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Pasquale Stiso, il poeta della cività contadina

nella TERRA DI MEZZO

di Paolo Saggese

 

 

Quarant’anni fa, moriva Pasquale Stiso (Andretta 1923 – Avellino 1968), intellettuale impegnato, pubblicista brillante, sindaco del suo paese (1952-1956), consigliere provinciale del Pci (con le elezioni del 1956 e del 1961), e soprattutto poeta “meridionalista” tra i più ispirati della nostra terra. Non a caso, la sua figura è stata assimilata a quella del poeta-sindaco Rocco Scotellaro.

Di questo poeta, che consacrò la sua vita ai contadini d’Irpinia, alle donne d’Irpinia, molte opere (poesie e commedie) sono ancora inedite, e si auspica quanto prima un’edizione, che possa colmare una lacuna che a noi sembra insopportabile. Intanto, ascoltiamo alcune sue poesie, che in questa festa del Primo Maggio risultano particolarmente indicate, perché Stiso fu poeta vero, dei contadini e degli operai del Sud. Alle donne di Andretta ha dedicato, ad esempio, questa poesia: “Le donne del mio paese / voi non le conoscete / a trent’anni sono già vecchie / e il loro volto è duro / come la terra che lavorano. / Non c’è sorriso / sulla bocca amara / delle donne del mio paese. / Di domenica quando vanno in chiesa / non vanno per incontrarsi con Dio / ma per godere di un’ora di riposo. / E non c’è sorriso / nel loro cuore / nemmeno quando nasce un bambino / allora suona la campana a morte / perché non c’è pane / per un’altra bocca. / Ma c’è pure un giorno / in cui sorridono / le donne del mio paese. / Di luglio / quando tutto è mietuto il grano / e gli uomini / cantano / la sera / sotto gli olmi / ai margini del campo” (“Le donne del mio paese”).

La poesia “scorre” lenta, sembra una triste nenia, un canto funebre – come ancora talvolta si sentono intonare in Irpinia – scandito da due “ritornelli”: “le donne del mio paese” e “non c’è sorriso” (variato nella parte finale da “in cui sorridono”). Le donne non conoscono un sorriso, il volto è “duro”, la bocca “amara”, non gioiscono ad una nuova vita “perché non c’è pane / per un’altra bocca”. Le donne perdono qualsiasi bellezza, sfioriscono a trent’anni, smunte e sfinite; sembrano attendere passive la morte, e sono rassegnate ad un inferno in terra.

Altra poesia è dedicata all’Alta Irpinia, al Formicoso oggi oggetto di attacchi terribili. Questo diviene il simbolo, tuttavia, non solo dell’Alta Irpinia, ma dell’intero Sud interno. Ecco alcuni versi: “Terra / terra d’Alta Irpinia / estranea / come una matrigna / battuta / da tutti i venti / oppressa / per lunghi mesi dalla neve. / Plaga del Formicoso / desolata / assetata / di corsi d’acqua / e di verde / ove il grano / cresce rachitico / roso dai geli / flagellato dalla tramontana / e il granturco / di settembre / è ancora tenero come il latte. // Terra / terra d’Alta Irpinia / non cantano d’estate / i mietitori / perché il grano / è leggero […]”. Per Stiso, la terra d’Alta Irpinia è una matrigna, una terra desolata e assetata, una madre sterile o quasi. Vi è forse un omaggio a Leopardi, il poeta che Stiso ha probabilmente amato di più – come ha suggerito in modo opportuno Italo Freda. Ma qui la descrizione non ha niente di letterario; nasce dalla constatazione della povertà di una campagna, che richiede fatica e non dà niente: il grano è leggero, osserva Stiso nei versi successivi. Questa è “arida terra / invano bagnata di sudore / brulla / indifferente / come una meretrice”. Ma questa “povera terra” il poeta la ama, farebbe di tutto per vederla rinascere, vederla bella come un giardino, ricca e fertile come un paradiso terrestre. Quasi spera nel ritorno ad una nuova età dell’oro: “E a volte / accade / che ai miei occhi ti trasformi / non sei più arida / brulla / maledetta / ma ricca di ciliegi / e di meli in fiore / e di vigne / e di turgido grano / e di canti / e di felicità”.

