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ALPUIARRA EST – ALTA IRPINIA

 … Grazie anche alla appassionata attività dell’Associazione “Cairano7X”, nei suoi convegni, incontri, dibattiti in strade e piazze, feste e meditazioni, in giro per i più significativi luoghi  del Paesaggio dell’Alta Irpinia, abbiamo potuto approfondire le nostre osservazioni dal vivo. Dalle feste e dalle attività dei laboratori sperimentali abbiamo constatato che la “Cairano7X” ha in atto una importante campagna di educazione alla lettura, alla conoscenza, alla partecipazione consapevole, ed alla azione costruttiva della cultura locale e quindi del proprio paesaggio. Vi partecipano abitanti di tutti i paesi della regione, residenti vecchi e di ritorno (pochi) nonché di nuovo acquisto. Pochi gli anziani. 

UN CONTRIBUTO DI G.CARLO DE GRENET ALLA LETTURA DEL NOSTRO TERRITORIO in occasione del  WORKSHOP  INTERNAZIONALE ALPUIARRA EST – ALTA IRPINIA /  Immagini di paesaggi del Mediterraneo a confronto Andalusia, Spagna – Alta Irpinia, Italia

Escuela Técnica Superior de Architectura de Granada / Università degli Studi di Napoli “Federico II”  _ aprile 2009  maggio 2009

architetto  G. Carlo de Grenet, Napoli

PER UNA GLOBALIZZAZIONE CONSAPEVOLE E COMPATIBILE nella costruzione dell’identità europea

 Dal workshop sono emersi importanti connotati territoriali e ambientali, urbanistici ed architettonici dei due paesaggi, significativi per comprendere la fase di trasformazione culturale che è presente oggi nelle due regioni. Il raffronto ha evidenziato alcune caratteristiche simili ed altre differenti.

         Dei più importanti di questi elementi connotativi mettiamo qui in evidenza quelli che sono più trainanti dal un punto di vista della trasformazione socio-culturale, e nel processo di unificazione a livello mondiale, cioè della “globalizzazione”, così come emergenti da una lettura urbanistica.

         Confronteremo per ogni punto lo stato in Alpujarra Est e in Alta Irpinia, con breve raffronto a seguire. Trarremo in fine un breve commento riassuntivo e di carattere generale da cui prendere inizio per una politica di ulteriore integrazione socio-culturale, che salvi le identità culturali di maggior valore ancor oggi presenti, e per un’azione conseguente anche a livello paesaggistico.

         Riteniamo fondamentale, per un equilibrato divenire culturale di ogni regione, conoscerne lo status con i  freni, le spinte innovative endogene ed esogene, le eventuali cause di un’eccessiva compressione dei tempi, in sintesi le identità culturali, lasciare loro, con attenzione e consapevolezza, il tempo necessario al metabolismo del divenire. Ogni cultura ha il suo tempo di evoluzione. Comprimerlo, annullarlo comporta inevitabilmente un strappo, una frattura, non solo generazionale, che sfocia prima o poi  in un conflitto insanabile, spesso anche “armato”.

         Una politica saggia deve curare ciò.

 

Lo stato dei fatti: Anno 2009 _ Aspetto geomorfologico-podologico e tempi della sua evoluzione

Alpujarra: (fig.1,209,210,212)

Le spinte tettoniche dei due continenti Africa ed Europa hanno creato grandi faglie nei continenti. Nel corso di milioni di anni il basamento continentale africano in questa regione si è sottoposto a quello europeo creando, tra le altre, una ulteriore faglia e l’innalzamento di una sua sponda (nord) fino a 3.478 m s.l.m.:la Sierra Nevada.(f. 209). Sono le Onde della terra, le sierre (ss.e de Alhamilla, de Gador, de Almijara), gli altopiani e le valli tra il mare Mediterraneo (F. 145), il versante nord della Sierra Nevada e le pianura di Granada che conservano un andamento sub-parallelo alla costa mediterranea, pur con piccole deviazioni. (fig.209) .

L’Alpujarra (est e ovest) è il lato emerso della faglia il cui strato più alto forma a nord la cresta della Sierra Nevada. La superficie podologica  dell’Alpujarra è formata dai detriti scisto-cretosi ed argillosi di scisti molto compatti, di potenza ridotta (5-20 cm mediamente) con andamento alto al sud e sprofondante verso nord.( f. 137,136) formato dal lato sud del sinclinale nel cui grembo è Granada.

Tutto pare fermo misurando col tempo di una vita umana.

La S. Nevada, più alta, in estate ferma l’aria calda ed umida proveniente dal Mediterraneo e più calda proveniente dagli altopiani interni, analogamente in inverno vi si incontrano quella più fredda dell’interno con quella più calda e umida dal mare. Molta è quindi l’acqua meteorica che ricade su tutta la catena spesso con precipitazioni nevose. (aprile ’09: f. 182,184,185)

Il dilavamento meteorico nei millenni ha portato i detriti,  l’argilla e la creta a riempire il fondo valle sud (f.209) che nasconde l’altro lembo (basso) della faglia,  lasciando strati per lo più sottili lungo il pendio; più abbondanti in avvallamenti naturali o antropici (formati con muri a secco).  Spesso affiorano banchi di creta.(f. 417-418). Gli interventi di modifica della gestione delle acque hanno oggi accelerato ulteriormente la trasformazione podologica .

Gli scisti di potenza molto ridotta hanno costituito e costituiscono un caratteristico e facile materiale da  costruzione per murature a secco o con leganti.(f. 127,133) Dal punto di vista agricolo i loro detriti sono adatti alla coltivazione di molte specie vegetali.

         Irpinia: (f. 2, 3)

L’Alta Irpinia, un altopiano collinoso, è una zona della catena appenninica formata dalle spinte dei due basamenti continentali  dell’Africa e dell’Europa, e collocata sul versante est.(f. 2) della stessa con andamento sud-est nord-ovest. Infatti il basamento continentale africano presenta un cuneo, emergente con le isole Pelagie e Pantelleria, che si raffronta con quello europeo su una linea  sud-est nord-ovest. Vedasi l’orientamento della prospiciente costa siciliana e dei displuvi di tutta la catena appenninica.

         L’Alta  Irpinia si configura come una serie di colline, su di un altopiano, più o meno erose da acque torrentizie, in un’ampia valle alluvionale formata dalle abbondanti acque confluenti nei fiumi Ofanto e Calore.

