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Apice Vecchia, dove finisce il Mondo!

A Benevento decido di non fermarmi. Proseguo, vado oltre, non mi interessano le città, mi interessano solo i paesi. Viaggio lungo la strada che conduce a S.Giorgio del Sannio. L’indicazione riporta Foggia ed io la seguo, ma non appena incrocio il cartello Apice, svolto a sinistra. Mi separano 15 km di luce, quindici km di natura imponente. Sono diretto ad Apice Vecchia, il paese che si è ibernato in un tempo passato. Mi accoglie l’insegna fatiscente di una pizzeria che sembra chiusa da un secolo. Parcheggio all’ingresso di questo luogo spettrale. Un bar chiuso precede il castello in ristrutturazione. Mi fermo. Sono fermo in questo posto fermo dove tutto è fermo, eppure nell’aria si muove qualcosa che non esiste. Il terremoto del 1962 ha messo in ginocchio il centro storico di Apice e da allora le lancette dell’orologio si sono fermate. Tutto è come fu. Un tempo è come adesso. Passato e presente. Apice ombelico del mondo, o semplicemente Apice fine del mondo. Apice è l’apice, quando tutto finisce, tutto incomincia. Il paese non ha perso la sua faccia, tutto è ugualmente uguale a ieri, eccetto la vita, che manca. Il paese che non c’è, istantanea del momento successivo alla fuga. Apice è un enorme presepe senza pastori, regno disabitato, non-luogo per antonomasia, una Pompei moderna, periferia della periferia più estrema, simbolo della città del domani. Tutto è fermo e tace, tutto è assenza. Oltrepasso le transenne mi addentro nelle strade funeree di questo paese esanime. Un gatto sembra volermi fare strada e condurre attraverso le vene asciutte di questo corpo gelido e inerme. Insegne consunte, brandelli di balconi, grate divelte. Ovunque è fatiscente. Cammino tra i cocci di queste strade fantasma. E ancora erbacce, porte sfondate, cumuli di terra. Sbircio nelle case. Pavimenti di un tempo, soffitte a volta e ambienti piccoli che conducono ai piani superiori. Un vecchio ufficio postale, una fontana arrugginita ma non ci sono campane, non ci sono voci, non ci sono bancarelle, non ci sono bambini che giocano per le stradine, non ci sono telegiornali, non ci sono donne, non ci sono negozi. Il terremoto ha rapito la vita e la vita ora la porta il vento che solletica la polvere, che accarezza i balconi morti, che sbatte qualche porta.
Qualche cane coraggioso avanza indisturbato. Più di quarant’anni fa la fuga.
La transumanza dei cittadini apicesi si è fermata qualche km più in giù dove ora sorge la Nuova Apice, forse voluta anche per fare un piacere a qualcuno, come si usa dalle nostre parti. Mi rimetto in moto con più di una sensazione da decifrare, con domande troppo più grandi di me. Ho voglia di un caffè ma qui non c’è nulla, neanche una panchina. Apro la cartina e cerco una strada che mi porti altrove, in un tempo, un tempo che magari non mi appartiene…

http://itinerarindipendenti.blogspot.com/

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Written by botnik7

5 maggio 2009 a 10:20 am

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Una Risposta

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  1. è secco il greto dell’anima di apice, ma tra le crepe si vede tutto. Ciò che fu lo si immagina ed è più bello, meno duro. Non meno duro è però immaginare la terra che vibra, e deve esser stata paurosa per creare una fuga senza redenzione.
    Di paesologi se ne sente il bisogno, una richiesta senza voce, come per apice.

    NGOUUUFFF…

    sasà

    6 maggio 2009 at 4:12 pm


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