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IL CONFINO LUCANO DI CARLO LEVI (di Andrea Di Consoli)

Il libro più importante di Carlo Levi (Torino 1902 – Roma 1975), finanche a livello internazionale, è Cristo si è fermato a Eboli, pubblicato da Einaudi nel 1945. Il romanzo fu scritto a Firenze nei due anni precedenti, e rievocava, a quasi dieci anni di distanza, l’esperienza del confino in Lucania per attività antifascista. Quando Carlo Levi “scese” in Lucania, costrettovi dalla polizia fascista, aveva già all’attivo alcuni saggi sul Sud, come quello famoso su Antonio Calandra e “l’ottusa borghesia” meridionale pubblicato su La rivoluzione liberale di Piero Gobetti.

Prima del confino lucano, Carlo Levi, oltre alla laurea in medicina e chirurgia, aveva alle spalle una intensa attività pittorica, culminata, nel 1929, nella costituzione del “Gruppo dei Sei” (Gigi Chessa, Francesco Menzio, Enrico Paulucci, Nicola Galante, Jessie Boswell), tutti raccolti intorno al magistero di Lionello Venturi; pure, sin da giovanissimo, Carlo Levi aveva aderito al lavoro politico di Gobetti, per poi abbracciare le posizioni del movimento antifascista “Giustizia e Libertà”, fondato a Parigi nel 1929 da personaggi quali Carlo Rosselli, Emilio Lussu, Alberto Torchiani, divenendone a Torino uno dei principali attivisti.

Ricostruisce assai bene tutta la storia della formazione politica e del confino lucano di Carlo Levi lo storico V. Angelo Colangelo, in un volume appena pubblicato, intitolato Cronistoria di un confino. L’esilio in Lucania di Carlo Levi raccontato attraverso i documenti (Scrittura&Scritture, 133 pagine, 12,00 euro).

Scrive Colangelo: “Il 15 maggio 1935 è di nuovo arrestato, questa volta a Torino. In seguito ad alcuni rapporti fiduciari che si susseguono tra il novembre 1934 e il marzo 1935, Carlo Levi è indicato come un elemento di primissimo piano nell’ambito del movimento antifascista torinese e in un promemoria della Polizia Politica del mese di marzo si sottolinea: ‘Da anni il Levi svolge un’attiva e subdola opera antifascista. Elemento intelligente e scaltro, sa abilmente mascherare la sua azione sì da essere difficilmente compromesso’”.

Carlo Levi viene quindi arrestato. Il 23 maggio 1935 viene trasferito presso il carcere di Regina Coeli di Roma, dove gli viene assegnato il confino “per anni 3” nella remota Lucania, precisamente a Grassano, in provincia di Matera, dove giunge il 3 agosto del 1935, e dove viene ospitato nell’albergo “Prisco” al n. 49 di Corso Umberto I. Colangelo racconta molto bene il trauma di un così repentino passaggio dalla Torino moderna, industrializzata e antifascista, alla Lucania contadina, povera, ancora lontana delle strutture e delle sovrastrutture della modernità; una terra, la Lucania, scelta come provincia di confino (per citare un famoso studio di Leonardo Sacco) proprio in virtù del suo isolamento e della sua arretratezza economica e culturale, tanto che dal 1928 al 1943 furono ben 2.500 i confinati politici nella terra di Orazio.

