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paolo rumiz e l’irpinia

panorama 21 cmPaolo Rumiz parla dei paesi terremotati, del Formicoso, dell’Irpinia ; su   Repubblica del 18 e 19 agosto 2009

Nella terra degli sconfitti di PAOLO RUMIZ

Lo vedo da lontano nella pioggia, su un tornante di Castelnuovo di Conza, in mezzo alle forre più cupe dell’Irpinia. Curvo, benedicente, inconfondibile, a poca distanza da una delle chiese più spaventevoli della Nuova Italia cementizia. Padre Pio, ostinato, caparbio, resistente come nessuno allo sterminio dei luoghi. Crollano i paesi antichi, al loro posto nasce l’orrore e il calcestruzzo, la gente scappa, gli inverni si riempiono di pioggia, solitudine e sconfitta amara, gli dèi sconfitti dei Sanniti e dei Piceni si danno alla macchia, ma Padre Pio rimane, viene veloce come il vento a occupare il vuoto della memoria. È l’unico capace di attecchire su queste montagne bastonate da Dio e dagli uomini.

Nubi dense e vento sulla via Appia che non si sa come s’intorcica proprio quassù. Castelnuovo sui tornanti pieni di pioggia, Santomenna appesa al nulla, Laviano disperatamente aggrappata a un monte di nome Eremita. Tutti nuovi e semivuoti, abitati a metà. E tutti con chiese come astronavi e municipi come bunker. Oggi nessuno va volentieri nei due edifici che dovrebbero essere il cuore della comunità. Sono orribili, e per la gente questo significa una cosa sola: Dio e lo Stato sono diventati estranei. A Laviano la chiesa è così periferica che il prete deve andare a racimolare i fedeli casa per casa con l’automobile. Non c’è stato un briciolo d’amore per questi luoghi.

Laviano ha più elettori che abitanti. Metà paese è scappato, non ha resistito al doppio insulto del terremoto e della ricostruzione. Il nuovo sindaco, Rocco Falivena, ha dissepolto dalle macerie il corpo di suo padre e altri 48 parenti e ora deve anche rimediare ai disastri edilizi del suo predecessore, accusato di montagne di reati. È schiacciato da due incubi: la linea d’ombra della morte e la frontiera dell’invivibile. Un uomo amaro, con un compito in salita, come le sue montagne. “Hanno abbattuto tutto ciò che era salvabile. La chiesa madre, la chiesa di San Vito, il municipio. Senza pietà. La gente non sapeva, era stata spostata a valle. In quelle settimane nessuno voleva avvicinarsi a quel luogo di morte… così loro hanno fatto quello che hanno voluto…”.

Piove disperatamente sul calcestruzzo già a pezzi, e Falivena racconta che già prima dell’80 era diventato labilissimo il legame con la terra di questo suo popolo montanaro piegato dalla vita di miniera, dalla guerra e dal familismo amorale prima ancora che dalla natura ostile dei luoghi. “Il distacco era avvenuto da anni, il terremoto è stato solo l’occasione per tagliare i ponti… Si è scelto l’assistenzialismo. Pensi! Nelle baraccopoli gli spazzini trovavano bistecche intere nella spazzatura…”. Fu il divorzio da luoghi duri e magnifici, da monti pieni di orchidee selvatiche e torrenti popolati da lontre come quelli del Klondyke. Sì, l’Appennino muore tutti i giorni.

Come fai ad amministrare una comunità dove chi ha fatto i soldi col terremoto ha abbandonato trionfalmente il paese e dove chi è rimasto si sente sconfitto perché non ha avuto le protezioni giuste? Come governi un luogo che non ha speranza di rinascere perché nessuno ci sta volentieri? Come abiti una terra piena di fantasmi? Che ne sanno di tutto questo i De Mita e i Mastella? Laviano non è più Laviano ma un’altra cosa, e il paese vecchio i giovani lo scoprono solo su Internet. Alle case nuove la gente preferisce i vecchi prefabbricati dei terremotati, ci vive o li affitta per le vacanze. “Villaggio antistress” si chiama oggi la baraccopoli. Il cartello che lo indica pare una presa in giro, ma almeno dice chiaro che intorno è solo cemento e follia.