         I due mari  Tirreno e Adriatico tra i quali è compresa non hanno evidenti ripercussioni  sul suo clima.(f. 2).

 

         Confronto:

Ambedue le regioni sono di natura sismica. Mentre l’Alpujarra è di natura montuosa con vette fino  a 3.478 m s.l.m.: è il versante sud di una ben definita catena montuosa; l’Alta Irpinia ha quote dai 500 ai 950 m s.l.m. ed è una valle di natura sedimentaria calcarea.

         La prima ha lo strato di humus di potenza generalmente piccola, la seconda lo ha generalmente molto più grande. Ambedue sono su strati compatti di natura diversa ma di ottima consistenza e lavorabilità: scistosa l’una, breccia e puddinghe calcaree l’altra .

         La seconda è molto più facilmente coltivabile a colture estensive essenzialmente per le maggiori potenze dello strato corticale con argilla e abbondante humus e per la sua maggiore estensione. (f. 315,316)

         La piovosità delle due regioni  le rende ambedue ben coltivabili. 

        

Geografia dei luoghi e loro evoluzione:

Alpujarra:

L’intera regione, attraversata dal 38° parallelo, è Parco naturale della Sierra Nevada esteso sul versante sud, in forte pendenza nelle parti alte. La quota e l’ottima insolazione mitiga le temperature in estate e in inverno anche per una relativa vicinanza al mare nonostante la frapposizione di una catena di serre ma a quote più basse. (f. 145 )

         La regione è sempre stata naturalmente isolata dagli altopiani dell’entro terra per l’alta dorsale della S. Nevada. Era, ed è collegata alla costa attraverso passi tra le serre a sud,  a ovest verso Montril e ad est verso Berja. Attualmente le vie di comunicazione dall’interno verso la costa sono agli estremi: ovest da Granada verso Montril , est da Gaudix verso l’Almeria.

         Da queste due vie si accede ad una strada che la percorre in lungo a mezza costa da est ad ovest. Attualmente è stata realizzata una nuova via di accesso che sale al “puerto de la Ragua” (passo) a quota 2000 m s.l.m.(f. 183).

         Gli attuali insediamenti umani  raggruppati in piccoli villaggi sono disposti lungo quest’unico asse viario che è tutt’oggi a mezza costa, al centro della fascia di terreno a coltivazione agricola, oggi in via di forte antropizzazione. Le parti alte sono a bosco, ora depauperato da un recente, errato, sfruttamento. La cresta, oltre, fino a quota 3.478 m è priva di vegetazione d’alto fusto (fuori areale) e sempre innevata, almeno fino a pochi anni fa. (f. 125).

Le acque meteoriche sono abbondanti. Molti sono i ruscelli e torrenti sparsi in tutta la regione, con andamento naturale in piccole valli da cui si dipartono piccole e medie vie di ruscellamento sub-orizzontali verso campi agricoli e  villaggi. (f. 212) Vi sono numerosi terrazzamenti in pietra a secco per contenere terreno agricolo (molti ora privi di manutenzione).

         La regione è aperta ai venti dai quadranti sud.

I più vicini centri urbani sono Granada e più lontano Almeria e Malaga sulla costa.

       Alta Irpinia

L’intera regione , (41° parallelo), è ai piedi del vasto Parco dei Monti Picentini (f. 3, ) che ha quote  in vetta dai 1.400 ai 1.800m s.l.m.. La sua quota di collina medio-alta (dai 550 ai 950 m s.l.m.), la vicinanza ad alte montagne a sud-ovest che portano abbondanti piogge, le pendenze mai eccessive, il terreno fertile hanno favorito gli insediamenti umani. Inoltre è situata da sempre su una naturale via di collegamento tra il mare Tirreno verso Napoli e Salerno, attraverso passi appenninici a quote più basse, e l’Adriatico con un lento degradare della valle del fiume Ofanto, che qui nasce e sfocia nell’Adriatico a Barletta.(f. 2). Verso nord i collegamenti sono favoriti, verso la città di Benevento, dalla valle del fiume Calore, affluente poi del Volturno.   

          La rete autostradale nazionale ha una trasversale ovest-est tangente (a nord) a questa regione che consente il collegamento “a pioggia” in tutta la regione in esame. Un’ulteriore grande via di comunicazione, a grande impatto sul paesaggio, è stata intrapresa con il denaro della ricostruzione ma, per fortuna sospesa, non ha avuto conseguenze più gravi. La rete viaria è per il momento adeguata alle necessità della regione.

         E’ auspicabile la costruzione (e ricostruzione) di un adeguato collegamento ferroviario per merci e persone. Di gestione più economica di quello su gomma e se accuratamente studiato, di minore impatto ambientale, sarebbe capace di sopperire al collegamento su gomma e ai suoi  prevedibili incrementi. 

         Le abbondanti acque meteoriche danno origine a molte sorgenti, torrenti e i fiumi che ne attraversano il territorio verso i quadranti di nord ed est.

         La regione è aperta ai venti da nord ed est. Questi sono già sfruttati per la produzione di energia con numerosi generatori eolici presenti sulle creste collinari ma assurdamente la regione in esame non ne trae vantaggi né economici né di risparmio energetico.   

         I più vicini centri urbani sono la città di Avellino sulla via per Napoli ad ovest e Benevento a nord.

 

Confronto:

         Ambedue le regioni sono sempre state a vocazione agricola. L’Alta Irpinia, più estesa, ha capacità produttiva molto grande (colture estensive) e con ampie possibilità nel settore zootecnico, mentre l’Alpujarra, per le sue caratteristiche podologiche, ha capacità ridotte e più adatte ad una economia familiare;(ad esempio la dotazione ottimale per una famiglia era di una mucca, un asino ed una capra).  Attualmente in ambedue le regioni, come in molte altre europee, vi è una forte crisi settoriale indotta dal confronto socio-culturale con i vicini grandi centri urbani, dall’onda lunga di un industrializzazione che, anch’essa in crisi, non ha ancora una vera alternativa.

 

Insediamenti umani: Antropizzazione, sostentamento, evoluzioni e tempi, accelerazioni e strappi .

