COMUNITA' PROVVISORIA

terra, paesi, paesaggi, paesologia _ il BLOG

archeologia della delusione

… sulla scia di ciò che è accaduto ad Arminio (escluso dall’alto dalle liste del PD)  ho scritto qualche pensiero a caldo sulla fine dell’opposizione. Non l’ho fatto prima perchè sono stato e tutt”ora sono molto impegnato in altre cose. Tuttavia questo lungo frammento – a sua volta fatto di frammenti – vuole essere un gesto di solidarietà.  _ cari saluti _marcello

A precipizio: archeologia della delusione (quando i poveri votano per i ricchi) _ di Marcello Faletra

A precipizio. In Italia si continua a perpetuare ciò che negli Stati Uniti, almeno in apparenza, sta per finire. Ieri Berlusconi & Co. inseguivano il “sogno americano” firmato Bush – un sogno insanguinato da guerre preventive. Un sogno basato sulla violenta limitazione dei diritti civili. Un sogno che celebrava l’impostura dell’informazione, la quale si prodigava a dividere il mondo in buoni e cattivi. Un sogno virtuale, che oscurava il progressivo crack reale. Il modello Bush – di cui bisogna ricordare che è stato il nome sotto il quale ha agito impunemente l’ideologia della guerra dei petrolieri e delle industrie degli armamenti – è ancora il modello della nostra classe politica bifronte (destra e sinistra con i suoi velati opportunismi dopo la vittoria di Obama), ma che, occorre ricordarlo, questo modello è stato incarnato – come dicono pure alcuni suoi ex collaboratori – da uno dei presidenti più imbecilli e disastrosi della storia americana. Oggi, i nostri attori al governo continuano a precipizio verso questo sogno orfano del suo eroe. Di questo passo in Italia non sfuggiremo al peggio, cioè al fatto che il capitalismo-rapina, che è riuscito per miserevole assenza di opposizione, a farsi votare pure dai loro potenziali avversari – i poveri – porterà questo paese a un punto di non ritorno. Il “pacchetto sicurezza” approvato con un decreto, e senza alcuna discussione in parlamento, è soltanto l’inizio dello sfacelo della democrazia in Italia.

 

Perché c’è il nulla piuttosto che qualcosa? La nozione di opposizione è in declino. In un mondo privatizzato e controllato non c’è posto per il dissenso. D’altra parte dove dissentire se lo spazio pubblico (l’agorà) è stato escluso dalla contesa politica a vantaggio dello spazio televisivo interamente controllato? Chi si oppone in qualsiasi modo alla politica come competizione (basata sul modello concorrenziale del mercato), è identificato come pericoloso a questo modello di politica affaristica che ha legittimato il falso in bilancio, l’evasione fiscale e la predazione del bene pubblico… La progressiva spoliticizzazione della vita negli ultimi vent’anni ha preparato il terreno per un’egemonia mediatica che non trova alcun riscontro nei paesi europei. Quanto più la vita sociale è stata spogliata delle sue investiture politiche (stato sociale), tanto più essa è stata oggetto di privatizzazione e di saccheggio. Uno scenario non più da “realpolitik”, ma di fictionpolitik da paesi sudamericani degli anni Sessanta e Settanta. Le sabbie mobili della politica-affaristica e del vangelo-TV hanno addestrato le persone a una concezione del peggio. Che un paese possa sprofondare nella barbarie non deve scandalizzare più di tanto. E’ la profilassi televisiva a ripeterlo incessantemente come un ritornello. Ed è straordinario che le energie che la sedicente “sinistra” ufficiale impiega per liquidare e delegittimare i movimenti che le stanno realmente a sinistra sono di gran lunga superiori a quelle che impiega per opporsi alla destra e alle sue performance xenofobe e antidemocratiche.

Tutte le forme di opposizione sono esposte a continui tentativi di neutralizzazione, e il loro spettro – come potenziale “pericolo” – viene invocato soltanto per essere diffamato ed equipararlo a fenomeni sovversivi contro lo stato. A ciò si aggiunga pure che la progressiva disparità sociale tra ricchi e poveri, ammortizzata una volta da un forte ceto medio, è diventato lo scenario futuro che sta disegnando questa postpolitica affaristica.

Com’è stato possibile arrivare fino a tanto? Quali condizioni sociali hanno determinato questo stato di cose? Chi, oltre a coloro che ne erano direttamente interessati, ha contribuito a precipitare il paese nello sciocchezzaio politico, sociale e culturale in cui ci troviamo?

Ne L’opera da tre soldi (1928) Bertold Brecht annunciava il connubio fra politica e criminalità. Ottant’anni dopo questo annuncio è diventato la ragion pratica della storia politica italiana. Niente politica senza criminalità. Questo sta scritto in fronte alla fictionpolitik degli attori al potere. Che ben 70 “onorevoli” condannati in via definitiva possano sedere al senato e al parlamento conferma la profezia di Brecht. Qualche dato per non dimenticare: PDL 45 (proposti 56) – PD 13 (proposti 18) – Lega Nord 7 (proposti 8) – UDC – Rosa Bianca 5 (proposti 9).

D’altra parte la “sinistra” facendo propri gli assunti del capitalismo ha preteso essere la novità politica che avrebbe unito (sic!) capitalisti e lavoratori, dimenticando che il capitale di loro (e dei lavoratori) se ne fotte. E così è stato. Ora, se la “sinistra” muore è perché il pensiero critico, l’opposizione al modello di capitalismo-rapina, la resistenza dei sindacati al sistema di sfruttamento dei lavoratori, l’energia  della contestazione, agonizzano. Ma muore anche per la sua velata arroganza e il suo opportunismo divenuto una sorta di commedia all’italiana. Aver sottovalutato l’avversario, aver preso sottogamba il potere strategico dell’informazione, aver contratto alleanze di idee con il Vaticano, mettendo da parte la laicità dello stato, aver concesso agli industriali crediti etici e pretendendo dai lavoratori compromessi, cessioni, sottomissioni, assegni in bianco fino al loro licenziamento. Tutto questo è stata la “sinistra” in questi ultimi anni. Dal momento che ha accettato l’ordine capitalista, con i suoi a-priori speculativi e facendosi schiava degli indici di borsa, è evidente che ha scaricato gli a-priori dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati, dei poveri, e a cui per le sue irresponsabili e ottuse scelte non ha mai chiesto nulla, ma da cui però pretende il voto. Ma, soprattutto, è sbalorditivo il fatto di essere stata velatamente alleata con la destra e opportunisticamente cortigiana del sistema finanziario nel contrastare coloro che denunciavano questo sistema capitalistico basato sulla rapina, eludendo, fra le altre cose, una volta al potere nel 2005, la commissione parlamentare d’inchiesta sui criminosi fatti di Genova nel 2001. “E’ facile capire perché – osserva Jacques Rancière – : denunciare un sistema economico o statale, significa chiedere di trasformarlo”.

Non deve meravigliare che con questi stregoni acchiappatutto anche i poveri votino per i ricchi che li stanno dissanguando. Se questa sinistra agonizza è anche per la sua imbecillità. Questo stato di cose ha generato una sindrome da impotenza.

Paradossalmente un po’ di sinistra, ma non troppo, è utile alla destra per giustificare il fatto che siamo in un “paese democratico”. Questo il ruolo in cui questa specie in via d’estinzione è stata relegata. Il “buonismo” di questa mostruosità impolitica che è la sinistra-neoliberista che ha fatto guadagnare margini a tutto campo nella società italiana alla destra xenofoba, è stata la maschera della sua fallimentare presunzione.

Questa assenza d’opposizione, ha aperto la pista al più feroce attacco al diritto di sciopero fatto da quando è stata varata la Costituzione. Se l’attacco allo sciopero, la sua neutralizzazione sociale, non costituisce un motivo di protesta, cosa, allora, occorrerà per passare la soglia dell’inezia, per superare la paralisi che immobilizza questa sinistra? A quanta dose di restrizione dei diritti dei lavoratori e degli spazi di democrazia reale bisogna ancora assistere nell’impotenza generale? La politica dell’inezia è tipica dei complici del capitalismo-rapina. Perché non far nulla significa indirettamente dire sì ai rapporti di dominio in atto. Il dominio infatti non è qualcosa che inerisce alla sfera tradizionalmente definita “dittatoriale” o “terroristica”, ma anche all’organizzazione tecnico-economica che agisce con la corruzione e la manipolazione strategica dei punti nevralgici del potere, in funzione dei propri interessi. In tal modo il dominio preclude, per altre vie, ogni forma di opposizione. Tertium non datur. La legittimità della protesta e del dissenso, per costoro, deve essere ridisegnata in funzione di questa egemonia mediatica, che al momento opportuno chiama il popolo alla convocazione truccata delle elezioni. Il popolo vota, loro scelgono i candidati! 