Poiché i disastri si chiamano tra loro, accade che una mega-discarica per i rifiuti napoletani stia arrivando sull’altopiano del Fromicoso, posto tra i più belli d’Irpinia, una ventosa prateria dove Federico II faceva roteare i falchi pellegrini. Mesi fa – quando a Napoli imperversava l’emergenza munnezza – l’esercito ha occupato l’area con seicento uomini, l’ha recintata, e ora sarà quello che Dio vuole. Le popolazioni locali hanno protestato, ovviamente senza risultato, e intanto, come se presentissero la scorpacciata imminente, i corvi hanno già formato una nube e stanno roteando sul luogo.

Uccelli neri sull’altopiano, bianchi gabbiani in basso sull’Ofanto. E cani i soliti perduti dappertutto. È tutto così chiaro: gli stessi poteri forti che hanno tolto l’innocenza ai luoghi con ruspa e cemento, oggi gliela tolgono manu militari con i rifiuti. Cento ettari “di interesse strategico nazionale”, governati dalla stessa mano che gestisce la ricostruzione dell’Aquila e i grandi eventi berlusconiani come un’unica cosmesi nazionale. Di nuovo popolazioni esautorate, di nuovo spazi governati da un Centro lontano e imperscrutabile come il Cremlino degli zar.

Morale “elevato”. Governo “provvido”. Popolazioni “percosse”. E il dolore come doveva essere in era fascista? “Virile” ovviamente. I proclami dell’agenzia di regime sul terremoto irpino del 1930 dicono tutto della coreografia mussoliniana. Farebbe ridere, se oggi non fosse peggio. Oggi c’è la melassa della compassione, i funerali dell’Aquila trasmessi al rallentatore con musiche strappalacrime, le macerie spudoratamente ostentate come backstage di vertici internazionali anziché nascoste come una vergogna. Oggi c’è una coreografia ancora più sofisticata che copre il crimine e i responsabili.

Irpinia, strade disastrose, anarchia edilizia, emigrazione che continua. Eppure l’Irpinia ha avuto un De Mita che è stato presidente del consiglio e capo del più potente partito italiano. Ha avuto anche – ricordate? – ministri come Fiorentino Sullo e Salverino De Vito. Che beneficio ha avuto questa terra dai suoi padroni? Mah. L’Irpinia non è repubblica italiana ma un feudo assistito dalla medesima. Mentre attraverso paesi nella pioggia, penso che qui il terremoto non è stato una tragedia ma una pacchia, una grandioso regalo, un’elargizione di spazi edilizi ai soliti furbi. “Un evento – s’arrabbia l’amico Marco Ciriello – che ha allargato a dismisura gli appetiti ma non gli orizzonti”.

“Mai ha avuto mio padre un favore da De Mita, eppure l’ha sempre votato” lamenta un muratore di Sant’Angelo dei Lombardi dalla faccia tostata dal sole e la schiena spaccata di lavoro. Gli dico che è assolutamente normale, i favori si fanno per comprare i voti che non si hanno, non per pagare quelli già avuti. “Ciriaco tiene l’intelliggienza del capo” sussurra l’uomo, con uno sguardo da film di Pasolini, aprendo le braccia. Allora oso chiedere: e Mastella? “Ah, quello. Tiene la furbizia… d’o serv'”.

(15. continua)
(18 agosto 2009)

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Capatina all’inferno e ritorno  di PAOLO RUMIZ

Il parroco di Rocca San Felice in Irpinia lo sapeva bene. Da secoli nella valletta sotto il paese accadevano brutte cose. Passanti uccisi da veleni, animali morti, odore tremendo di uova marce specialmente la sera; e tutto sempre lì, attorno a una pozza di fango detta Mefite dove popoli pre-romani avevano adorato la dea della fertilità. Ma quando la notte del 22 novembre 1980 il prete vide che la pozza s’era disseccata e una tempesta elettromagnetica stava sparando strani fulmini globulari, capì che qualcosa stava per succedere. E difatti arrivò il terremoto.