In Alpujarra:

I primi insediamenti sono arabi, come denuncia lo stesso nome e il sistema di sfruttamento delle acque dei nevai e meteoriche. Si sfruttavano e ancora in parte si sfruttano le vie d’acqua naturali deviandole in ruscelli a piccola pendenza, aperti che irrigavano per assorbimento naturale i piccoli campi e che vanno tuttora ad alimentare le numerose fontane e cisterne nei centri abitati.(f.144,171) Le abitazioni erano, e sono, tutte concentrate nei vecchi villaggi (f.125,143,152,) per necessità difensive, di protezione dalle intemperie e serrato senso sociale. In poche zone a minore pendenza cominciano a sorgere alcune case isolate (f.144). Esistono ancora, mascherati nell’abbandono, isolati resti di antiche fortificazioni. Il loro piccolo territorio naturalmente aggirabile, fece si che gli eserciti di vincitori e vinti fossero poco interessati e/o disturbati dalla loro presenza.

         Già dai primi tempi la disposizione dei pueblos era lungo una via a mezza costa della fascia coltivata.(f.125) Da essa con tratturi e sentieri si accedeva ai campi. (mezzi di trasporto erano asini e uomini). Le vie naturali di comunicazione con l’entroterra e la costa erano, e sono, alle due estremità della regione. Fin quando i trasporti avvenivano a dorso d’asino e comunque a trazione animale il commercio con l’esterno e i relativi contatti sociali erano rari e di poca rilevanza. La ridotta produzione agricola non necessitava di grandi contatti con l’esterno.

         La trasformazione industriale dei mezzi e delle vie di comunicazione prima, dei  sistemi di informazione con la compressione dei tempi nel così detto “tempo reale”, hanno oggi creato una spinta esogena incontenibilmente forte e accelerata al rinnovo culturale:  una vera e propria frattura generazionale con relativa fuga verso altrove delle nuove generazioni, l’abbandono delle colture agricole e il loro sfruttamento a perdere (v. boschi). La produzione locale, da sempre sostentamento della popolazione, viene oggi facilmente sostituita da quella importata.

         Attualmente l’istituzione del Parco Natural de la Sierra Nevada, con i suoi piani di risanamento ambientale, tornando in prospettiva a rialzare la qualità del vivere in sede, rimedia in parte alla frattura generazionale ma apre anche la via ad una nuova (inevitabile) vocazione  economica per la regione: il turismo. Questo è l’attrattiva per almeno una parte della nuova generazione locale, per la vicina Granada, e non soltanto..

         E’ una ulteriore rottura dell’isolamento culturale che accelera la globalizzazione.

         L’antica vocazione agricola potrebbe ora riprendesi divenendo compatibile ed equilibrata con quella turistica in un’accorta gestione del “Parco” e arricchirebbe la nuova vocazione pur riprendendosi i suoi naturali tempi di evoluzione.

         Sono compatibili con questa vivifica prospettiva l’attuale intubamento delle acque che, eliminando le dispersioni a fine agricolo (con relativo danno ambientale), aumenta sempre più l’apporto d’acqua domestica a sostegno della ristrutturazione in senso turistico di tutti i villaggi? La necessaria creazione di enormi invasi d’acqua artificiali dall’impatto ambientale evidente e dalle collocazioni a volte discutibili (f.144) troverà il suo equilibrio e sarà metabolizzata nel paesaggio?

         Certo il territorio si è antropizzato sin dai primi insediamenti pre-arabi; l’antropizzazione è continuata e ciò è naturale. Esiste un suo limite? Quale sarebbe oggi? in Alpujarra? Se per assurdo l’intera regione si trasformasse in un mega villaggio-città, con i suoi campi di sci tra stupende e un po’ donchisciottesche pale eoliche sulle creste, con orti, piante e fiori su balconi e terrazzi, lasciando a nuovi importati tetti gli ecologici pannelli fotovoltaici (la cui “bellezza” forse presto apprezzeremo) e le serre, sarebbe una antropizzazione giusta? (fig. 4, 5 ).

         Una parte dei residenti sarebbe costretta a “subirlo”?! Quali sarebbero i tempi per l’adeguamento culturale, non traumatico, dei più anziani residenti della regione? Questi potrebbero partecipare alle scelte fatte esprimendo le loro esigenze?

Certo se la loro partecipazione sarà consapevole, (come abbiamo visto in vari casi),  li aiuterà ad adeguarsi con poco trauma ed essenzialmente a trasbordare e fondere i loro principali valori culturali alla rinnovata cultura.

        

Già oggi gran parte dell’architettura preesistente è stata restaurata e/o rinnovata. (f.126,127,132, 140,141, 148,149, 150,153,159, 160,162,) Questo processo è ancora in corso d’ opera anche  (essenzialmente?) con forze estranee, nuove nel territorio. Gli spazi architettonici, in linea generalmente con la tradizione mediterranea, non realizzati fuori dei villaggi preesistenti se non alla loro stretta periferia, sono perfettamente allineati con la tradizione locale.

         La viabilità quasi tutta rifatta, con pavimentazione rustica, contiene tutti i nuovi impianti fognari, idrici ed elettrici fornendo così di servizi completi ogni abitazione ancor prima del loro recupero. Lungo le vie scorrono ancora le acque di fontane e lavatoi restaurati. (f.129, 133, 151,157, 158).

Permangono della vecchia tradizione, anche in edifici già rinnovati: l’assoluta mancanza di tetti a falda nonostante le nevicate invernali, i sistemi di impermeabilizzazione con strati e dossi di terreno locale cretoso,  camini e comignoli in pietra locale rivestiti in argilla (130,165) e grossi serbatoi d’acqua a cielo aperto per la fornitura di abitazioni e vicini orti, attualmente spesso ancora abbandonati.(f. 171),

        

Partecipando ad una festa di antica tradizione di un paese si è potuto rilevare come permangano segni di antica origine interpretati e fusi con nuovi, attuali in tutto il bacino del Mediterraneo fino al nord europeo: Dalla orgogliosa partecipazione alla processione (f. 174 ) del più bel puledro (f.169) di un finanziatore della festa, alle bancarelle di dolci, vestiti e oggetti di antica tradizione e attuali, dalla preparazione in grosse pentole del pasto tradizionale cotto, per tutto il paese, su una lunga striscia di legna ardente (f. 173,174, 175, 177), ai balli con musiche anche moderne cui partecipano in maggioranza i giovani del paese, nuovi imprenditori provenienti da lontano e turisti riuniti al tramonto in una gran sala a cantare, suonare e motteggiare tra loro.

