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A proposito di “Basilicata coast to coast” di Rocco Papaleo

di ANDREA DI CONSOLI
 
Il road-musical di Rocco Papaleo, Basilicata coast to coast, è un film che odora di buoni sentimenti, di sogni di evasione, di agriturismo, di amicizia, di “alternativismo” integrato e di meridionalismo ironico e turistico. Giustamente si plaude per un film che fa conoscere la Basilicata (o Lucania) a chi non la conosce; ma perché è così difficile memorizzare nella testa degli italiani la presenza, una volta per sempre, di terre come il Molise e la Valle d’Aosta, per non parlare della Basilicata?
Che la Basilicata sia bella non fa male rimarcarlo; e Papaleo, nel suo viaggio on the road da Maratea a Scanzano Jonico, non manca di valorizzare efficacemente Trecchina, Lauria, Aliano, Craco vecchia, i calanchi, Nova Siri, e, appunto, Maratea e Scanzano Jonico, i loro mari. Il rischio, com’è evidente, è lo spot turistico, il cinema come sezione video delle aziende di promozione turistica. E non si tratta di preferire il cinema meridionale notturno, lirico ed espressionistico degli ultimi vent’anni (da Garrone a Capuano, da Winspeare a Piva, da Martone a Calopresti, da Patierno a Ciprì e Maresco), o il cinema meridionalista classico (Rosi, De Seta, Amelio); si tratta invece, molto più semplicemente, di separare l’operazione turistico-promozionale dal cinema come universo conchiuso, come sabbia mobile sentimentale, o come battito di cuore nascosto all’esterno, a esso precluso.
L’idea del film di Papaleo è semplice: quattro musicisti di provincia decidono di partecipare a una kermesse musicale percorrendo la distanza dal paese di partenza (Maratea) al paese di arrivo (Scanzano Jonico) a piedi, col solo aiuto di un carretto e di un cavallo – decidono, cioè, di attraversare per dieci giorni la Basilicata dalla costa tirrenica a quella jonica (ecco spiegato il coast to coast, da una costa all’altra). Gli attori del gruppo sono: Rocco Papaleo, Alessandro Gassman, Max Gazzé e Paolo Briguglia. A loro si aggiunge Giovanna Mezzogiorno, nel ruolo di una apatica e nevrotica (e molto scocciata) giornalista televisiva di un “network” parrocchiale – ruolo modesto nonostante i natali fortunati, visto che è figlia di un “onorevole” locale di nome Limongi (cognome assai diffuso in certa Basilicata occidentale). A quest’altezza siamo in una Basilicata intellettuale e vagamente trendy, fieramente etnica ma molto poco popolare (comunque ben lontana dal populismo etnico, dalla retorica antimodernista e dal non-cinema improvvisato di Focaccia blues di Nico Cirasola, tanto per fare un esempio tra i recenti film del genere).
Si parte da Maratea, buen retiro dell’intellighenzia lucana. Il film odora di alberghi a quattro stelle, di turismo cinematografico. Giovanna Mezzogiorno – amica personale di Rocco Papaleo – fa la diva, si trascina senza recitare e senza crederci tra un set e l’altro, maschera male il favore che sta facendo all’amico regista. Eppure il regista di Lauria le rende omaggio – quasi una dichiarazione d’amore – inquadrandola dall’alto e incastonandola senza veli nel paesaggio petroso dei calanchi. Ma lei, forse, non se ne accorge nemmeno. Alessandro Gassman, invece, è in stato di grazia nel ruolo arcitaliano di attore sfortunato epperò cialtrone, dirompente, bulimico (mattatore, all’altezza della matrice). Gazzé regge bene la parte del muto, nonostante la prova inverosimile del traumatizzato estremo da amore e morte. Il più “professionale” invece è proprio Paolo Briguglia, timido e tenace, curioso e sognante, l’unico che ha davvero affiancato fino in fondo il sogno girovago e sentimentale di Rocco Papaleo.
