COMUNITA' PROVVISORIA

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un antropologo a cairano

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Cairano, un pese minuscolo, il paese più piccolo della Campania, dove lo scrittore irpino Franco Arminio e il gruppo di «Comunità Provvisoria» hanno inventato un Festival atipico su decrescita, architettura e arti (Cairano 7x, Paesi, paesaggi, paesologia). Esperimento riuscito. Nei giorni scorsi si sono ritrovati a discutere a Cairano architetti, urbanisti, economisti, ma anche fotografi, pittori, artisti performativi, scrittori e poeti di tutta Italia. Tra gli altri sono stati a Cairano, Paolo Rumiz, Angelo Ferracuti, Andrea Di Consoli, Adelelmo Ruggieri, Antonella Anedda e Vinicio Capossela che si è esibito per il festival e ha letto pagine del Viaggio a Kuta.

 Cairano 7x (me)

La mia prima volta a Cairano. Ho deciso che ci arriverò in macchina. Un viaggio in solitudine, dopo aver risalito al mattino presto la Salerno-Reggio Calabria. La rotta per il Sud imboccata verso Nord, una volta tanto. Accanto al tracciato della A3 sfila tutto il vuoto e il pieno del Sud. Una mostra en plein air. Disordine, cantieri, interruzioni, traffico, paesaggi magnifici e orrori urbanistici, lentezza e supervelocità alternate a pericoli incombenti a ogni kilomentro. Dopo il Pollino la risalita del tratto appenninico della Salerno-Reggio C. per chi guida un mezzo è una fatica epica, una prova degna di un’ordalia medievale. Per me che la percorro da Cosenza Nord verso Salerno sono quasi 4 ore per 300 km da incubo. Finalmente esco dall’autostrada a Contursi. Seguo la traccia. Dopo un lungo rigiro su un groviglio di strade secondarie, singolarmente ben teneute e poco trafficate, mi trovo sciolto come sale nelle vene capillari dell’Irpinia orientale. Incontro indicazioni e vecchi cartelli stradali che suonano come targhe commemorative. Sfioro i paesi che rievocano la geografia sconvolta del “cratere”; Teora, Lioni, Andretta, Calitri, Conza, Bisaccia, Pesco Pagano. Io avevo quasi vent’anni, studiavo antropologia all’Università e prima della catastrofe di questi recessi demartiniani dell’altro Sud, non avevo ancora sentito parlare. Cambiò tutto col teremoto. Il terremoto del 1980, che qui ha spezzato assieme ai vecchi muri anche la dimenticanza secolare di queste antiche province agresti tumulate dalla storia nella lunga durata del grande contado meridionale. La lunga ricostruzione ha sanato le ferite vecchie, ne ha aperte di nuove. Modernità meno appariscenti che altrove. I paesi tra la montagna e l’Ofanto restano paesi. Un’idea di lontananza. La sembianza di unità, un velo di tristezza composta che si posa sulle case ancora ammucchiate sui crinali e colorate di nuovo; sensazioni che resistono anche alle tinte smaltate, talvolta troppo esuberanti. Comunque il contrario del caos ribollente ed eterogeneo che si incontra più a Sud; la Calabria, col suo paesaggio di cemento esploso e messo sottosopra da una sorta di perenne stato di emergenza. Tutto qui appare più ordinato, risarcito da poco, rimpolpato, ma in un modo che sembra definitivo e persino lussuoso. C’è come un tirarsi sù, per riabilitarsi dei secoli di dimenticanza e di grigiore messi improvvisamente a nudo dalle scosse di quel sisma che scoperchiò e disvelò lesistenza dell’Irpinia al resto d’Italia.