         Significativa dell’integrarsi del “vecchio” col “nuovo” la presenza fortemente voluta di un’anziana signora del paese che volle mangiare, chiacchierare e ballare con due giovani turisti ogni tipo di musica,. (f. 176, 178, 179). Gli anziani erano però pochi.

 

In Irpinia:

         E’ l’antichissima terra dei Sanniti, popolazione molto fiera e combattiva che diede per lungo tempo filo da torcere agli antichi Romani e che in fine, avendoli vinti, venne a patti con loro solo dopo averli umiliati facendoli passare sotto “il giogo”. Pur conservando un fiero isolamento culturale estesero il loro dominio per lungo tempo a tutta la regione Campania e oltre.

         Insediati da sempre sulla via di collegamento dei due mari  Tirreno ed Adriatico (fig. 2) ne hanno sempre controllato il passaggio con notevoli vantaggi commerciali, anche per la locale sovrabbondante produzione agricola. Questa posizione geografica strategicamente importante li ha costretti nei tempi passati a organizzare sempre una adeguata difesa dagli eserciti che ne attraversavano il territorio.

         Ciò ha da un lato compattato la loro identità sociale; dall’altro questi continui contatti con culture diverse hanno sempre arricchito la propria. Attualmente numerosi membri di questa società partecipano attivamente al governo della nazione e di tanti suoi settori. La loro cultura  attuale è equiparabile a quella dominante nazionale con le sue sempre nuove aspirazioni, i pregi e i difetti, ma essenzialmente sentita nelle nuove generazioni, e “viaggia” ormai con la stessa velocità delle altre “culture occidentali” dei grandi centri urbani.  

         Per le vecchie generazioni, ancora residenti sul proprio territorio di origine, esistono ancora molte resistenze. Queste nascono da due fattori che “permangono” ancora, nei territori lontani da grandi centri urbani, qui come in tutta l’Unione Europea e negli altri paesi occidentali.

         Il primo è l’appartenenza  ancora ad una cultura agricola dove le trasformazioni avvengono con tempi più lenti; vuoi perché l’agricoltura essendo strettamente legata alla natura (flora e fauna) li misura in mesi ed anni e non in minuti e secondi; vuoi perché la stessa tecnologia, pur largamente diffusa ormai in tutta la regione, non si è ancora adattata all’agricoltura stessa; vuoi ancora perché i prodotti agricoli hanno costi eccessivi di produzione e di distribuzione.

         Il secondo perché,  per chi si è formato e ha lavorato la maggior parte della  vita regolandosi sui tempi delle stagioni e della Luna, è praticamente impossibile regolarsi sui “tempi reali” per lui,lei ancora avveniristici (ed inutili?) e ancora lontani dalla sua realtà.

         Qui esiste ancora la contrapposizione tra cultura agricola e urbana.

         Il grande strappo del terremoto dell’ottanta si è quindi sovrapposto allo strappo  generazionale che ha portato i giovani in fuga nei grandi complessi urbani di Napoli e Roma, assolutamente lontani dalla cultura agricola di provenienza. Ma mentre quest’ultima ha avuto tempi di evoluzione più lenti, consentendo ai più anziani di comprendere e rimanere in contatto con i più giovani, il terremoto, distruggendo in pratica paesi interi, ne ha interrotto il ritmo del divenire culturale provocandone uno schiacciamento in tempo reale sui modelli dei grandi centri urbani più vicini. Urgeva una ricostruzione, ma capace di ripristinare continuità traghettando antiche, vecchie identità  nell’oggi per il domani.

        

Le architetture della ricostruzione quasi mai hanno tenuto conto delle tradizioni locali a partire dagli stessi materiali (es. cemento armato invece della pietra locale) (f.P1:253,254, IMGA: 434,435, 446,448,449,450,452, 455,453,458) con l’eccezione dei restauri dei monumenti. Ciò un po’ per la spinta modernista dei più giovani residenti, per lo più inseriti nel processo di globalizzazione culturale nazionale, ma essenzialmente perché tecnici ed imprenditori sono stati di provenienza esterna alla cultura locale.

         Il terremoto e la ricostruzione hanno compresso i tempi del mutare: Sono affluiti aiuti economici da tutto il paese e dall’estero,  con tecnici di fuori con loro obiettivi culturali, architettonici e ideali, cresciuti in culture differenti. I tempi della ricostruzione erano necessariamente estremamente brevi,  spesso non sufficienti a stabilire un’accorta conoscenza delle varie reali esigenze della intera comunità da parte dei progettisti. Anche vecchi emigrati, oggi affermati professionisti, sono intervenuti, promovendo i propri nuovi ideali ormai fuori della cultura locale di origine.

         Alcuni paesi sono crollati del tutto, altri in parte, per lo più nelle zone antiche. Si sono avuti enormi danni all’architetture  del patrimonio storico. (247,249, 235,…)

         Si è discusso sul ricostruire il vecchio(antico) o il “moderno”, e quale moderno; sul posto o nelle vicinanze. Restaurare l’antico per gli anziani e a valle costruire il moderno per i giovani. E’ da tenere presente che la maggior parte dei villaggi e delle cittadine avevano il primo e più antico insediamento in posizioni acropoliche, essenzialmente per le necessità dette prima.  

         Paese per paese si sono realizzate un po’ tutte le scelte poste all’inizio non sempre  con esiti positivi:

         A Conza di Campania sulla collina (insediamento originale) si sono restaurate le architetture di maggior pregio e le residenze di chi preferiva non lasciare l’antico villaggio, e a valle si è costruita una nuova piccola cittadina (f.444) con edifici bifamiliari distanziati da giardini e strade. Alla fine tutti vogliono abitare a valle in abitazioni moderne ma a valle si lamentano tutti delle distanze tra le abitazioni, del traffico veicolare, (etc.). Tutti si sentono sperduti ed isolati. (f.448,449,450,452). Tra vecchio e nuovo resta il cimitero.

         A Nusco si è intervenuto restaurando edificio per edificio e inserendo nella viabilità tutti i nuovi servizi. Le periferie presentano nuovi insediamenti.