 

Cosa accade alla democrazia? L’estinguersi della lotta delle masse per la democratizzazione della società, caldeggiata dalla sinistra ufficiale come nuova stagione della politica neoliberista, ha significato la trasformazione dell’idea di democrazia in un singolare potere popolare che trova  unità solo nello spettacolo mediatico (unità nell’opinione). In ciò si esprime la profonda crisi non soltanto economica che sta corrodendo dall’interno l’illusione neoliberista, ma anche il sistema politico che si è fatto servo di questo sistema. La “democrazia di emozioni” (Virilio) ha sostituito la democrazia parlamentare. Cosa significa? La dottrina del capitalismo-rapina (neoliberismo) per certi aspetti è simile alla predicazione evangelica: molti sono chiamati al successo, ma pochi sono gli eletti. Non potendo accogliere tutti si creano le condizioni per far credere che ciò possa accadere. L’illusione trionfa e la credulità assume la forma di relazione sociale. Ciò porta a una profonda revisione del rapporto fra spazio pubblico e spazio privato. In un mondo dove si inseguono le illusioni non c’è posto per lo stato di diritto. La percezione sociale della democrazia ne esce notevolmente mutata. In termini aristotelici si potrebbe dire che l’Oikos (lo spazio privato) a partire dagli anni Ottanta è stato interamante manipolato dall’Ekklesia (il potere decisionale sulle questioni pubbliche, oggi in mano a circoli d’affari e a quei partiti politici che ne sono l’espressione pubblica). Di fatto, man mano che lo spazio della mediazione fra pubblico e privato (l’agorà) è stato privatizzato, la politica del capitalismo-rapina, ha minato ogni forma di equilibrio sociale. La salute dello spazio democratico – l’Agorà – si misura dalla sua possibilità di libera frequenza, e se questa, oggi, si effettua prevalentemente nell’etere – nello spazio virtuale dello schermo – diventa impossibile frequentarlo come protagonisti modificandone scopi e funzioni. Se, come osserva Bauman, la democrazia è: “la continua pratica di traduzione tra pubblico e privato, di riformulazione dei problemi privati in questioni pubbliche e di incanalamento del benessere pubblico in progetti e compiti privati”, allora ci troviamo di fronte ad una delle sue crisi più violente. La crisi della traduzione e del dialogo fra spazio privato e spazio pubblico, fra l’Oikos e l’Ekklesia, si traduce inevitabilmente in una crisi dell’agorà, cioè del luogo deputato alla mediazione. L’abbandono dell’Agorà ha significato la sua occupazione da parte del privato. La “democrazia di emozioni” di cui parla Paul Virilio, in parte dipende da questa assenza di traduzione fra pubblico e privato. Perché lo stato emozionale, la forma soggettivamente parcellare della verità, è sempre stata assoggettata ai padroni che governano l’Ekklesia, la cosa comune.

In questo cortocircuito sociale la parola “libertà” ha perso le sue caratteristiche di emancipazione e di trasformazione di uno stato di cose.  Essa ha mutato di significato: esprime la “libertà” di emozioni e di consumo del privato, senza alcuna relazione con le forme di oppressione e di impostura che si perpetuano nell’agorà. Eppure nella tradizione occidentale non mancano forti riferimento metafisici all’idea di libertà intesa come contestazione. La più radicale esperienza del chassidismo identifica la libertà con il No, col principio di contestazione. Attraverso il No si impedisce che degli stereotipi possano diventare la forma di vita sociale collettiva, opprimendo le minoranze. Il No implica pure la nozione di Esodo che va recuperata quale prospettiva politica di emancipazione da un modello sociale omogeneo, chiuso e persecutorio, che non contempla l’altro e il diverso. La libertà in questa prospettiva è una libertà da uno stato di cose governato dall’irrazionale, libertà di costruire un insieme sociale che faccia della varietà il suo principio fondante.

Ora, lo spazio pubblico attraversato e letto dal punto di vista dei sentimenti ha generato la sua progressiva spoliticizzazione. Coazione ad interagire con l’universo dello spettacolo, riduzione del pensiero all’automatismo della domanda-risposta, pedagogia pubblicitaria della violenza, ritorno dell’oscurantismo religioso, la menzogna come forma di comunicazione di massa, il culto dei manager (i nuovi “condottieri” del nostro tempo) e della finanza, l’estremismo emozional-politico misto al ritorno dell’ideologia nazional-patriottica…Una società a fior di pelle promossa da una politica delle emozioni che ordina il mondo secondo la paranoica divisione amico/nemico – riflesso del paradigma spaziale interno/esterno. In un universo di emozioni a tutto campo la figura principale è la paura. A partire da essa si riordina la percezione dello spazio sociale e della sua divisione in aree “protette”, “sicure” e in aree “pericolose”, “incerte”. Ugualmente questo paradigma viene applicato alle componenti sociali. Tutti coloro che dissentono, che protestano, che mostrano il loro disaccordo, vengono ascritti al Male, al “nemico” interno, mentre gli immigrati costituiscono l’esercito dei disperati identificato come il male esterno. Con tutte queste moltitudini estranee all’idea di società organica chiusa basata sull’identità nazionale e sull’identikit dello straniero, si agisce attraverso l’instaurazione di ordini. Leggi e decreti che ne limitano sempre più il diritto di azione pubblica. Limitazioni del diritto di sciopero, controlli a tappeto per gli stranieri, minacce contro chi cerca di sfuggire a questi imperativi categorici della politica nazional-popolare. E’ la “democrazia” dei consulenti e dei manager dell’economia, dei professionisti della propaganda politica, degli evasori fiscali – un vero esercito – dei mafiosi…L’a-priori dell’orine finanziario è mascherato con il volto del popolo.

Sorge una domanda: come si riconosce una società democratica? Ecco la risposta di Bauman: “Una società democratica si riconosce dal sospetto, mai del tutto placato, di essere a metà del lavoro: di non essere ancora sufficientemente democratica”.

 

Tutti in ordine. Nel vuoto d’opposizione cresce la logica dello sfruttamento e dell’impostura. Sfruttare questa occasione è lo scopo primario della destra. Con le sue ramificazioni in quasi tutti i media, ha trasformato pian piano la dialettica sociale delle componenti politiche in gioco, in una specie di “multiculturalismo”, dove tutto si trasforma in un’orgia di “libera” opinione che esautora la verità del sociale. I telegiornali riflettono l’opinione dei politici. I giornali amplificano le opinioni dei politici. I settimanali parlano della vita quotidiana dei politici. Ogni notizia è commentata dai politici. I disastri sono mediaticamente occupati dai politici. Lo spazio dell’informazione è stato totalizzato dalla presenza dei politici. In questa subalternità dell’informazione al volere dei politici, la psicosi della paura occupa un posto speciale. La psicosi della “città assediata” dagli stranieri non è solo un mezzo di conquista dell’Oikos – lo spazio privato – ma una autentica farsa. Occorre materializzare i fantasmi delle paure collettive, in modo da poter sfruttare al massimo il fatto che esse alla fine non si concretizzano secondo  le prospettive annunciate. Ciò viene rifilato come il fatto che la vigilanza e il controllo sono in piena attività e che lo stato lavora per la sicurezza del popolo.

Dal momento che la paura si nutre di tutte le immagini del disordine e della disintegrazione, essa configura un mondo incerto, comunica uno stato precario, infonde angoscia e infine genera la domanda di protezione, la richiesta di ordine. Ma come si passa a quest’ordine? E di che natura è? Ad esempio: la violenza più perversa (dove si offende il corpo) diventa dello stesso ordine di uno scippo. La minima aggressione sembra contenere in germe già l’assassinio violento. Ed è in questo livellamento di tutte le forme di violenza, del loro essere uniformate al massimo di pericolosità che ad essa vengono ascritte anche le forme di dissenso e di critica (l’attacco ai centri sociali, alle produzioni culturali indipendenti e all’informazione non assoggettata, alle proteste degli studenti bollati come “guerriglieri” dal ministro Brunetta). Tutto ciò che non è in linea con l’attuale ordine politico è potenzialmente “pericoloso”. L’ordine, dunque, è un ordinare anche i pensieri degli altri. Mettere in riga i pensieri diversi da quelli stabiliti dalla dittatura dell’opinione. La ribellione contro tale stato di cose è “disordine”, l’adattamento è promosso.

 

Occultare la storia. Questa ricerca del “pericolo” avrebbe pure una storia. La si fa risalire agli anni Sessanta e Settanta. Quando i sindacati erano al massimo della loro attività di salvaguardia dei diritti dei lavoratori. Quando l’opposizione univa trasversalmente studenti, operai, lavoratori d’ogni specie nella condivisione dei problemi e nella produzione sociale della solidarietà. Quando nascevano nuove forme di relazione sociale non più verticistiche e autoritarie, ma orizzontali e democratiche, nella famiglia, nella scuola, nel lavoro.

