COMUNITA' PROVVISORIA

terra, paesi, paesaggi, paesologia _ il BLOG

la scossa scassa 3

riprendono i contributi e le attività del BLOG ___  dal Prof. Eduardo Alamaro, riceviamo e pubblichiamo con invito a commentare senza timore di cadere in imboscate; ghino di rocco è in spam

Cari amici, se avete tempo leggete questa mia riflessione sull’architettura del  terremolto nostrano d’autore. Era un mio scritto do un pasio di anni fa che ora sta pubblicato nel blog di  Giorgio Muratore “Archiwatch”. _ Saluti, a presto, Aladolce

 La scossa scassa 3 … LPP … “Avanzi” …

Martedì, 14 Aprile 2009 _____  Di ritorno dal ponte, … la sorpresa, …

un Eldorado pasquale … fuori formato, …

addirittura, un “avanzo” d’annata … di LPP …

un vero scoop …

“Cari muratorini, buona Pasqua e buona Resurrezione dal peccato architettonico comune & comunale.

Per santificare le feste, ho letto golosamente lo scritto dell’implacabile mia conterranea Isolabella, irpina doc dell’Assise di Ariano su questo blog. Ella riflette meritoriamente sul tema odierno della ricostruzione del post/sisma d’Abruzzo. La terra trema! E’ ‘o terramuoto!! Cadono soldi:  levateve ‘a sotto!!! Già intravediamoì corvi e uccelli del malaurio  architettonico/bis che volteggiano in cielo. Nonché, in terra-terremontata, sciacalli  edilizi/bis dell’area romana e romanesca. Con relative imprese, università, ministeri e compagnia bella terremotabile/bis. Che Pasqua eterna si prospetta (e  progetta) per l’Oro.

Avendone l’età la mia mente -come del resto quella di Isolabella – è andata al terremoto irpino del ’62 (ero appena tornato da Ariano Irpino, ove mia  madre ci portava “a pigliare l’aria buona”, da immagazzinare per l’inverno a Napoli);  nonché, anzi in primis, a quello disastroso del 23 novembre 1980, ore 19.30,

indimenticabile!!! Fu quella l’ora del “Fate presto” lanciato esemplarmente dalle colonne de “Il Mattino” di Napoli. Appello subito raccolto dal  furbesco Andy Warhol, che –tramite il global-gallerista neapolitano Lucio Amelio-  elaborò una gag ormai classica nel suo genere. Ma anche gli architetti (specie dell’Accademia) “fecero presto”. Anzi prestissimo, per un terremoto bis, ben più calamitoso di quello naturale. Ne paghiamo (e ne pagano) ancora le conseguenze.

All’uopo voglio (vorrei) farVi un innocente dono pasquale, se gradito al Gran Muratore. Altrimenti cestinare senza pietà. Per la mia rubrichetta “Intermezzo” che appare puntuale come una cambiale ogni giovedì sulla PresS/Tletter di Lpp da (oltre) tre anni, condussi nella primavera del 2007 una piccola inchiesta in Irpinia, auspice e complice il  mio buon amico Verderosa doc. Ne “la scossa scassa” scrissi su tre casi emblematici di ricostruzione post/sismica assistita: Lioni (presS/Tletter n.20/2007),  Teora (n. 21/2007) e Bisaccia (cfr. in archivio della PresST/letter, ndr). Per una serie di sfortunati motivi quest’ultimo contributo rimase però inedito. E’  un po’ lunghetto e forse non proprio da blog fulminante. Ma chi non ha nulla di meglio da fare, potrà farsi una scampagnata nella Bisaccia/bis di Aldo Loris Rossi. Gratis su questo blog d’architettura. Che la pietra ieri scartata ‘e PresS/T sia oggi pietra d’angolo riflessiva per i Muratorini! Senza nulla a pretendere, Eldorado Pasquale

La scossa scassa / 3 (Un architetto per due Bisaccia)

Nuovo intermezzo sismico. Terza scossa d’assestamento d’architettura panica

campana. Quella partorita dalla post/Irpinia terremotata il 23 novembre ‘80.

Ed una conferma: la “legge dell’ex” colpisce ancora! Mai affidarsi al genio del

luogo che si è emancipato. All’architetto che ha fatto fortuna nella

metropoli.

Che ha studiato in città ed è diventato famoso (e talvolta fumoso) a Napule.

Che ha indossato gli abiti dell’intellettuale acuto e solitario,

vendicativo.