Poi, gli scienziati ci misero anni a capire che l´epicentro della cannonata che aveva scardinato il Sud dalle fondamenta stava proprio lì, in quella valletta mefitica a due passi dalla via Appia dove Virgilio aveva collocato una porta dell´inferno e dove il poeta Orazio, in una locanda lì accanto, aveva tentato di portarsi a letto una servotta di campagna. Il Terribile era lì, visibilissimo, mille volte esplorato e raccontato nei secoli, ma nessuno lo prendeva sul serio. Eppure nel 1980 aveva parlato chiaro: la pozza della morte che si era disseccata, solo per poi vomitare con maggior violenza i miasmi che aveva temporaneamente trattenuto.

Una capatina all’inferno! Come farne a meno? Stavolta ho con me un amico, Livio Sirovich, un sismologo di prim´ordine dell’Osservatorio Geofisico Sperimentale di Trieste che nel 1980 ha battuto l’Irpinia metro per metro per conto del Cnr. Ora è venuto a rivedere i suoi luoghi. È un raffinato esploratore, ma nemmeno lui si è mai avvicinato alla Nera Madre che cucina i veleni e depista gli scienziati. Così la nostra curiosità è allo spasimo, unita a un vago timore.

“Nun ci jate, se more”, ci avverte una donna sotto il tiglio della piazza, a Rocca San Felice. C’è da capirla: è dal XVII secolo che i registri parrocchiali segnalano decessi di esploratori e ficcanaso. Gli ultimi, due archeologi, asfissiati mentre cercavano monete antiche attorno alla palude. Ma noi andiamo lo stesso. Abbiamo una guida speciale, Giovanni Martinelli, super-esperto di gas sotterranei, uno che sente la Terra dall’odore. È lui che, via telefono, ci pilota fin sull’orlo del cratere e come una Sibilla ci enumera oscure meraviglie.

“Ah, la Mefite, luogo parlante della profondità. La più forte emissione gassosa d’Europa di tipo non vulcanico. Sfiata co2 più di Stromboli e Vulcano messi insieme…”. Passiamo il cartello con la scritta “Pericolo di morte” e l’altro incalza: “Ribollendo, il fango fa riemergere resti sanniti e romani… la Mefite è il collegamento più diretto al Profondo che esista in Italia…”. Ecco, ora siamo sul’orlo, l’ambiente è selvaggio, il fondo scroscia come una cascata; ma non è vapore, è gas, mortale ossido di carbonio unito ad anidride solforosa.

Perché si adorava un luogo simile? “Morte e fertilità erano sempre collegate. I fanghi erano rimedi contro le malattie, si son trovati ex voto antichissimi a forma di piede o braccio…”. Verso il fondo si vedono carcasse. Un cane, qualche uccello, insetti a non finire, olocausti involontari. Possiamo scendere? Martinelli: “Attenti al vento, all’inversione termica, il gas può salire…”. Così dopo un po’ ce ne andiamo, prima che la dea si accorga di noi e ci catturi.

Trent’anni fa c’era un asino che viveva in un cunicolo scavato sotto il castello di Calitri. Per arrivare alla stalla, che aveva una finestrella sul precipizio, la bestia doveva passare per la cucina, la camera da letto e la cantina dei padroni. Un po’ come nella rupestre Matera, anche sulle alture irpine uomini e animali talvolta dividevano gli stessi spazi. “Ma quando alle 19.34 del 23 novembre 1980 il terremoto arrivò come un’onda di tempesta, lo strapiombo e un pezzo di castello vennero giù con tutta la stalla. Ore dopo, nel marasma dei soccorsi, il padrone andò a vedere che ne era del ciuco, e lo trovò vivo sessanta metri sotto. Malfermo e con i denti rotti, ma incredibilmente in piedi”.