 

Ti chiedi subito che posto è un paese come Cairano. Per me che ho sempre il mare negli occhi Cairano non è un paese di terra, è un’isola. Un’isola svettante su un mare fermo di campi smossi e pettinati dai solchi regolari delle arature. Quando ci arrivi da lontano dall’Ofantina, la strada di fondovalle, pensi subito a un meteorite appena caduto dal cielo. Il suo affioramento improvviso dal piano, in mezzo a un paesaggio che resta morbido e monotono, ha qualcosa di drammatico e misterioso. Come un coltello piantato in un corpo che giace da tempo riverso al suolo. Cambiando più volte di visuale, girandoci dentro e intorno in questi giorni, ovunque mi trovassi il paese di Cairano mi è venuto incontro come un punto di indecifrata e silenziosa esclamazione. Cairano è un segno fuori misura, un geroglifico di vertigine che esce dal grande spartito di terre levigate e arricciate dal vento che a perdita d’occhio ne attorniano la rima verticale con la calma di un soufflé ben riuscito. Qualcosa di simile a un afororisma poetico e folgorante che sbuca dal silenzio prolisso dell’Irpinia d’oriente. Un apologo irpino di quelli che scrive Franco Arminio, lo scrittore-paesologo che di questi luoghi di confine a cavallo tra la Campania, la Basilicata e la Puglia è divenuto il cantore, rinominando poeticamente quello che un tempo fu una porzione del grande contado delle terre di lavoro, le terre del rimorso demartiniano. Le terre dell’osso come le chiamano qui. Altri tempi, altre geografie, altre storie. Oggi queste terre larghe e piatte sono una frangia terminale del continente sudista, una frontiera interna. Sono terre di nessuno segnate da un futuro incerto, se è vero che qui sul tavoliere verde del Formicoso, già punteggiato dalle presenza sinistra di enormi pale eoliche, bianche e fitte come le croci di un cimitero di guerra, verrà costruita la più grande e mostruosa discarica d’Italia: 180 ettari di immondezzaio a cielo aperto. La fine di tutto, per la vita di queste comunità, per le speranze di salvare l’ambiente, per quel che resta della bellezza stranita di quest’angolo di Sud.      

 

Le cartoline da Cairano avrebbero forse meritato, piu’ che gli scatti dei tanti fotografi e artisti in giro per il paese in questi giorni, il pennello in vena di capolavori di uno straniero romantico, folle e immaginifico come il pittore Caspar Friedrich. Ma queste sono state sempre terre rintanate, estreme, lontane dalle rotte veloci del Grand Tour classico, e nessun pittore è mai venuto a immortalare il nido d’aquila di Cairano.

Salendo a piedi sopra le ultime case del paese, dall’alto della sua rupe sopra il castello, ci si trova improvvisamente issati in cima a uno scoglio altissimo, impressionante. Un vasto panorama che dal verde muschio della valle dell’Ofanto vira al giallo secco della Capitanata che si apre come una falce di luce verso oriente. Il fronte opposto invece è chiuso dal muro alto e tenebroso dei monti Alburni, che da qui custodiscono la soglia invisibile del mare dell’Occidente. Sono gli alti monti cantati da Virgilio nelle Georgiche, Titani provenienti dal Tirreno che perseguitati dall’ira di Nettuno furono tramutati in roccia. Uno scenario vasto e solenne, da ammirare in silenzio, ascoltando il vento, che qui soffia sempre, imperioso e ostile. Una cosa è certa. Cairano è un’alzaia che invola la fantasia. Qui tra l’indolenza e il vento è la testa che si allegerisce e fila via. Come una volata di aquiloni, una mongolfiera che se ne va fluttuante per l’aria. E’ domenica e i pazzi di un club di acrobati del parapendio sono saliti fin quassù dal mattino radunati come uno stormo di uccelli di passo. Si preparano con cura. Distendono per terra, fuori da grandi sacchi di nylon, le ali dei loro enormi aquiloni colorati. Restano immobili in attesa sul ciglio del prepicipizio. Si fanno esca per il vento. Quasi tutti molto giovani. Prima di saltare a turno scherzano tra di loro e fanno previsioni sul tempo, sulla difficoltà e la bellezza del volo. Si rassicurano tra di loro con gesti nervosi e scaramantici. Ripetono i controlli di sicurezza dell’attrezzatura tecnica. Sono come marionette aggrappate a tiranti e fili sottilissimi. Governano il volo solo con le maniglie attaccate all’imbracatura. Nervosi e stanchi di riposare sul posatoio adesso i piloti si piantano di spalle al precipizio e aspettano un colpo di vento propizio ad andar via. All’improvviso una piroetta inverte la posizione di partenza, una raffica più violenta gonfia fragorosamente la vela e strappa all’istante il volatore dal suolo della rupe. E’ il momento più goffo e delicato. Poi le vele colorate si tuffano nel vuoto dalla rupe del castello e si lasciano portare lentamente in quota dal vento di Cairano. E’ lo spettacolo per questi giorni di festa. Il vento, che qui soffia sempre, imperioso e ostile, per oggi non serve alle pale ma solo dagli aquiloni colorati dei volatori a vela. Sotto di loro si spalanca un abisso che porta al lago di Conza e al fondovalle. Un mare di campi e di terre ondulate che sembrano continenti alla deriva.

