COMUNITA' PROVVISORIA

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“popolare” e “popolaresco”

 

http://www.youtube.com/watch?v=p1SCR72rLj8

Scopo di questo scritto  è tracciare le linee culturali essenziali che hanno portato alla creazione della “forma chiusa” canzone napoletana classica, o più precisamente “popolaresca” per differenziarla dalla “popolare”.In senso molto lato può chiarire  un retro pensiero che sta nelle nostre discussioni sul tema della “paesologia” e la “paesonologia”. Facendo i necessari distinguo la “paesologia” sta al “popolare” come “la paesonologia” sta al “popolaresco”.Ritorniamo alla “canzone napoletana”…..

Una problema preliminare è stabilire che Napoli è  stata una capitale di un Regno da circa tre secoli. E un altro aspetto importante è stabilire che tutte le dinastie   regnanti , e i  Borboni  in ultimo, erano  sempre stati in piena sintonia con il popolo napoletano e non solo per furbizia o demagogia o per “populismo”. Il Re è col popolo mentre i Borghesi essendo “rivoluzionari”  avevano privilegiato le ‘èlites’  a discapito del popolo. Dalla cultura sia della Rivoluzione francese  che dei “moti insurrezionali “ del Risorgimento italiano si evince questa dicotomia o allontanamento dal popolo anche a Napoli da parte della borghesia economica e politica.

Questa città ,magnifica e straordinaria ha avuto sempre una forza centripeta particolarissima. Ha sempre aggregato tutto il “contado”.  Napoli è sempre stata una “nazione” non  chiusa in se stessa. Ha saputo mettere insieme ,aggregare, mischiare , contaminare tutto quello che gli stava intono o vicino attraverso quel  fenomeno sociologico e culturale che è sintetizzabile nella “categoria “ della “napoletanità”.

Ma fatto unico e peculiare: c’è una interpretazione del “popolare” e del “colto” nella canzone, nella musica e nella scrittura  che forma un “tutt’uno”. C’è una perfetta identità tra popolo e “regime”, nel senso di chi comanda lo fa non solo dal punto di vista politico ma soprattutto psicologico e culturale. Fenomeno che non si verificherà nel resto d’Italia. Facciamo un esempio banalissimo : i Gonzaga a Mantova  o gli Estensi a Ferrara. C’una sostanziale differenza tra la canzone, le serenate ,gli strambotti, i racconti che nascono nel popolo e quelli che nascono per e nella Corte scritte da e per letterati e cortigiani. A Napoli già la sua prima  forma di espressione musicale,“la villanella”( che poi si svilupperà in tutto il mondo)  sarà già una canzone  essenzialmente espressione di “cultura “ e di “natura” con un connubio straordinario tra cultura “bassa” e  “alta” o “ colta

Perché  avviene questo? Perché Napoli ha una canzone “nazional-popolare “già dal 1500. De Mauro ,che è un grandissimo cultore e conoscitore della musica e   della canzone italiana, la definisce “canzone di scambio”. Sono due i tipi di melodie, di canzoni, di “racconti in musica”, che nascono nella storia d’Italia. La “canzone d’uso” e  “la canzone di scambio”. La “canzone d’uso” è quella che nasce in un posto definito e si canta solo in quel posto particolare. Una “canzone d’uso”  è per esempio “la taranta” che nasce nella penisola sorrentina  ed ivi resta perché rispecchia in pieno quel particolare territorio e quelle determinate tradizioni antropologiche e culturali. Diventava impensabile che una tale “accezione culturale” avesse rilevanza e si trasmettesse in altri territori  anche vicini , nemmeno in Abruzzo o nelle Marche. La canzone napoletana, invece, nasce già con una vocazione universale come “canzone di scambio” Perché  già con la “villanella napoletana” si  parte dai sentimenti più elementari, naturali e cosmici che possono esistere e che sono di tutt’Italia  e non solo dei napoletani.

