COMUNITA' PROVVISORIA

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adelelmo da fermo

UN POSTO

TUTTO ‘DA SCOPRIRE’

E TUTTO DA SALVARE

E UNA DOMANDA

SEMPLICE SEMPLICE

Ieri siamo stati in un posto meraviglioso. Eravamo in gita domenicale. Era un gran giorno, il 25 aprile. Poco fa mi sono messo a scrivere di quel posto. È poco lontano da dove sto. È lontanissimo da tutto. Volevo ‘raccontarlo’. E di sicuro le  ragazze e i ragazzi del rifugio – tutti bravissimi ed entusiasti – che hanno messo su un posto di ristoro sarebbero contenti se qualcuno raccontasse di quel loro posto bellissimo. Ma è giusto dire di quel posto? È giusto trasformarlo, lo si voglia o no, in un ‘oggetto turistico’ prima – da consumare poi? Lo so, la questione è semplicemente e incredibilmente enorme.

Per stare solo ad alcune parole recenti, penso per esempio a queste parole di Franco: “oggi è la festa della liberazione, ma il mondo somiglia sempre più a una prigione”; o a queste parole di Andrea: “(…) Basilicata coast to coast è un film che odora di buoni sentimenti, di sogni di evasione, di agriturismo, di amicizia, di “alternativismo” integrato e di meridionalismo ironico e turistico” (…) siamo in una Basilicata intellettuale e vagamente trendy, fieramente etnica ma molto poco popolare (…) Il film odora di alberghi a quattro stelle, di turismo cinematografico. (…) Papaleo è costretto a fare il tour-operator dei suoi amici divi, tutti borghesi metropolitani, e tutti al massimo indulgenti con una bella idea cinematografica, o con un paesaggio, ovviamente “bellissimo” e “da scoprire” (…) Ma se davvero si esprimesse; se davvero si scendesse senza remore in quella Lucania ctonia, ubriacona, autodistruttiva, commossa, paesana, surreale, corporale, anche vile e greve, che pure conosce bene, a quel punto (…) Papaleo vuole portare leggerezza e decostruzione in un immaginario logoro e retorico, ma fa un’operazione fredda, troppo programmaticamente demitizzante e ironica (…)”.

Penso a queste parole di Salvatore: “Infatti noi questo non vogliamo, nè vogliamo il “meridionalismo” piagnone e assistenzialistico dei De Mita e della Dc buonanima; nè quello mastelliano, strumentale e specchio della Lega”.

Penso a queste parole di Angelo: “ieri a sant’andrea di conza (…) c’erano i produttori di questo territorio (…), i sindaci, i ragazzi dell’università del gusto di pollenza / brà; c’erano i santandreani (…) dovremmo essere più dentro a queste cose che si muovono con testardaggine, autonomamente, dal basso (…)  dovremmo essere più aperti, meno autoreferenziali”.

Ma cosa significa essere “più aperti”. “meno autoreferenziali”? Significa “alternativismo intellettuale e vagamente trendy e, insieme, sentimentalismo, reducismo”? Significa divismo atomizzato? Significa restare “ctonii e commossi”? Per andare a finire dritti dritti, magari, poi, e inevitabilmente, in un qualche geografismo, qualsivoglia esso sia, di sud di centro di nord di est o di ovest? Oppure andare a finire in un altro tipo di ‘geografismo’ (non so come altro chiamarlo) ‘freddo e programmaticamente demitizzato e demitizzante’? Ovvero in un altro ancora: questo qui invece caldo o ‘warm’, per inventarsene una nuova che suona meglio – fa più effetto – detta in globalenglish?

Oppure in un altro,  questo qui ‘demitiano’, per stare alle parole Salvatore? Etc etc etc etc etc etc etc etc

Ho provato a dire una cosa che mi appare di una complicazione infinita, ma a tale infinita complicazione può opporsi solo una domanda semplice semplice:

che bisogna fare – realmente – per salvare quel posto?

C’è una risposta che sia – realmente – ‘convincente’; una risposta che inoltre tenga conto del fatto che quei ragazzi ci credono molto in ciò che stanno facendo, e hanno ragione a crederci, e che quello lì, soprattutto, è diventato il loro lavoro?

Adelelmo R.

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Written by Arminio

27 aprile 2010 a 10:31 am

Pubblicato su AUTORI

8 Risposte

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  1. caro adelelmo

    la tua attenzione alle parole degli altri è straordinaria.

    ci vediamo presto. l’italia ha bisogno di gente come te anche se non lo sa.

    Arminio

    27 aprile 2010 at 6:27 pm

  2. Domande moderne ,complesse e complicate “di una complicazione infinita, ma a tale infinita complicazione può opporsi solo una domanda semplice semplice:che bisogna fare…… ” riproporre solo esigenze antiche ,stili di vita autentici negli ambiti delle regole della “res cogitans” della modernità che ci obbliga alla distanza,alla estraneità alle cose ,alle persone e alla natura.Franco e andrea sentono,vivono e raccontano questa esigenza di riappropriarsi di una vicinanza sulla strada della “comunitas” classica e non dalla “immunitas” moderna.La paesologia non come scienza e dottrina è una possibile risposta teoretica e conoscitiva purchè non diventi etica,estetica o peggio politica.
    mauor orlando