Torniamo a caccia dei luoghi sulla linea dell’Ofanto, e intanto Livio ripesca dalla memoria le storie di quei giorni in prima linea. Prodigi, coincidenze, salvataggi funambolici, furbizie di speculatori, guerre di resistenza al cemento. Storie di un’altra Irpinia, che ha saputo uscire talvolta migliore dalla prova del fuoco. Sant’Angelo dei Lombardi, sbarrata alle ruspe dalla determinazione di un funzionario della soprintendenza, Vito De Nicola, e oggi centro delizioso, con castello medievale, chiesa madre e basilica paleocristiana. Calitri, in bilico su una frana antichissima, con corso Matteotti piazzato sulla linea di distacco dello smottamento e il resto del paese che scivola di metri a ogni sisma, ma in modo così compatto che tutti ci hanno fatto l´abitudine. E che dire del destino di Caposele, nell´alta valle, uscita solo malconcia dalla catastrofe e immediatamente condannata dai geologi a un sommario abbattimento per via delle faglie individuate sotto le case? Qualcuno chiese delle verifiche, vennero i tecnici tristini dell’Ogs, e presto si vide che le faglie c’erano davvero, ma non erano attive, dunque il paese poteva tranquillamente essere ricostruito nel vecchio posto. Così Caposele si salvò, e per la contentezza il sindaco offrì ai tecnici forestieri una delle cene più memorabili della loro vita.

Un chiavistello, un lucchetto che si apre, ed ecco i ruderi di Conza proibiti agli occhi degli uomini. Con Livio e Vito De Nicola scendiamo come palombari nel fondo dei secoli, fino al ciclopico basamento romano, una solidità che ridicolizza tutto quello che è stato costruito dopo. L’evidenza stratigrafica è sconvolgente. Più si sale verso il recente, più la friabilità aumenta, come se dopo l’Evo Antico nulla fosse stato più costruito a regola d´arte. De Nicola: “È come se la distruzione aumentasse col rarefarsi della memoria delle tecniche edilizia antiche”.

Per quali misteriosi canali la Bestia colpisca un paese e non un altro a poca distanza, è spesso un mistero. Sirovich mostra una mappa della “microzonazione sismica” dell’Irpinia, dove – a farla breve – si individuano i punti dove è sensato costruire e quelli dove invece è pericoloso farlo. “Ci sono aree proibite in partenza, per esempio quelle su terreni soffici e sabbie che possono fluidificarsi in certe condizioni. Ma spesso tutto dipende da geometrie profondissime che fanno concentrare diverse onde sismiche in un certo posto e non in un altro. Un po´ come uno specchio ustorio fa con i raggi del sole”. Ma lì ogni previsione è un terno al lotto.

(16. continua)

(19 agosto 2009)

 

 

8 Risposte

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  1. Anche oggi c’è su repubblica la continuazione del viaggio di Rumiz per le nostre strade (http://www.repubblica.it/2009/07/speciale/altri/2009rumiz/inferno-e-ritorno/inferno-e-ritorno.html.
    Che dire, questi affreschi sono belli e reali, forse perchè chi scrive ha pochi problemi a dire le cose come stanno. Anche le persone che ha ascoltato, sia nell’articolo di ieri che in quello di oggi, sono persone, secondo me, di valore. Senza dubbio meglio dare parola a questi piuttosto che ai soliti politici tromboni.

    teoraventura

    19 agosto 2009 at 10:23 am

  2. purtroppo è questa la verità assurda di quei paesi scordati da dio ,è da tante persone andate via per migliorare la loro vita ,io sono uno di quelli partito da Santomenna negli anni settanta,in germania ed ora vivo a Bologna con molta dignita ,grazie.

    michele

    19 agosto 2009 at 10:44 am

  3. tristezza e nostalgia per chi è lontano, rabbia per chi è lì

    melandroweb

    20 agosto 2009 at 12:08 PM

  4. Non capisco perché sul blog dovete ospitare scritture del genere, ipotizzando che Rumiz sappia della pubblicazione (e se non lo sa è molto grave l’iniziativa presa).
    In fondo i due brani sono in totale assoluta contraddizione con quanto scrivete e ‘predicate al vento’ circa la bellezza della vostra terra.

    Bisogna anche dire che il Rumiz nello scrivere ‘Nella terra degli sconfitti’ dimostra solo che il vero sconfitto è lui medesimo infarcito com’è di pregiudizi ed in rappresentanza dei tanti, che tali pregiudizi condividono acriticamente.