Infatti, come i tori di Teora non amano l’intervento urbano post/terremoto

del loro famoso compaesano, il quondam Agostino Renna, i pitt-bull irpini di

Bisaccia non sono molto teneri verso Aldo Loris Rossi, il (loro) assoluto

amatore & rott/amatore d’architettura.

ALR è l’indiscusso (ed indiscutibile) autore della Bisaccia/due, la

dissonante e autocentrata Bisaccia/bis. Sovradimensionata e “palestrata” a

vista d’occhio, a norma di legge post/sisma. La Bis-acta, come da antica

etimologia, fatta due (e più) volte. O, secondo altri, la Bis-arx, il

presidio bis, rifatto dai romani sui rottami dell’antica Rotulea dei sanniti. E il

presidio odierno di ALR, la Vis-acta, assolutamente d’architettura dopata

dell’ultima (o penultima) modernità, lo battezzerei Lorissilea (o Lorissopoli),

dal nome stesso dell’autore dell’impresa.

Presidio, vedetta sannitica non fortunata, non popolare, per la verità. Non

condivisa, non partecipata, non vissuta e ri-vissuta oggi in loco, mi pare

di capire subito dai commenti tutt’intorno. Tanti dischi volanti abbandonati

qui da alieni venuti col terremoto: l’Irpinia è sempre una discarica di Napoli!,

mi

dicono infatti sarcastici paesani–paesologi.

Al viandante come me, come noi, Lorissopolis appare poggiata sul un alto

colle (800 metri). Un fuori scala engagé caratterizzato da forme e

interrogativi pensieri architettonici/sociali. Arditi spazi-azioni (anche

senza trattino) che però, come dicevo, non hanno riscosso la simpatia dei normali “paesani”. Troppo avanti o troppo laterale alla loro vita, questa proposta.

Certamente non centrato l’obiettivo comunitario di opera-ambiente. Diventare

community vuol dire infatti fare un passo indietro ideologico e condividere

un’azione che non si può nemmeno definire politica. Piuttosto di relazione

sociale pre-politica. E tutto questo qui, a Vis-acta, non è stato fatto.

Perché il tetragono ALR appare lontano da una direzione architettonica includente  ed estroversa, nonostante le roboanti sue dichiarazioni di principio.

Forse per questo motivo antipatizzante, l’inedita Lorissilea irpina non ha

nemmeno un nome umano, normale. Si chiama burocraticamente: zona “Piano

regolatore”. Una frattura dolorosa, anche nominalistica, tra architettura

moderna sperimentale e Popolo ordinario (e orinante). Tra loro e Loris. Per

questo motivo i lorissati di Bisaccia, quando possono, lasciano “Piano

Regolatore” (“Piano”, nome; “Regolatore”, cognome, o viceversa?) e gravitano

verso l’antica Rotulea storica, il vecchio centro storico. Una sconfitta

bella e buona, la nostra, perché vivo questa come una sconfitta comune,

disciplinare.

“Piano regolatore” è infatti solo un dormitorio e/o un centro-servizi

amministrativi, nei casi migliori. E’ un capitolo significativo del corposo

libro dell’architettura rifiutata, calata dall’alto, molto costosa, e –

soprattutto- non consumata. Matrimoni a forza (e sforzati) tra Architettura

e Popolo. Forse i bisacciati, così come a Teora, (vedi puntata precedente,

nda) non hanno saputo leggere, per loro limiti intrinseci, le “istruzione per l’

uso”  del nuovo insediamento urbano. Non hanno capito la potenza della macchina fuoriserie che gli era stata data in dote, nel matrimonio d’interessi

reciproci. Macchina che a loro, paesani incolti, è apparsa ‘nu chiuovo.

Costruita e benedetta dall’alto dei cieli politici del lontano Stato di

Roma.

Con troppa-grazia ricevuta (e forse non richiesta!) “Piano regolatore” è rimasto così, forse anche per mancanza di efficaci e pazienti mediatori culturali, solo un locale monumento all’architettura d’ autore. Per pochi acculturati, per visitatori quasi-eccellenti (certo non  per noi dell’Intermezzo, senza-mezzo e senso kriptico). Un Monumento al Sisma e alla Modernità, con tutte le sue immancabili astrazioni e scolastiche utopie sociali. Mal applicate e digerite in loco.

Ciò non mi meraviglia affatto. E’ storia antica, proverbiale. ‘A vita è ‘nu

muorzo!!, si sa. E quel morso, l’architetto-autore, parcelle a parte, anzi

incluse, lo deve saper dare. Se vuol rimanere nel ricordo dei posteri (e nei

poster giusti). Nei libri di Storia, anche locale, dell’Architettura. Quindi

attende “La grande occasione”. Ed il ministro giusto. Che, nel caso di

Bisaccia

post/terremoto ‘80, si chiama Salverino De Vito, detto “Iddu”, il Lui per

Eccellenza. Ministro del Mezzogiorno e, al contempo, sindaco del paese

irpino.