Da un lato si imputano gli anni ’60 e ’70 di “comunismo” – come se quello praticato in Italia fosse stato un reato (col silenzio complice degli ex comunisti) -, ma nel far ciò si occultano tutti i tentativi fatti per destabilizzare la precaria democrazia italiana. I delitti dei servizi segreti collusi con la mafia (delitto Pecorelli), delitti spesso deviati e scaricati esponenti della sinistra extraparlamentare (caso Valpreda, Sofri, ecc.). I vari tentativi di colpi di stato caldeggiati dalle amministrazione americane (piano Sogno nel 1964, Junio Valerio Borghese nel 1970). Le “stragi di stato”: piazza Fontana, Brescia, Bologna, Italicus…). Lo sporco affaire Moro che paradossalmente vide convergere i fini criminali delle Brigate Rosse con il cinismo dei vertici della Democrazia Cristiana. Gli anni di Gladio e della P2, il cui programma stranamente ha molti punti in comune con quello del PDL. Per non parlare degli stretti rapporti fra mafia e politica che culminano nell’assassinio di Lima. La lista è davvero lunga. Per costoro, per costoro che ci governano, nello spettacolare vuoto d’opposizione, occorre adesso criminalizzare retrospettivamente tutti quei movimenti di protesta che hanno svolto un profondo lavoro di sprovincializzazione della società, di liberalizzazione dei costumi, di demoralizzazione della vita civile (l’aborto, il divorzio), di conquiste sindacali, di apertura ai problemi dell’ambiente, di emancipazione delle donne. ecc. Se il ’68 è chiamato in causa come imputato del Male è perché ha rappresentato il sigillo della solidarietà fra pensiero e azione. Fra operai e intellettuali, trasversalmente. La poesia, la filosofia, l’arte, il teatro, la musica erano esperienze contropotere, di controinformazione visiva, orale, sonora, di pensiero…L’aggressione contro le esperienze politiche dei movimenti di protesta degli anni ’60 e ’70 è un’introduzione al fatto che dalla storia non dobbiamo apprendere nulla, ma diffidare e se occorre revisionarla in funzione degli interessi del capitalismo-rapina.

Di queste alleanze trasversali il potere ha avuto paura. E’ in questo clima che dei cesari piccoli piccoli possono diventare i capi ideali dove trovare protezione, al prezzo della depauperizzazione e dell’immiserimento civile. Dopo tutto ciò, adesso, si tratta di passare all’atto con i segni della storia: i movimenti di protesta di emancipazione e di libertà, di democrazia economica diventano di segno negativo (il male), mentre la reazione, la moralizzazione della società portato avanti dai partiti di destra, l’idea di ordine e di autorità, l’imposizione dei segni del cattolicesimo nello spazio pubblico, il culto della patria e della nazione (ma non della Costituzione) e la trasformazione dell’altro in “clandestino”ecc., tutto ciò è di segno positivo (il bene). E’ così che Mussolini viene sdoganato dalle responsabilità verso la storia e la memoria collettiva e celebrato nell’indifferenza di tutti coloro che dall’alto delle loro cariche istituzionali dovrebbero garantire la memoria storica. Infatti (occorre non dimenticare): «Non ci sono paragoni con Saddam. Il regime fascista non era così feroce. Il Duce mandava la gente in vacanza al confino», ha affermato serenamente Berlusconi l’11 settembre del 2003. Questo sdoganamento del fascismo arriva fino alla pubblica apparizione televisiva di Licio Gelli (novembre 2008), creatore della P2, dove proclamava le virtù del fascismo e inneggiava a Mussolini quale uomo ideale di stato.

Nessuna indignazione da parte dell’opposizione e di altre cariche istituzionali per la flagranza di “apologia di reato”. Nel frattempo un giornalista – Giuseppe Maniaci – che da anni conduce una battaglia di informazione sullo stato della mafia nel sud (Partitico) viene rinviato a giudizio perché diffonde notizie sui traffici di mafia da Telejato senza possedere il tesserino dell’Ordine dei giornalisti!

 

Altri muri si ergono. Vent’anni fa cadeva il muro di Berlino. Ma altri muri si ergono. Invisibili  e ferocemente reali. La legge-sbarramento al 4%, muro elettorale eretto contro coloro che non si identificano né con la destra né con la sinistra; il muro della religione cattolica la cui ingerenza negli affari dello stato compromette la libertà di pensiero e di azione; il muro contro i “clandestini” che obbliga i medici a denunciare coloro che ricorrono alle cure ospedaliere. Il muro contro l’istruzione e il sapere che proietta il paese nel vuoto di una progettualità della conoscenza e della ricerca, cioè nell’ignoranza. Tutto ciò è il muro della barbarie in cui L’Italia sta precipitando. La predilezione per i muri – politici, razziali, sociali, culturali – è la passione di coloro che predicano l’ontologia del profitto e della rapina, del fondamentalismo religioso che elargisce onori ai ricchi e pietà ai poveri, e del pregiudizio razziale.

 

L’oppio del potere. Come stornare l’attenzione? Come indirizzare masse intere verso le sciocchezze? Come catturare con un delitto l’attenzione di un’intera popolazione per mesi o per anni? Come veicolo del pharmakos collettivo la televisione risponde a tutte queste domande. Risponde all’esigenza di fornire lo spettacolo pubblico di un capro espiatorio, ma anche di  meccanizzare lo sguardo, di modellarlo sulle immagini dello schermo. Nell’apparente varietà dei programmi trionfa il sempre-uguale: lo spettacolo in quanto tale. A ciò si aggiunge pure la  rinascita del culto dei santi (padre Pio in testa) incoraggiata dalla chiesa e dall’ideologia della moralizzazione dello spazio pubblico, e ci si rimette a sperare, ad attendere, a invocare i santi in cielo e distogliere lo sguardo dalla terra. Inoltre la mediatizzazione dello sport ha favorito la sua politicizzazione – è diventato un fenomeno naturale vedere striscioni fascisti negli stadi. Negli anni venti Mussolini ha fatto costruire stadi, ha organizzato un campionato del mondo, e sono state sfruttate al massimo le vittorie. Sport e manipolazione politica sono strettamente connessi. Per una società fallita nei suoi assunti democratici e per i poveri che ha prodotto non resta che la mistica dello sport e la speranza che dovrebbe arrivare dai santi.  Nondimeno, la politica esautorata dalle sue responsabilità sociali si ritrova nei varietà televisivi, dove non serve a nulla. Anzi, come osserva Jacques Ranciére, si propugna un odio per la democrazia vista come ostacolo alla “liberalizzazione” del mercato. In altre parole i nostri sistemi “democratici” (neoliberisti) dissuadono gli individui della loro presenza reale a tutto vantaggio della loro “rappresentazione”. Il che comporta il fatto che la coesione sociale è delegata sempre più sul sondaggio che sulla partecipazione reale. Il “Grande Fratello”, così di casa in tutte le  famiglie, si potrebbe paragonare allo schematismo trascendentale kantiano. Preordina le immagini e i comportamenti prima ancora che questi abbiano luogo. Riempiono il vuoto politico (il concreto) e cosi facendo forniscono un “contenuto” particolare a garanzia di un concetto ideologico. L’apparente apoliticità del “Grande Fratello” o dei “reality show”, è già una lotta per l’egemonia ideologica e quindi una lotta per l’appropriazione di concetti che sono “spontaneamente” vissuti come apolitici. Modello distillato della nostra società, per il Grande Fratello nessuno è indispensabile. Esso traduce la vita in agonismo estremo, dove i più forti vinceranno. La sua profilassi è l’adattamento a un regime di vita fondato su alleanze mutevoli ed effimere, sulla furbizia, sull’opportunismo e sulla forza fisica.

La morale che viene rifilata e somministrata a dosi giornaliere è “non fidarti di nessuno”. Nuovo campo di concentramento telematico il Grande Fratello rappresenta la capitolazione di ogni spiraglio di democrazia, poiché nessuno ha diritto a esistere per ciò che esso è, ma per come riesce a eliminare gli altri.

Il vouyerismo della miseria degli altri, la pornografia, lo sport e lo spettacolo servono a questo. La miseria politica è l’espressione della miseria reale. Il grande successo dei quiz e dei giochini a premi televisivi sono il sospiro finale della creatura spogliata di ogni attributo culturale e umano. Esseri moribondi che stramazzano di fronte all’automatismo della domanda-risposta. Il declino dell’uomo passa per il quiz, per il Grande Fratello, per la continuità visiva delle telecomunicazioni, nuovo olimpo della trascendenza spirituale. Nuovo oppio dei popoli. Stato di servitù volontaria. In un mondo dove i più bravi sono coloro che non pensano affatto si capisce bene quanto valore possa avere la scuola.

Se la politica è un pensiero, allora, a questo punto ci troviamo di fronte a uno degli aspetti più pericolosi di questo pensiero nazional-popolare: la natura razionale della sua irrazionalità, o “la banalità del male” per dirlo con le parole di Hannah Arendt.

Di fronte a questo stato di cose non ha più senso parlare di potere. Perché venendo meno la resistenza al potere, liquidando ogni spiraglio di dissenso con la complicità del PD, non è più necessario immaginare due volontà che si contendono il luogo del potere. Venendo meno l’opposizione reale al potere, anche questo si trasforma, non è più tale, ma dominio. E’ quello che in passato è accaduto con le dittature del nazismo e del fascismo. L’orgoglio di Berlusconi & Co. di parlare in nome del popolo italiano, per il semplice fatto di aver vinto le elezioni, aspira a vedere in questo popolo una massa di adulatori e di esseri consenzienti.

