengo ‘storico’ per la nostra terra.
    Si parlava con il prof Enzo Luongo di Calitri che in Irpinia sembrava essere ritornato il fermento del post terremoto..io non ho mai vissuto quelle ‘emozioni’, quindi non posso fare un paragone, ma sono felice e fiero di vedere come sia unito, combattivo, tenace e civile questo nostro popolo discendente dai grandi Sanniti, che mi ha dimostrato di avere un’anima colta e rigogliosa e di non aver nulla da invidiare a quei giovani tanto ammirati delle grandi metropoli (ovviamente non mi riferisco te Donato, che di certo sarai più bisaccese di me).
    Per questo ti invito calorosamente a mettere tutto su materiale cartaceo e fermare nel tempo questo nostro umile ma forte eco di giustizia..
    NESSUNO TOCCHI IL FORMICOSO…
    saluti da Stelvio Celano

    Stelvio Celano

    21 novembre 2008 at 9:20 pm

  5. grazie Donato
    per questo scritto preziosissimo

    monica

    22 novembre 2008 at 7:32 pm

  6. Non mi sono fatta spaventare dalla lunghezza, ho fatto un rapido copia e incolla, l’ho salvato in un file del mio pc e ho letto con lentezza e calma . Vorrei ringraziare l’autore per la sensibilità dimostrata e per le informazioni sulle cinque erre. Spesso dimenticate come possibilità di intervento.
    Spero che il Formicoso resti verde com’è.

    giulia

    23 novembre 2008 at 5:31 pm

  7. Grazie a Stelvio, Monica e Giulia per essersi sobbarcati la “fatica” della lettura. Giulia ha addirittura trovato una soluzione comoda e ha letto con “lentezza e calma” come è necessario fare per interiorizzare concetti, emozioni, percezioni, ragionamenti. Del resto, converrete con me che la cultura non può ridursi a solo intrattenimento e senza buona cultura non può esservi buona politica.
    Grazie anche agli “invisibili”, a tutti coloro che, magari, hanno letto, ma non se la sono sentiti di lasciare un benché minimo segno del loro attraversamento.

    Donato Salzarulo

    24 novembre 2008 at 9:39 am

  8. … e sono tanti, ad iniziare da me

    verderosa

    24 novembre 2008 at 10:43 am

  9. Complimenti per il pezzo, veramente curato. Sei riuscito a rendere bene l’atmosfera che si vive nei paesi irpini e la trepidazione per la storia del Formicoso. Sono un’irpina “onoraria”, quest’estate ho voluto visitare quelle campagne e mi ha colpito la gestione di tutta la faccenda. Sui mezzi di informazione non è trapelato niente (il concerto di Capossela, la militarizzazione, il mega corteo di migliaia di persone). Un mio piccolo intervento a proposito della discarica – sul forum “Italians” di Severgnini sul Corriere on-line (scritto di getto tornando a Roma) – stranamente (!) è stato pubblicato.
    Sono con quella terra e quella gente, non si può accettare di violentare la campagna e la radice stessa della vita!
    Saluti a tutti i “comunitari”, che seguo costantemente da Roma.

    Anna Serrentino

    anna serrentino

    24 novembre 2008 at 2:54 pm


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