COMUNITA' PROVVISORIA

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DIECI FRAMMENTI PER CAIRANO 7X (2009)

DIECI FRAMMENTI PER CAIRANO 7X (2009)

di Salvatore D’Angelo

I. La notte sposa la notte

La notte sposa la notte

– a due voci a due facce,

e si sposa al colore del canto

al respiro del racconto

che noi stessi scriviamo,

foss’anche con l’essere qui

insonni dimèntichi,

frammenti di naufragio

sospesi sul monte,

sulla punta del cuore

d’un paese che ci accoglie discreto,

nuovo ventre materno

che (non) ci farà salvi

dalle folate di pioggia

che frustano la notte zavorra

dentro di noi…

Ma se  ad essa si guarda

come a un manto di stelle felici

nella domenica di giugno,

in attesa dell’alba,

noi – spettatori attenti – in piedi

a reggerne con coraggio le bave,

fili invisibili che tessono storie

(le illusioni, le follie

che di qui a poco andremo a creare

impastando passato e presente)
allora avremo un diverso respiro

e varranno per noi le parole del poeta

le parole di quando il mondo

non era ancora entrato

nella tempesta delle finzioni

allora tutto ci sembr(erà)vero

miserabilmente o felicemente intero.

Ogni cuore, ogni paese,

ogni luogo in cui c’è vita

(sarà) per noi

una piccola tavola imbandita:*….

II.

II. Migranti, migrazioni

alla famiglia Ruberto

La parola (la memoria)

passa da padre a figlia

da nonna a nipote,

a tessere i fili d’un tempo

che stordisce, e non stupisce

il volto  immobile di geni
che ripètono se stessi

nelle generazioni

che scrutano il passato

e vi trovano i giorni le guerre

il cielo le bombe i cavalli

gli esodi le morti e le nascite

(il cuore sempre lì,

mentre infuriava la guerra…)

Ogni cosa non è che saccheggio

persino le schegge di bottiglia

i vivi e i morti

– minutaglia che il tempo ricicla

e cancella

tutto a campo aperto, profondo

un tutto (anche questo)

che la notte raccoglie

nelle  braccia capienti

e poi riveste d’oblìo,

a lenire il dolore

d’un passato di fatiche in altura

e la violenza una brutta avventura.

A guerra finita c’è

da tornare alla vita :

di lavoro patìre

o migrare per vivere ancora,

il Venezuela il Belgio l’America,

bisogna sognare una nuova frontiera

da qui, da uno sperone di roccia

con gli anni che volano

da mondo a mondo,

notte da notte e vita da vita,

tesi nel respiro, nel volto

che attraversa mille frontiere:

quel volto
(miracolo delle pagine bianche)

si fa pagina bianca esso stesso,

su cui ciascuno

traccia il suo segno

lascia il suo passo

rinnova il suo pegno.

III. Le manine

Come manine

i desideri

alitano nell’aria,

i pensieri danzano,

in attesa

della collisione,

dell’incontro

che li fecondi…

(e li tocchi

e li senti

e ne ausculti il respiro…)

le manine

pencolano,

scivolano,

planano lente,

s’adagiano infine

sulle foglie degli alberi…

Quali occhi

quale manina si poserà

sul mio volto?

Mi lascerò andare

al tocco lievissimo

che infiamma la radice

nascosta sotto una terra

che non oso guardare?

IV. Doppio duetto

La scrittura di note

per chitarra e vibràfono

che accompagna il passo

del viaggiatore notturno

qui, nella chiesetta gremita –

è come un cammino processionario

verso la comunione inattesa

dei vivi e dei morti.

Il sax il violino, strani fratelli

lungo il sentiero pietroso,

accompagnano l’uomo

che viaggia da solo

sotto il cielo notturno

e avanza circospetto, discreto,

come volpe che attraversa il maggese

e fugge alla tana.

Dallo spartito s’incarna,

una nota nell‘altra,

il doppio duetto che prende

l’abbrivio un poco per volta;

il cuore ride, si scalda

alla trama di sguardi .

Il poeta è strumento,

disegna il suo arazzo

di note e parole

con trame di fili e di bave

e ancora non sa

che dovrà ringraziare

quegli   strani fratelli che tendono braccia

di fiato e di corde,

di chiavi e dita distese

ad allacciare

quegli sguardi d’intesa..

Il poeta non sa

la malìa delle parole,

vi si tuffa ormai senza rete,

mulinando le note sui tasti

come braccia in un lago di suoni;

lo spettatore attento

le ingoierà ad una ad una,

quarzi ingemmati

di luce cangiante,

doni la cui grazia

fermenterà in un futuro remoto

la cui suggestione

è già qui, nell’attesa,

nell’ansia che cattura

chi s’affida

a quegli strani fratelli

per intrecciare

il suo arazzo di suoni…

V. Un interrogativo

Chi è dunque il pazzo,

l’uomo capitato nel posto sbagliato,

alle tre di notte,

nell’ estate di pioggia e di vento

o lo spettatore attento

che ringrazia dio

per averlo conservato

sino alla soglia dell’alba,

davanti al falò dei ricordi,

sulla riva d’un mare di carta,

a guardare inutilmente il mondo

o è pazzo colui

che prepara adagio la pipa e l’accende,

in attesa che l’ultima stella si spenga?**

Questa la domanda

dal diario di rabbie e dolcezze

che fondono, e stingono

in un colore irreale

qui,

nella chiesetta dei morti e dei vivi.