         Analogamente si è ricostruito nella piccola ma molto attiva Cairano, su di una cresta strapiombante sul nuovo lago artificiale (f.440) formato da una grossa diga in terra che trattiene le acque  dell’Ofanto. Restaurate le opere di valore storico (anche ambientale) ed artistico ogni famiglia ha avuto la possibilità ricostruire ex novo la propria abitazione sempre nel tessuto urbano o in continuità con esso con analoghe volumetrie. E già qualche anziano ricompra il rudere della sua vecchia casa, la restaura  per viverci e/o fittarla a turisti, lasciando la nuova ai figli che però vanno a lavorare “in città”.

         Quasi ovunque sono state rifatte le viabilità inserendovi sotto tutti i servizi. Cairano ad esempio ha rifatto in tal modo la viabilità anche nelle zone lasciate momentaneamente a ruderi (nucleo più antico sull’acropoli) (f.314,321,325) ed ora ne promuove la ricostruzione per lanciare una campagna turistica .

         Nella regione è abortito, assorbendo una gran quantità dei finanziamenti della ricostruzione, un malaccorto tentativo di industrializzazione senza neanche essere stato inaugurato, se non sulla carta: una parte delle forze giovani erano già emigrate. I restanti  stanno migrando verso i grandi centri urbani dove le industrie, se pur in crisi, offrono una maggiore sicurezza e aderenza ai loro obiettivi e una reale consistenza a livello nazionale. Ma si sa, anche se non lo si vuole , il sistema industriale è in crisi da un bel po’ di tempo ovunque, e non si trovano alternative.

Il paesaggio prima del terremoto, decisamente agricolo, aveva tutte le strutture edilizie concentrate nei villaggi; non vi erano praticamente costruzioni sparse nell’agro.

         E’ interessante notare che il sistema ricostruzione ha previsto che il flusso del denaro, ripartito tra i vari comuni, veniva poi da questi distribuito alle varie famiglie in proporzione ai danni e alle esigenze, espropriandone i ruderi, se non ristrutturati e se abbandonati.

         Come effetto primario questo sistema ha accelerato la fuga dai campi. Le forze giovani, più attive, hanno in gran parte ricostruito le proprie abitazioni nei campi, ma trasferitisi per lavoro nei grandi centri urbani, hanno continuato solo la coltivazione estensiva: zoocoltura in stalla (le transumanze erano già estinte negli anni cinquanta), vigne, erba e grano (nelle zone limitrofe alla Puglia)(f.316, 317,318,319,320) o piccolissimi orti familiari, abbandonando i campi e riservandosi l’uso delle nuove abitazioni per i periodi di vacanza.

         Il passaggio all’agriturismo è naturale, complice un paesaggio di grande respiro, verde di prati e boschi, ricco di acque, ai piedi di alte montagne, collinoso, ventilato d’estate e ricco di storia. Ora si stanno moltiplicando le strutture dedicate e/o restaurate all’accoglienza turistica.(f. 228,246) L’agricoltura, originale prima ricchezza culturale, non solo può accordarsi con il turismo stesso ma lo deve fare perché ne è l’unica vera forza che lo rende possibile, mentre lei è in crisi. Perciò la sua gestione dovrà essere estremamente attenta e curata.

         Si è così innescato, o meglio incrementato e accelerato in tutta la regione  il turismo, nuovo obiettivo socio-culturale, naturale vettore dell’unificazione culturale globale. Questo, il turismo, è un vettore per sua natura capace di salvare le identità culturali di una regione nel processo accelerato di globalizzazione perché, accogliendone altre ed offrendo ad esse le proprie ricchezze consolidate da una storia millenaria, le fa conoscere e rispettare (se ben gestite). Inoltre coltiva nei  componenti la società stessa la sensibilità di appartenenza, le capacità di partecipazione consapevole e il senso del confronto culturale. Tutti elementi fondanti una equilibrata “globalizzazione”.   

         Ciò sarà estremamente positivo (e non solo da un punto di vista economico) per il corretto contributo alla “globalizzazione” solo se tutti i membri della società di questa regione, residenti vecchi, giovani e di ritorno, o provenienti da altrove ne conosceranno e saranno consapevoli dei loro più profondi valori selezionati dalla storia. E’ l’unico modo per salvarli con fierezza, confrontarli con rispetto e saldarli a quelli di ogni cultura di qualsiasi parte del globo con le quali verranno in contatto.

         Per questi vari motivi sarebbe auspicabile la formazione di un Piano Paesistico di Salvaguardia Ambientale, accuratamente studiato per esaltarne i valori, proteggerli e renderli contemporaneamente usufruibili (e vivi). Questo avrebbe il vero potere di unificare e correlare gli sforzi di tutti i comuni della zona per utilizzare i beni comuni, non frazionabili senza annullarli.

        

         Nell’esaminare l’intero paesaggio nei suoi punti di riferimento più significativi, nei dibattiti tra residenti, nei loro rappresentanti istituzionali e nei tecnici che sono intervenuti nelle ricostruzioni, si è potuto constatare che il forte strappo del terremoto, lacerando l’intero paesaggio nelle sue architetture, ha approfondito la frattura in atto tra tradizione e innovazione, vecchio e nuovo, antico e moderno. Ancora oggi, tra ieri e domani, ci sono interrogativi non risolti. Si è interrotto anche il ritmo dell’evoluzione, il tempo della trasformazione.

         C’è chi si è proiettato sull’antico per il futuro e chi si è proiettato sul moderno guardando all’antico (con rifiuto), chi è restato su una sponda e chi è saltato sull’altra (o almeno lo crede, perché il moderno è già  “ieri”). In realtà nella ricostruzione mancano, o sono pochi, quelli che hanno cercato il contemporaneo, unica vera possibilità di creare un “ponte”, una continuità sullo “strappo” al divenire culturale, “faglia” ancora aperta in cui rischiano di dissolversi i veri valori identitari  della cultura di questa regione.

         Il contemporaneo, l’oggi, è stato sempre ed ovunque il vero punto fondante la creazione di una nuova identità, dai tempi in cui l’uomo fondava, in una natura non antropizzata, la propria “città”; primo atto antropico a livello territoriale, primo “paesaggio”

         Dopo il “fragore del terremoto” il vuoto perplesso e interrogativo, il “silenzio”. Occorre Ascoltare il Rumore del Silenzio. Da esso discende naturale il contemporaneo, il nuovo ed il futuro evolversi.  E’ il “rumore” del fondersi della vecchia identità con la nuova.