Il culto del capo, l’elogio del potente di turno, il mito del vincente, l’emulazione del furbo che è riuscito a imporsi con ogni mezzo, sono tutte le figure tragicomiche di questa “modernizzazione”. I meccanismi che portano l’individuo a introiettare questi modelli hanno un che di meccanico, di automatico. L’universo delle veline, ad esempio, è l’effetto di un’identificazione immediata con lo spettacolo, in quanto modello di relazione sociale affermativa. Vestali postmoderne che si concedono allo stupro rituale dei sacerdoti dello spettacolo, questo Sancta Santorum della nostra società.

D’altra parte l’universo televisivo col suo dettato mediatico propaga questa reclusione volontaria delle masse. Attraverso esso la frustrazione e l’impotenza sono privati del loro bersaglio specifico, mentre il velo dello schermo maschera la riproduzione dello sfruttamento e dell’ineguaglianza. Una reclusione a domicilio, che trasforma l’abitazione in un campo di concentramento atomizzato. Gli schiavi della società postmoderna sono schiavi sublimati, appagati attraverso lo stordimento dei sensi e delle illusioni, ma pur sempre schiavi, non necessariamente del lavoro coatto, ma degli strumenti tecnologici che riducono l’individuo allo stato di cosa.

D’altra parte l’apostolato mediatico evita repressioni sanguinose. L’ultima condizione politica della nostra storia è così la commedia. A fronte di un disastro economico, civile e culturale, i nostri esponenti politici ci somministrano dosi di anticomunismo, pillole di imbecillità distillate dai format televisivi, il feticismo dell’orrore (stupri, assassini, morti empie), prove generali di deregulation selvaggia del territorio, anatemi contro i laici, proposte altamente “politiche” e “responsabili” come quella di dare le armi ai sedicenni per la caccia, la geniale idea tutta fascista di istituire le ronde per il controllo del territorio lasciando la polizia senza benzina, estensione della pulizia etnica con il delirante “pacchetto sicurezza” che restaura il reato di oltraggio a pubblico ufficiale…

Nessuna indignazione all’orizzonte. 

 

Il referente perduto. Oggi la storia sembra ripiegarsi su se stessa, e assiste impotente alla manipolazione senza fine del proprio corpus. Diviene un referente perduto, cioè un mito: lo spettacolo della politica che invade ogni angolo della società è quella che esce dalla storia, area di avventura e di sperimentazione senza fine. E’ proprio per ciò che la rinascita insospettata di nuove forme di fascismo soft non fa più paura, proprio perché la storia non è più un referente, non è più un’unità di misura della memoria, e in tale scenario irreferenziale emerge la portata estetizzante dello spettacolo coatto, del fascismo soft che prende piede con la democrazia di emozioni dei reality show.  E’ esagerato? E’ sufficiente leggere il “Nuovo” Manuale di storia di IIIa media compilato da una “storica” (?) Federica Ballesini e vedere il capitolo 2, paragrafo 1. Ecco cosa troviamo: “La Sinistra storica al potere”: “Gli uomini della Destra erano aristocratici e grandi proprietari terrieri. Essi facevano politica al solo scopo di servire lo Stato e non per elevarsi socialmente o arricchirsi. Inoltre amministravano le finanze statali con la stessa  attenzione e parsimonia con cui curavano i propri patrimoni.  Gli uomini della Sinistra, invece, sono professionisti, imprenditori e avvocati disposti a fare carriera in qualunque modo, talvolta sacrificando persino il bene della nazione ai propri interessi. La grande differenza tra i governi della Destra e quelli della Sinistra consiste soprattutto nella diversità del loro atteggiamento morale e politico.” (Bellesini, Federica, 2003, I nuovi sentieri della Storia. Il Novecento, Istituto Geografico De Agostini,  Novara, p. 34). Ecco come l’opinione si sostituisce alla verità storica. “La storia? È un mucchio di sciocchezze”, affermava compiaciuto Henry Ford a un giornalista del Chicago Tribune il 25 maggio 1916. I suoi nipotini, oggi, passano dalle parole ai fatti. Il lavaggio del cervello va fatto fin dalla più tenera età. Così come durante il nazismo si insegnava a riconoscere i simboli dell’ebraismo per classificarli come fonte del Male. A partire dall’immagine negativa di un popolo si è poi passato all’atto, all’azione con i lager. Ma, occorre prima che l’altro diventi nella rappresentazione popolare un pericolo, un nemico da distruggere. Questa è la “modernizzazione” che ci stanno rifilando. Ciò che rende oscena l’attuale classe politica non è il fatto che vi sia “troppo stato”, ma che lo stato è di troppo.  Una classe di impolitici che legittima a tutto campo l’infamia con aggressioni contro la magistratura, l’odio contro la classe insegnante, contro i lavoratori, contro gli immigrati, mentre dispensa elogi alla classe imprenditoriale, questa intoccabile e insindacabile immacolata concezione della nostra telecrazia. Una classe di impolitici che rappresenta gli interesse degli industriali e che è riuscita a farsi votare da un popolo ridotto alla miseria economica, civile e culturale. 

Questa è la “modernità” che stanno cucinando “in nome del popolo italiano”

 

L’esilio del dubbio. In un mondo imploso economicamente, dove trionfa l’ontologia cinica, il modello di società concorrenziale, dove non c’è posto per il dubbio e le contraddizioni sono occultate dallo spettacolo, stenta a vivere anche la speranza del suo cambiamento. Negli Stati Uniti qualcosa si è mosso. Non si può dire la stessa cosa per l’Italia.  Si può definire il nostro periodo storico come produzione di assenza del dubbio. Smantellamento dell’interrogativo sulla possibilità di cambiamento del mondo. Interruzione del rapporto fra presente e futuro. L’implosione della modernità è parallela alla fine del dubbio e del pensiero critico, che implica una politica decisionista, cioè populista. L’esilio del dubbio è il grande movimento di migrazione della speranza di un cambiamento di questo mondo.

Written by A_ve

18 Maggio 2009 a 9:05 PM

Pubblicato su AUTORI

Tagged with , , ,

24 Risposte

Subscribe to comments with RSS.

  1. caro marcello
    testo assai intenso, come tuo solito.
    spero che trovi tanti lettori
    e spero che sarai con noi a cairano a parlare di questo ed altro
    un abbraccio molto caro

    Arminio

    18 Maggio 2009 at 10:00 PM

  2. Marcello ha operato una lettura ” a trecentosessanta gradi” con linguaggio da filosofo, occhio critico e attento, di uno dei nodi fondamentali della crisi “di sistema” della democrazia : il rapporto perverso – e di dominio- tra potere e masse. Sembra una lettura rovesciata di “Masse e Potere” un fortunato libro di Pietro Ingrao degli anni settanta.
    Ho apprezzato molto la lucidsa analisi di come la concentrazione dei mezzi di comunicazione scritta e audiovisiva nelle mani di un solo individuo, che detiene anche il potere, abbia dato corso a questa forma “inedita” e perversa di bonapartismo che ci sta portando su terreni molto pericolosi per il futuro della democrazia e dell’idea di “libertà da” come idea fondante di ogni reale dialettica democratica degna di questo nome, per quanto riguarda l’analisi della realtà italiana. E la lucida visione del “capitalismo-rapina” globalizzato, che tende a debordare in stati ed economie sempre più colluse con la criminalità.
    Sì, con Franmco Arminio, rinnovo anch’io l’invito a Marcello di intervenire nelle giornate di Cairano, per poter discutere più diffusamente e distesamente . Ma sul “cosa” fare e “come ” farlo. Che Cairano possa essere un luogo d’avvio di una sorta di “lunga marcia” nella periferia, nelle periferie, per trasformarle in tanti cerchi comunicanti, nuovi “centri”… ma aperti, non chiusi in sé, che sappiano partire dall’etnòs locale per creare quella che Enzo Nasos Maddaloni ha plasticamente illustrato come una nuova “struttura di cerchi intercomunicanti”. E da qui provare a ricostruire il tessuto di una nuova democrazia “a leadership orizzontale e diffusa”, i cui principi liberali siano saldamente radicati nel tessuto popolare e da questo ri-vivificati di linfa nuova.