VI. La notte sposa la notte
(ripresa)

Sì, la notte sposa la notte,

stringe le braccia intorno a noi,

sconosciuti e fratelli,

ci stringe  con corde segrete

nel cuore d’un paese meteorite,

ventre materno da cui usciamo

guardandoci intorno

con occhio straniato,

come fossimo noi

il racconto dell’uomo

che si fece farfalla,

in una notte senza principio né fine,

pure se essa avrà i colori dell’alba.

VII. Un poeta commenta


Ad Adelelmo Ruggeri


Chi sono i nottambuli

che s’ aggirano per scorci e gradini,

manine notturne

sospese per aria

in attesa dell’alba ?

Chi sono gli insonni

che strappano una parola ancora

alla notte,

mentre muoiono le stelle

nel blu che s’ingrigia?

E cos’è – questa- una vacanza?

Da ragazzi la vacanza

era inscritta nella vita

in altra maniera,

in un mondo non ancora entrato

nella tempesta delle finzioni,

e noi s’andava una settimana,

in vacanza…

lo ricordo come fosse ora,

La casa stava sulla destra

a salire verso la chiesa,

gradini d’accesso

e un piccolo giardino.

Sul fresco,

le merlettaie a gruppetti,

presso gli usci, velocissime tessevano.

La settimana finiva in un soffio,

non ricordo come tornavamo a casa,

ricordo solo

che quella vacanza ci bastava,

NOI ERAVAMO PRESSO DI NOI,

nulla ci era estraneo,

tutto era familiare

vicino, intimo

come fossimo i soggetti

d’una tesi futura di Sloterdijk…***

il flusso dei ricordi prende forma

nelle parole del poeta

che s’è dato convegno

qui sulla rupe,

alla sommità della notte

che ingrigia a poco a poco,

e s’inàlba

fino a diventare  mattino,

nella prima luce d’estate…

qui, sullo strapiombo

io mi sento come allora,

tutto è intimo,

niente è spaesato…

(volano i pensieri,

manine nella  curva del giorno)

VIII.

Dieci haiku sul tema del silenzio,
dalla rupe di Cairano


al silenzio dei poeti


*
I monti sanno ascoltare il silenzio,
dolci come la pietra, non piangono

*
Nella sera, libero da padrone,
non abbaia il cane, azzanna il silenzio

*
Il silenzio delle erbe e delle pietre
si spande sull’orizzonte, sui prati

*
Il respiro cerca fuga  nell’aria,
non piange ma canta muto silenzio

*
Provvisoria, transeunte umanità
da educare al silenzio, al respiro
che parla ma che non  dice parola

*
Non dormono gli alberi, vigilano
su noi chini che dormiamo in silenzio,
sognatori sdraiati nel rumore

*
Il silenzio della pioggia, nuvole
bianche e nere che non paiono vere

*
Fortezza, gradini, casa, camino,
nel silenzio del tramonto e dell’alba

*
Tutti noi qui, che facciamo camino
intorno al fuoco, ignoti e fratelli,
in fuoco altro che parla  con voci
che  ora  e qui più non  hanno parola

*
Il Tempo – ogni tempo– finirà nel silenzio.

IX. Il sogno della lumaca


Se t’ho trovata, manina

sei qui e hai il mio stesso colore.

Se t’ho trovata,

sono una lumaca che striscia,

che lecca nel fondo cavo

della tua schiena,

dove il tuo e il mio desiderio

non sono che acqua,

allegro ruscello che scorre

e riflette la luce d’estate,

desiderio che ci resètta

e ci riduce a fanciulli,

al grado zero che siamo,

a nient’altro

che all’io e al tu

che siamo e saremo….

X. Ultimo frammento


Cos’altro

in coda al mattino

se non lo zirlìo

del tordo sul melo,

la nuvola striata nel cielo

col bianco azzurro che ti fa velo?..

Si utilizzano inserti da ( e dunque grazie a) :

Franco ArminioPoeta con famiglia

** una suggestione da Cesare Pavese citata da


Vittorino Curci in La ferita e l’obbedienza

*** elaborazione di suggestioni da un post di

Adelelmo Ruggeri su Comunità Provvisoria

S. D. A.  Settembre 2009

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Written by soter54

10 maggio 2010 a 5:44 pm

Pubblicato su AUTORI

Una Risposta

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  1. caro salvatore
    ovviamente puoi leggere qualcuno di questi testi nelle serate delle letture poetiche
    grazie per le citazioni.
    spero di vederti o sentirti presto

    Arminio

    10 maggio 2010 at 9:40 pm


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