         Grazie anche alla appassionata attività dell’Associazione “Cairano7X”, nei suoi convegni (f.283,288,306,327), incontri, dibattiti in strade e piazze, feste e meditazioni, in giro per i più significativi luoghi  del Paesaggio dell’Alta Irpinia, abbiamo potuto approfondire le nostre osservazioni dal vivo. Dalle feste e dalle attività dei laboratori sperimentali abbiamo constatato che la “Cairano7X” ha in atto una importante campagna di educazione alla lettura, alla conoscenza, alla partecipazione consapevole, ed alla azione costruttiva della cultura locale e quindi del proprio paesaggio. Vi partecipano abitanti di tutti i paesi della regione, residenti vecchi e di ritorno (pochi) nonché di nuovo acquisto. Pochi gli anziani.(f. 290,293, 462).

         E’ questo il frutto dell’ascolto del “rumore (fragore!) del silenzio”.

Confronto:

Ambedue le culture esaminate tendono ad omologarsi con quelle più globali dei vicini grandi centri urbani. L’Alpujarra-est lo sta facendo con una progressione meno accelerata ed affannosa quindi meno traumatica, forse perché usufruisce della precedente esperienza dell’Alpujarra ovest da tempo polmone turistico di Granada e suo attuale modello.

L’Alta Irpinia analogamente, pur partita prima per tradizione secolare, lo sta facendo in modo più traumatico perché ancora non ha metabolizzato il trauma del terremoto e le sue conseguenze, ma nel complesso è in una fase più avanzata di globalizzazione.

Ambedue sono in uscita da una cultura agricola ma l’Alta Irpinia è inserita in un paesaggio decisamente più ricco ed esteso ed in stretto contatto con varie culture di un più vasto ambito. Ambedue utilizzano il turismo come vettore verso il nuovo

Concludendo

Dal confronto delle analisi fatte per i due “paesaggi” presi in considerazione, e delle risposte relative alle domande di cui in seguito, si può affermare che le due specifiche culture sono per molti versi vicine e avviate, se pure per strade diverse, a velocità adeguata verso il grado di globalizzazione dei grandi centri urbani vicini che, di analoghe origini, fanno loro da motore trainante.

La scelta dei luoghi ambedue mediterranei e di simili (ma non eguali) condizioni geografiche, ancora legate alla cultura agricola risultano ormai inserite nella cultura globale prevalente, pur conservando ancora evidenti proprie , individuali identità culturali, che vanno preservate.

E’ in atto in ambedue una forte accelerazione verso la cultura di massa dei vicini grandi centri urbani di livello europeo. Vettore comune è il turismo.

Sta ora all’architettura, a tutti i suoi operatori, saper cogliere le molte occasioni di intervento per accompagnare la trasformazione del paesaggio in modo non cruento e con adeguata velocità verso un divenire più equilibrato che sia capace di inserire armonicamente, senza soluzioni di continuità e strappi, i principali valori antichi, moderni e contemporanei nell’inevitabile “globale”.

Gli architetti, gli urbanisti, i sociologi, gli economisti ed i politici ma soprattutto i cittadini, dando di volta in volta risposte alle domande che ci siamo poste, con il migliore aiuto tecnico-politico, conoscendosi, consapevoli della propria cultura, guideranno al meglio il proprio divenire e la conseguente trasformazione del paesaggio, comunque assumendosene piena responsabilità.

Dal raffronto sul territorio delle culture di due regioni, simili perché ambedue mediterranee, nasce una loro maggior conoscenza di sé , un maggior “arricchimento” e la consapevolezza di partecipare ed una cultura comune, europea, arricchendola con le specifiche identità regionali che si vogliono conservare.

Note a margine:

Capacità di percepire e controllare le spinte evolutive. Conoscenza e Consapevolezza.

Il paesaggio (inteso come complesso di tutte le fattezze sensibili di una località e rappresentazione della cultura di un luogo e della sua storia) è in continua evoluzione.

La sua evoluzione è soggetta a due spinte distinte: una naturale (chimico-fisica-biologica con le loro regole) ed una antropica dovuta alla conoscenza , sempre più approfondita e diffusa, da parte dell’uomo di tali regole e alla sua capacità acquisita man mano di intervenire su di esse per trarne “profitto”.

Con quali reali obiettivi?

E’ convenzione comune, almeno nelle culture “occidentali” e tecnologiche , considerare obiettivi “positivi”, “buoni” e finanche “belli” quelli che sembrano dare al momento il maggior profitto   possibile. (per chi?). Vi è in questo un’ovvia valutazione quantitativa, ciò in chiaro contrasto con gli aggettivi appena detti, pur se apparentemente rispondenti in tempo reale alle esigenze di “evoluzione economica” della specifica società che li produce. Quali sono i parametri qualitativi? Essi definiscono la qualità della vita nei relativi ambiti e sono sempre più “delicati”.

Motore pro-pulsore della “spinta umana” è stato finora l’incremento demografico, ora è la rivoluzione scientifica tecnologica che riempie di sé le culture in cui è nata e tracima e prevarica sulle altre, nelle quali le distanze, i tempi di “vita” e i diversi ritmi dell’evoluzione culturale, se pur  selezionati da una lunga storia, vengono violentati e annullati dal sovrapporsi del tempo reale della cultura dominante.

E’ in tal modo che “il motore” travolge, crea fratture evolutive in tutte le culture con cui viene in contatto, e trascina inevitabilmente verso una forma di unificazione passiva (“globalizzazione”) delle stesse.  

Quale sarà lo stato di “equilibrio dinamico” di questa evoluzione oggi non più controllata e in forte accelerazione? Come adeguare i tempi di questo processo per non creare irrimediabili fratture? Quali saranno i tempi del suo equilibrato evolversi? E, poiché in ambito nazionale e regionale non si ha un aggiornamento culturale contemporaneo per ogni sua zona e sottozona, come individuare le zone trainanti (non prevaricanti) verso il nuovo? Quali fattori evolutivi definibili positivi le caratterizzano? Quali i tempi ottimali?

Il tempo

I tempi nel quale si evolve la cultura di ogni etnia sono diversi e diversi nel tempo. Vari sono i “fattori frenanti” e quelli “spingenti” di questo metabolismo. Di conseguenza le culture raggiungono uno stato di equilibrio evolutivo in tempi diversi. Tuttavia un certo grado di evoluzione è sempre ed ovunque disponibile all’influsso di culture diverse  con cui si entra in contatto, specie se queste ultime hanno carattere aggressivo, (quali ne siano le motivazioni).