Basilicata coast to coast costeggia male il sentimentalismo, il reducismo degli adulti che credono ancora nei famigerati sogni (quanti odiosi abbracci camerateschi, quante risate da backstage non sacrificato). I personaggi cambiano troppo repentinamente carattere e umore (la Mezzogiorno, che passa da uno sprezzante spleen a una ilarità da gita turistica, ma anche la moglie di Papaleo, troppo frettolosamente mutante da piccolo-borghese insopportabile a donna in fondo libera, nemica dei luoghi comuni). Rocco Papaleo mortifica la sua incredibile maschera stupefatta e un po’ idiota alla ragion di regia, e cede un po’ del suo sulfureo e stralunato talento alle regole dell’operazione cinematografica, ché Papaleo è costretto a fare il tour-operator dei suoi amici divi, tutti borghesi metropolitani, e tutti al massimo indulgenti con una bella idea cinematografica, o con un paesaggio, ovviamente “bellissimo” e “da scoprire”.
La maschera di Papaleo funziona solo finché diverte i suoi amici, solo finché porta nell’universo trendy dei cinematografari un po’ di acettabile ed esotica cadenza terrona. Ma se davvero si esprimesse; se davvero scendesse senza remore in quella Lucania ctonia, ubriacona, autodistruttiva, commossa, paesana, surreale, corporale, anche vile e greve, che pure conosce bene, a quel punto avremmo più cinema e meno operazioni cinematografiche. In questo senso il Papaleo che davvero amiamo è ancora inespresso. Non è un caso, infatti, che per eccessivo intellettualismo a non funzionare nel film siano proprio le scene ironiche-fantastiche, come la comparsa dei briganti a cavallo con il casco moderno in testa. In quel momento Papaleo vuole portare leggerezza e decostruzione in un immaginario logoro e retorico, ma fa un’operazione fredda, troppo programmaticamente demitizzante e ironica. Così come troppo programmaticamente demitizzante è la scena della ragazza che, a pochi giorni dal matrimonio, si concede per un’intera notte contemporaneamente a Gassman e Briguglia. Che queste cose possano accadere, è vero; ma altra tempra drammatica, altro tremore viscerale occorrerebbe per inquadrare, al suo risveglio, la faccia di una ragazza con tale piacere e con tale colpa stampata sulla faccia. La parte più bella di quella scena è invece proprio la faccia stupefatta di Papaleo, la sua discrezione nel dormire all’aperto – al freddo – per non dormire nella tenda con la Mezzogiorno.
Pure, nel film non funzionano le scene drammatiche, quasi senza senso, come l’incidente stradale con conseguente salvataggio di Briguglia (con gli ennesimi abbracci per aver salvato il povero lucano finito fuori strada).
Anche l’onorevole Limongi risulta essere troppo serioso e inespressivo. Eppure gli esempi di politica cerimoniosa e chiacchierona, retorica e solenne a Papaleo non mancavano, visto che Lauria è il paese dell’onnipresente vicepresidente del Parlamento europeo Gianni Pittella, campione lucano del politichese.
Eppure il film di Papaleo ha bei momenti: la Scanzano notturna a kermesse finita, la scena dei quattro ripresi nudi sotto la doccia all’aperto, certe calme suonate davanti a strapiombi e montagne (Papaleo resuscita anche la mitica clavietta). No, a essere onesti Basilicata coast to coast non è propriamente un brutto film, anzi; ma lo si può dire solo dopo aver lucidamente ammesso errori e difetti, che francamente non sono pochi. In questo senso, siamo convinti che Papaleo farà molto meglio al suo prossimo film, e saprà portare sullo schermo le vertigini, le malinconie, le cattiverie, i silenzi commossi e le demenzialità di una terra affatto pacificata.