    Chi glielo ha comunicato che il popolo irpino o che quella terra sono ‘sconfitti’? E da chi poi? Il vero sconfitto è Rumiz stesso e tutta l’accozzaglia di ‘finti depressi intellettuali’ che per giustificare la disfatta totale delle loro teorie su quella terra, impregnano ogni loro scritto di retorica, di finto rammarico e di finte amarezza e recriminazione per una sorta di ‘captatio benevolentiae’ indecorosa verso chi è costretto dalla vita ad abitare in quelle terre, facendo finta di ‘penare’ percorrendo certi luoghi (ed io aggiungo accompagnandosi anche a certi personaggi).

    Rumiz è il rappresentante dei veri sconfitti! Lo si capisce interpretando bene il suo scritto: in effetti se come sembrerebbe questa terra e la vita (magari grama) che vi si conduce, sono l’alternativa ‘paciosa’ ad una vita ‘alterata’ che si vive altrove, allora i veri sconfitti sono quelli che come Rumiz sognano di assegnare agli irpini descritti una ‘vita piena di progresso’ che loro ritengono alienante se applicata alle loro esistenze.

    La vita in Irpinia, bella o brutta che sia (e questo possono stabilirlo solo gli irpini) è e resta un’alternativa alla depravazione cui sono costretti tanti in altri luoghi, ci sia stato o non ci sia stato un terremoto per lo mezzo ed i relativi ‘kapò’.

    Vivere quei luoghi è facile, da sempre, è invece difficile far capire che diventa arduo e doloroso se bisogna pure sopportare gli ipocriti affranti.

    montecristo

    montecristo

    22 agosto 2009 at 2:41 PM

  5. Per molti versi sono completamente d’accordo con montecristo. Con la solita spocchia, Rumiz ripercorre itinerari tipici dei “moralmente superiori”, che pontificano dall’alto della sconfinata cultura che trasuda dai loro immensi strafalcioni: la Mefite epicentro del sisma dell’80!!! La locanda di Orazio “lì accanto”!!! E che spessore intellettuale in quel “servotta di campagna”, o in quel “depista gli scienziati” (ma quando mai!). Una meraviglia il virgolettato sul “collegamento più diretto al Profondo che esista in Italia”. Complimenti per l’intuizione sulla rarefazione delle tecniche della memoria edilizia (peccato che gli obbrobri di qualche profeta degli anni ’70 siano ancora in piedi, purtroppo, assieme alla torre dell’acquedotto). “Per quali misteriosi canali la Bestia colpisca un paese e non un altro a poca distanza, è spesso un mistero”: alla faccia, meno male che era accompagnato da un sismologo! Gli può rispondere qualsiasi studentello al primo esame universitario, ma il Nostro iperuranio sccende così in basso. Bellissima la previsione come “terno al lotto”: fa il paio con gli stereotipi della “faccia tostata dal sole e la schiena spaccata di lavoro”. Meraviglioso è il “coreografia ancora più sofisticata che copre il crimine e i responsabili”, ma a Rumiz hanno riferito i nomi degli amministratori locali, provinciali e regionali che impartivano lezioni e oggi visitano i tribunali in attesa delle patrie galere? Cosa aspettate a fuggire via, da questa terra senza speranza: se questo è il messaggio, che ne sarà di noi che ci vantiamo di essere rimasti, di non ascoltare comizi, di non possedere tessere di alcun colore, senza che alcuna linea redazionale ci detti cosa dire e cosa non dire.