         Quasi ogni individuo è oggi, domani tutti lo saranno, “in contatto”, “vicino di tutti”. Questa è l’era della rivoluzione informatica. È essenziale quindi una grande conoscenza, sensibilità, ed attenzione per gestire responsabilmente gli strumenti che questa offre.

         Il tempo ha subito un’incredibile accelerazione che provoca inevitabili fratture.

Si pongono qui molte questioni anche di natura politica:

Quali gli impatti con tempi evolutivi diversi? Con culture aggressive e/o culturicide?

Come gestirli per non avere improvvisi effetti distruttivi, fratture irrimediabili, ma averli in continuità, arricchenti,sostenibili.

 

 

Quantità e qualità del divenire socio culturale

Quali sono le caratteristiche culturali evolutive quantitativamente e qualitativamente realizzabili da considerare di volta in volta valide?

In quanti devono partecipare consapevolmente per avere una vivifica continuità evolutiva?

Quanti tra questi sono in grado di guidare il giusto rinnovarsi dei modi e dei tempi dell’evoluzione?

Come controllare le soluzioni di continuità, strappi (perlopiù generazionali) che provocano la  prevaricazione, la morte culturale di una parte se non di tutta l’etnia interessata, la cancellazione dell’intera cultura preesistente?

Come rendere consapevole l’intero gruppo sociale del divenire della propria cultura?

Chi può garantire l’attenzione a questi quesiti e al loro evolversi? Quali sono i punti di forza della capacità politica per attuarli?

Qual è il migliore “vettore globalizzante”qui e  oggi?

 

Nessuna cultura deve lasciarsi “trascinare” in quella “globale dominante” pena l’estinzione. Tutte devono far conoscere e rispettare le proprie e le altrui identità e con esse “partecipare”, con i propri tempi, all’evolversi della globale perciò:

Ogni cultura, dandosi risposte puntuali a tali domande, può controllare le caratteristiche  qualitative e quantitative del proprio divenire.          

         I confini ideali di un paesaggio, anche se a volte ben definiti a livello politico-amministrativo, sono perlopiù “sfumati” e in qualche modo raccordati con quelli confinanti. Le popolazioni di queste fasce di confine possono avere valore di … “sperimentazione” esemplificativa per una via equilibrata e rispettosa di ogni cultura verso la “fusione globale” .

         Gli UBS (grandi centri urbani e metropolitani) non sono più i grandi magneti della globalizzazione, lo sono i grandi sistemi informatici capaci di annullare in tempo reale distanze e tempi. (Google) Occorre imparare a gestirli con libero senso critico, senza farne dei Moloc

   E’ auspicabile che questi confronti-partecipazioni sui territori si facciano in ambiti sempre più ampi e vari, anche a livello intercontinentale, alla ricerca dell’”uguale” e del “diverso”. Ciò contribuisce a formare, arricchire e vitalizzare una (inevitabile) “cultura globale” rispettosa ed accogliente ogni apporto “regionale” del globo, cioè più ricca.

E’ cultura forte, viva quella capace di accogliere, rispettosa, identità diverse che sorgano nel suo interno e/o provenienti da altrove.

                                                                                                                                             Arch. G.Carlo de Grenet    

Napoli 2009

+39 081407612 v. del  Parco  Margherita 113 – 80121 Napoli – IT.

+39 333 3794908  –   gcarlo.degrenet@libero.it

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Written by A_ve

28 aprile 2010 a 1:18 pm

3 Risposte

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  1. Quella dello scorso anno, con i ragazzi spagnoli, é stata una bella esperienza!!!

    agostino

    28 aprile 2010 at 2:48 pm

  2. Nell’intervento dell’arch. De Grenet leggo una contrapposizione specificità locali/globale che non condivido e, pertanto, vorrei introdurre il mia prospettiva di analisi chiaramente in ottica non polemica, ma spero di arricchimento della sue riflessioni. La diversità è sempre fonte di ricchezza.
    Molto spesso il termine globalizzazione viene utilizzato come sinonimo di omologazione eppure esiste una dimensione globale che si nutre, invece, proprio delle specifcità socio-culurali e contestuali e il nostro paese ne è un esempio vivo. L’italia è un paese dotato di una forza globale. Il nostro paese è riconosciuto in tutto il mondo come esempio di stile, gusto, raffinatezza, genuinità e tipcità delle produzioni alimentari, bellezza dei paesaggi, grandezza delle opere d’arte in tutti gli ambiti della cultura ed in particolare della letteratura, dell’architettura, della storia. Tutto ciò fa dell’Italia un Paese con una forza globale, cioè con una capacità di imporsi a livello globale e questo naturalmente vale anche per i suoi prodotti, siano essi manufatti o servizi, turismo in particolare, nel momento in cui i nostri prodotti vanno all’estero, automaticamente beneficiano del cosiddetto effetto “made in”, o “country of origin” che conferisce loro una forza competitiva in più rispetto ai prodotti provenienti dalle altre parti del mondo. Questa forza ha consentito ad esempio a tante imprese che operano nel made in Italy di imporre i propri prodotti nel mondo spesso modificando le abitudini, gli stili di vita e gusti di consumatori appartenenti ad aree geografiche completamente differenti. Dai giapponesi, ai cinesi, agli americani agli europei, per tutti possedere un prodotto italiano sia esso dell’arredamento, dell’abbiglimento è motivo di grande orgoglio, come anche fare un viaggio in Italia è all’apice della gerarchia dei sogni di tanti stranieri. Non a caso, Starbucks la più grande catena del mondo di caffetterie, nasce da un concept di prodotto tutto italiano, i nostri bar, per intenderci. Il proprietario, un americano ovviamente, durante un viaggio in Italia si è innamorato dei nostri bar, del modo tutto italiano di fare la colazione, cornetto e cappuccino, e ha deciso di esportarlo in America prima, dove trovi uno starbucks ad ogni angolo, e poi nel resto del mondo, lo stesso dicasi per pizza hot, ma l’elenco può continuare. Questo cos significa? Che le specificità locali non si oppongono al globale ma proprio perché possono imporsi globalmente sono l’altra faccia della globalizzazione in cui coesistono spinte contrarie, ma di uguale forza. Ad esempio, anche nell’architettura c’è il modernismo e il post-midernismo che tende a recuperare il passato, ma ciò non significa che il primo è espressione della globalizzazione e l’altro vi si oppone, il post-modernismo ha la stessa forza e capacità del primo di imporsi globalmente e di diventare, quindi, “cultura globale dominante”: due facce della stessa medaglia. E Cairano? Si oppone alla globalizzazione? A mio avviso no per lo stesso motivo, anche Cairano è l’altra faccia della globalizzazione. Per questo motivo, dal mio punto di vista, è impreciso dire che è necessario opporsi alla cultura globale dominante, come se le specificità locali si opponessero al globale, ma direi meglio che le specificità locli devono farsi “cultura globale dominante”, imponendosi globalmente con la propria forza. Perché globalizzazione non è sinonimo di omologazione.