Un posto come la rupe di Cairano vale da solo il viaggio.

 

In giro, tutto intrno a Cairano, invece è un’altra storia. Un orlo continuo di pale e mulini a vento che parte da Bisaccia, dirimpetto a Cairano, e si chiude alle spalle oltre, la valle dell’Ofanto e il lago di Conza, verso le alture delle piccole dolomiti appenniche di Muro Lucano che girano verso sud-ovest. Sulla piramide di Cairano per fortuna non c’è spazio per posteggiare le pale. Sul paese non ci sono torri eoliche, che invece si propagano nel paesaggio circostante acccerchiando l’occhio senza interruzione. Qui girano pale, pale ovunque. Una cosa snervante. Il vento tra le colline e i campi dell’Irpinia è diventato un affare per la produzione di energia eolica. Ma per fortuna di Cairano, isola felice di un mare sopravento, la contrada ha tante pale intorno ma nessuna sopra. Evviva.

Il vento di Cairano di notte è una cantica che mormora e sibila per i vicoli. Da qua sopra mi viene di pensare istintivamente al fuoco, agli incendi. Ma Cairano è un posto dove un fuoco deve essere piu’ facile accenderlo o spegnerlo? Qui intorno però di ustioni e di incendi non c’è traccia. Il vento di Cairano è verde, è ancora il vento e basta. Al massimo serve per tenere a galla gli aquiloni nel cielo, a portarsi via lontano, lontanissimo, i pensieri. Anche i miei.

 

In questo paese minuscolo, il più piccolo della Campania (411 abitanti, quasi tutti anziani), mi pare che tutti gli esseri vivano ancora al loro posto. Piu’ o meno in pace, piu’ o meno tranquilli, ma al loro posto, senza frenesia. Fragili o forti, alti e bassi, grandi e bambini (ce ne sono abbastanza per un paese di vecchi). I visibili e gli invisibili, i lontani e i vicini quelli nati e quelli ancora non nati, qui si capisce che trovano posto, e ne troveranno ancora. C’è uno spazio serbato per tutti. E lo spazio di questi tempi è una risorsa grande e rara. Come il vento, che qui a Cairano fa solo il lavoro del vento.

Aldilà delle apparenze Cairano nell’alta Irpinia ti da l’idea di un posto ben acconcio, che ha il suo senso. Un posto riconciliato con la sua storia. Quel senso compiuto nella consapevolezza di sé, che dovrebbe essere la firma di ogni paese e di chi lo abita. Un buon approdo per la vita, l’isola del tesoro di un tempo presente non oppresso da assilli e impegni particolari. Un paese della polpa, non dell’osso. Dopo tre giorni passati qui i fantasmi demartiniani sono spariti; se li è portati via la notte, il vento di Cairano. Niente mondo magico di ritorno, ne piu’ terre del rimorso, abbandonate per sempre senza rimpianto. Senza rimorso.