La chiusa esprime la speranza di un sogno irrealizzabile. In Stiso ci sono subiti slanci, ma anche improvvisi ripensamenti e frustrazioni. Ma profondo è il pessimismo. Al contadino non resta che la partenza: “Tu parti / e sulle labbra / costringi il sorriso: / ma nei tuoi occhi c’è il pianto / e nel tuo cuore / c’è l’ira”.

E così Stiso, poeta della civiltà contadina come Rocco Scotellaro, ci racconta l’epopea e la sconfitta del popolo irpino e meridionale, che alla miseria rispose con la “fuga”, e dopo la “fuga” vennero gli stenti e i soprusi in una terra straniera, in una terra non meno matrigna, come ebbe poi a ripetere contemporaneamente un altro figlio di quella terra, Antonio La Penna, in una poesia emblematica come “Mephitis”.

Abbiamo evocato Rocco Scotellaro nel ricordare Stiso. E in effetti, i due hanno in comune più aspetti: poeti entrambi, militanti in partiti di sinistra, protagonisti della lotta per l’occupazione delle terre, entrambi Sindaco del loro paese natale, entrambi difensori eroici di un mondo contadino, di cui conoscevano profondamente, al contempo, grandezza e povertà, senza idealizzazioni, come ricorda Manlio Rossi-Doria.

Egli nutrì la grande utopia del riscatto degli uomini del Sud, di coloro che morivano di fame, di stenti, di lavoro, di fatica, di coloro, che sono sempre stati i muli dei ricchi, e hanno dovuto accettare la regola terribile della rassegnazione. Egli diede il suo straordinario contributo di militante, di Sindaco, di poeta.

Il suo impegno è testimoniato, del resto, dai numerosi interventi pubblici a difesa dei diritti della gente del Sud, oppure da questo breve “resoconto” sul suo operato di sindaco tratto da “Il Progresso irpino” del 25 maggio 1956: “ [Stiso] Trovò un bilancio dissestato, con un deficit di 3 milioni, che nel 1955 si è chiuso con un attivo di 5 milioni. Durante la sua amministrazione sono state esentate dall’imposta di famiglia 700 famiglie povere, abolita l’addizionale sul dazio, sestuplicati i fondi per medicinali ai poveri, esteso l’elenco di questi ultimi, quadruplicati i fondi per il patrimonio scolastico, istituito un servizio, con 4 corse, per lo scalo ferroviario, e istituita, per la prima volta, in Italia, la condotta veterinaria per i contadini poveri”.

Le “morti bianche”, d’altra parte, non potevano non scuotere Pasquale Stiso, che dedicò al “cantiere maledetto” di Mattmark un articolo su “Il Progresso Irpino” del 15 settembre 1965. Ecco cosa scrive: “Due famiglie della nostra terra piangono ora, insieme alle numerose altre colpite dalla sciagura, disseminate in ogni parte d’Italia, i loro cari immaturamente scomparsi strappati dal bisogno alle loro case ed ai loro affetti. […]”. Subito dopo Stiso passa alla condanna: “La radio governativa parla oggi di Mattmark come del ‘cantiere maledetto’. Dimentica però di dire che maledetti sono pure tutti gli altri cantieri fuori e dentro d’Italia dove i nostri operai lavorano a rischio della vita: che maledetta è soprattutto quella politica che costringe i nostri uomini, le nostre forze migliori a mendicare un po’ di lavoro all’estero in condizioni di esistenza paragonabili a quelle degli schiavi”. Ed oggi quasi come allora …

 

 

 

[pubblicato su OTTOPAGINE il 1° maggio c.a.]

 

 

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Written by alfonson

23 dicembre 2008 a 9:49 am

Pubblicato su AUTORI

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