Bingo per Bisaccia. Nasce così “Piano regolatore”, coi fondi della 219/81 e

altre provvidenze legislative!!! E un commissario ad (Vis e Bis) acta, atti

grandi urbani … (per inciso, all’epoca della Prima Repubblica, l’Irpinia è

stata una fabbrica di ministri: ogni colle aveva una poltrona con un

ministro seduto sopra: Sullo e De Mita su tutti gli altri).

Ma Bisaccia, avverto a pelle, è un luogo mordente, intrigante, curioso,

anche morfologicamente. Strano, magico, inquietante: non mi pare uno dei tanti

paesini dell’osso senza polpa e cervello dell’Appennino nostro. No, si sente

una capitale, nonostante i suoi (pochini) cinquemila abitanti. Che infatti

si vivono diversi dagli altri irpini. Hanno, dicono ironicamente, “una marcetta –

o marchetta?– in più”. Sono protagonisti, determinati, aggressivi pitt-bull

irpini (rossi e rosseto a parte). Forse ancora antichi-sanniti dentro.

Indomiti guerrieri del Nulla d’oggi. Infatti affermano: Noi non abbiano Nulla a che

fare con Torella dei Lombardi, Guardia dei Lombardi, e tutti gli altri Lombardi,

Longobardi e uomini del Nord dell’Irpinia: noi siamo ponte, Sud, bizantini,

guardiamo la Puglia, il mare e l’oltre-mare … siamo la capitale dell’Irpinia

d’ Oriente! (valla a governare l’Italia, questo mosaico di genti!, nda).

Idea: questo mix sannitico/bizantino di Bis-acta è forse la chiave giusta,

antropologica, per aprire (futuristiche dichiarazione di poetica a parte) l’

interrogativa architettura di ALR in loco? A ben guardare dalla radice

medio- orientale, esotica, fiabesca, da Sogno di mille e una notte d’architettura

organica & orgonica-espressionista (se ha una radice la Bisaccia Bis).

Altrimenti è un vero miracolo, un santuario portato qui da un angelo-

marziano del Gravina.

Stop. Ora sono dentro l’Architettura. Sono ora con Voi, amici miei dell’

Intermezzo, al centro di Lorissopoli. Nella chiesa del “Sacro Cuore”, che i

locali chiamano comunemente (ed efficacemente), “l’Astronave”. Al suo lato

sinistro sorge un altissimo e fantastico campanile. O meglio un faro di

luminosa fede architettonica. Forse un minareto, dal quale chiamare alla

preghiera i fedeli dell’arte dello choc urbano permanente. Si favoleggia, ma

sono leggende locali, che l’alto campanile-minareto sia punto di contatto

con gli extraterrestri, e/o gli extrarchitetti. Meglio, architetti-extra,

superdotati e palestrati.

Il parroco che guida autorevolmente questa chiesa-astronave, la nave

spaziale di Cristo, si chiama don Antonio. Me lo presentano. E’ arguto e coraggioso, il contrario esatto di don Abbondio. Distinto, alto, colto, un bell’uomo  maturo, nativo del luogo. Uomo “di potere”, mi sussurrano. E’ stato preside nelle scuole di Stato, al liceo classico (“vincitore di concorso”, precisa lui). 

Ora fa il parroco. “La progettazione va bene, benissimo”, mi rassicura.

“Risponde alle esigenze dei fedeli”, (di don Antonio, mi dicono sottovoce i malevoli.  Che aggiungono: quando Lui se ne andrà, l’Astronave volerà via in Cielo con lui.

Amen. Già adesso è scarsamente frequentata. Specie d’inverno, perché sta in

un punto infelice, sferzato dai venti, impossibile ad avvicinarsi!). Continua

invece don Antonio: “Tutto ha funzionato perfettamente, ho solo decentrato

l’altare, previsto inizialmente esattamente al centro dell’impianto circolare.