La canzone napoletana è la perfetta rappresentazione a livello naturale, personale , politico ,popolare  di quelli che sono i rapporti più originali  e più universali ed eterni tra un uomo e una donna. Per fare una esempio, nella canzone medioevale ,pur importante, dei “trovatori” ,questo non c’è. La canzone dei “trovatori” è una canzone colta, coltissima. Il rapporto tra uomo e donna è di grande “stilnovismo”, di attenzione idealistica all’amore per la donna. Non c’è niente di fisico, tutto è centrato su un sentimento quasi religioso che esenta dal poter anche solo osar pensare di toccare ,sfiorare o solo guardare  una “madonna”. Nella canzone del medioevo, quella colta e quella popolare, o c’è la rabbia  popolarreggiante, rozza e laida  o il rimando continuo  ad una donna  eterna, angelica da mettere sul piedistallo. Nella canzone napoletana si scende dal piedistallo e si esce dal laido. Si rappresenta la vita quale realmente  è, nei vicoli ,nei posti  quotidiani della vita normale, nei quartieri popolari, dove le occasioni di incontro tra un ragazzo e una ragazza  erano rari  e difficili.

La canzone  prima è naturale poi diventa popolare infine  popolaresca. La canzone popolare mette le parole alla musica naturale usando le parole primarie dell’esistenza  e della vita. La fatica per il lavoro, il pensiero della donna che ti fa soffrire, il pensiero del cibo che non c’è, la lontananza  e la nostalgia delle persone amate. Perché cantiamo e non parliamo o scriviamo  soltanto? Ma cantare è molto di più, perchè ci dà una certezza che il nostro dolore  urlato con rabbia così forte che  o qualcosa nella natura o perfino un Dio ci ascolteranno. Più la gridiamo e la ripetiamo più c’è possibilità di un ascolto.

Ma il nodo è nel momento in cui la canzone naturale  diventa popolare .Quindi è necessario chiarire il passaggio fondamentale da popolare a popolaresca che è il processo che rende la canzone napoletana unica nel suo genere. La canzone popolaresca è l’imitazione della canzone popolare. Quando la canzone popolaresca imita in profondità ,senza perderne i valori ,la canzone popolare fa una operazione culturale di grande importanza. Quello che hanno fatto Ferdinando Russo e Salvatore Di Giacomo nella canzone napoletana dopo la crisi dell’unità d’Italia risanando finalmente il rapporto tra borghesia e popolo in quella meravigliosa festa che è “Piedigrotta”. E’ praticamente un “festival” di un popolo e di una nazione che si riuniva intorno ad una grotta in una festa di origine pagana. Cosa succedeva che ognuno scriveva una canzone per questa occasione e gli autori ( artigiani e popolani  ma napoletani ) le offrivano ai musicisti  per partecipare a questa gara in rappresentanza di un quartiere .Nascevano quindi come canzoni popolaresche prima dal testo e poi dalla melodia. Da questa esperienza di festa popolare e religiosa  si capisce allora che cos’è la canzone napoletana. E’ una liberazione , un esorcismo, uno sfrenato buttar fuori tutto quello che hai dentro in cui corrisponde agli altri perfettamente: E’ la natura e la cultura che si mischia perfettamente. E’ come una festa psicanalitica, ma a livello popolare. I napoletani dopo questa  sbronza, questa sbornia di canzoni, che non erano parole sole ma canzoni, si sentivano felici. Queste canzoni parlavano di “sé stessi”, delle loro paure ,insicurezze, delle gioie straordinarie.

Purtroppo quando la canzone popolaresca napoletana imiterà sé stessa e non la popolare, entrerà in crisi. La più grande canzone napoletana è quando si realizza il connubio ,che non vale solo per la canzone ma anche per la vita, tra il naturale e l’intelligenza culturale. La cultura è fatta di tante cose ma per traslato dalle piccole e particolari interessi assumono un sentimento generale che rispecchia i valori profondi e universali della vita di ognuno di noi.

mauro orlando

 

Gli spunti estratti fanno parte di un articolo più organico ed articolato sulla Canzone napoletana.Chi è interessato a leggerlo: http://www.orlando.mauro@libero.it

Written by Mercuzio

4 febbraio 2010 a 10:41 am

Pubblicato su AUTORI

14 Risposte

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  1. mercuzio

    4 febbraio 2010 at 10:54 am

  2. “la paesologia sta al popolare ” come “la paesanologia sta al popolaresco”…

    mi permetto di “dissentire”, in quanto ho vissuto nella citta di Napoli per diciassette anni della mia vita, cioè dai 18 ai 35.
    In questo periodo oltre che conseguiri diplomi di laurea specializzazioni e dottorati di ricerca ho cvercato di comprendere cose fosse la “napoletanità”
    cosa fosse la “napoletanizzazione dell’umanità” ed infine perchè la canzone “napoletana” fosse cosi’ conosciuta in tutto il pianeta terra, sia essa popolaresca sia essa popolare.