Me lo ricordano anche le ragazze della proloco, gentili e spigliate nel dialetto di casa; capaci di risolvere gli intoppi di questo festival molto arminiano. Vanno tutte all’università, studiano a Napoli, a Salerno o a Roma, parlano disinvolte dei loro progetti e intanto prenotano le loro vacanze in inglese su internet. Sanno che dovranno cercarsi un lavoro fuori, e si vivono il paese come un nido di ritorni e di partenze. Ma già vivono a cavallo tra due mondi, e sembra che ne trarranno un discreto beneficio. Cairano per loro non è una partita persa. Non sono gli unici abitanti del posto senza l’ansia di stare con un piede di qua e uno da un’altra parte del mondo.      

Su 196 famigle e 411 abitanti registrati all’anagrafe a Cairano, ho scoperto, che  vivono anche degli stranieri. Una coppia di scozzesi ha preso casa qui. C’e anche la famiglia di un venditore ambulante arabo, con bambini al seguito e moglie discretamente velata; gente tranquilla che se ne va a spasso per le strade di Cairano come fosse a Tunisi. C’è anche una coppia di giovani americani che torna spesso al paese. La ragazza che parla con accento yankee ha la nonna di Cairano e una casa qui, che per lei è sempre aperta. Lei e il marito americano insegnano in una università della California. Tornano spesso. Hanno due figli piccoli, biondi e molto vivaci. Uno dei due si chiama Dante, per non far torto alla tradizione. Poi ci sono gli emigrati di qui, quelli di cairano che lavorano fuori e che tornano al paese per l’estate con al seguito le loro famiglie ibride remixate con mogli e mariti furastieri e dell’alta Italia. Invece una ragazza di colore l’ho incontrata stamattina. L’ho vista uscire dalla chiesa evangelica aperta per la funzione, sul ciglio del paese. Una chiesa evangelica a Cairano non è una cosa che ti aspetti di più, ma c’è. E forse ci sono anche qui le anonime e quasi invisibili badanti ucraine, polacche e rumene che per pochi euro al mese ci aiutano ad allungare i giorni dei nostri vecchi padri, madri e nonni infragiliti dall’oramai interminabile vecchiaia della nostra società opulenta. Per la buona pace delle nostre coscienze e delle nostre famiglie di ingrati e bravi nevrastenici. 

Questa insolita mescola globalista anche a Cairano non dovrebbe stupire nessuno; sarà così sempre di piu’. Anzi il paese, ogni paese, qui come altrove, al sud come a nord, sarà  ripopolato e tenuto vivo dagli avventizi, dagli stranieri. O così o i paesi finiranno. Ci sarà un paese nuovo messo insieme da questi frantumi di umanità, di nuovi naufraghi del tempo che saliranno il monte come nuovi pionieri. Lo dice la storia. In fondo è sempre successo qui al Sud.   

 

Altre cose che adesso so di Cairano:

c’è una via Cimitero al centro del paese;

non ho visto fontanelle per l’acqua pubblica, perché forse non ci si abbevera gratis dopo che si è arrivati fin quassù;

al bar se chiedi un bicchiere d’acqua non te lo danno mai pieno (forse ricordo di antiche penurie idriche su questo scoglio isolato);

però se prendi del vino il bicchiere è sempre pieno e poi fare il bis facilmente;

ci sono pochi cani e nessuno sembra davvero un randagio;

quasi tutti i cani sono neri;

invece non ho visto per strada neanche un gatto, neanche uno: 

ci sono tre chiese, e la gente ci va;

in un paese dove tutto è in salita mi sono chiesto se pure gli amori sono in salita e gli abbandoni in discesa, o viceversa;

a Cairano non c’è un bancomat e nemmeno una banca, e questo mi sembra miracoloso;

a Cairano non c’è neanche una pompa di benzina, ma macchine tante e anche grosse, e questo invece mi sembra pericoloso;

ci sono due bar e un minimarket, ma neanche un fruttivendolo e un verduraio, ma forse sono generi comuni che la gente del posto si procura dalla terra, si fa da sé e nessuno compra;

in uno dei bar la correzione del caffè con un goccio di fernet costa 20 centesimi (prezzi da città).