    michela

    30 aprile 2010 at 8:26 am

  3. leggo una contrapposizione specificità locali / globale che non condivido…”

    In realtà non è una contrapposizione ma una “differenzazione”: In origine del “contatto”.
    Ma, come tu stessa affermi al 4° rigo, spesso nei fatti globalizzazione è “sinonimo di omologazione”. Ecco la contrapposizione. Ribadisco quale è per me l’unico vero processo generatore di una “globalizzazione equilibrata”.
    Vi è una seconda definizione di globalizzazione che si contrappone e nega la validità e il senso del sinonimo di cui su. Ho dato per scontato che la globalizzazione va intesa come percorso storico di ogni cultura specifica verso una partecipazione attiva e consapevole alla “cultura globale” , intendendo quella più estesa e “dominante”.
    Quindi, concordo con te: “esiste una dimensione globale che … si nutre delle specificità socio-culturali …” ma la maggior parte dell’attuale processo di globalizzazione, la “tecnologia” ne è un transporter, avviene con un marcato senso di omologazione-passiva, dove nutrirsi assume il senso di masticare-triturare e rifiutare subito: annullare, non metabolizzare per farne parte di sé. Ciò avviene nel contemporaneo in tempi violentemente stretti (“tempi reali”), astorici, in particolare, per culture, magari millenarie, ma economicamente fragili e/o non facilmente raffrontabili con quelle occidentali ed occidentalizzate, “dominanti”.
    Così si creano, si impongono chiare “contrapposizioni”, tra le altre, di specificità locali/globale.
    Ed ancora: Cultura: “…Complesso di cognizioni, tradizioni, procedimenti tecnici, tipi di comportamento e sim. trasmessi e usati sistematicamente da (singolo individuo) gruppo sociale, popolo, gruppi di popoli, intera umanità. … erudizione non è sinonimo di cultura …”(Zingarelli)
    La cultura di un popolo si può leggere nei suoi prodotti ma non è i propri prodotti, pochi o molti che girino per il mondo . Non è: … nella capacità di “imporsi” a livello globale, … di imporre i propri prodotti nel mondo, …forza competitiva … .Questo è semplice coinvolgimento nel proprio consumismo, è profitto che spesso toglie a chi consuma, a tutti e dà, a volte, profitto a chi produce “qualsiasi cosa sia”. Ogni imposizione è spesso sciocca e sempre distruttiva. E se riflettessimo un po’ più su ciò che produciamo?
    Si la globalizzazione ha due “facce”: una che porta alla assimilazione, alla rispettosa integrazione (A), l’altra alla omologazione, alla prevaricazione, alla sopraffazione, alla estinzione della “più debole” (B).
    Non si può appartenere a tutt’e due le “facce”, sono altamente contraddittorie e contrapposte.
    Come si valuta la forza di una cultura? si basa sulla forza del numero, delle armi e delle tecnologie? Sulla capacità di imporre i propri prodotti, i propri modi di vivere ovunque sul globo? No, non credo proprio. La cultura globale non deve essere, per me, il frutto di un confronto di forza (“armato”?) tra culture, non è competizione, contrapposizione, il “vinca il migliore”, il riuscire a vendere frigoriferi agli Inuit , il creare un acquedotto su tutto il Kalahari inutile per i Boscimani, fornire di motosega qualche sperduta tribù della foresta equatoriale, prendendosi dai loro territori il petrolio,l’uranio, il legno e così via, devastando il territorio, estinguendone quindi gli abitanti dalla cultura millenaria di cui è parte “essenziale” il territorio stesso. Una lettura attenta del paesaggio nel suo divenire consente una partecipazione attiva e comunque arricchente, una vera fusione di culture varie.
    La forza di una cultura non è nella sua capacità di sopraffarne un’altra (specie se radicalmente diversa), ma nella sua capacità di capirla, di consentirle di partecipare, nel momento e modo per lei opportuno, di integrarsi con le proprie specificità e di accoglierle vive. È arricchimento non depauperamento.
    La forza piccola parteciperà, sarà parte della forza più o meno grande formando una cultura unica più grande, non è detto più forte, ma più ricca si (di specificità). La cultura di un popolo è fatta dalle specifiche relazioni tra i propri uomini, e non dalle proprie cose che pur da esse derivano.
    Si “l’Italia è un paese dotato di una forza globale” … “capace di imporsi” e con ciò? ma non sempre e non dovunque. Si provi a confrontarla con Cina, India, Stati Uniti, Giappone etc.. La cultura dei propri uomini (tralasciando l’aspetto erudizione) da quali specificità è connotata oggi? Dove è la sua forza viva? Quali i suoi limiti? Le prospettive di sviluppo? Su questo campo oggi siamo ahimé costretti a ridimensionarla e di parecchio.
    Cairano? Vi convivono, e sono “coltivate”, tradizioni religiose antiche o meno, sistemi agricoli, politiche partecipative nuovissime anzi rinnovate; vi sono capacità di relazioni con territori limitrofi e lontani, mediate dal turismo nascente, sensibili al territorio, con ottime prospettive. In altre parole stanno salvando, pur dopo il terremoto, specificità vecchie ed antiche trasportandole nelle nuove, proiettandole verso il futuro; vi si sta formando un divenire partecipe alla cultura globale :(faccia A). Vi è attenzione, educazione e sensibilità al proprio ed altrui divenire.
    Ringrazio per l’attenzione e le osservazioni.

    Giancarlo

    giancarlo de grenet

    23 giugno 2010 at 9:06 pm


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