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Raffaele Della Fera, il poeta dell’anima e della ricerca di Dio

NELLA TERRA DI MEZZO

di   Paolo Saggese

 

Raffaele Della Fera (Calabritto, 1954) appartiene a quella schiera nutrita di ingegneri votati alla letteratura e alla poesia. Figura poliedrica di poeta, scrittore, artista, saggista, è stato tra i fondatori del gruppo “Clan H” di Avellino, oltre che vincitore, nel lontano 1984, del Primo premio assoluto di narrativa Città di Avellino con il racconto “Oscar degli Specchi” e di recente di un prestigioso terzo posto per la poesia edita nel Premio Nazionale Cervati.

In ambito poetico, Raffaele Della Fera appartiene alla numerosa linea della “poesia lirica”, come hanno già mostrato le non poche raccolte di liriche edite a partire dai primi anni Ottanta del secolo scorso: “Bianchi Cavalli Alati” (1980), “Cespugli aerei” (1984), “Grazie” (1986), “Pensieri di dentro” (2004), e da ultimo, la recentissima silloge “La corsa dell’anima. Viaggio senza ritorno”, per i tipi delle Edizioni della Meridiana di Firenze, a cura della Irpina trapiantata in Toscana Cristina Romagnolo.

Poesia dell’anima, dunque, quella di Della Fera, profondamente segnata dalla terribile tragedia del terremoto del 23 novembre 1980. Poesia religiosa, quella di Raffaele Della Fera, che cerca nel Signore un approdo, una certezza, la sola alle pene dell’esistenza: “Stanotte la nebbia scende più fitta / non servirà questo a celare i problemi // ancora riescono i politicanti a parlare / le macerie delle loro responsabilità / hanno ucciso. // Noi vorremmo gridare / ma è troppo il lutto che ci accomuna / noi vogliamo come Cristo / porgere la guancia / ma l’opera sarà ancora più alta / il cielo saprà ricoprire / anche questo quadro // il Cristo ripeterà questa passione / per noi”. Così in una poesia di “Cespugli aerei”, che testimonia un senso di cupo pessimismo e di rivolta poi non più presente nella produzione successiva.

Infatti, questa tensione, nel corso degli anni si è attenuata, il poeta ha dato un senso alla vita, ha trovato nella vita, in alcune certezze quella pacificazione, che il giovane non aveva. In tal modo si deve leggere “La corsa dell’anima”, che vuole essere il percorso sì di un uomo ricco di tormento, ma che ormai vede una meta, ha delle certezze fisse, ha in Dio e nella sua Parola qualcosa di più di un barlume: una certezza, una guida cui affidarsi, per superare i marosi della vita.

Tra le tante poesie qui edite, vorrei soffermarmi proprio su alcune che maggiormente testimoniano di questa maturità raggiunta. D’altra parte, insieme alla pacificazione cogliamo una maturità estetica, una scelta culturale ben precisa, che, poi vedremo, si caratterizza per elementi spiccatamente classici. Ecco, quindi, i versi centrali della poesia “Storie”: “Mi ridesto al natio di Zante, / inseguo le rime di Dante. / Quella di Petrarca / ogni cosa attacca / e tra il Recanate / la musica ed il vate / l’essenziale Alessandrino / supero con Montale estremo / e al pensier divin di Tore / quello delle rime antiche / cuore amore. / Il resto / anche se poco / è tutto mio”.

Qui, il poeta si autopresenta, indicando i suoi modelli: Goethe, Dante, Petrarca, Foscolo, Leopardi, Montale e Quasimodo.

Ed in effetti, notevole è la presenza di questi autori nella raccolta, come in quelle precedenti, di Dante in particolare e di Leopardi, cui allude continuamente: dal suo destino di isolato, dal tema dell’Infinito a quello delle “vaghe stelle dell’Orsa”. Tante le allusioni, anche le riprese puntuali.