Cairano mi sembra un paese piuttosto felice di essere il paese che è. Un paese che se ci sono guai non viene a rinfacciartreli subito per chiedere un’elemosina, un po’ di degnazione. Ai paesi come Cairano non bisogna fare mancare la compagnia, sì. Per il resto Cairano è un paese così come ne ho visti tanti al Sud; uno dei posti che abito. Dove anch’io sono nato, ho vissuto e amato.           

     

Salpo da qui e ritorno in fondo a Sud. E’ sbucato il sole da poco su una mattina di bonaccia, senza un filo di vento. Scivolo in auto verso l’Ofantina con un senso di conforto. Rivedo da lontano l’isola di Cairano, lo scoglio di Giano, il monte irpino del rifugio. Riecco staccarsi l’Athos di queste mie giornate di insolito silenzio in mezzo al mare mollemente ondoso dell’Irpinia d’oriente. Cairano per me. Il ricordo improvviso di un giro di vento; il sole secco di terra che mi  brucia la faccia su una panchina in cima al paese; la piazzetta con la chiesa di San Leone sotto i tigli odorosi; un acquazzone improvviso; un arcobaleno enorme che si stacca dal cielo e tocca la terra riverniciata di fresco; gli occhi chiari e il saluto timido di un ragazza di cui non mi ricordo più il nome, tranne che seguiva i seminari sul paesaggio e che somiglia a una Jodie Foster di paese, più amabile e attraente. Non sono ricordi da poco i souvenir che mi porto dietro da questi miei giorni a Cairano.

5 Risposte

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  1. un cantico dedicato a Cairano, meta delle mie prime gite ( proibite ) in motorino, tanti anni fa…….grazie

    alfonso

    19 luglio 2009 at 5:25 pm

  2. Una descrizione molto bella e fluente di Cairano, che solo chi conosce e vive i problemi del sud poteva fare.Complimenti!

    Rocchina Spellecchia

    22 luglio 2009 at 9:48 am

  3. Avevo commentato e ringraziato Mauro e come al solito sono finito in spam; forse è tempo che chi gestisce il blog mi risponda con serietà e che non dia una risposta evasiva e provvisoria; spero che questo commento, targato qui solocol cognome Calabrese ma sempre con la mia inequivocabile e fissa e mail (gaetanocalabrese chiocciolatinpuntoit) compaia e che io possa ricevere pubblica (che sarebbe meglio!) o privata risposta; saluti garbati Calabrese.

    Calabrese

    25 luglio 2009 at 2:21 am

  4. Ho apprezzato molto il reportage di Mauro Minervino. Coglie con esattezza alcuni tratti di Cairano che ho riscontrato di persona nella bella settimana di fine giugno. Che cosa bella, questo persistere in tanti di noi di sensazioni che ciascuno riassapora e ritesse in diverso stile, ma che hanno tutte un solo retrogusto, quello di una “miracolosa” opportunità, o forse una “potenzialità”: vivere (sognare) un diverso modo di stare insieme, percepire la vita che ci fluisce dentro e intorno cercandone i fili colorati e invisibili, per poterli tessere insieme, cavarne una bandiera, o uno straccio da sventolare in direzione ostinata e contraria al (brutto) vento che tira e che non annuncia nulla di buono..proprio come il volatore a vela improvvisamente strappato dalla rupe, di cui parla Minervino. Ce la faremo?

    Salvatore D'Angelo

    29 luglio 2009 at 6:34 pm

  5. Insisto nel dichiararmi oramai totalmente assoggettato alla penna del Prof. Minervino che gode di tutta la mia stima.

    Attendo con ansia i prossimi contributi. Mai scontati, brillanti sempre.

    Saluti,
    Raffaello

    Rf

    12 agosto 2009 at 3:50 pm


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