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Oriana Costanzi, la poetessa dell’erranza

NELLA TERRA DI MEZZO – di Paolo Saggese

 

Oriana Costanzi ha una storia diversa da quella di molti dei poeti ospitati “Nella Terra di mezzo”. Non è nata in Irpinia, come gli altri, ma ha scelto di viverci, come gli altri.

Proviene dalla provincia di Mantova, ed ha raggiunto questa “terra di mezzo” subito dopo il sisma dell’80. È dunque uno di quegli “angeli del terremoto”, che decise di abbandonare tutto e tutti e di rispondere all’appello della solidarietà, che in quella fine di novembre di tanti anni fa rese davvero l’Italia unita. Da allora, sembrano essere passati millenni, non pochi decenni: adesso, l’Italia bossiana è ben altra, rattrappita e involgarita nella meschinità del “particulare” e nella schedatura delle impronte persino dei bambini.

Oriana Costanzi è così divenuta irpina, sebbene un’irpina diversa, che guarda a questa terra con l’occhio di chi viene da fuori, sebbene la ami profondamente, almeno quanto tanti hanno avuto qui la sorte di nascere.

Anche per lei è vero, pensavo, quel verso di Antonio Machado “il mio cuore è là dove sono nato”  ma cambiato nell’ultima parola: “il mio cuore è là dove sono arrivato”. E così la poetessa e scrittrice ha messo radici a Lioni, si è creata una famiglia, ha stretto affetti, si è realizzata professionalmente. Ha scritto dell’Irpinia e sull’Irpinia, guadagnandosi riconoscimenti anche importanti, tra i quali il secondo posto al quattordicesimo Concorso Artistico Internazionale Amico Rom 2007 per il romanzo edito “Piero e basta” (Nicola Pesce editore), e un terzo posto al Concorso Nazionale di Poesia e Narrativa Città di Pompei 2008 per il racconto “Il Poeta e la bambina”.

È stata inserita anche in varie raccolte poetiche, tra cui “Quando il terremoto è nell’anima” (Elio Sellino editore) e “Maiori in poesia” (Plectica). Ed anche per la poesia ha ricevuto alcuni riconoscimenti prestigiosi, sebbene la poetessa non vada alla ricerca di riconoscimenti quanto piuttosto sia indotta alla poesia dalla necessità di scrivere per se stessa oltre che per gli altri.

Tra le liriche più ispirate segnalo un piccolo gioiello, “Il cielo non volle”, dedicato al terremoto, in cui si descrive con straordinaria forza e verità quell’Irpinia in ginocchio e le migliaia di mani protese in suo soccorso: “Il cielo non volle / avvisar la sua gente // Attendeva piangendo / nello spazio e nel tempo / quelle anime prese, / dal demone offese // Arrivammo poi in tanti / con mani protese // chinammo la testa / alla storia impietosa / abbracciando per sempre / lo strazio placato / dai neri vestiti di donna // Ed oggi che vive / soltanto il ricordo / sta terra ci guarda / e non vuole tacere // Lasciamola dire / parole severe / sui monti abusati / e le acque violate, / del potere dei forti / e la sorte dei vinti // Scopriremo che ancora / è presa d’onore / se l’uomo che vive / la pervade d’amore”.

Bellissima questa poesia, e vera, perché atto d’amore e invito all’amore. Ci insegna, Oriana Costanzi, che per risorgere questa terra ha bisogno dell’amore dei suoi figli, e che l’amore e l’onore vanno di pari passo: se la gente d’Irpinia conserva l’onore, sa anche amare la sua terra, se è priva d’onore, non può pervaderla d’amore.

Poetessa impegnata, ha composto anche poesie sul tema dell’emigrazione, particolarmente strazianti e significative, lei che ha in sé l’anima della migrante, e che, pur avendo trovato dimora in Irpinia, ama vagare con la mente e con il cuore per le vie infinite dei sogni e dei ricordi. E così, in “Figli dei figli dei figli” (poesia inedita), Oriana Costanzi racconta di ritorni mai avvenuti, e di altri uomini “figli dei figli”, che ritornano per i padri e per le madri, per i nonni e per le nonne, alla ricerca di radici ormai rotte: “Le valigie di cartone son state bruciate / (non così chincaglierìe di sogni) // Partiti all’alba di un giorno che fu / pezzetti di cellule cadute nel mare / ogni tanto ritornano / nuovi di sangue // Perplesso il paese fa voce comune: ‘A chi appartieni? A chi sì figlio?’ / Mi guardi e mi parli in dialetto perverso / … ma ne sei certo?”

Altre volte, medita finemente, con grazia e profondità, su un aspetto propriamente femminile, quello del divenire madre e di portare in sé il miracolo della vita. Altra poesia inedita recita così: “Sentì al suo risveglio l’istante / che coglie il cuore dei cuori, / il ripetersi dell’alba e del tramonto, / il risveglio e la morte del respiro, / sentì il tempo scorrerle nelle vene / e come una dea testarda approdò / nel vento e come il vento ondeggiò / ora forte ora piano, urlando di gioia e dolore / Sorridendo al sapore del seno ritrovato / ritrovò in lei il canto dell’infinto / essere o non essere… / Ma quando: ora, poi o mai?”

Parlavo poco sopra del tema dell’erranza, inteso sia come ulissismo, come ricerca di identità e come fuga dal noto, sia come “errare”, ovvero commettere errori che sono tipici dell’esistenza, di ogni esistenza. Ricordo al proposito l’Ungaretti di “Girovago”, che nell’“Allegria di naufragi” medita su questo mistero della vita, ricordando a sé stesso e a tutti il destino dell’uomo: “E subito riprende / il viaggio / come dopo un naufragio / un superstite / lupo di mare”.

Questo mito è raccontato mirabilmente, con alcune riprese fini, allusive, da Màrquez di “Cent’anni di solitudine”, nel romanzo di formazione, o racconto lungo, “Piero e basta”. È la storia di un giovane che abbandona una vita tranquilla, semplice, e sceglie il mestiere difficile della “diversità”, unendosi ad un gruppo di artisti di strada. Il gruppo è dominato dalla figura di Giosuè, che ricorda il Melquiades di “Cent’anni”, come anche la fuga notte tempo del ragazzo somiglia a quella del figlio del capostipite José Arcadio Buendía.

È un libro, questo, di profonda attualità, perché nel vagare per l’Italia, nel descrivere una profonda storia d’amore, Oriana Costanzi racconta le piaghe della nostra penisola: la mafia, la camorra, il clientelismo, la corruzione, la droga, la solitudine dei giovani, le difficoltà a crescere, le difficoltà anche ad accettare gli “altri da noi”. Questi giovani che vagano per l’Italia, sono un po’ quei diversi da cui diffidiamo, quei diversi, che schediamo e che scacciamo, quel “nemico” che percepiamo alle porte e ci fa paura. In questo mondo balordo, dominato dalle ingiustizie di chi ha il potere e che usa la paura degli altri per conservare il potere, leggere questo lieve racconto di Orianza Costanzi rappresenta anche uno dei modi per esprimere, magari in solitudine, la nostra rivolta, la nostra diversità, il nostro rifiuto di un conformistico e volgare razzismo.

 

[pubblicato su OTTOPAGINE il 3 luglio 2008]

 

 

 

 

 

 

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Written by alfonson

26 febbraio 2009 a 9:22 am

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