    mercuzio

    28 aprile 2010 at 5:04 pm

  3. Caro Mauro, grazie di questo tuo commento.
    C’è un passaggio in esso che appare davvero fondamentale, almeno secondo me, s’intende:
    “la paesologia è una possibile risposta conoscitiva”.
    Sì, questa ‘risposta’, almeno secondo me, appare fondamentale. Esplica moltissime cose.
    E dunque, proprio in ragione di essa, è giusto dire di questo posto “tutto da scoprire” e “tutto da salvare”: si tratta di Cupi, nelle Marche, appena dopo il Santuario di Macereto. E dopo Cupi, per scendere a Pievebovigliana, e riprendere la strada principale, c’è un tratto di natura che ci è parso bellissimo nella sua integrità. Eravamo una cinquantina, in gita del 25 aprile, con Italia Nostra. Stavamo incollati ai finestrini del pullman, nonostante gli strapiombi della strada che scendeva tra forre profonde e luminose. La montagna di Cupi si chiama “Montagna Tranquilla”, forte no? Le ragazze e i ragazzi del rifugio-ristoro hanno scelto di fare un lavoro importante e bello (e forse anche ‘tranquillo’ come la loro montagna).
    Grazie di nuovo Mauro
    E grazie a Franco per la sovrastima :)
    Un caro saluto
    A presto
    Adelelmo

    ar

    28 aprile 2010 at 6:08 pm

  4. Un primo maggio di qualche anno fa sono andata a Cupi paese, avevo cercato sulla cartina il paese più alto che ci stava nel maceratese ed era Cupi. (Per qualche motivo m’era venuta la smania di andare nel “paese alto”, ma alto davvero.)
    Non so se la cartina fosse molto dettagliata o precisa, fatto sta che lì andammo, e non sembrava lontano andare in un posto che sta nella stessa provincia, però ci impiegammo tanto tempo (in macchina) e ci stancammo molto, come succede quando arrivano i primi soli.
    Una volta lì scoprimmo che non c’era nessuno (era il primo maggio, erano andati tutti in gita anche i cupini) e per bere un po’ d’acqua dovemmo arrivare al santuario di Macereto, poco distante, un posto antichissimo e altissimo che ti chiedi come gli è venuto in mente nel 1300 di costruirci un santuario lassù. Pare che mentre trasportavano la Madonna di Loreto a Napoli (la Madonna di Loreto fa ancora di questi tour, nelle nostre cittadine almeno) i muli che la portavano si piantarono lì e non vollero più saperne di partire e non li smossero neanche a suon di calci e legnate e tanto si incaponirono, insomma, che i carovanieri, pure loro ormai stanchi a furia di menare, ben pensarono che fosse un segno divino (di fermarsi, appunto). Così in quel posto fu costruito il santuario, a ricordo del miracolo. Io ci sono andata molte volte da piccola, in gita, e poi quel giorno, per bere l’acqua fresca, e poi ancora dopo, a mangiare la ricotta supramontana presa a visso (una ricotta così ricca e grassa da averci quasi l’anima).
    I posti cominciano a esistere anche così, non è che esistano già prima. Prima c’è uno spazio per terra o uno spazio sulla cartina, ma per diventare un posto, ci vuole almeno che ci vai in gita da bambina o che ci mangi con qualcuno, cose del genere.
    Sarebbe bello se i posti potessero esistere solo così, non per essere ‘salvati’ o ‘valorizzati’, ma lasciati stare, non pensati, lasciati lì fino a che non succede qualcosa (un mulo che si stufa, o un miracolo, o altro). Mi verrebbe da dire che bisognerebbe lasciare degli spazi fatti di posti trascurati, ignorati dagli umani. Ma ho paura che in un posto così ci farebbero subito una centrale nucleare. (Pare, insomma, che bisogna continuare a vegliare.)

    renatamorresi

    28 aprile 2010 at 9:58 pm

  5. cara renata
    cerca di venire a cairano
    le tue osservazioni paesologiche sarebbero preziose

    Arminio

    29 aprile 2010 at 8:08 am

  6. “Sarebbe bello se i posti potessero esistere solo così, non per essere ‘salvati’ o ‘valorizzati’, ma lasciati stare, non pensati, lasciati lì fino a che non succede qualcosa (un mulo che si stufa, o un miracolo, o altro). Mi verrebbe da dire che bisognerebbe lasciare degli spazi fatti di posti trascurati, ignorati dagli umani. Ma ho paura che in un posto così ci farebbero subito una centrale nucleare. (Pare, insomma, che bisogna continuare a vegliare.)”
    per quel che valgono le parole ….facciamone tesoro quando esprimono dei pensieri “paesologici” che sono in giro per l’italia….cairano è anche questa ideale biblioteca ( o antropoteca vivente) di un pensiero vitale in armonia con uomini,cose e paesi “trascurati e ignorati” …per fortuna !

    mercuzio

    29 aprile 2010 at 12:30 pm

  7. Ciao Renata. Ha ragione Franco,le tue “osservazioni” sono preziose, come sempre. Ad.

    ar

    29 aprile 2010 at 5:47 pm

  8. “Il tema di stasera dovrebbe essere questo: quali sono gli elementi della vita di qua che piacciono e vorremmo rimanessaro e crescessero; e quali sono gli elementi che non ci piacciono e vorremmo cambiare” – così chiedeva Danilo Dolci ai braccianti, ai manovali o ai piccoli borghesi di Partinico, domande che mi sembrano piene di senso, sono le domande così che ci aiutano a capire come dobbiamo vivere per essere felici (perché quello vogliamo saperlo, o no?)

    mi piacerebbe molto venire a cairano, franco, potrei portarmi un po’ di poesie mie, o fare qualcosa di più paesologico, ditemi voi

    un saluto caro alla comunità
    rxx

    renatamorresi

    1 maggio 2010 at 12:28 pm


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