“E’ vero! Planimetricamente “l’Astronave”, il disco volante di ALR, è come un

sasso gettato nello stagno locale. Un audace sasso gettato nella fede

architettonicamente conformista del luogo. Che genera riverberi, freschi

cerchi concentrici, all’infinito forse, come stessimo a San Leucio. Utopia ri-

formatrice borbonica senza Borbone. Solo barboni, barbini e mediocri

barbette come me. C’è molta micro-simbologia in questo impianto, interna ad una  marziana “armatura spaziale” (il linguaggio delle avanguardie è sempre rigorosamente militaresco): al centro (era previsto) l’altare del sacrificio (il sasso

nello stagno di Loris); poi, per riverbero, la gradinata del Popolo di Dio in

cammino, anzi seduto; quindi i dodici pilastroni-guerrieri, “cioè i dodici

apostoli”, mi spiega ancora l’ottimo don Antonio; i pilastri apostolici

sorreggono poi dodici giunti di copertura (i santi, gli angeli e gli

arcangeli prefabbricati). Fino alla cupola, al lanternino dov’è seduto Dio. E, vicino

al Padreterno, il suo braccio destro esecutore. L’architetto stesso che ha

disegnato il tutto. ALR Santo Subito. Ora pro nobis. Ora pro Loris.

Un minuto di raccoglimento. Oriamo per tutti gli abitanti di “Piano

regolatore”, veramente sfortunati! Metropolitani a forza! Metropolitani

senza metropoli. Vittime di un capriccio, di una fissazione: che l’assenza della

grande dimensione urbana abbia costretto gli architetti italiani, napoletani,

a fare oggetti troppo-caricati, dopati, palestrati, inquieti. Angoscianti,

angosciati. Ma qui a Bis-acta, la grande dimensione (sognata e segnata)

urbana c’è. Permane tuttavia anche l’oggetto inquieto ed inquietante. Ed in più ci

sono anche gli abitanti incazzati e bisacciati. Solo don Antonio pare

felice, al comando della sua astronave santa. Verso Gesù, versus un futuro

condiviso.  Ciao don Antonio!!! Statte-bbuono!!!

Lo salutiamo. Andiamo via, per le strade e le abitazioni tutt’intorno. Che

seguono il rigido schema circolare di base. Le facciate delle case hanno

qualche grado di libertà compositiva in più. Non so se ciò sia dovuto a

gentile concessione dell’autore o se la “concessione edilizia” (ed edelizia) a fare

in pubblica libertà se la siano presa loro, gli abitanti, gli abitatori locali.

Andiamo, … non c’è più tempo. Saliamo in macchina col il Verderosa irpino

che mi (e ci) porta a Rotulea, nella vecchia Bisaccia. Per la via vedo tanti

altri edifici stile centrifuga-Loris, esplosioni di Lorissignori, altri pezzi

schizzati da (e di) Lorissopolis. Opere formalmente egregie, dal dna che mi

pare, a volo, a rapido sguardo di intermezzatore, tipicamente sannita-

introverso doc. O-stile e ostico. ALR come legittimo erede delle formidabili

architetture guerriere/pastorali di quelle antiche popolazioni italiche. Non

posso approfondire questo punto decisivo. Vaco ‘e PresS/T (da Muratore)!

Siamo ora nel vecchio centro di Rotulea, caratterizzato da un castello

dominante, veramente notevole, federiciano, restaurato da poco, … poi la

consueta cattedrale, .. l’esteso corpo del vecchio centro abitato ferito a

morte, .. terremotato senza terremoto, … diroccato, con ampi spazi vuoti, …

voragini sociali, … linea di faglia umana Nord-Sud, Europa – Africa ..… mi

vengono in testa tante idee d’arte performativa …. le caccio via subito,

siamo seri, siamo architetti!! …. basta, s’è fatto tardi, andiamo, sono ormai

stanco, sono disgustato, dis-guastato …, poi il Gran capo taglia …già mi

sono allargato troppo ….

No, perdonatemi muratorini: una visita lampo al cimitero, … ancora un

troneggiante fortilizio/ossario circolare di ALR. Questa volta ingentilito

però, all’esterno, tutt’intorno, da una sorprendente fascia di tesserine di

mosaico oro secessione-viennese. Anche questo baluardo cimiteriale sannitico

è in disuso. Neanche le ossa dei morti vogliono essere deposte nei loculi

fatti dai marziani dell’architettura napoletana. Si rivoltano i defunti, si

scopron le tombe! E’ veramente la morte dell’Arte irpina! Non c’è più religione in

loco, non c’è più speranza per noi! Una prece. Ora pro Loris!”

E.A.

 

 

 

Written by comunitariamente123

15 aprile 2009 a 10:02 PM

Una Risposta

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  1. trovo straordinario questo post, geniale, ironico e cattivo al punto giusto.
    se questa è la ripresa del blog, direi che ricominciamo benissimo, davvero.
    ad maiora
    e.

    eldarin

    16 aprile 2009 at 6:35 PM


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