    michele sisto

    24 agosto 2009 at 2:53 PM

  6. Spocchia = atteggiamento di chi ha eccessiva considerazione di sé e tratta altezzosamente gli altri; boria, alterigia (grande dizionario Garzanti della lingua italiana pag. 1890). Ora, leggendo e rileggendo il (peraltro non concluso) reportage di Paolo Rumiz non mi pare proprio che esso trasudi “spocchia” o “alterigia”. Al contrario, vi trovo interesse e rispetto per la terra visitata e per le sue persone, né mi pare che il redazionale “terra degli sconfitti” abbia in sé alcunchè di spregiativo; anche un bambino è capace di leggere correttamente quell’aggettivo : esso, infatti, trasuda simpatia per i loro destinatari : le vecchie generazioni contadine, quelli che hanno avuto e hanno amore autentico per la loro terra, che vi sono profondamente radicati ma che sanno che ogni “piccola patria” è il mondo, e dunque hanno una visione aperta e sincretica verso gli altri; coloro che hanno avuto ed hanno orrore autentico per gli obbrobri della ricostruzione, che ha cancellato e stravolto la fisionomia e le radici di interi paesi (si confronti, invece, come sono stati ricostruiti i paesi del Friuli dopo il terremoto del 1976, o – al limite- anche quelli del Montenegro (Budva, Sveti Stefan, dopo il terremoto del 1980-81). Qui, invece, sono sotto gli occhi di tutti gli “scempi” realizzati: strade ampie come autostrade a tre corsie in zone altamente ventose, con case costruite intorno, senza alcun criterio se non quello del massimo “spreco” per realizzare la “mangiatoia massima” per tanti tecnici, politici e camorristi locali e d’importazione (Cutolo, attentato al giudice Gagliardi ecc.ecc.), nascosti dietro la “foglia di fico” del “grande nome” del grande progettista: la logica del massimo realizzo in termini di profitti da rapina, col massimo sprezzo per il preesistente (anche i bambini sanno che se un paesino è fatto di case addossate l’una all’altra e arroccato, questo risponde a una logica di “corretta risposta” alle condizioni geo-ambientali; i “tecnopolitici e camorristi della ricostruzione questo, però, hanno fatto finta di ignorarlo…. E mi viene in mente la sequenza del film di Giusppe Tornatore “Il Camorrista”, allorquando il terremoto del 1980 si fa sentire anche nel carcere di Poggioreale e, mentre gli affiliati del “professore di Vesuviano” urlano e cercano di fuggire, ‘O Prufessore dice loro “dove andate! dove fuggite!Questo terremoto è una grazia di Dio! jamme, mo’ è il momento di regolare i conti con i nostri nemici!…” Ecco, certi tecnopolitici e camorristi della ricostruzione si sono comportati proprio in questo modo ” il danaro pubblico del terremoto” come una “grazia di Dio” per arricchirsi e per fare carriera politica. Tutto questo mi pare che Rumiz lo dica con misura ed estrema simpatia per chi è stato costretto a subire tutto questo. Non certo con spocchia o alterigia. Che , accoppiata al rancore e alla malafede, leggo invece nel commento dell’anonimo “montecristo” o nell’altrettanto “taroccato” “michele sisto” (non oso credere che quel commento appartenga a quel michele sisto che ho ascoltato con grande interesse a Frigento il 29 dicembre del 2008 o che ho letto nei pregevoli interventi su nazione indiana : infatti, facendo un po’ di analisi linguistica, (non) mi sorprende la vicinanza di “stile” con la prosa dell’anonimo “montecristo” e di altri “piccoli trolls” dello sviamento : “indicare il dito per non far vedere la luna ” a coloro che si ritiene essere sciocchi : infatti il commento del “taroccato” michele sisto si attacca tutto su fuorvianti dettagli insignificanti rispetto alla sostenza del reportage…tanto per “sviare” e per solleticare il rancore dei frustrati su chi QUI ed ORA si adopera a far parlare “gli sconfitti” e renderli protagonisti, senza atteggiamenti reazionari e da “piccole patrie (ottuse) locali”. Il tempo del “sanfedismo” e del Cardinale Ruffo è finito e…anche le tecniche da “disinformazia” da precari di retrofila dei “servizi”, direi.

    Salvatore D'Angelo

    24 agosto 2009 at 4:33 PM

  7. @saldan (e magari anche a qualche altro)

    E’ lunedì notte e leggendo il suo scritto mi viene da ridere (e la ringrazio del regalo): è tanto che non ridevo di lunedì notte, e in italiano, poi!

    Sembra sia necessario concludere che, secondo quanto da lei espresso, quella terra ‘disputata’ dell’Irpinia non solo sarebbe terra indirettamente matrigna ma addirittura ospiterebbe ‘sconfitti’ inconsapevoli? E non le viene da ridere nello scrivere queste scemenze?