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Written by Arminio

25 aprile 2010 a 9:06 am

Pubblicato su AUTORI

4 Risposte

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  1. A causa del fatto che questo blog si sta ‘richiudendo su se stesso’ ovvero sta diventando una piccola ‘congrega’, vorrei segnalare, (solo perché qualcuno insiste col suggerire di “scrivere sul blog”), che avevo postato un commento collegato al post “basilicata bluff” che giace in spam, naturalmente. Ora lo scrivo qui, e chiedo scusa del disturbo arrecato, vediamo cosa succede:

    – “E’ un film ‘educato’, da persone ‘educate’ per persone ‘educate’. Educati nei luoghi e dai luoghi, educati nell’esporre e mostrare, per educati ad ascoltare.

    enzlu

    enzlu

    25 aprile 2010 at 2:28 pm

  2. …una combriccola allegra (ma non troppo), scenari da favola (sconosciuti ai più), genuinità e buone canzoni. Tutti ingredienti che questa sorta di “Lucania On the Road” profonde con una leggerezza di spirito che ti conquista, senza strafare, ammaliare, prendere scorciatoie.
    Nulla di trascendentale, certo, ma è forse questo il suo merito: Papaleo non insegue inutili chimere autoriali, ci chiede solo di accompagnarlo nel viaggio, e la sua compagnia, come quella degli ottimi comprimari non dispiace. Basta condividerne l’ingenuo spirito fricchettone, l’estasi di un panino con la frittata, un ballo improvvisato tra accampamenti di fortuna, e canzoni nate sul momento, amori di passaggio e paesaggi immacolati.
    Una commedia musicale e insieme un road-movie che ha il sapore dell’happening perché sembra davvero “farsi” davanti ai nostri occhi, secondo le traiettorie del caso e le regole dell’improvvisazione. E se il Cristo di Levi si era fermato a Eboli, il quartetto di Basilicata Coast to Coast si spinge oltre, smarrendosi.
    Cogliendo in fondo il senso di ogni Frontiera, del perdersi fino a ritrovarsi. Come il vecchio adagio beat: andare, e non fermarci finché non siamo arrivati. “Per andare dove? Non lo so, ma dobbiamo andare” (J. Kerouac, Sulla strada).

    annusca

    27 aprile 2010 at 8:58 am

  3. Beh, alla fine pure io sono andato a guardarmelo. Il film non mi è dispiaciuto (nonostante qui sembrerà il contrario, ma il regista non me ne voglia) e m’è piaciuto soprattutto spiare lo sguardo dei toscani sulle nostre cose. Ma quando hanno riso sguaiatamente dei neobriganti con l’integrale (di scuola pieraccioniana?) ho capito definitivamente che nel film c’è un doppio problema di sguardo.
    Il primo è nei contenuti, ché il film mi pare tendersi tra due opposti capi di cui Papaleo, in effetti, non riesce a venire a capo. Al di là del gioco di parole faccio un solo esempio da accostare a quelli di Andrea. L’ode al pane e frittata: ma il pane è quello che compro anche io a Livorno (cavolo, una panella non la trovavano in giro?) e contrasta dunque con il blues ultralocalistico.
    Insomma, una tensione irrisolta, che crea un glocale non convinto, ma di risulta, sperso e imbarazzato tra il peso schiacciante della visione epico-mitica della Lucania e la modernità (tutto sommato accettata come le pale eoliche: una cosa curiosa certo meno ansiogena di una trivella di petrolio o la Sata di Melfi); tra il retropensiero turistico ma poi anche la penetrazione in una Basilicata che nei paesaggi (fortunatamente, come dice Andrea) turistica non è, anzi tutt’altro. Questo sguardo si lega immancabilmente all’altro problema che denunciavo. Un problema più formale. Come dire meglio? complessivamente interpretativo. È come se certi luoghi, la Lucania nella fattispecie, resistessero per propria natura allo sguardo postmoderno, alla “leggerezza calviniana”, ai mescolamenti spiazzanti. Insomma, tendenzialemnte resiliente al cinema cui si è legato Papaleo in passato. Io credo che se ne potesse uscire con uno sguardo più deciso, più “positivo”, meno giocato sugli opposti né-nè. E soprattutto con uno sguardo più lucano, ché certi personaggi li trovi più in città tra i lucani inurbati) che dalle parti nostre. Un intento certo didascalico che capisco, ma che poteva essere più sfumato.
    Tuttavia è un film che ha dei momenti davvero belli e struggenti, e si regge su un’idea davvero geniale, l’attraversamento (il riattraversamento o, mi si passi il neologismo davvero brutto: il ri-bildung) come opportunità di riscatto.

    antonio celano

    27 aprile 2010 at 3:22 pm

  4. […] A proposito di “Basilicata coast to coast” di Rocco Papaleo di ANDREA DI CONSOLI   Il road-musical di Rocco Papaleo, Basilicata coast to coast, è un film che odora di buoni sentimenti, di sogni di evasione, di agriturismo, di amicizia, di “alternativismo” integrato e di meridionalismo ironico e turistico. blog: Comunità Provvisoria, il blog dei paesi e delle mo | leggi l'articolo […]


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