    Salvatore D'Angelo

    19 Maggio 2009 at 9:44 am

  3. La politica non può mangiarsi l’esistenza degli individui.L’esistenza non può deflagrare nella politica, non può coincidere con essa, non può essere declinata interamente con le sue categorie, con la sua sintassi, con il suo lessico.
    Antipolitico e catastrofismo culturale che , per il passato hanno rappresentato la tendenza al disimpegno sociale e al silenzioso ripiegamento egoistico verso la cura del proprio appetito “particulare” non devono diventare “un urlo maliconico di disperazione”.E per nostra volontà abbiamo cercato di evitare che il grido di disperazione e offesa di franco non lo diventasse.
    L’odierna antipolitica ,in alcuni casi per fortuna , interpreta confusamente, talvolta populisticamente o subdolamente anche questa estrema disperazione. Disperazione alimentata dalla visione di politica assoluta praticata dal nostro ceto politico e non solo.La politica “assoluta” è sempre piu insofferente a trattenersi entro i suoi costitutivi ed invalicabili limiti- i soli che le conferirebbero una reale “effettualità” ,avrebbe detto Machiavelli. Quella limitata tecnica che tende pazientemente a ritessere e riorientare i molteplici e spesso conflittuali interessi particulari della ‘polis’ verso un Bene comune.
    Oggi più che mai bisogna chiedersi perché i nostri “medici di riferimento” si accaniscono terapeuticamente a consigliare o insinuare a una società civile trasformato in soggetto politico- grazie anche ai partiti, soprattutto ai partiti di sinistra- di tendere o semplicemente esprimersi nella forma dell’antipolitica. Alle grida sommesse o disperanti di una certa inossidabile politica politicante o una interessato presbitismo giornalistico,se mai si dovrebbe chiedere chi ha allevato il lupo dell’antipolitica e non limitarsi a ripetere l’inutile grido di allarme per la sua sopravvenuta attualità nel nostro inconscio prepolitico questuante fuori del Palazzo.
    La politica tra paure e monomanie, sembra condannata nella innaturale forbice di un pragmatismo amministrativo “senz’anima” o di lucide, deliranti e ossessionate tentazioni ,mai del tutto sopite o digerite da passate stagioni palingenetiche e salvifiche ,di un leaderismo eroico,giacobino ,discriminante e apocalittico votato ad un esito di spoliticizzazione che procede inesorabilmente anche attraverso il mito dell’antipolitica, l’altra faccia dell’esito nihilistico della politica moderna.
    Politica e antipolitica convergono paradossalmente anche nella nostra storia recente nella effettiva spoliticizzazione o dissocializzazione della società civile e dell’individuo assumendo nel suo statuto una funzione assoluta e totalizzante.
    Per i pochi eletti- come sempre- c’è l’aristocratica via di fuga dell’impolitico: un buen ritiro dalla politica o verso una dimensione ascetica, alternativa o verso una sorta di critica mistica della politica.
    E per noi, donne e uomini – i più– che abbiamo rimesso umilmente ma profondamente in campo nella Comunità provvisoria le nostre storie passate e la nostra esistenza presente – la carne e il sangue, le ansie e le speranze- non ci resta che continuare a ribadire la volontà determinata sia di non confondere troppo la vita con la politica con il rischio di esserne completamente risucchiati sia di evitare l’eccesso opposto in cui la politica sembra sia sfuggita inesorabilmente via dalla vita e dalla ricerca e dalla pratica di una cittadinanza consapevole e quotidiana in difesa dei diritti oltraggiati o negati. Comunque munirsi e usare le cere per sottrarre le nostre orecchie dagli ingannevoli e ruffiani canti delle eterne sirene che vogliono farci sacerdoti o fedeli ossequienti e supini non più nella liturgica mediazione dei partiti ma di una politica come “tècne o sofisma” intellettualmente accattivante ma comunque onnicomprensiva, autoreferenziale e spoliticizzante.
    Una sola cosa vogliamo dire “ciò che non siamo e ciò che non vogliamo”. Non siamo antipolitica e non vogliamo finire nel disincanto ,nell’indiffrenza o nell’esplicita ostilità verso la politica.
    Sciveva Nietzsche : “ Se ormai ogni politica ha per scopo di rendere la vita tollerabile al maggior di uomini possibile, bisogna lasciara che essi dterminano anche che cosa intendano per vita tollerabile”

    mauro orlando

    mercuzio

    19 Maggio 2009 at 12:50 PM

  4. …e mi sembra che la proposta di Cairano 7 x, il bozzolo di idee della Comunità Provvisoria, il Parco dell’Irpinia d’Oriente, i Gruppi di Acquisto Solidale, le idee paesologiche, l’approccio degli Amici della Terra, l’idea di una nuova forma dello “stare insieme” e del “fare politica”, fatto di un approccio complessivo alla “diversa qualità” delle nostre vite quotidiane, non più fatte di “straniamento”, ma di un concentrato “essere per esserci” per “incidere” nel qui ed ora delle nostre realtà, attraverso un esperimento nuovo di “leadership orizzontali diffuse” e di rete di cerchi locali e comunicanti, aperti, sinergicamente, al globale, ma saldamente legati all’agire locale, la proposta stessa della Lista dei paesi,insomma tutto questo mi sembra che sia embrione abbastanza “concreto” di un “cosa” e di un “come”, su cui confrontarsi e chiarirsi. Per dare una risposta POSITIVA alla crisi della politica e all'”antipolitica”. O no, caro Mercuzio?
    Ma è bene che intervengano tutti. Che ci si confronti con spirito costruttivo e rispettoso, fuori dai vecchi pregiudizi e/ o schemi dialettici. (e non mi riferisco assolutamente a te, caro amico).

    Salvatore D'Angelo

    19 Maggio 2009 at 1:18 PM

  5. marcello, salvatore, mauro, franco
    è molto bello leggervi;
    grazie

    verderosa

    19 Maggio 2009 at 7:12 PM

  6. veramente straordinario questo giro di commenti.
    speriamo che continui.
    vorrei partecipare più diffusamente anche io se trovo un filo di tempo.

    armin

    19 Maggio 2009 at 7:42 PM

  7. Profonda, lucida analisi della politica e societa’ italiana, ma manca la cosa piu’ importante. Per me l’rticolo sarebbe stato molto piu’ utile se avesse indicato anche cosa fare per cambiare le cose, dando indicazioni dirette e pratiche che possono essere seguite da individui nella vita giornaliera. Le cose vanno male, possiamo individuarne le cause ed i colpevoli, ma se non sappiaqmo cosa dobbiamo fare e non cominciamo a farle, non cambiera’ niente e le cose andranno sempre peggio.

    Raffaele Ruberto

    20 Maggio 2009 at 10:33 am

  8. una cosa da fare è andare a cairano a giugno e fare bene le nostre cose. è una grande risposta politica, mi sembra.

    Arminio

    20 Maggio 2009 at 10:55 am

  9. Naturalmente come si evince dal titolo non avevo alcuna pretesa di dare istruzioni per l’uso. Dal momento che queste, a mio avviso, si dispiegano non più dall’alto – partito, ideologie, eccetera – ma dal basso, riappropriandosi delle località con la partecipazione attiva, diretta e non mediata, alle reali condizioni di una determinata realtà – la Comunità Provvisoria con le sue costellazioni culturali e materiali mi pare sia una realtà che nasce dal basso. Inventa un presente che a partire dalla socializzazione delle conoscenze, dialoga col passato e restituisce dignità non solo al territorio ma alle anime che lo popolano. In sostanza la comunità provvisoria nel creare se stessa crea di fatto dei problemi a coloro che hanno la pretesa di stabilire dall’alto quale deve essere il destino delle comunità dell’Irpinia.
    Il mio intervento in realtà voleva fornire alcuni frammenti di analisi sull’implosione dell’opposizione di cui l’estromissione di Franco Arminio dalle liste del PD ne è un sintomo locale, ma estremamente significativo dell’atteggiamento di questa “sinistra” nei confronti delle realtà locali. E’ di questa diretta partecipazione al destino delle località, espropriate del loro futuro da politiche affaristiche, che i due grandi blocchi postpartitici d’oggi hanno paura.
    Personalmente non credo a qualcuno che mi indichi la strada. Piuttosto questa strada devo cercarmela da me, con la vicinanza e la prossimità degli altri a partire da un territorio condiviso di idee e di problemi. E questo territorio non è uguale per tutti. Seppure a livello generale l’insieme di questi territori possono configurare una generalità, una fisionomia più o meno omogenea o frastagliata. Perché non credo che si possa prefigurare una via d’uscita senza aver preliminarmente abbozzato o scandagliato le ragioni di una debacle politica come quella della sinistra ufficiale italiana. C’è un tabù da sfatare: è quello della critica. Negli ultimi anni è invalsa l’abitudine di eliminare ogni barlume di critica se questa non da soluzioni al problema che affronta. Insomma dopo l’amaro il dolce. Se prendiamo alla lettera questo atteggiamento ne traiamo la conseguenza che ogni analisi critica se non prospetta soluzioni deve tacere. Credo che non sia compito della critica – a qualsiasi livello – fornire soluzioni ai disastri della società, ma della politica. Come se la soluzione fosse una prerogativa dell’esercizio della critica e non delle reali forze politiche costituenti in gioco. Il termine critica com’è noto viene dal greco “crinein” che significa inclinare. Cosa? Ecco la questione radicale della critica. Cosa occorre inclinare. Cosa necessità di essere scandagliato, o sezionato per rivelarne il vuoto, o l’inganno, o ancora l’impostura. In questo aspetto la critica è prossima alla satira. Segue la sua “preda” – uomo politico, idea, credenza, ecc. – fino a parodiarne le gesta e rivelarne l’inconsistenza. La critica rivela, non promette. E’ la politica che promette. A ciascuno di noi semmai farne un buon uso.
    Piuttosto forse è bene non creare prerogative o a-priori nell’esercizio della critica. La quale per sua natura non obbedisce a regole morali, ma svela l’inganno dietro le apparenze. A volte ci sveglia come una doccia fredda dall’assuefazione al peggio. Così come le parole del poeta o i pensieri di un filosofo o le musiche di un compositore ci sottraggono alla bonaccia soporifera del nulla travestito da spettacolo. E’ in tal senso che essa è un contributo, anche se incompleto, alla causa di trasformazione dello stato delle cose.

    marcello faletra

    20 Maggio 2009 at 12:10 PM

  10. Giusta la puntualizzazione di Marcello, ma altrettanto calzante l’osservazione di Raffaele Ruberto il quale, da partecipe osservatore estero (irpino doc, a quanto pare, quale io non sono), acquisito anche il sano pragmatismo americano, ci incalza non solo a fare ( e Cairano è già un fare), ma anche a precisare il “come” e il “cosa” fare. Insomma, ci invita a dibattere su questo. Insomma, lo stesso invito presente nel mio primo commento al post.

