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nevica ancora…..

Intervista a Franco Arminio su Nevica e ho le  prove (Laterza)

Intervista a Franco Arminio su Nevica e ho le prove (Laterza)

A cura di Viola Caon

In Nevica e ho le prove, il discorso procede per sezioni indipendenti. A volte è guidato dallo sguardo umorale dell’io, a volte avanza asetticamente per elenchi di fatti e persone. Perché questa scelta alternativa rispetto alla forma-romanzo?

I miei libri sono sempre stati alternativi alla forma-romanzo. In questo caso, siamo di fronte a un libro che viene dal montaggio di testi che appartenevano a libri diversi. Ognuno di questi libri originari a un certo punto è diventato un capitolo di Nevica. Non credo di essere in grado di scrivere un romanzo nel senso tradizionale della parola e neppure ne sento la necessità. Ovviamente ci possono essere anche ottimi romanzi, ma ho l’impressione che ci siano più possibilità di fare buona letteratura nel praticare altre strade.
Lei si definisce “paesologo”; l’osservazione della realtà di paese è centrale nei suoi libri. Ritiene che l’adozione di un’ottica piccola e frammentaria sia più funzionale a ricostruire la voce della collettività? Il «paese della cicuta» sembra essere confinato ad Avellino, ma la sensazione è che il piccolo mondo alluda a tutto il mondo.

Tutti i miei libri parlano di paesi, ma è chiaro che ogni paese allude a quel particolare paese che si chiama mondo. Non a caso io sono un paesologo e non un paesanologo. Per raccontare l’agonia ciarliera in cui siamo immersi, per rendere conto dell’autismo corale che ormai imperversa anche nei paesi, mi è parso che il frammento, la frase singola fossero gli strumenti migliori. Questo è il caso di Nevica, ma in altri libri paesologici i testi brevi hanno uno spazio assai più ridotto. D’altra parte io sono un scrittore breve, dall’impronta essenzialmente aforistica, anche nei testi più lunghi. Anche quando scrivo un racconto di cinque pagine (più in là non ci vado) alla fine si tratta sempre di un insieme di frasi brevi.
Nel suo libro l’io narrante torna di continuo su alcuni temi: la paura della morte, la malattia fisica e mentale, la frustrazione sessuale.  La collettività è sempre in conflitto con la prima persona; e in assenza di quest’ultima, si presenta attraverso la forma muta e spersonalizzata dell’elenco. Da dove nasce questa dialettica senza conciliazione?

Dall’autismo corale di cui parlavo sopra. Nel paese l’individuo non gode dell’indifferenza degli altri, ma più spesso di una più o meno velata ostilità. Vivere in un paese significa muoversi sempre con il vento contrario. Ogni luogo è ormai un campionario di solitudini, ma in un paese questo si coglie meglio ed è anche sorprendente in quanto i paesi in genere son considerati luoghi in cui la gente sta insieme.
La sua scrittura, tesa e nervosa, procede diritta, quasi tutta d’un fiato, e fa un uso parco della punteggiatura. Come mai questa scelta stilistica prossima allo stream of consciousness?

È una scelta che vale per i testi più lunghi del libro. Si tratta di testi tratti da un file molto grande che si chiamava “diario del giovane astratto”. Lì l’idea era di scrivere quello che mi accadeva in una sorta di diario che contenesse il massimo di esposizione. La vicenda è complessa. Probabilmente quello che io chiamo esposizione non è altro che una finta esposizione. Più che Arminio va in scena il “personaggio Arminio”. Più che il paese in cui vivo io metto in scena un paese ricostruito in studio, un po’ come faceva Fellini. Questo libro mi è costato un enorme fatica perché non è nato con la forma che ha assunto alla fine, ma è stato oggetto di una continua operazione di aggiustamento, fino a diventare quello che è adesso. Un libro nero che non ha paura di mettere in fila le figurine dello sfinimento che sono oggi gli abitanti di un paese e più in generale gli abitanti dell’occidente. Io non faccio il sociologo, il mio è tentativo di trovare una prosa slegata e sciolta, mobile e veloce, capace di cogliere le infime differenze che passano da un individuo e un altro. Questa scioltezza a volte non ha bisogno della punteggiatura perché ogni pensiero ne richiama un altro in un febbrile urgenza di dire. Il mormorio del paese e il flusso di coscienza dell’autore si sposano in questo libro senza tuttavia condizionarsi. Le vari parti del libro sembrano vivere di vita propria, perché ogni parte viene da un periodo diverso della mia vita e della mia scrittura. In tutto sono trent’anni di lavoro. Una scrittura a oltranza, di cui solo una piccola parte è stata pubblicata.

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Written by Arminio

5 maggio 2010 a 1:10 pm

Pubblicato su AUTORI

4 Risposte

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  1. “Vivere in un paese significa muoversi sempre con il vento contrario”
    quando vivevo in città non facevo mai caso alla direzione del vento.ora è un’osservazione quotidiana…indispensabile per regolare l’aerodinamica dei pensieri.

    fabio nigro

    6 maggio 2010 at 6:40 am

  2. caro fabio
    i tuoi commenti li trovo sempre belli. davvero hai il senso della frase.
    cairano si avvicina, spero che sarai con noi tutto il tempo

    arminio

    7 maggio 2010 at 2:38 am

  3. Ho recensito il tuo bellissimo “Nevica e ho le prove”.
    Ecco il link:http://nottedinebbiainpianura.blogspot.com/2010/05/nevica-e-ho-le-prove-cronache-dal-paese.html

    Angelo Ricci

    12 maggio 2010 at 1:07 am

  4. grazie caro ricci
    ho letto la sua bella recensione.
    nevica è un libro difficile
    che si sceglie con cura i suoi lettori…

    Arminio

    12 maggio 2010 at 6:49 am


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