Ma Carlo Levi, che sapeva fare tesoro di ogni novità, e che era confortato da un carattere curioso, fiero e “olimpico”, non si fece abbattere dall’esilio – come accadde invece a Cesare Pavese, confinato per un anno a Brancaleone calabro, che di quell’esperienza ci lasciò soltanto un’amara poesia intitolata Lo steddazzu – e subito provò a focalizzare lo sguardo su quella popolazione così “diversa” dal resto degli italiani. Infatti, dopo appena due giorni, scrisse alla madre quanto segue: “E’ un’esperienza nuova, che non avrei mai fatto altrimenti, mi si rivela un mondo veramente ignoto, lontanissimo da quanto siamo soliti pensare e vedere, con altre abitudini, altri sentimenti e pensieri, altro aspetto delle cose, delle terre, degli alberi, delle case. Per quanto riguarda gli uomini… per ora non posso che lodarmene: e credo davvero che diventerò un grande amatore e estimatore di questa gente di Basilicata. Mi sono ormai totalmente dimenticato della prigione e di tutte quelle cose poliziesche, che mi paiono appartenere a un passato lontano e estraneo. Ora aspetto i bauli e le casse per iniziare il periodo grassanese della mia pittura (ho trovato anche qui persone che mi conoscevano come pittore, dai giornali e dai resoconti delle mie esposizioni) – e trasformare i mali del confino nei beni dell’attività artistica”.

Dopo appena due settimane dall’arrivo a Grassano, però, succede un misterioso “incidente”, che costringe Carlo Levi a lasciare il paese assegnatoli (di quasi ottomila abitanti) per un paese di neanche duemila abitanti di nome Aliano (che nel Cristo si è fermato a Eboli è chiamato Gagliano), rovinato su calanchi scoscesi e suggestivi. I motivi dell’incidente ce li racconta lo stesso Colangelo: “Il 20 agosto, infatti, e una seconda volta sette giorni più tardi, Paola Levi, il cui rapporto matrimoniale con l’ingegner Adriano Olivetti si è da qualche tempo irrimediabilmente deteriorato, va a trovare Carlo, con il quale ha stretto una relazione sentimentale, dopo aver fatto visita al fratello Alberto, confinato a sua volta a Ferrandina nello stesso giorno in cui Levi è arrivato a Grassano”. Insomma, il Regime non può tollerare che a un antifascista sia permessa una relazione extraconiugale in una terra presa a modello (dopo il famoso “Discorso dell’Ascensione” di Mussolini sulla straordinaria fertilità della Lucania) dell’ideale fascista della famiglia numerosa. Quindi Levi viene trasferito ad Aliano, dove vivrà per circa dieci mesi, e dove scriverà la maggior parte delle sue poesie, farà ritratti sognanti e fraterni, e, soprattutto, conoscerà da vicino quel popolo che definirà qualche anno più in là, con parole esatte e commosse, nell’indimenticabile incipit del suo romanzo: “Sono passati molti anni, pieni di guerra, e di quello che si usa chiamare Storia. Spinto qua e là alla ventura, non ho potuto finora mantenere la promessa fatta, lasciandoli, ai miei contadini, di tornare fra loro, e non so davvero se e quando potrò mai mantenerla. Ma, chiuso in una stanza, e in un mondo chiuso, mi è grato riandare con la memoria a quell’altro mondo, serrato nel dolore e negli usi, negato alla Storia e allo Stato, eternamente paziente; a quella mia terra senza conforto e dolcezza, dove il contadino vive, nella miseria e nella lontananza, la sua immobile civiltà, su un suolo arido, nella presenza della morte”.

Un altro aspetto della sua permanenza in Lucania – di cui ci dà notizie Colangelo, ma anche lo stesso Levi nel romanzo – è quello legato all’attività medica, nel senso che molti contadini, angariati dalla malaria e dalla denutrizione, si rivolgevano direttamente a lui per risolvere i loro problemi di salute, a costo di metterlo in difficoltà con i mediocri medici del paese (“medicaciucci”), che infatti riuscirono a vietargli, per invidia, l’attività medica gratuita. Di “Don Carlo” i contadini si fidavano, perché era disinteressato, perché sapeva capirli, a differenza dei “luigini” (proprietari terrieri, podestà, ecc.), che sapevano solo disprezzarli e, alla meno peggio, ignorarli.

Intanto la Storia correva, e il 9 maggio 1936 Mussolini fece il famoso “discorso dell’Impero”, e nominò Vittorio Emanuele Imperatore di Etiopia. Preso dall’euforia, il Duce amnistiò il confino a undici antifascisti, tra cui Carlo Levi, che lasciò Aliano il 26 maggio, inseguito da una folla di bambini e di contadini in lacrime per quel “torinese buono” che li aveva saputi ascoltare, capire, abbracciare.

Il bel libro di V. Angelo Colangelo riporta la copia fotografata di tutti gli atti ufficiali del confino di Carlo Levi in Lucania, nonché un gruppetto di fotografie rare, tra cui Levi circondato da tre bambini, e Levi circondato da tanti bambini alianesi che lo guardano ammirati mentre dipinge un quadro.

Andrea Di Consoli

Written by Arminio

30 novembre 2009 a 7:38 pm

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6 Risposte

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  1. volevo ringraziare Di Consoli per questo bellissimo pezzo su Carlo Levi. Ogni volta che leggo quell’incipit di “Cristo si è fermato a Eboli” mi vengono i brividi.
    grazie davvero
    e.m.

    eldarin

    30 novembre 2009 at 7:43 pm

  2. Questa recensione mi invoglia a comprare il libro di Colangelo e a leggerlo, perchè -secondo me, Cristo di si è fermato a Eboli tra gli altri suoi valori è un classico che andrebbe annoverato, cara Elda, a te che ci inviti a raccogliere documentazione, tra gi esempi di paesologia proprio nel senso illustrato da Franco Arminio, ricco com’è di drammatica e altissima umanità legata alla terra e al paesaggio, un paesaggio umano soprattutto.
    Quanto ad Andrea, vorrei solo osservare che cose altrettanto intense sul confino Pavese le ha scritte non solo nella poesia da lui citata, ma anche nella raccolta di racconti “Prima che il gallo canti”.

    Salvatore D'Angelo

    30 novembre 2009 at 8:01 pm

  3. Caro Salvatore,
    obiezione accolta. Ma intendevo dire che per Pavese l’esperienza del confino non è stata un momento di accrescimento e di vitalità, ma di sconforto, di angoscia. Ma la tua osservazione è giusta.
    Grazie
    andrea

    Andrea

    30 novembre 2009 at 8:34 pm

  4. Salvatore carissimo, Levi è uno dei pilastri di questa costruzione.Rinnovo a tutti l’invito a inviarmi le loro indicazioni.
    leggerò il libro di Colangelo anch’io.
    ci vediamo domani.

    eldarin

    30 novembre 2009 at 9:12 pm

  5. leggerò anch’io

    luna

    1 dicembre 2009 at 10:26 am

  6. Molto stimolante,documentato questo scritto di Andrea su una figura storicamente importante per definire una esperienza storicamente e culturalemnete determinata delle nostre terre. Oggi il nostro problema è cercare di definire un possibile ed utile rapporto culturale e politico con una realtà sociologicamente e psicologicamente immutata in un contesto di modernizzazione “con sviluppo e senza progresso”. La “paesologia” come intuizione da definire e sviluppare potrebbe essere uno strumento conoscitivo origianale e nuovo.Tutto dipenderà dall’uso che ne vorremmo fare per il futuro di noi e dei nostri territori.Dallo scritto ci Levi un punto di partenza per un confronto euna differenziazione è il passo citato nella recensione….. “Ma, chiuso in una stanza, e in un mondo chiuso, mi è grato riandare con la memoria a quell’altro mondo, serrato nel dolore e negli usi, negato alla Storia e allo Stato, eternamente paziente; a quella mia terra senza conforto e dolcezza, dove il contadino vive, nella miseria e nella lontananza, la sua immobile civiltà, su un suolo arido, nella presenza della morte”.
    Avremo modo di riprenderlo e di analizzarlo.
    mauro orlando

    Mercuzio

    1 dicembre 2009 at 12:17 pm


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