    Salvatore D'Angelo

    20 Maggio 2009 at 12:22 PM

  11. Visto che parliamo di archeologia della delusione politica insisto sul fatto che la via del cerchio fa parte delle “Istruzioni Originali” dell’umanità e quindi di per se personale e di ognuno di noi.

    In termini di archeologia della scienza faccio un esempio: se prendo due cubetti di ghiaccio (acqua che si è identificata e solidificata) e li metto in una bacinella d’acqua (che possiamo identificare come il mare) prima o poi si scioglieranno e tornarenna nel tutto.

    Ora l’uomo è un pò come i due cubetti di ghiaccio e la sua sostenza è unica come anche il suo spazio e la sua forma.

    Cosa ha stabilitò che l’uomo dovevano essere diversi? Le religioni che ci hanno condannato a vivere separati ed in querra. La stessa politica è seprazione, dualità, competizione e conflitto.

    In questa logica abbiamo visto anche il ruolo della nostra comunità provvisoria e le scelte personali di Franco condizionare fortemente quel senso iniziale condiviso di unificare e non dividere più. Essere accoglienti e rispettosi delle diversità sia nella sostanza che nella forma avendo coscienza di essere unici nelle nostre diversità.

    Se traduzioiamo dall’aramaico senza nessuna interpretazione “Il Padre nostro che sei ne cieli…” ci possiamo rendere conto che cieli è tradotto male…..e che la parola da usare in maniea giusta è “OVUNQUE”.

    Ora immaginate anche sulla base dell’esperiemnto dei due gubbetti di ghiaccio di prima se tutti gli uomini fossero consapevoli che Dio è ovunque quanti conflitti l’umanità si sarebbe risparmiata?

    La politica che ha usato il conflitto la dualità della comunicazione nelle sue forme più archaiche da Darwin in poi (anche se lo stesso Darwin si rivolta nella tomba credo) e quanto questa visione ci ha fatto ammalare, e quanto questa visone ci pone in conflitto dicompetizione perenne basterebbe modificare questa visione per ottenere semplicemente la forma perfetto che in natura è quella del cerchio.

    E qui ancora mi dite che la via ognuno se la deve scegliere da solo? Certo che ognuno se la deve scegliere da solo ma siamo in grado di valutare oggi se ognuno di noi fino ad oggi è stato in grado di scegliersela da solo la sua strada? Quanto questa scelta è stata condizionata dal NOI?

    Io sono o sé sono?

    Questo è il dilemma.

    Tutti noi continuiamo a parlare per citazioni ed in terza persona come se tutto ciò dipendesse solo dall’altro salvo accorgersi che quando ci possiamo confrontare con l’altro , in una dinamica non della PAURA ma della GIOIA CI RITROVIAMO ANCHE SE DIVERSI CON GLI STESSI BISOGNI DI AMORE.

    Ecco qui bisogna avere il coraggio della scelta o stare nella paura e morire o stare nella gioia e vivere.

    Spero che la comunità provvisoria possa trovare la sua strada avendo coscienza che questa non può essere per ognuno la strada del rispetto e dell’amore incondizionato e questa non si può che realizzare in un contesto dove la comunicazione non è verticale ma in cerchio, dove tutti sono maestri.

    La nuova Polis del XXI secolo parte credo da una presa di coscienza e di consapevolezza …..

    ^^^^^^^
    “Cerchi
    La creazione è un Cerchio
    Un Cerchio di molti Cerchi
    Sfere. Spirali. Ellissi. Dischi.
    Lo spazio si piega, le galassie girano, le stelle e i satelliti in orbita.
    Sulla terra che gira guardiamo fuori all’universo roteante.
    Giriamo in circolo e in circolo ancora, turbinando nella nostra infinita danza circolare.
    I cerchi si ripetono attraverso la natura. Una goccia d’acqua cadendo forma una sfera perfetta. Quando girano le acque e i venti si sommuovono con forza tremenda in gorghi e trombe d’aria.
    Anche nel mondo microcosmico tutto sembra ruotare , spiraleggiare, orbitare: molecole, atomi, protoni, neutroni, neutrini, forse perfino i quark.
    Sulla terra la vita è generata attraverso i cicli delle stagioni, creati dal nostro girare circolarmente intorno sole, continuati attraverso le spirali del DNA.
    I nostri anziani ci hanno detto che per essere in armonia con la Creazione dobbiamo pensare ed agire in modo circolare. Questa è la consistenza spirituale. E’ una profonda verità mistica, oltre che rigoroso senso comune. Quando ci raccogliamo insieme in un cerchio sentiamo che è giusto e buono,armonioso con la nostra natura.
    Quando ci riuniamo in un uditorio in cui tutta la nostra attenzione è diretta verso un punto davanti a noi, un palco o una piattaforma o una tribuna, c’è un senso di costrizione di artificio, un’impressione che la nostra attenzione sia richiesta ma che non siamo completamente presenti. Oltre alle persone in primo piano non vediamo facce,solo le spalle delle persone, e nessuno ci vede. Abbiamo imparato ad accettare questo senza opporci, ma quando le persone si radunano insieme in un cerchio per la prima volta gli sembra sempre giusto e familiare, come se fosse ricordato in qualche memoria ancestrale.
    Io credo che noi tutti abbiamo il ricordo di aver vissuto in cerchi,là nei nostri geni.
    Per più di un milione di anni esseri umani vivevano dappertutto in cerchi, vicini l’un l’altro e in armonia con la natura. Ho viaggiato in lungo e in largo sulla terra e ho trovato circoli di pietre che dei popoli hanno posizionato in tempi antichi. Ci sono circoli del genere in Europa, Africa, Australia e nelle Americhe. In mezzo a quei cerchi posso ancora sentire la loro forza e lo spirito di quegli antichi che li costruirono.
    Quando siamo di nuovo in un cerchio la sensazione è quella di tornare a casa. E, iniziando a sperimentare il cerchio, a relazionarci all’interno del cerchio, condividendo pensieri, sentimenti, sogni, decisioni, lavoro, gioco, creatività, scopriamo insieme che è una via più ricca, nutriente e soddisfacente per vivere le nostre vite. Così è eminentemente pratico per noi, una forma che nel permetterci di raggiungere ciò che più desideriamo dallo vita è più efficiente delle forme che la società ci dà oggi.”

    Ecco perchè continuo praticare il cerchio qui nella nostra conunità provvisoria.

    Lo so è una strda difficile, perchè bisogna mettersi in cioco e molto anche eliminare le logiche di potere consolidate dal “noi” scoltare il “sè” di ognuno con rispetto…. ma credo sempre di più che sia l’unica strada da percorrere.

    Nanos

    Nanosecondo

    20 Maggio 2009 at 1:49 PM

  12. La dimensione critica ,il criticare è tipico dell’età moderna.E noi della Comunità provvisoria vogliamo essere a pieno titolo nel moderno evitando passatismi,fondamentalismi e mitologie . Si potrebbe dire che il pensiero critico ne segna l’inizio e la conclusione.La modernità comincia con Cartesio il quale non a caso comincia la sua filosofia con un dubbio radicale, cioè con una critica,cioè con un distanziamento critico dalle cose e dagli uomini in carne ed ossa, per trovare giusta distanza per meglio vedere e vivere le cose e gli uomini.Il pericolo di un esercizio di critica solo metodologico o astratto è di fuoriuscire a sua volta dall’ambito concreto che si vuole criticare e la necessità di riproporre qualcosa che non sia compromessa dagli stessi esiti della critica.Non è il problema di dover proporre per necessità logica una diversa ipotesi o un giusto cammino partendo dal presupposto o dal risultato analitico che la pratica politica ha avuto esiti disastrosi o contraddittori nel suo cammino e nelle sue ipotesi.
    Su una ipotesi e un cammino sbagliato si può costruire nuove storie e un diverso cammino o raccontare una contingenza nuova ma sempre contingenza.
    La comunità provvisoria potrebbe rappresentare questa contingenza a patto che il proprio discorso sia sì critico ma assieme propositivo.
    Allora in discussione tra noi dovremmo porre evidentemente proprio il concetto stesso,l’ambito,la sfera, la dimensione della politica. Noi moggi sappiamo che la politica copre un ambito molto ristretto della nostra vita. Tanto ristretto che ci sono persone che non lo incontrano mai e non fanno mai nulla di politico nella loro vita Non gli è proibito da nessuno. E qualche volta ,invece, qualcun altro accede alla politica in un istante, cioè nel momento in cui va a votare.E’ un breve attimo,è un segno, e poi la sua vita rientra in un ambito non-politico,impolitico o peggio antipolitico.Ecco come stanno le cose oggi.La politica per i più indica un settore molto parziale della loro vita.Infatti, a ciò che propriamente costituisce il politico (cioè lo Stato ,le Istituzioni,i partiti ecc.) si contrappone un sfera vastissima, molto più ampia delle istituzioni, che è la società civile con i suoi singoli cittadini,che non è politica nella accezione corrente. Qui troviamo le persone o i cittadini che scrivono,pensano ,sentono, vivono la loro quotidianità ,contingenza e provvisorietà e le loro contraddizioni nella Comunità provvisoria con originale senso critico ma soprattutto con nuo stile di vive e di pensare le cose ,le persone e la natura che li ospita.
    mauro orlando