Il tutto si inserisce all’interno di un gusto classico molto evidente, persino nell’uso dell’endecasillabo, o addirittura del sonetto con varie soluzioni strofiche: dalla rima baciata a quella alterna a quella incrociata (se ne contano nella raccolta più di trenta).

In tal modo, Raffaele Della Fera si segnala quale poeta dalla particolare cura estetica, ritmica, metrica, linguistica, con il recupero continuo di un linguaggio addirittura dantesco e petrarchesco, inserito tuttavia in una dimensione e in una sensibilità nuova, moderna.

Si legga, ad esempio, l’incipit di questo sonetto, dedicato a Papa Giovanni Paolo II: “Alzatevi e camminiamo, Carol, scrive. / È l’ora ormai da tempo attesa. / Corre, nei cori, il tempo che si vive / e il passato detta a chi misura e pesa” (“La Guida Giovanni”).

In tal modo, possiamo dire anche che la poesia di Della Fera, sempre in evoluzione, si arricchisce di altri toni, di altri elementi, di altri aspetti, che legano la sua voce anche alla “linea religiosa” della poesia irpina. E così si spiega il legame con Petrarca, non solo quello del “Canzoniere”, ma anche del “Secretum”, quello dell’ascesa al “Monte Ventoso”, quello agostiniano, e così si spiega il rapporto con Davide Maria Turoldo, il rapporto con una certa ricerca tutta moderna, sebbene legata anche al passato, di una religiosità pura, forte, ascetica, che punta diritto verso il Santo di Assisi: “Qui dove Turoldo colorò iul verso di Francesco, / io mi disseto del ben che diede fuoco all’intelletto / e nei lai, il tormento che la gente fé imperfetto, / cerco il Tuo scritto per la cuore dar rinfresco”.

Queste poesie sembrano tratte da altre epoche, sembrano poesie, per chi ha dimestichezza, di una eleganza “toscana”, di quella non solo petrarchesca, ma persino medicea, di Agnolo Poliziano e di Lorenzo il Magnifico, e qui riproposte, con un gusto della ricercatezza, che sembrerebbe più proprio di un filologo che di un ingegnere. E perciò ringraziamo Raffaele, che da poeta del Sud ha trovato altre vie, originali, alla poesia irpina, poesie inedite, che spiegano anche il perché di questa scelta di pubblicare a Firenze questa “ghirlanda” di fiori eleganti e sempreverdi: “Strana è la sera e triste è la notte, / mesto il pensier e tarlo fa la strada. / L’altro fiele, l’animo piano, inghiotte, / e combatte, il cuore, per cosa gli s’aggrada”. Ma conclude con una nota di certezza: “L’inquietudine al Golgota io affido, / e là dove il bimbo gioca e fa rumore // la saggezza sposa l’innocenza pura. / Capisco così, del sole, lo splendore, / e con Te, mio scudo, non ho più paura”.

Perciò, queste poesie sono intrise di speranza, e ci vogliono dire che, mentre gli uomini preferirono le tenebre alla luce, il poeta ha scelto diversamente, e pur avendo il cuore affollato dalle tenebre, ha preferito al fine il Sole, o almeno un suo Sole: “Cosa te ne fai / adesso che le tenebre / affollano il tuo cuore …” “Tu sei quel che sei / ed io non voglio che tu sia” (“La scoperta della strada”).

 

[pubblicato in OTTOPAGINE il 15 maggio 2008]

 

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Written by alfonson

7 gennaio 2009 a 9:13 am

Una Risposta

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  1. Ho trovato interessante il tuo curriculum,mi piacerebbe conoscere le tue poesie, perchè come pittore ho avuto modo di apprezzare con molta competenza le opere frutto di un’esperienza continua , ricca di sentimenti, di tecnica e di lirismo cromatico. Una prova di maturità che lascia pienamente trasmettere al fruitore un animo delicato e solitario, fatto non di solitudine nel senso letterale, ma di pacatezza dello spirito.

    elena ostrica

    1 marzo 2010 at 10:23 pm


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