    Ma lei nella sua sublime sapienza ed onestà (noi saremmo invece tutti disonesti ed in malafede, si capisce), ma lei dicevo, ha mai riflettuto bene e a lungo su quanto ha scritto?: “Qui sono sotto gli occhi di tutti gli “scempi” realizzati … senza alcun criterio se non quello del massimo “spreco” per realizzare la “mangiatoia massima” per tanti tecnici, politici e camorristi locali e d’importazione; …;il danaro pubblico del terremoto come una “grazia di Dio” per arricchirsi e per fare carriera politica”.
    E’ veramente convinto del contenuto di quanto scrive?, non le viene un dubbio, una incertezza almeno? Insomma quella terra, secondo lei, sarebbe popolata solo da malfattori? Ed eventualmente da qualche sparuto gruppo di ‘popolani puliti ed onesti’? (magari raccolti nella C.P.). Questa, secondo lei sarebbe ‘una verità incontrovertibile’? Questa invece è solo la verità strombazzata da una parte politica, che più volte sconfitta, ha anelato comunque in qualche maniera a ‘sputtanare’ l’avversario pur di dimostrare ‘che aveva le mani pulite’, e poteva assurgere a nuova ‘classe dirigente’. Seh, seh! Mi viene veramente da ridere!

    Ma ha capito bene cosa ha scritto? Ma qualcuno (in buona fede s’intende, non come me) le ha mai spiegato con la lentezza necessaria per farle intendere bene che se tante ruberie e carriere politiche si sono potute consumare è stato per la complicità dei proprietari delle medesime case, fattorie e chiese? Le hanno mai detto, e le è mai interessato sapere, che sotto ogni stato di avanzamento dei lavori c’era la firma di un proprietario? Che era coscientemente e camorristicamente complice!! Pagando (è ovvio) le necessarie e congrue mazzette ai funzionari, un certo ammontare in nero al tecnico e ‘donando’ il voto al politico di turno? Mi viene da ridere al pensiero che lei non sapesse queste belle cose.

    Ora se come sembra evidente: per lei quelle terre sono popolate da un sacco di disonesti, salvo il popolo, e per me (in malafede s’intende) anche il ‘suo’ popolo è complice, mi chiedo: allora lei chi difende quando dice di voler dare “qui ed ora voce agli sconfitti”? Quella che lei chiama verità e “… che Rumiz lo dica con misura ed estrema simpatia per chi è stato costretto a subire tutto questo” in realtà è una fantasia; lei e Rumiz ripetete, in malafede, una bugia detta cento, mille, un milione di volte sicché essa ‘sembra diventare’ per tale via una verità. Lei non si rende conto che con Rumiz fate ancora e solo propaganda? e la propaganda è un’arte, e a lei non importa se questa vostra arte racconti la verità.

    Lei che in questo blog da tempo si è autoattribuito il ruolo ed il cipiglio di Joseph Gobbels, cioè di difensore dell’ortodossia ideologica di questo spazio, depositario delle verità (immaginate) su questa terra, dispensatore di frecciatine e maldicenze, promettitore di ‘virtuali legnate’ a chi dissente o mostra solamente qualche larvato segno di cedimento nella ‘granitica fiducia nella vittoria finale’ dei soli esseri umani ‘buoni, puliti, sognarori e fondamenta ‘della nuova irpinia’, ebbene attribuisce a me rancore e malafede e addirittura di essere in qualche modo ‘figlio dei servizi deviati’ o di qualche scuola di disinformazione?. E dice tutto questo senza vergogna! Ci crede veramente? Che tristezza! Mi viene veramente da ridere!

    Guardi che sono vero e diverso da quanto lei mi dipinge, non sono una marionetta e nemmeno il puparo. Sono uno dei tanti esseri umani liberi, non soli, che le sono utili giacché, da lei opportunamente trasformati in nemici con gratuiti insulsi epiteti, le permettono di sentirsi vivo.