    mercuzio

    20 Maggio 2009 at 4:52 PM

  13. ops…..sono Mercurzio Angelo mio quanto tempo …mi hai lasciato incustodito. Sono daccordo però stavolta con te. Nel cerchio la critica , il giudizio, è sospeso ma questo non significa non esprimere nel rispetto le proprie opinioni. Il potere del cerchio (della comunità) non sta nel singolo ma nell’insieme del cerchio stesso e quindi nella comunità stessa. La modalità di comunicazione circolare ci fa anche comprendere che le relazioni umane, non si basano solo su principi di rivendicazione di diritti ma anche di un miscuglio di sentimenti , emozioni , pensieri e ancora qui carissimo Mercurzio angioletto mio sono d’accordo con te…..quando dici che “.. Noi moggi sappiamo che la politica copre un ambito molto ristretto della nostra vita.” (poi mi spieghi però che significa moggi?…)

    ….e qui credo che tu ci insegni una via celestiale….

    “..Qui troviamo le persone o i cittadini che scrivono,pensano ,sentono, vivono la loro quotidianità ,contingenza e provvisorietà e le loro contraddizioni nella Comunità provvisoria con originale senso critico ma soprattutto con uno stile di vite e di pensare le cose ,le persone e la natura che li ospita.”

    Uaoo ti sbaciucchio tutto, Nanos

    P.S. Sai da quando mi hai svelato quel piccolo segreto mi stanno succedendo un sacco di “magie gentili”. Ho compreso cosi che è il tuo livello di coscienza a determinare l’impatto e il valore delle nostre relazione se cambi la tua coscienza cambia anche il rapporto e con essa cambia anche la biologia del tuop corpo. Un pensiero si sposta come un anota musicale ed entra nel tuo corpo e nel corpo degli altri. Le stesse parole una volta che le hai dette non restano solo al vento ma entrano in una fascia della terra e continuano a far male se sono negative ed a far bene se sono positive. Per questo ho imparato a scegliere ed a volere di essere amore , gioia e gratitudine almeno x 21 al giorni al mese e per cento volte al giorno. E’ poi ogni tanto a queste aggiungo anche dei miei desideri da realizzare che non mettono in gioco però i sentimenti ed il volere degli altri. Mi sforzo di evitare di esprimere concetti assoluti, se non esprimere la mia opinione sul valore delle mie esperienze e testimoniare in questo senso. Cerco di non coinvolgere persone che non vogliono e non mi danno il consenso. Ma aggiungo tutte le mie emozioni eche voglio vivere con gli altri.

    Provateci anche voi. Dalla sperimentazione che sto facendo non si evidenziano effeti collaterali ne controindicazioni ne tanto si sono manifestate eventi allergici. Uaaoooo

    Caro Mercurzio ti stritolo di baci a te e Cherubinedda, ieri l’ho sentita via etere. Mi ha detto che tra qualche giorno mi spedisce una delle sue magie gentili.

    Nanosecondo

    21 Maggio 2009 at 8:00 am

  14. OPS …DIMENTICAVO ..però anche tu smettila di esitare certe volte…….

    « Il bello e il brutto, il letterale e il metaforico, il sano e il folle, il comico e il serio… perfino l’amore e l’odio, sono tutti temi che oggi la scienza evita. Ma tra pochi anni, quando la spaccatura fra i problemi della mente e i problemi della natura cesserà di essere un fattore determinante di ciò su cui è impossibile riflettere, essi diventeranno accessibili al pensiero formale. »

    (Gregory Bateson, Dove gli angeli esitano)

    Nanosecondo

    21 Maggio 2009 at 8:09 am

  15. ops….approposito di archeologia del saper lo dico solo per chi si vuole strizzare un pò la cervella per quel dono dei libri:

    “Verso l’ecologia della Mente” e “naven” (sulla schismogenesi) di Gregory Bateson

    Inoltre: Tiziano Possamai, Dove il pensiero esita. Gregory Bateson e il doppio vincolo, Ombre corte, Verona 2009

    Che cosa è:
    « La schismogenesi è un processo di differenziazione nelle norme del comportamento individuale risultante da interazione cumulativa tra individui » (Gregory Bateson – Naven (1936))

    “Durante gli anni ’30, mentre studiava gli Iatmul della Nuova Guinea Gregory Bateson si soffermò particolarmente sull’importanza del rituale chiamato naven. Si tratta di una particolare celebrazione che avveniva in momenti considerati importanti per la vita di un individuo: per l’occasione i familiari del festeggiato si travestivano con gli abiti del sesso opposto.

    L’antropologo interpretò quest’usanza alla luce di due categorie tipicamente occidentali: ethos ed eidos.

    L’ideale maschile Iatmul è intriso di una profonda fierezza e crudeltà (eidos), che non contempla la possibilità di esprimere sentimenti (ethos), attitudine che è considerata invece esclusivamente femminile.

    Durante il rituale del naven, grazie al travestimento, gli uomini hanno modo di esternare sensazioni emotive e le donne possono ostentare fierezza, possibilità negate nel quotidiano.

    Bateson notò che l’accentuarsi dell’adesione al modello maschile (fatto di forza, coraggio, fierezza, aggressività etc.) da parte del marito ingenera nella moglie un atteggiamento di sottomissione via via crescente.

    Questo fenomeno se non interrotto dall’esterno (o come in questo caso dal rito naven) può portare ad estreme conseguenze.”

    ….nella sostanza ci si ammala.

    per questo travestiamoci tutti! da clown chiaramente….uaoooooooo

    Nanosecondo

    21 Maggio 2009 at 8:57 am

  16. Semplicemente grande e lucida analisi
    complimenti!!!!!!!

    Salvatore Di Vilio

    21 Maggio 2009 at 11:37 am

  17. Non sono filosofo e neanche molto intelligente e forse per questo non capisco cosa c’entrano molti commenti con l’articolo originale. Comunque concordo con Salvatore D’Angelo e ripeto che, se vogliamo cambiare le cose, dobbiamo decidere cose pratiche da fare oggi, domani, dopodomani,il mese prossimo, l’anno prossimo… L’articolo originale per me “straniero” e’ molto utile perche’ mi ha spiegato cose che non conoscevo o le ha spiegate come io non ero stato capace di fare. Pero’ a questo punto io non so cosa fare per cercare di cambiare le cose e credo che la maggioranza delle persone sono come me. Ecco perche’ vorrei che si dessero delle guide da seguire, che oltre alla critica negativa ci fosse anche una critica costruttiva. La Comunita’ Provvisoria, proprio perche’ e’ una comunita’ che comincia dal basso, potrebbe contribuire molto a cambiare le cose ma solamente se definiamo chiaramente cosa si puo’ fare e si deve fare e poi le facciamo. Se continuiamo a parlare solamente, non concluderemo niente.

    Raffaele Ruberto

    21 Maggio 2009 at 12:53 PM

  18. “….tentare di nsacondersi e lasciarsi invece scoprire, è una grande follia e rende gli uomini ancora più ostili, perchè pensano che chi si comporta in tal modo sia, oltre la resto, una furba canaglia.Io ho preso apertaemnet la strad opposta ed apertamente proclamo di essere sofista e di educare gli uomini, ecredo che questa aperta ammissione sia una preacauzione migliore della loro dissimulazione”.
    Così onestamente ammetteva ll ‘sofista’ Protagora di Platone presentandosi come colui che sa meglio degli altri, rendere gli uomini migliori cittadini e i cittadini migliori uomini.Insomma che la politca e il buon vivere si possono insegnare.Io sono del parere opposto .Penso solo che un sapere è la capacità di accendere conflitti nell’anima del proprio interlocutore e che un dialogo e un discorso possono essere utili se alla fine si riesce a riconoscere che il prprio discorso e la propria sessa vita sonoommerse in una lacerante e nascosta dissonanza.Siamo nati per pensare e vivere una vita migliore.Siamo in cammino da sempre per questa meta.In qesto essere in cammino si esprime la vera natura dell’uomo; nel tendere verso questa meta l’uomo può diventare quello che veramente è.Divenire ciò che si è è l’impres più difficile per ogni uomo autenticamente onesto.Anche (o sopratutto) questo è il significato greco del detto “l’uomo è un animale politico prima che pensante o parlante”
    mauro orlando

    mercuzio

    21 Maggio 2009 at 5:00 PM

  19. Io, senza sbaciucchiare nessuno (dai, scherzo!) vorrei sapere perché e da chi è stato escluso Arminio dalle liste del PD. Sa, è una semplice informazione, direbbe il Maestro.

    paolo

    21 Maggio 2009 at 6:19 PM

  20. il problema non è tanto il mio rapporto col pd, labilissimo fin dall’inizio,
    ma il rapporto con il paese.
    il paese mi ha detto che ancora non è pronto ad amarmi.
    intanto ho riletto l’articolo di faletra, veramente notevole.