    In altro post ho chiarito quale è la mia opinione circa la sottile differenza tra la “paesologia ” e la “paesonologia”, ad esso rimando sulla tematica.

    Qui mi preme esprimere una modesta riflessione sulla canzone napoletana a prescindere dalle etichette introdotte nel post tra “popolaresca” e “popolare”

    La canzone napoletana nasceva secoli orsono dalle viscere della città porosa, dalla miseria e dalle viscere dei napoletani.
    Queste “viscere” sono state magistralmente interpretate dagli autori che iniziarono a comporre parole in musica, ma, prima degli autori, la canzone napoletana era un’espressione dello stare al mondo dei napoletani, una forma viscerale di preghiera e di protesta per riscattare il popolo dalla miseria , una pernacchia ai potenti ed alla nobiltà.
    Si intovanano melodie nella piazza del mercato di napoli, si intonavano melodie tra i pescatori di santalucia e posillipo, si intonavano melodie nei quartieri poveri e nei bassi fondi della città porosa.
    Era un sistema, quello di cantare, inventare canzoni, che aiutava a sopportare la fame, il dolore , a sublimare la domininazione sottomessa delle contaminazioni etniche razziali prima barbariche poi aristocratiche infine militari, un canto che porto’ alle quattro giornate di Napoli superata l’epoca dei tribuni della pleba e dei masanielli.

    Popolaresca fa rima con scolaresca
    Popolare fa rima con rovesciare.

    Non vedo differenza tra il popolaresco ed il popolare: la canzone napoletana è quella che cio ha tramandato la storia di Napoli, la storiografia di una città magica e dannata, un paradiso ricco di presenze demoniache, un regalo della natura matrigna
    La canzone napoletana è unica nel suo genere e non potrà essere mai comparata con nessun’altra canzone popolare o popolaresca. Tutti quelli che si occuipano di musica popolare, di melodie e cantano l’amore devono “pagare” il loro tributo alla canzone napoletana.
    Sull’intreccio tra “natura ” e ” cultura ” dovrei chiedere lumi a mia figlia Chiara, etnoantropologa ma ne faccio momentaneamente a meno.
    Grazie Mauro, un caro affettuoso saluto Rocco

    rocco

    4 febbraio 2010 at 2:01 PM

  3. Rocco,
    un ringraziamento non formale per questo tuo intervento puntuale e qualificato su questo mio tentaivo di rendere attuale nelle nostre discussioni-diatribe fiosolgiche e necessarie per tutti gli organismi viventi o informali quali possono essere un Blog o una “Comunità provvisoria” .L’uso improprio o anche iperbolico-paradossale della comparazione tra le coppie concettuali “popolare-popolaresco” e “paesologico-paesanologico” è di riportare tutte le opinoni e le idee nel merito di un discussione che potesse avere un senso e una finalità concreta.
    Nella fattispecie del mio ragionamento riguardo la canzone napoletana e la sua particolare originalità nell’ambito dell’estetica musicale-poetica io riscontravo nella coppia di categorie “popolare-popolaresco” una possibile chiave per cogliere il sesnso migliore di questo fenomeno particolare delle espressione culturale del popolo napoletano: l’espressione canoro-letteraria della ‘canzone’ al di là dei temi e dei valori da essa espressi.E trovavo (ma ti assicuro che non sono molto origianale ed unico in questo) che solo nella cultura-comunicativa della forma canzone classica (1870-1910) l’abbianmento popolare-popolaresco è avvenuto con esiti corretti e positivi senza pensarli in maniera contrappositiva come normalmente si fà e come mi sembra contnui a pensare anche tu in quelloche mi scrivi.Vedo che mi faccio prendere la mano ma spero avremo modo di continuare questa discussione molto utile ed interessante.
    garzie del tuo scritto
    mauro orlando
    PS. Ne approfitto per ricordarti di inserire nella scheda apposita iltuo indirizzo mail per evitare ……inutili conflitti che non hanno senso di esistere ma anche e sopratutto perchè iopossa spedirti l’articolo intero da cui io avevo estratto il testo che tu hai commentato.

    mercuzio

    5 febbraio 2010 at 1:22 PM

  4. Mauro, sai bene che ti stimo e sono oramai in perfetta sintonia con quello che scrivi e come lo scrivi.Grazie per le lusinghiere parole per me.
    Per quanto riguarda la mail di riferimento al momento non posso inserirla giacché il sistema del filtro spam la riconosce rimuove il commento in automatico e mi colloca in quarantena in automatico.
    Quando l’amministratore del blog mi comunicherà che anche la mia mail oltre nome e cognome sono tornati “liberamente espressivi” ricomincero’ a commentare con nome cognome e data di nascita.
    Un caro saluto estensibile ad Edda. Rocco

    anema e core

    5 febbraio 2010 at 1:59 PM

  5. = Salve! = Avrei molte idee in proposito e, per quanto mi interessa, occorrerebbero molti post e argomentazioni. Naturalmente apprezzo chi espone idee e concetti, ritenendo buono e necessario offrirli ai lettori di questo o altri blog.
    Occupamdomi di poesia dialettale, come molti lettori della C.P. sanno e hanno avuto modo di conoscermi un po’ (ci si conosce sempre e solo un po’ e forse male, credetemi!) a Grottaminarda ho voluto offrire sia con la plaquette donata, sia con la lettura di due testi, diciamo l’opportunità riflessiva- per comprendere le ascrivibili differenze tra la poesia “popolare” e la poesia “dialettale”. La mia esposizione e lettura forse sono apparse di presunzione (mi riferisco a quanto ho potuto mostrare in una decina di minuti, democraticamente accettati e spesi) ma posso affermare che quanto e per come ho esposto attiene ed evidenzia ben precisi concetti, quali:
    1- Non esiste una distinzione scientifica valida tra lingua e dialetto.
    2- Per “cultura” oggi, più di ieri, occorre una visione antropologica, contrapposta alla visione umanistica e, per dirla con il Tylor, […la cultura o civiltà nel suo ampio senso etnografico è quell’insieme complesso che include la conoscenza, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità acquisita dall’uomo come membro di una società…].
    3- Folklore, secondo Gramsci deve essere considerato come [… concezione del mondo e della vita e non una bizzarria, una stranezza, un elemento pittoresco, ma una concezione sistematica…].
    4- Generi della “poesia popolare”, scusate ma scrivo un po’ su ciò che mi interessa, conclamatamente in forme chiuse ma spesso variate dalla tradizione, sono lo stornello, lo strambotto,il mottetto,la villotta, etc.
    5- Già Benedetto Croce ebbe modo di affermare che è difficile “distinguere tra poesia popolare e poesia dialettale” e che pertanto […la poesia non ammette categorie di nessuna sorta, e, quando, è poesia è poesia. C’è bensì una “poesia popolare bella e una brutta (non poesia) come in quella d’arte”… ma dove la “poesia popolare è “poesia” non si distingue da quella d’arte e nei suoi modi rapisce e delizia… La differenza, dunque da cercare e la corrispettiva definizione sarà soltanto di tendenza o di prevalenza psicologica e non già di essenza… “La poesia popolare” non esprime moti dell’anima che non hanno dietro di sé, come procedimenti immediati, grandi travagli del pensiero e della passione; ritrae sentimenti in corrispondenti semplici forme…Essa giunge per via breve…].

    Per i punti 1-2-3-4 e 5 mi preme sottolineare che la “poesia popolare” fino a qualche secolo fa non ha avuto una certa fissità scritta e che spesso è pervenuta a noi con apportati rimaneggiamenti mentre la “poesia dialettale d’autore” è rimasta cristallizzata nella sua forma scritta.
    Ben vengano perciò le ricerche etnostoriche sulla “poesia popolare” e ben facciano, però, gli studiosi (critici letterari) ad imbattersi negli autori che hanno scritto e scrivono “poesia dialettale”, comprendendo come un autore, in questo caso il “poeta dialettale”, non è il poeta delle piccole, anzi insignificanti cose, della tradizione acritica, della narrazione per ricordo, del folklore pittoresco, bensì uno “sperimentatore linguistico” che indirizza soprattutto “messaggi” ricorrendo alla primordiale oralità: intraducibile, inequivocabile,naturale, stupefacente, ben sapendo che scrivere è compiere un atto creativo e che pur usando la cosiddetta lingua di un popolo non si scrive mai come il popolo!
    Saluti garbati a tutti i lettori, Gaetano Calabrese.

    Gaetano Calabrese

    5 febbraio 2010 at 2:49 PM

  6. Non voglio e non sono in grado di prendere parte a questa interessante discussione ma voglio aggiungere che per chi vive lontano dall’Italia, siano essi napoletani, milanesi, siciliani…, le canzoni napoletane sono qualcosa di straordinario, specialmente quando cantate da tipi come Pavarotti, Carreras, Bocelli, Giacomo Rondinella e da altri, anche non italiani, che lo fanno ancora. Credo che nessun tenore, italiano e non, ha mai dato un concerto senza includere O Sole mio, Torna a Surriento, Santa Lucia luntana…oltre alle arie da opere. Forse bisogna vivere lontani per capire quello che sto cercando di dire.

    Raffaele Ruberto

    6 febbraio 2010 at 1:31 am

  7. Ti capisco Ruberto e sei nel tema, con stima G.Calabrese.

    Gaetano Calabrese

    6 febbraio 2010 at 2:26 am

  8. ” il “poeta dialettale”, non è il poeta delle piccole, anzi insignificanti cose, della tradizione acritica, della narrazione per ricordo, del folklore pittoresco, bensì uno “sperimentatore linguistico” che indirizza soprattutto “messaggi” ricorrendo alla primordiale oralità: intraducibile, inequivocabile,naturale, stupefacente, ben sapendo che scrivere è compiere un atto creativo e che pur usando la cosiddetta lingua di un popolo non si scrive mai come il popolo!”
    Sarebbe opportuno lasciar stare Croce che nella sua Estetica pensava ad altro…..
    La posizione di Pasolini nei confronti del dialetto è sia affettiva – legata al ricordo dell’infanzia e della madre – sia politica, ovvero schierata contro quel paradigma che vorrebbe fare del dialetto un’espressione meramente locale e di scarso valore nazionale.Il problema oggi delle lingue locali nei “piccoli paesi” o “piccoli territori”dovrà essere impostato in ben altro modo.Per ora sappiamo che il dibattito locale-nazionale da Gramsci a Pasolini non ci basta più per spiegare e dare un senso al pensare e vivere queste nostre realtà.Dobbiamo cambiare sintassi e forse anche lessico.Io mi sono sempre chiesto come mai nei nostri discorsi sulla “paesologia” non è diventato derimente e conflittuale la contrapposizione lingua locale-lingua nazionale. E a buon ragione ,credo.Ma il discorso si farebbe lungo anche se molto interessante.La discriminante oggi nella nostra Comunità provvisoria non è incentrata sulproblema del mezzo espressivo come fattore identitario da conservare o da praticare ma ,come diceva Pasolini, consapevolezza identitaria individuale di un semlice contadino o di un poeta “Il contadino che parla il suo dialetto è padrone di tutta la sua realtà”.Ma noi con la “paesologia” stiamo scegliendo un altro piano di ricerca e possibile attività esistenziale e culturale.Come e perchè pensare e vivere “i piccoli paesi e i piccoli territori” partendo dall’uomo e non dai suoi strumenti conoscitivi,linguistici,culturali,politici ,religiosi,ideologici. Un modo di pensare “paesologico”e/o “paesanologo”o “Popolare” e/o “popolaresco” (chiarendo bene i loro significati piuo meno oggettivi ) mi sembrava una chiave o una base di discussione più proficuo a questa nostra bella ,complessa e lunga esperienza comunitaria.
    La discussione è appena cominciata e …. non finita….
    mauro orlando

    mercuzio

    6 febbraio 2010 at 10:13 am

  9. Leggo velocemente da scuola e affermo che quanto riportato sono parole e pensieri miei e faremmo bene tutti a lasciar stare Croce.
    ==” il “poeta dialettale”, non è il poeta delle piccole, anzi insignificanti cose, della tradizione acritica, della narrazione per ricordo, del folklore pittoresco, bensì uno “sperimentatore linguistico” che indirizza soprattutto “messaggi” ricorrendo alla primordiale oralità: intraducibile, inequivocabile,naturale, stupefacente, ben sapendo che scrivere è compiere un atto creativo e che pur usando la cosiddetta lingua di un popolo non si scrive mai come il popolo!”==
    Sarebbe bello fare un dibattito ‘viva voce’ perchè personalmente discuto di idee e male mi accordo alle citazioni che dovrebbero sottoindere la completa conoscenza autoriale. Non credo comunque di aver fatto male e penso di aver fornito una buona ricetta paesologica altresì suffragata da luminosi e altrui pensieri; buonagiornata a tutti, G.Calabrese.

    Calabrese

    6 febbraio 2010 at 11:03 am

  10. bene Calabrese! Ne riaprleremo sicuramente anche a voce.
    mauro

    mercuzio

    6 febbraio 2010 at 11:29 am

  11. Benissimo, Orlando! Meglio in pubblico e nutrito dibattito, Gaetano.

    Gaetano Calabrese

    6 febbraio 2010 at 3:16 PM

  12. “certi indovinelli, caro Mauro, si sciolgono in un modo curioso ,cioè dimenticandoli,” diceva Musil.
    orbene ordunque suvvia il tempo non è soltanto una successione lineare di istanti,piuttosto un intruglio meraviglioso tra percezione e memoria:
    invece di partire da un’astrazione matematica teorica che riduce il tempo ad una dimensione geometrica ovvero ad un’equazione potremmo tornare alle radici fisiche che vedono il tempo come un modo per esprimere un cambiamento, il divenire delle cose, il mutamento delle opinioni, degli umori e dei comportamenti che sistemano ogni cosa.
    Fisicamente il ca,biamento è espresso dal criterio della causazione, rapporto causa-effetto
    nella perczione gli eventi invece ci circondano,determinando effetti straordinari sulla nostra struttura fisica, corporea e sono all’origine della perczione neuronale, sensoriale, emotiva, affettiva, quella cioè che perviene non solo alla corteccia ma anche al sistema limbico , all’amigdala
    Se non fossimo “modificati” dal mondo esterno e dal tempo , non potremmo percepire nulla.
    Si entra cosi’ in acque oceaniche molto profonde dove il blu è più azzurro del cielo.
    Il presente ed il passato non sono radicalmente diversi, bensì processi fisici su scale differenti, quindi possiamo riconcettualizzarli.
    Il presente potrebbe essere visto come passato prossimo e alternativamente il passato sarebbe una specie di presente remoto.
    In tal modo, anche linguisticamente, avremmo ridotto la sensazione al minimo la sensazione tutta umana che passato e presente siano separati.

    Fuori di metafora, ti confermo i sentimenti della mia stima amicale e ti porgo una domanda: perchè solo gli imbecilli non cambiano mai idea?
    cordialità ed affettuosità R

    cicoira

    8 febbraio 2010 at 4:36 am

  13. ci sono post nei quali i commenti “aumentano” di numero giorno dopo giorno, mentre in questo post i commenti stranamente “diminuiscono” in base all’umore ed allo stato d’animo del sistema automatico dell’amministratore del blog o dell’autore del post.

    un’invenzione non ancora cartolarizzata, di selezione e rimozione, limatura, scrematura, un tentativo maldestro di rendere il post come si vuole che sia, come conviene a qualcuno.
    tutto questo in uno “spazio pubblico” dove”il sistema privatamente fa quello che gli pare”…..
    ognuno è responsabile di quello che fa, per come lo fa e perchè lo fa, non pwer quello che dice come lo dice e perchè lo dice.
    differenza tra “dire ” e “fare”: di mezzo c’è il m

    gambrinus

    10 febbraio 2010 at 1:07 am

  14. bingo!! hai fatto 13(commenti),in attesa di scrematura quotidiana.

    posticcio pasticcio

    10 febbraio 2010 at 1:09 am


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