    Quando mi venne chiesto se volevo collaborare col costituendo governo, risposi “ma lo sapete, vero, che sono ‘quasi’ comunista?”, mi risposero “Non faccia l’ingenuo, siamo noi a decidere chi è comunista e chi no!”. Ecco lei sul blog, con chi non conosce però, si comporta allo stesso modo. Dispensa patenti di autenticità. In buona fede si capisce, perché la malafede, è noto, è tutta mia! Se la terra d’Irpinia ha simili difensori, mi vien da ridere veramente!

    montecristo

    montecristo

    25 agosto 2009 at 1:43 am

  8. Che dire, caro montecristo, lei continua a “disinformare” e “sviare”…si è fatto una idea insultante del sottoscritto, ridotto a marionetta nazi-staliniana e me la applica a ogni piè sospinto , continuando a “sviare” l’attenzione su ciò che scrivo: mi dica, di grazia : chi ha mai parlato di “popolo” innocente? …è evidente che c’è una catena di complicità in tutto questo ( e le dico di più, non ne è esente nemmeno quella “sinistra” o pci a cui lei vuole ad ogni costo ridurmi a “tifoso” ). Ma è di questo che si parla nel reportage, ed è CONTRO QUESTA MENTALITA’ che quelli che ruotano intorno alla CP cercano di esprimersi, nel tentativo di USCIRE UNA VOLTA E PER SEMPRE DAL LIVORE FRUSTRATO, FRUSTRANTE E ANONIMO, e di far parlare veramente tutto il POSITIVO che in OGNI SINGOLA PERSONA GIACE sepolto per anni di rassegnata acquiescenza a logiche vecchie e stravecchie di concepire la POLITICA e la COSA PUBBLICA. Qui si cerca semplicemnete di dar vita a un modo PULITO e NUOVO di stare insieme e di esprimere il proprio PROVVISORIO PASSAGGIO su QUESTA TERRA, indipendentemente da quanti ne siamo, ma tutti più o meno consapevoli di RINUNCIARE a quelle vecchie logiche, molti provenienti da varie culture e diverse formazioni . Ma si è letto lei CON ATTENZIONE, piuttosto? E’ capace di PERCEPIRE la tristezza,la pena, il livore frustrato che esprime ? Guardi, faccia attenzione al significato delle parole: qui non le uso affatto in senso MORALISTICO ( e perciò offensivo), ma con partecipata e sollecita attenzione e nell’ACCEZIONE LETTERALE del loro significato, che non ha nulla di insultante, ma per quello che significano in sè: ed infatti i sentimenti che lei trasmette a chi legge questi sono: tristezza, ,livore, frustrazione che, come sa, contengono impulsi negativi, non aiutano la comunicazione e/o la circolazione di energie positive tra i “dialoganti”. Alla lunga, uno si stanca ad ascoltare sempre la rivendicazione lagnosa, l’insinuazione maldicente eccetera. Ci sono modi ben più civili e costruttivi di esprimere dissenso, diamine! e perchè si dovrebbe sempre e comunque ascoltare il “lamento eterno” senza dire la propria, come sto facendo anche ora? Lei questo lo chiama “atteggiamento alla Goebbels”? Suvvia, si dia una calmata e smetta una volta e per tutte la maschera dell’anonimato. Tanto si comprende benissimo chi lei sia e , mi creda, -detto da me che non la conosco personalmente- da quelli della CP lei non ha nulla da temere. Sia fiero del suo atteggiamento da “opposizione”, ma lo faccia senza “sviamenti” e inutili lamentele. Non credo che tra di noi vi siano persone che lavorano per scopi reconditi od oscuri. Ben altri sono quelli di cui diffidare, mi creda! Faccia come me, apra un blog, si firmi col suo nome e cognome e magari vi metta anche la foto (proprio come me): siamo in democrazia e io non ho nulla , ma proprio nulla da nascondere nè da temere , perchè – come si dice – “male non fare, paura non avere”… Sono stato un po’ lungo, ma REPETITA JUVANT. Mi stia bene e si rilassi, mi creda.

    P.S. Ah, dimenticavo, espressioni quali “porco napoletano” (da lei utilizzata su Nazione Indiana in occasione di un commento sulla sparatoria di Montesanto e in altra occasione) le lasci a Bossi e ai reazionari delle “piccole patrie ottuse”. C’è già tanto odio profuso a piene mani in giro da persone di poco conto, non vi aggiunga anche quello della sua nobile (e autoesiliata) persona. Glielo dice un “atellano” cittadino del mondo: Si ricordi, in definitiva “non si vive in un luogo, ma solo nel tempo” (Fabrizia Ramondino). Ad maiora!

    Salvatore D'Angelo

    25 agosto 2009 at 10:04 am


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