    Arminio

    21 Maggio 2009 at 11:55 PM

  21. Mah, Faletra scrive “sulla scia di quello che è accaduto ad Arminio” manco fossi la Politvoskaja. Capire e spiegare bene perché uno come te non trova un paese pronto ad amarti sarebbe forse un buon inizio del cammino, senza vagheggiare alternative partenze dal basso.

    paolo

    23 Maggio 2009 at 11:22 am

  22. C’è una cornice che ancora non è stata costruita. Le cose da fare se vengono solamente elencate , rischiano di evidenziare soltanto lo sconquasso nel quale ci ritroviamo. Cioè , cerco di argomentare brevemente, purtroppo negli ultimi venti anni è completamente sfuggito il controllo di tutti quegli indicatori (numeri, quantità, statistiche per esempio) che indicano , appunto, dove la evoluzione sociale ed economica del mondo intero e non solo di un singolo territorio sta orientandando la storia.
    Il problema vero è capire che le forti pressioni demografiche influenzeranno le politiche urbane ed economiche delle grandi aree metropolitane, che saranno sempre più centro, esploso, frammentato ma centro. La politica deve farsi carico di mettere al servizio di questo centro, le attuali periferie del territorio, come l’Irpinia ad esempio.
    Il problema vero che non ci sono , oggi decisori politici che con forza e coraggio decidono di ri-orienatre le politiche economiche e territoriali verso il concetto di rete, di integrazione e soprattutto di ambiente.
    La politica non può prescindere dal capire che stiamo tutti dentro una nuova era, l’epoca dell’ambiente che deve portare con se per forza di cose una nuova rivoluzione economica ed energetica, una rivoluzione dell’ambiente come la rivoluzione industriale e prima ancora la rivoluzione della carta stampata.
    Forse non basta elencare solo le cose da fare tipo riutilizzare l’acqua, creare campi eolici, realizzare centomila tetti fotovoltaici eccetera, se non si accetta che si è parte di un grandioso cambiamento epocale , che deve incidere sui nostri contesti di vita, economici e sociali ed ambientali. Il futuro e nel totale ribaltamento del modo di agire, non più protezionistico, campanilistico, regionalistico.
    Il non aver ancora compreso ciò che ho descritto, contiene , forse, anche la spiegazione del perchè Franco arminio non poteva essee candidato dal PD a sindaco del suo paese. I politicanti della nostra Irpinia, sono troppo impegnati agiocare a scacchi con la loro voglia di potere per il potere, con la necessità di puntare solo ed esclusivaemnte su signorsì che rispondono all’attuale gruppo dirigente, che si spartisce il territorio come una partita di risiko.
    L’idea che sta dietro Cairano 7x è un esempio di pratica per applicare i concetti dello sviluppo sostenibile materializzando un fare che getta i germi di cambiamenti e di nuovi usi del territorio.

    luca b.

    23 Maggio 2009 at 12:37 PM

  23. Staccandosi dalla prosaica terra di qualche centimetro più di tanti altri, cosa che gli permette di fare degli ottimi voli, Faletra ha fatto un “comizio” lungo e bellotosto. Egli non sembra essere, in quello scritto, l’illustratore realistico delle vicende politiche, né “l’Omero” descrittore, cantore epico, delle vicende politiche possibili in una Italia decotta come “una donnaccia sfatta”. Piuttosto risulta solo l’illustratore esterno di qualcosa che calato nella realtà è del tutto diverso. Un bel narratore di teorie, un grande sperimentatore di voli pindarici per quanto gradevoli, interessanti, complessi ma senza approdi.

    Nella vicenda politica italiana, e in quella del vostro poeta in particolare, non contano, a mio parere, le scelte seppure scellerate operate dai partiti, pro o contro qualcosa o qualcuno. Queste scelte tanto criticate restano legittime. Non scegliendo il vostro poeta, per esempio, eventualmente come possibile candidato, non hanno commesso nessun errore, nessuna offesa di lesa maestà, non hanno perduto credibilità né voti. Hanno solo “deciso” alla stessa maniera di come fa’ quel capo del governo. Deciso: punto! E a modo loro, giustamente.

    Ora vorrei dire che decidere resta, sotto elezioni, una attribuzione, una possibilità, riservata essenzialmente ai partiti. Non basta che “io decida di partecipare” perché “gli altri decidano di accettarmi e candidarmi”. Questo è un sillogismo totalmente puerile ed errato. Forse motivabile ma errato.

    Tale convincimento, credo, nasca dal ragionamento viziato, ma tanto in uso nella moderna società dell’apparenza, che dice: “essendo io il miglior candidato possibile, ed avendo esaminato io stesso con scrupolo ed attenzione, posso giurarlo, me e tutti gli altri candidati, sono convinto di essere l’unica alternativa possibile, credibile, accettabile, mostrabile e difendibile. Chiunque sia il candidato diverso da me, c’è da crederci, è frutto di scelte sbagliate, scellerate, ipocrite, assurde, irriconoscenti, di conseguenza perdenti! E lo proclamerò ai quattro venti, mandando per la ‘terra’ quei miei quattro apostoli che ho, che supinamente e devotamente testimonieranno del male che mi è stato fatto”.

    Questo modo di riflettere è da stupidi. Non si può “militare” (seppure di sfuggita, di straforo, a mezzo servizio ipocrita, così mentendo) nei partiti organizzati e quando questi decidono in maniera diversa dalle nostre speranze, o sogni!, scappare fuori gridando allo scandalo. Non funziona così. Le battaglie, anche per le candidature, si fanno, si combattono e si vincono o perdono “dentro” i partiti, non fuori!

    E quando sei sconfitto “dentro il partito” non devi correre fuori a gridare alla vigliaccata, o a scatenare le armate dei tuoi ‘clientes’ a farlo per te. Devi invece avere tanto coraggio da difendere proprio quel tuo partito e le sue scelte ancora di più, devi avere l’umiltà di ricominciare da capo (proprio nel senso di ‘capo’).
    Tutti sapranno a quel punto che sei passato nel fuoco ardente della sconfitta e sei stato indurito dall’amarezza e solo allora sapranno fidarsi. E sarai “candidato” a rappresentare, non “capobastone” come tanti. E’ una legge elementare della politica conosciuta e accettata dai più responsabili. Chi non sa accettarla sta fuori dei partiti ed essi, sapendolo, non prendono in considerazione simili militanti per le candidature e manco per gli organismi dirigenti.

    In fondo è molto semplice: o sempre dentro ai partiti, battagliando e creandosi credibilità e consenso, oppure sempre fuori dai partiti accettando che senza di loro non c’è candidatura che tenga. Se qualcuno crede di poter prendere una scorciatoia, sbaglia e di grosso e giustamente non sarà candidato.

    Pensando e rinfacciando “Io sono il miglior intellettuale possibile, io sono il miglior militante possibile, io sono quello che meglio ha letto il presente e sognato il futuro”, non si ottengono candidature, ma al massimo un po’ di visibilità, qualche moina, qualche scodinzolamento servile, che giovano a poco, non garantiscono alcuno e non caratterizzano un sindaco.

    Smettete di abbaiare alla luna: in fondo se vogliamo o meglio se volete, al vostro gli hanno fatto un gran complimento non candidandolo: gli hanno riconosciuto la sua ‘irregolare militanza’ e la sua alta statura di intellettuale, altro che affronto, salvandolo così dal confronto quotidiano e violento con la realtà.

    Montecristo

    montecristo

    23 Maggio 2009 at 2:54 PM

  24. a me a dire la verità la storia della candidatura mi è completamente uscita dalla testa e non provo rancore per niente e per nessuno. sono fatto così.
    mi inabisso e poi torno asciutto….
    sono contento che molti abbiano letto il testo di faletra e di essere stato il pretesto per una riflessione così alta.
    p.s.
    si possono fare tanti discorsi, ma poi penso che alla fine bastava che una persona, un mio amico, avesse presoi un’altra decisione, e tutto sarebbe andato diversamente

    Arminio

    23 Maggio 2009 at 8:04 PM


I commenti sono chiusi.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: